La Nostra copertina: Camillo Fait nasce a Milano dove ha modo di seguire le lezioni di Aligi Sassu e l’influenza del Maestro è ancora visibile nel suggestivo uso espressionista del colore. Inizia come scultore e decoratore di ceramica per poi passare alla pittura che è attualmente la sua attività predominante. Ha partecipato a diversi concorsi a carattere nazionale riscuotendo premi e segnalazioni. Sue opere si trovano in collezioni in Italia e in Finlandia, Portogallo, Olanda, Francia e Germania. Attualmente ha aperto uno studio che è insieme Galleria d’Arte Contemporanea in via Castorani 7/9 a Giulianova alta. Marialuisa De Santis
Rivista "Madonna dello Splendore n.25
Giulianova, 22 aprile 2006
Stampato da Media 085.8071422
Mosciano Sant'Angelo.

 

     

Con la presente pubblicazione si festeggia il venticinquesimo anniversario della rivista della "Madonna dello Splendore" di Giulianova

Santa Maria a Mare. Il portale
 
di Stefania Segreti
Foto di Pierino Santomo
 
Le più recenti informazioni sul portale in questione vanno rinvenute nel volume intitolato Dalla valle del Fino alla valle del medio e alto Pescara edito nel 2003, ormai sesto contributo di un lungo progetto editoriale risalente agli anni Ottanta del secolo scorso. Vari sono gli spunti offerti da questa ultima opera a partire dal ricco apparato fotografico che da sempre contraddistingue la bellissima collana dei Documenti dell’Abruzzo teramano e del quale ci serviremo, in questo scritto, per istituire confronti e proporre eventuali ipotesi.
Del tutto indirette ma decisamente illuminanti si presentano le notizie riguardanti il portale di Santa Maria a Mare accomunato a quello della chiesa di Santa Maria in Colleromano esistente a Penne, da precise caratteristiche di stile e da una similare stesura iconografica[1].
S. Maria a Mare, Giulianova, Portale (particolare)
 
Quest’ ultimo, ci appare infatti una sorta di modello iniziale rispetto a quello giuliese sviluppatosi con una maggiore disinvoltura ornamentale e da un assetto più armonico e definito anche nelle varie parti dell’opera, come se le maestranze e un ignoto operatore di quell’epoca, avessero adottato, sulla base di un prototipo precedentemente sperimentato, una variante visivamente più leggera nel riprendere il consueto connubio tra mondo vegetale e animale, nel sistemare secondo una grammatica decorativa dialetticamente più compiuta tralci, festoni, capitelli[2].
In tali esemplari le differenze sono minime riscontrabili nella diversa posizione della Madonna
con il Bambino poste in entrambe le lunette dei due portali, nella esatta replica delle formelle
situate nell’intradosso dei due archi, varianti fra loro per un maggior numero di inserti floreali rispetto a quelli figurati, nei vari girali differentemente ornati[3]. Vorremmo introdurre questa nostra breve analisi basandoci non necessariamente sulle analogie o differenze, ravvisabili evidentemente nel confronto diretto dei molteplici manufatti della cosìddetta Scuola Atriana, quanto piuttosto su di un fondante principio di ripetitività, istituito tra la fine Ottocento e l’inizio del secolo successivo dallo storico dell’arte viennese Alois Riegl caratterizzante tutta l’arte decorativa[4].
S. Maria a Mare, Giulianova, Portale (particolare)
 
Lo studioso inserisce questo tema, dall’andamento stereotipato, poco incline ai mutamenti di uno stile personale, e per questo minoritario, in un contesto storico amplissimo riannodando insieme i «fili tagliati in mille pezzi» partendo dalla lontanissima preistoria per poi passare attraverso le civiltà preclassiche medio orientali (Egitto, Mesopotamia), nella Grecia arcaica, classica ed ellenistica, a Roma e nella tarda Antichità per esser poi ereditato dalla civilizzazione bizantina ed islamica, sino al Rinascimento europeo.
In questo lungo viaggio egli ripercorre, con dinamiche e successivi sviluppi, il complesso evolversi di questa specifica modalità espressiva attribuendogli una dignità pari a quella delle arti figurative[5].
Il dispiegarsi di una morfologia e di una sintassi dell’elemento vegetale, che dal papiro passa dal loto alla palmetta, all’acanto e all’edera, ci offre l’opportunità di ritornare al nostro ambito locale introducendo, tra le argomentazioni finora esposte, l’operato di Ignazio Carlo Gavini. Attento studioso, della cultura abruzzese ha il pregio di aver riportato in auge le testimonianze architettoniche del nostro passato, dall’anno Mille al Cinquecento, ma anche quello di aver condotto, con molto perizia una indagine accurata dell’arte decorativa esistente in quel periodo[6]. Egli infatti, costruisce a poco a poco un vocabolario ornamentale molto ricco, del quale si serve per rintracciare artefici, scuole e stili differenti del passato.
S. Maria a Mare, Giulianova, Portale (particolare)
 
A questo proposito, prenderemo in esame la palmetta atriana un motivo molto ricorrente nel lessico di Gavini, presente nel portale di Santa Maria a Mare in quello di Colleromano e in altri manufatti ancora[7]. Elemento inconfondibile della Scuola Atriana appunto che all’inizio del Trecento, in una nuova ripresa dell’attività edilizia ecclesiastica e civile, genera la foglia di palma la quale precisa l’autore “raramente è stilizzata a masse che la facciano somigliare all’acanto spinoso[8]”. Un chiaro passaggio dalla natura all’arte in cui lo studioso individua “un nuovo genere di palma che ha qualche somiglianza con la felce e prende forme caratteristiche della scuola di Atri che chiamerò palmetta atriana (perché costituisce un elemento che troveremo ripetuto nella maggior parte dei monumenti della scuola atriana) ha forme ristrette alla base e si sviluppa come un doppio pettine ai lati della nervatura centrale, allargandosi con frastagliature acute fino al ripiegamento, dove sembra cambiare natura[9]9. Vorremmo concludere commentando positivamente il lavoro svolto da Carlo Ignazio Gavini autore di una complessa vita delle forme ancora tutta da riscoprire.
Note
[1] Cfr. F. Aceto, Chiesa di Santa Maria in Colleromano, in “Dalla valle del Fino alla valle del medio e alto Pescara”, DAT VI, I, Teramo, Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, 2003, pp. 378-382; sempre nello stesso volume vedi F. Gandolfo, Madonna con il Bambino. Chiesa di Santa Maria in Colleromano. Penne, pp. 431-433.
[2] Si tratta della ghiera superiore del portale uguale a quella esistente nel secondo ingresso della cattedrale di Atri. Cfr. le fig. 544 e 545 del secondo volume di I. C. Gavini, Storia dell’Architettura in Abruzzo, Pescara, Costantini Editore, 1980. Vedi anche l’intervento di F. Bologna dal titolo Altar maggiore. Cattedrale di San Massimo. Penne, in “Dalla valle del Fino alla valle del medio e alto Pescara”, op. cit., pp. 406-417.
[3] Il portale di Santa Maria a Mare e quello di Santa Maria in Colleromano hanno ognuna diciotto diverse formelle. In quelle di Giulianova i riquadri floreali sono quattro, in quel­le di Penne sono invece otto.
[4] Alois Riegl nasce a Linz (Austria) nel 1858 muore prematuramente nel 1905. Pubblica nel 1891 Antichi tappeti orientali, nel 1893 da alle stampe Problemi di stile, dove sviluppa la storia analitica dell’arte decorativa.
[5]Cfr. la voce Ornato in “Enciclopedia Universale dell’Arte”, Novara, Istituto Geografico De Agostini, voll. X, coll. 237­272, curata principalmente da E. Battisti e contenente un ricco corredo di motivi e simboli ornamentali nelle coll. 266-270. Sempre in questo volume e precisamente nella prima foto posta in alto a sinistra della tav. 139, figura una finestra dell’abside della Chiesa di Saint-Pierre a Aulnay in Francia del XII secolo, dove possiamo notare dei complessi e filiformi intrecci vegetali nei quali si muovono alcune figurette umane, aventi una posa molto simile a quello che si arrampica, tutto solitario, a sinistra del racemo più grande posto nella Chiesa di Santa Maria a Mare di Giulianova e che ritroviamo anche nel già citato secondo portale di Atri.
[6] Si tratta della Storia dell’Architettura in Abruzzo, uscita nel 1927 per i tipi Bestetti e Tumminelli in soli due volumi e recensita da Armando Venè sulla rivista Architettura e arti decorative del 1928, A. VIII, nov., fasc.III, pp. 143-144. Per i riferimenti e citazioni successive ci serviremo dell’opera completa in tre volumi ristampata nel 1980 da Costantini Editore, Pescara.
[7] Gavini ha coniato una terminologia degli elementi decorativi e architettonici che ritroviamo nelle pagine dei tre volumi della sua Storia dell’Architettura. Ne ricordiamo alcune come la palmetta del martirio, la palmetta a pannocchia, la palma diritta quella ad acroterio.
[8]In Gavini, op. cit. p. 241-242. 9 Op. cit. p. 241.
[9] Op. cit. p. 241.