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- Rivista "Madonna
dello Splendore n.25
- Giulianova, 22
aprile 2006
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Stampato da Media 085.8071422
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Mosciano Sant'Angelo.
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Riccardo Celommi: quarta generazione
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di
una famiglia di artisti abruzzesi
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di Marialuisa De Santis
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Riccardo Celommi è, come si suol dire, un figlio d’arte. Il suo bisnonno
Pasquale (Montepagano 1851 - Roseto 1928) amico del cenobiarca di
Francavilla a Mare, Francesco Paolo Michetti, raggiunse un successo
addirittura clamoroso nel 1895, al Palazzo delle Esposizioni di Roma,
con l’opera Il Ciabattino, attualmente conservata nella Pinacoteca
Civica rosetana.
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La
giuliese Collezione Bindi di lui conserva invece, una freschissima ed
incantevole Lavandaia dalle braccia tornite e rosee. Ma probabilmente i
quadri più amati ed oggi ricordati di Pasquale Celommi sono quelli che
hanno come tema il mare e la sua gente. Alle albe e alle calde luci
pomeridiane aggiunse tocchi di colore che non si limitavano alla
riproduzione della realtà ma amplificavano sensazioni e legami nati da
una vera frequentazione della vita del mare. Pasquale Celommi, figlio di
pescatori, era infatti abituato a scrutare con attenzione il variare
dell’increspatura delle onde e dei colori marini e a godere di quella
natura ancora quasi totalmente incontaminata.
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Raffaello
Celommi (Firenze 1881-Roseto 1957) ripropose gli stessi temi paesaggistici
del padre in una pittura che oggi, a volte, si distingue a fatica: marinai,
lancette, paranze, donne in attesa del ritorno delle barche, con i piedi
scalzi, affondati nella sabbia e mare e collina avvolti in colori
“carezzevoli” che pure suggeriscono un po’ l’apprensione per ciò che da un
momento all’altro potrebbe compromettere la benevolenza climatica della
natura. Spesso è rappresentata la coralità del lavoro dei pescatori e magici
appaiono i gesti e le movenze dei corpi degli uomini, accordati, per
consuetudine antica, nel “rito” della raccolta delle reti o dell’inizio
della pesca. Nonostante Raffaello Celommi, schivo e riservato, si tenesse
lontano da mostre ed esposizioni, fu sollecitato da richieste che
pervenivano da tutte le parti d’Italia e quindi la sua produzione artistica
fu notevole non solo per qualità ma anche per quantità. |
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Raffaello Celommi (Firenze 1881-Roseto 1957) ripropose gli stessi temi
paesaggistici del padre in una pittura che oggi, a volte, si distingue a
fatica: marinai, lancette, paranze, donne in attesa del ritorno delle
barche, con i piedi scalzi, affondati nella sabbia e mare e collina
avvolti in colori “carezzevoli” che pure suggeriscono un po’
l’apprensione per ciò che da un momento all’altro potrebbe compromettere
la benevolenza climatica della natura. Spesso è rappresentata la
coralità del lavoro dei pescatori e magici appaiono i gesti e le movenze
dei corpi degli uomini, accordati, per consuetudine antica, nel “rito”
della raccolta delle reti o dell’inizio della pesca. Nonostante
Raffaello Celommi, schivo e riservato, si tenesse lontano da mostre ed
esposizioni, fu sollecitato da richieste che pervenivano da tutte le
parti d’Italia e quindi la sua produzione artistica fu notevole non solo
per qualità ma anche per quantità.
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Avvolto nei rossi, nei viola e negli azzurri, il paesaggio marino di
Luigi Celommi (Roseto degli Abruzzi 1933), sembra molto più “raccontato”
che realmente osservato, e i personaggi che vi appaiono finiscono per
tracciare una sorta di consapevole rechèrche evidenziata anche
dai titoli come per esempio “Mare d’altri tempi”. Ma forte e vigorosa
riaffiora in Luigi Celommi la tematica di una figurazione di impegno
umano e sociale, quella che aveva portato suo nonno ad opere come il
celeberrimo Ciabattino. Eccolo allora, convincentemente alle
prese con temi attualissimi: quelli della globalizzazione, del
terrorismo, della solitudine e della emarginazione degli anziani. Anche
Riccardo (Teramo, 1967) percorre la difficile strada della figurazione
contemporanea, che deve fare sempre più i conti con i nuovi e aggressivi
media. Non evita il paesaggio ma si discosta risolutamente dal
sentimento della tradizione romantica, è anzi attratto dalla possibilità
di riprodurre imprimendo alla tela un taglio e una luce fotografica. Il
mare a volte appare una stratificazione di bande colorate come pure il
paesaggio collinare, campiture orizzontali in cui si confrontano e
distendono tinte di terre e di vegetazioni. A volte l’orizzontalità è
completata da una flora che ristabilisce una sorta di più rassicurante
ordine razionale inserendosi quasi in un sistema di riferimento
cartesiano. La messa a fuoco può essere talmente perfetta e tersa da
generare immagini metafisiche in un clima di attesa e straniamento alla
Carrà. Così è per le sue barche lucenti, tirate a riva, ma prive di
qualsiasi umana presenza e comunque anche di “senso della materia”.
Scriveva De Chirico “Nella parola metafisica non vedo nulla di
tenebroso: è la bellezza priva di senso della materia che mi sembra
metafisica, e tanto più metafisici sono gli oggetti, quando per il
nitore delle tinte e l’esattezza delle proporzioni si trovano agli
antipodi d’ogni confusione, d’ogni nebulosità”.
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Non è
più la riproduzione della natura ma la riaffermazione dechirichiana
della assoluta autonomia dell’arte rispetto ad essa. Quando sulla sua
tela appare un pescatore, d’obbligo ma inadeguato l’accostamento con
quelli di Pasquale e Raffaello. Nessun rito collettivo, nessun armonico
accordo tra i fisici giovani e abbronzati e la generosa natura,
dispensatrice di cibo e quindi di vita, nessun paesaggio o abbigliamento
amorosamente dipinto nel desiderio, forse ingenuo, di esaltare la
propria terra e le proprie tradizioni.
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La
tela è altro e non risponde che alle esigenze dell’arte. Ma perde
Riccardo “il nitore delle tinte e l’esattezza delle proporzioni” quando
passa ad una pittura volta soprattutto alla figura umana. I colori si
fanno meno tersi e definiti, le forme si smembrano e si ricompongono
lasciando spesso spazio al ricordo di architetture rinascimentali o
orientali, preziosi contenitori di corpi, volti, arti che stentano a
trovare univoca identità: una pittura figurativa di forti contenuti
psichici, mitici e culturali. In Percorsi della figura ha scritto
Ruggero Savinio, pittore e scrittore, nipote del citato De Chirico: “ Le
belle figure intatte e radiose! Era la stagione classica, sponda
perduta, paradiso di un’integrità dalla quale le figure sono ormai
escluse per sempre (….). Adesso le figure si impigliano nello sfondo, vi
restano avviluppate tanto da non riuscire ad emergerne completamente, ma
giacciono semi affondate nel groviglio dei colori e in quella che i
pittori chiamano materia”.
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Pur
essendo la sua una pittura completamente diversa c’è la stessa ansia,
insoddisfatta, a definire e trovare, con coerenza estetica, la figura:
Savinio cerca di farla affiorare dall’ombra, Celommi da una babele di
visioni più mentali che sentimentali. Una cascata di rossi e di azzurri
aumenta la tensione dei suoi quadri: un senso di vertigine ci impedisce
di decodificarne a pieno il senso e diventa ammissione sconsolata della
fine della metafisica. È pittura postmoderna: negazione del senso della
storia, dell’unicità, della fiducia nella scienza e nella tecnologia. In
queste opere Celommi si dibatte in un labirinto di riferimenti, di
modelli linguistici e di stimoli iconici, condizione per certi versi
affascinante ma che ovviamente a lungo andare crea il rischio di una
crisi di identità nel suo linguaggio artistico. Ecco allora che negli
ultimi anni Riccardo Celommi pazientemente e coraggiosamente ha iniziato
un altro tipo di pittura sempre volto al recupero della figura.
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A
partire dagli otto Ritratti in blu del 2003 la sua tela accoglie
immagini ridotte all’essenzialità, impossibili da identificarsi appieno
eppure diverse una dall’altra. Suggeriscono l’idea di negativi di foto
tessera: spontanea la riflessione sull’impossibilità di affermarsi
totalmente come chiara identità originale in un’era di globalizzazione
che anziché proporsi come accentuazione di sensibilità e di ascolto
delle differenze fa diventare il mondo un luogo senza luogo e un tempo
senza tempo. Il colore è, non a caso, rastremato: qui solo toni di
grigio bluastro che nella loro pochezza esprimono la difficoltà
dell’artista a comunicare certezze. Così Montale in una delle poesie più
note del nostro Novecento:
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“Non chiederci la parola che squadri
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da ogni lato
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l’animo nostro informe…
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Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
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sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
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Codesto solo oggi possiamo dirti,
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ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”
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Ancora postmoderna, comunque, in Riccardo, questa impossibilità di
andare oltre il “qui e ora”. All’origine del postmoderno si dice
comunemente ci sia anche la crisi del mito del progresso che inizia con
l’esperienza tragica delle due guerre mondiali. Questo induce per quanto
riguarda la riduzione dell’elemento cromatico compiuto nelle ultime
opere di Celommi a riflettere sulla finestra matissiana coperta di nero
(e siamo nel 1914) e alla rinuncia al colore di Picasso nella ormai
mitica Guernica che preannunciò la barbarie della seconda guerra
mondiale.
- Note
-
Giorgio De Chirico, Memorie della mia vita, Milano,
Rizzoli, 1962
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Ruggero Savinio, Percorsi della figura, Roma, La Cometa,
1992 3
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Eugenio Montale, Tutte le poesie, Milano, Mondatori, 1997
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