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Potremmo
definire, celiando sul titolo di una famosa opera di
Bertolt Brecht, la vicenda urbana della “Marina”, una
non resistibile ascesa, perché dall’originaria, sommessa
“germinazione” litoranea, dovuta alle infrastrutture di
collegamento sull’Adriatico e, in subordine, a moderate
sollecitazioni turistiche, la borgata arriverà nell’arco
di in un settantennio, con la nuova denominazione di
Giulianova Spiaggia, non solo a dotarsi di una propria
struttura urbanisticamente riconoscibile, ma anche ad
acquisire tutte le connotazione di un epicentro dinamico
trainante. |
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Una nuova fisionomia capace di sottrarre la frazione
litoranea al potere prevaricante della Giulianova
agricola e collinare fino a produrre, in un lasso di
tempo relativamente breve, il ribaltamento delle
gravitazioni e dell’intero assetto territoriale. È
insomma una vicenda di umili e potenti, verrebbe da dire
ricorrendo all’endiadi cara ad Angelandrea Zottoli,
questa che più di ogni altra mette a confronto - e
spesso, come si vedrà, contrappone - città litoranea e
collinare, paradigmatica della volontà di riscatto del
subalterno rispetto all’antico, aspro e catafratto
dominus. Un insolentire - per così dire - alimentato da
un imperioso sviluppo demografico, edilizio e
commerciale, che, con efficacia catagmatica
relativamente alla differenziazione ambientale e
strutturale tra i due centri (una dicotomia da tenere,
in quanto tale, sempre presente, se non altro perché la
sua eco è tuttora percepibile), farà “scivolare” a valle
la città collinare, sebbene non nelle forme esasperate
di Silvi o di Roseto degli Abruzzi, dopo averne eroso,
s’intende, autorità ed efficacia catalizzatrice. |
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Trattasi anche qui, come è evidente, di un esempio -
forse non il più vistoso, ma neanche il meno
insignificante - relativo a quelle trasformazioni
urbane specialmente diffuse nell’Abruzzo adriatico
di fine Ottocento ed inizio Novecento, sovente
connotate dallo sviluppo in pianta secondo uno
schema a scacchiera che sottende una gerarchia di
fruibilità.
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Leggi di crescita, comuni a molti degli insediamenti
litoranei, che spiegano efficacia anche sulla parte
pianeggiante del territorio giuliese, con buona
parte dell’area prossima alla stazione coinvolta
negli iniziali interventi di modernizzazione in
atto, presto allargatisi al territorio compreso tra
la linea ferrata e la spiaggia.
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Nel primo decennio successivo all’ Unità, i terreni
di quest’ultima zona - cioè del «Piano alla Marina»,
secondo la dizione ricorrente nelle delibere del
periodo - risultano acquitrinosi e sostanzialmente
deserti, volendo prescindere dalle strutture di
supporto alla Dogana e dall’edilizia minuta e
dequalificata (le «pinciaje in creta») dei pochi
pescatori e dei più numerosi appartenenti al ceto
subalterno qui insediatisi a partire dal 1863, anno
nel quale una deliberazione consiliare (quella del
25 novembre, approvata dalla Deputazione Provinciale
il successivo 18 dicembre) aveva disposto la
divisione della proprietà comunale del «Piano» in
piccoli lotti «da rimaner assegnati ai poveri ed ai
proletarii del luogo, mediante pagamento di un
canone annuo».
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Proprio il 1863 è il dies a quo di quella
radicale modificazione ambientale che avrebbe
relegato nel ricordo non nostalgico l’immagine e la
definizione di «protrazione malarica e paludosa»
data alla “Marina”. L’azione concomitante di strada
e ferrovia (soprattutto di quest’ultima, ridotta
com’è la vecchia Consolare, realizzata nel lontano
1827, ad una carrozzabile pur di andamento regolare,
ma che a fatica valica i corsi fluviali servendosi
dei manufatti ferroviari, o, più frequentemente, dei
soliti ponti di barche), contribuisce potentemente a
modificare il tessuto insediativo preesistente. Sono
già noti in parte i benefíci arrecati dal tracciato
ferroviario, numerosi quasi quanto gli esempi di
incidenza negativa sulla salubrità dell’ambiente e
sull’unità degli agglomerati, i quali ultimi vengono
spesso recisi con decisione dalla linea ferrata,
capace sì di mettere in comunicazione genti e terre
lontane, come poetava il cepagattese Raffaele
d’Ortensio, ma anche di frangere coi suoi passaggi a
livello, quasi ininterrottamente chiusi e posti su
rampe d’accesso di eccessiva pendenza, una piccola
comunità come quella della “Marina”.
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La presenza degli stagni lungo la linea ferrata, in
particolare, è un problema che preoccupa ed irrita
gli organi comunali, la indignatio dei quali
viene appalesata dalle reiterate richieste alle
Ferrovie Adriatiche - sostanzialmente identiche a
quelle che nello stesso torno di tempo avanzano i
sindaci di Pescara, Casalbordino, Torino di Sangro e
San Salvo, tutte stazioni che la stessa Società
delle “Meridionali” indica soggette a malaria
-riguardanti la loro «ricovertura». Richieste basate
non tanto su esigenze, pur avvertite, di decoro
(correttamente si scorge in quei ristagni d’acqua
putrida un ostacolo grave alla sviluppo della «più
bella e salubre [sic!] contrada del Teramano»),
quanto su ben più cogenti ragioni sanitarie,
costituendo altrettanti focolai permanenti
d’infezione per la cittadinanza.
«Le febbri malariche, volgono ormai due stagioni,
hanno rapito interessanti esistenze, ed il male -
non havvi dubbio - si riprodurrà nella prossima, se
una potente volontà non disporrà senza più
accordarsi tempo, che quelle cave siano ricoperte»,
si legge in due delibere di Giunta datate 16 marzo e
14 aprile 1865.
È un quadro di grave disastro ecologico, quello
tinteggiato dall’organo di governo locale, che fa
pendant con la cruda diagnosi del trentaduenne
Michele Pietravalle, un medico molisano di qui a non
molto deputato, fermo nel ritenere la realizzazione
della strada ferrata un’opera senz’altro imponente,
ma costruita con stolta e perniciosa approssimazione
(«Non si pensò a colmare tutti i fossi [...] sicché
questi ben presto si trasformarono in luride
pozzanghere»), esempio eclatante, quindi, di «cieca
ed arbitraria opera dell’uomo», che alla già
compromessa morfologia costiera aggiunge danni
notevoli e ulteriori pericoli di serie malattie
contagiose.
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La risoluzione dei due problemi - quello della
“barriera” parzialmente, grazie all’intervenuta
convenzione tra il sindaco Francesco Acquaviva
d’Aragona e le ferrovie Meridionali nel 1884, con
piccole modifiche che avevano “addolcito” le rampe;
l’altro degli stagni pressoché totalmente, con la
fattiva collaborazione dell’ingegner Salvato, sempre
dell’Amministrazione ferroviaria - solleciterà
parecchi degli enfiteuti, come rileva Riccardo
Cerulli, a costruire in queste zone semideserte:
viene formata allora, con straordinaria avvedutezza,
nella prima metà degli anni ottanta dell’Ottocento,
una planimetria del centro del Lido, con il disegno
delle future strade, rettilinee e di considerevole
ampiezza. Un viale “viscerale”, equidistante dalla
ferrovia e dall’arenile del demanio marittimo,
partendo dalla “traversa al mare” avrebbe collegato
gli estremi limiti della spiaggia e disimpegnato le
laterali, garantendo così - secondo gli intendimenti
di questo che, giustamente, è stato definito un
piano regolatore ante litteram, fortunatamente
rispettato dagli amministratori successivi - un
razionale e se vogliamo armonico sviluppo
urbanistico.
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Sono prospettive di espansione che privilegiano
però, con tutto il sotteso privatismo, una
impostazione eminentemente turistica e latamente
commerciale dell’abitato, poco aderente alle
esigenze di un eterogeneo corpo sociale che
progressivamente viene infoltendosi e costruisce un
po’ ovunque tra la ferrovia e il litorale, sovente
in prossimità dei micidiali “fossi colatori”, cioè
gli scoli vallivi che numerosi fendono con le loro
acque soggette a periodici impantanamenti tutta
l’estensione del “Piano alla Marina”, facendo
proliferare le zanzare malarigene ed i contagi
epidemici.
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La luce a petrolio fa il suo esordio nella borgata
nel 1882, qui trasferendosi sei vecchi riverberi
dalla principale arteria del capoluogo,
il servizio postale nel 1883 (ed è rimarchevole che
la collettoria postale, entrata in funzione il 1
giugno, esattamente nove mesi dopo venga elevata
alla 1ª classe, abilitandola così all’accettazione
delle raccomandate).
Note
-
[1]
In argomento cfr. Susanna MAGNELLI, Maurizio
MORANDI, Giulio TAMBURINI, Urbanizzazione
diffusa e riuso dei sistemi urbani
preesistenti: la fascia litoranea abruzzese
e la Val Pescara, in Piccola città & piccola
impresa. Urbanizzazione,
industrializzazione e intervento pubblico
nelle aree periferiche, a cura di Raimondo
Innocenti, Milano, Franco Angeli, 19883, pp.
179-181, 184, 198-200.
-
[2]
Riccardo CERULLI, Giulianova 1860, Teramo,
Abruzzo Oggi, 19682, p. 305.
-
[3]
Sul punto cfr. Costantino FELICE, Il disagio
di vivere. Il cibo, la casa, le malattie in
Abruzzo e Molise dall’Unità al secondo
dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 1989, p.
150. Il sindaco di Pescara temeva che le
acque stagnanti potessero «arrecare delle
febbri intermittenti [insieme con] qualche
seria malattia contagiosa», come ci
consente di sapere l’ottimo lavoro di
Raffaele COLAPIETRA, Pescara 1860-1927,
Pescara, Costantini, 1980, p. 34. Quanto
alla situazione venutasi a creare in Torino
di Sangro, cfr. Domenico PRIORI, Torino di
Sangro, Lanciano, Cooperativa Editoriale
Tipografica, 1957, p. 162.
-
[4]
Riccardo CERULLI, Giulianova 1860, cit., p.
300.
-
[6]
M.[ichele] PIETRAVALLE, La malaria nella
provincia di Molise. Nota d’igiene pubblica,
Campobasso, Jamiceli, 1890, p. 20.
-
[7]
Riccardo CERULLI, Giulianova 1860, cit., p.
309 e n. 52.
-
[9]
Giulio DI MICHELE, La Madonna dello
Splendore, i cavalli, gli spettatori e la...marcofilia,
in “La Madonna dello Splendore”, 9, 1990, p.
54, ora ne Il cerchio inconchiuso. Momenti
di storia giuliese attraverso le pagine
della rivista “La Madonna dello Splendore”.
1982-1995, a cura di Sandro Galantini,
Teramo, Demian, 1995.
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