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- Rivista "Madonna
dello Splendore n.25
- Giulianova, 22
aprile 2006
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Stampato da Media 085.8071422
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Mosciano Sant'Angelo.
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Via
della Rocca
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di Sonia Aloisi
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A
ridosso della splendida abbazia benedettina di San Giovanni in Venere,
nei pressi di Fossacesia, vive un ulivo millenario che recenti studi con
il C 14 fanno risahre all’epoca di Costantino il Grande: una bell’età
anche per una pianta notoriamente longeva, giunta in Italia al seguito
dei coloni greci e la cui presenza nella nostra regione è attestata fin
dal V secolo a.C..
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Simbolo di prestigio e ricchezza, la sua storia si identifica da sempre
con la civiltà mediterranea fin da quando la lancia della dea Atena,
durante una mitica tenzone, fece germogliare l’albero sempre verde dai
gustosi frutti.
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Cerimonia dell’unzione carismatica del Re. Manoscritto
dell’inizio del sec. XIV (Bibliothèque Nationale, Paris)
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Serie Democratica emessa dalle Poste Italiane il 1 ottobre 1945
raffigurante un ramoscello di Ulivo. |
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Celebrato da Omero, presente nei riti di imbalsamazione dell’antico
Egitto, nell’alimentazione ed illuminazione quotidiana, nella cosmesi e
nei riti sacri di molte religioni, l’olio esprime l’essenza di una
cultura millenaria di cui la scienza moderna ha dimostrato gli indubbi
benefici. Oggi le varietà più diffuse nella nostra provincia sono
leccino, frantoio, dritta, tortiglione, carboncella e castiglionese da
cui si ricava l’olio Pretuziano D.O.P. delle colline teramane.
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In
via della Rocca c’era, situato al piano terra sotto l’abitazione dei
proprietari, il frantoio della famiglia Massei, con un secondo ingresso
su via del Popolo. L’ubicazione in pieno centro storico, come il 46,1%
degli impianti familiari di questo tipo per la lavorazione conto terzi,
fra il 1800 ed il 1900, secondo un’indagine della Comunità Montana zona
N Cermignano (Te), evidenzia che l’asse portante dello sviluppo
economico della società artigianale è il nucleo abitato che si attrezza
per soddisfare il consumo dell’area urbana. In loco, infatti, non viene
prodotto solo olio, ma oggetti in ferro legno e rame da veri e propri
virtuosi, personaggi che hanno animato con il loro lavoro i vicoli della
nostra città.
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Frantoio di via della Rocca. Foto di Osvaldo De Fabiis |
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Mille
voci, suoni cadenzati e rintocchi di campane si rincorrevano fra Sant’Anna,
la Misericordia e Sant’Antonio insieme al cicaleccio fitto fitto del
gioco della campana.
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Verso
la fine di ottobre, con il freddo alle porte, si rispolveravano preti e
bracieri; lu trappet di via della Rocca riapriva i battenti e tutt’intorno
cominciava ad aleggiare il denso profumo delle olive spremute: era il
momento dell’olio nuovo con il pane fresco e le patate cotte sotto la
cenere.
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Al
tramonto, fra l’andirivieni dei sacchi di olive, sotto le nere volte del
frantoio, il fuoco proiettava un magico teatrino di ombre sui mattoncini
delle pareti; in vena di confidenze, tra una salsiccia alla brace ed un
bicchiere di vino, si facevano due chiacchiere sui trucchi del mestiere
ed i raccolti memorabili, mentre si aspettava l’olio da portare a casa.
Puntuale mio nonno Fernando arrivava con la “provvista” dentro le
damigiane, subito sistemate in cantina vicino alla legna ed alle
bottiglie di pomodoro.
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Il
progresso tecnologico si sa non conosce soste, ma le antiche origini
della frangitura hanno lasciato traccia di sé nell’etimo del nostro
blasonatissimo trappet, che ci riporta all’antica Grecia, alla tràpeza,
il latino trapétum, pietra sottoposta al macino, usata, appunto, per
spremere le olive. Alcuni dei modelli più antichi del V secolo a.C. sono
stati portati alla luce nei pressi di Olinto; il pensiero della Grecia
evoca il ricordo del mitico professore Pino Faranda, grande estimatore
della nostra cucina, dalla cui raccolta “Gastronomia teramana”
apprezziamo questa gustosa ricetta, tipico piatto servito ai lavoranti
del frantoio.
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