La Nostra copertina: Camillo Fait nasce a Milano dove ha modo di seguire le lezioni di Aligi Sassu e l’influenza del Maestro è ancora visibile nel suggestivo uso espressionista del colore. Inizia come scultore e decoratore di ceramica per poi passare alla pittura che è attualmente la sua attività predominante. Ha partecipato a diversi concorsi a carattere nazionale riscuotendo premi e segnalazioni. Sue opere si trovano in collezioni in Italia e in Finlandia, Portogallo, Olanda, Francia e Germania. Attualmente ha aperto uno studio che è insieme Galleria d’Arte Contemporanea in via Castorani 7/9 a Giulianova alta. Marialuisa De Santis
Rivista "Madonna dello Splendore n.25
Giulianova, 22 aprile 2006
Stampato da Media 085.8071422
Mosciano Sant'Angelo.

 

     

Con la presente pubblicazione si festeggia il venticinquesimo anniversario della rivista della "Madonna dello Splendore" di Giulianova

“Quell’albore infruttifera, si tagli e si metta nel fuoco”
 
di Lucia Palazzi
 
L’8 settembre 1792: questa la data della risposta di Re Ferdinando IV di Borbone ai giuliesi Flaviano Trifoni[1], Serafino Paolini ed Andrea Castorani[2]; i suddetti canonici (giuliesi), non contenti della condotta del priore celestino di Santa Maria dello Splendore, chiedevano la “grazia [...] finoché non” l’avessero “ottenuta” di mandare via dal monastero di Giulianova detta congregazione ed instaurare in sua vece l’ordine dei Filippini[3].
La risposta del re rimette al vescovo di Teramo, Luigi Maria Pirelli[4], l’accertamento sull’autenticità ed attendibilità di quanto riportato nell’oratoria della supplica - qui di seguito riportata - per poi procedere a riguardo[5].
Una prima risposta, firmata da Ferdinando Corradini[6] - a quel tempo segretario di Stato per gli Affari ecclesiastici - è conservata, unitamente al ricorso, in un plico cartaceo conservato nel fondo dell’Archivio Vescovile di Teramo[7].
La supplica offre l’opportunità di fare qualche considerazione sul XVIII secolo con occhio attento alla storia monastica celestina e di riflettere sulla vita del priorato giuliese non affatto distante dalla situazione monastica italiana.
Particolare c.2r. sottoscrizioni autografe, supplica
(sec. XVIII), Archivio Vescovile di Teramo
Un secolo difficile il Settecento, in questo periodo le diverse congregazioni monastiche avevano raggiunto il massimo della propria vitalità sia quanto ad espansione geografica sia quanto ad incisività nella vita religiosa e sociale della Penisola. Nella congregazione Celestina sono presenti gli elementi comuni del monachesimo italiano del Settecento: la prevalenza degli aspetti istituzionali e giuridici, la celebrazione dei fasti e delle glorie dell’ordine, il carattere largamente competitivo, in fatto di precedenze, priorità e privilegi, la corsa a titoli e dignità per il decoro dell’istituzione, lo sforzo per incrementare le rendite onde provvedere alla manutenzione ed al restauro degli edifici[8].
Nell’attenta retorica del testo della supplica si trovano forse motivazioni ben più remote e complesse, che i canonici della Collegiata di San Flaviano denunciano pur cercando di focalizzare tutta l’attenzione sul poco zelo dei celestini giuliesi. I Celestini “malamente zappano la vigna di Dio” e la popolazione giuliese è afflitta. Il priore celestino Giuseppe Maria Pardi[9] “unico di Famiglia” e “unico ancora ad usufruttare” della “grave” rendita di 600 ducati, più volte compare dinnanzi al Tribunale della Real Corte di Giulia, come risulta dalla documentazione d’archivio, per ottenere il risarcimento di debiti o riscuotere rendite non pagate al monastero. I beni posseduti dal monastero celestino di Santa Maria dello Splendore avevano un carattere spiccatamente fondiario ed eminentemente immobiliare; difatti, controllando i registri di entrate ed uscite, si constata come la rendita lorda annua derivasse per circa il 90% dai profitti tratti dalle terre in affitto o in diretta amministrazione, per lo più quasi sempre di natura seminativa; più scarsi, invece, risultano i profitti tratti da case o da interessi di natura mobiliare.
Era dunque nell’interesse di molti approfittare di quella circostanza per ottenere in maniera definitiva una sorta di condono, e “bramare darsi il Santuario in mano de’ Filippini”[10].
La conditio prima di grave insicurezza nei confronti della fede, sottolineata più volte dai canonici nell’esposto al re, era costituita principalmente dal ridotto numero della famiglia monastica celestina; il calo vocazionale che si registra nella seconda metà del Settecento risulta essere dato riscontrabile, ma la diminuzione delle vocazioni è da leggersi considerando anche la dispersione della documentazione di questo ordine religioso. Negli anni di maggior sviluppo e ricchezza del monastero di Santa Maria dello Splendore, come annota la Relatio ad limina[11] di Mons. Giulio Ricci nel 1590, la famiglia celestina giuliese era composta da: un monaco ed un converso; nelle risposte date al curato della Collegiata di San Flaviano per la compilazione del questionario che precede la Visita Pastorale del 1732, per la famiglia monastica celestina viene nominato solo il padre priore, che, in qualità di rappresentante dell’ordine partecipa solo alla processione del Corpus Domini ed a quella dell’Assunzione precedendo nella processione stessa gli altri Regolari.
Se si tiene conto che l’ordine nel corteo della celebrazione religiosa è strettamente legato all’au-torità che riveste la congregazione nella comunità di Giulia, sessant’anni prima della supplica deve ritenersi che i Celestini mantenevano ancora tale autorità.
Se il all’inizio del XVIII secolo il monachesimo non presenta alcun elemento differenziale nei confronti di quello del secolo precedente, di cui continua modelli e indirizzi, correnti ed istituzioni, lo ha invece al termine del secolo, a causa dei generali sconvolgimenti e delle ripercussioni della rivoluzione francese nella Penisola italiana.
Come ho avuto già modo di osservare, attraverso i documenti dell’archivio non si è ancora in grado di affermare se sia avvenuto l’accertamento del vescovo Pirelli, per questi problemi rimasti insoluti si rinvia ad una elaborazione futura, tuttavia può avanzarsi l’ipotesi della non accoglienza della richiesta dei canonici ciò lo si desume dal fatto che i Celestini usciranno dal monastero solo nell’anno 1807 in seguito ai provvedimenti delle soppressioni napoleoniche - infine, ritengo utile condividere alcune riflessioni verso le quali sto indirizzando la mia ricerca: possedevano i sottoscrittori della supplica “qualcosa” che i Celestini avrebbero potuto espropriare? e, se non avevano interessi personali regolarizzabili con l’espropriazione, poteva forse l’allentarsi del flusso di pellegrini al monastero dello Splendore danneggiarli, o danneggiare l’economia giuliese sulla quale la Collegiata aveva mire? perché il Re avrebbe ricevuto egli stesso vantaggio dal passaggio del monastero dai Celestini ai Filippini? o erano i Filippini stessi a spingere per questa transizione?
 
S. R. M.
 
Sire, e Vindice invitto della Santa Religione di Cristo. Si fondarono le Sagre Religioni, e si ricevettero dalla Cattolica Chiesa, non per abbellimento, e sua pompa, non per accrescere semplicemente il numero dei Soldati di Cristo: Si fu, e voi bene lo sapete, o Pietosissimo Signore, si fu lo spirito dei [...] di più animare lo Zelo Apostolico, di Coltivare con più efficacia la vigna del Figlio di Dio a raccogliere il frutto inapprezzabile della santità; che qualunque Religione fosse infruttuosa pel culto divino, dovesse stimarsi inutile, vel abbominevole, così insegnandoci il Santo Vangelo: quell’albore sarà infruttifera, si tagli e si metta nel fuoco.
Havvi in Giulia Nuova padria dell’esponente un Monastero posseduto da PP. Celestini, e per speciale proteggimento del Cielo si venera in esso la gran Madre di Dio sotto il titolo dello Splendore tanto contraddistinta per le grazie, e per li prodigi; le genti delle vicine Province e del Regno, e della Marca vengono giornalmente a visitarla. Ma o Signore, quante ne vengono già favorite dalla Vergine, tornano sconsolate, che in un tale santuario non possono essere confessate, non possono sentire la parola divina non possono ne sentirvi più delle volte la Messa; poichè il Priore del Monastero unico di Famiglia, ed unico ancora ad usufruttare l’intera e grave rendita di ducati seicento in circa, non confessa, non predica e pochissime volte dentro l’anno dice Messa che per tale labilissimo zelo de Frati è divenuta debolissima la Fede dè devoti si è diminuito il concorso al santuario, nè può sperarsi, miglioramento, che quanti ne vengono de Monaci ad istanziarvi in questo luogo, peggiorano la loro condotta.
La Popolazione giuliese è in una somma afflizione in vedere, per mancanza de presenti operari, che malamente zappano la vigna di Dio essersi resa infruttifera; e se da operari nasce il frutto della vigna, l’unico espediente sarà la mutazione di essi.
Bramerebbero gran Padre di Pietà li oratori darsi quel Santuario in mano de’ Filippini, l’unico istituto de’ quali, l’unica professione, l’unica prattica si è non La Signoria, non la dignità non li rapporti al mondo; ma il fervoroso Zelo delle anime colle prediche, e colle confessioni, e con altre opere di cristiana pietà, che dovunque sono fondate le congregazioni di essi, li Abitanti del Paese ne risentono il bene Universale. Via Su Signore, voi che dovete muovere il zelo alla Fede, e dovete animarla date l’opportuno rimedio per riaccendere quel fuoco divino, che già si è estinto. Considerate, che Li vostri sudditi, quali voi dovete riguardare quale pupilla delli occhi vostri sono famelici del pane spirituale, e da altro non possono sperarlo non se da Voi. Degnatevi Sire, Si degnatevi di ascoltare Le suppliche di chi parla con sincerità di cuore, e del bene ne avrà questa popolazione per vostra benefica provvidenza; partecipe ne sarà la M.V. L’oratori cercan la Grazia, e la vogliono finoché non l’avran ottenuta saran sempre molesti a cercarla ad uno, che deve farla per gloria di Dio, per gloria della Madre di Dio e per aiuto di un Popolo afflitto, e sconsolato; e il tutto riceveran a grazia grande [ut] Deus.
Io D. Flaviano Trifoni Canonico Regio supplica come sopra.
Io Serafino Paolini supplico come sopra. Io Andrea Castorani supplico come sopra. Che la presente Supplica sia sottoscritta dai suddetti reverendi d. Flaviano canonico Trifoni, Serafino Paolini, ed Andrea Castorani, senza dubbio l’attesto io Regio notaio per totum Regnum Melchiorre Niccola Antonio de Panicis da Musiano, ed in Giulianova commorante, Richiesto hò segnato lode grande a Dio (S)|
Note
[1] Flaviano Trifoni compare come novizio nell’anno 1774 come si evince dalla Visita Pastorale di Mons. Sambiase in O. DI STANISLAO, Visite Pastorali a Giulianova nel corso dei secoli 1590­1918, Giulianova 1998, p.66; sarà poi canonico nel 1791, cfr. Libro Capitolare della Collegiata Chiesa di S. Flaviano, presso l’Archivio Parrocchiale di San Flaviano.
[2] Andrea Castorani risulta essere archivista nell’anno 1799 e poi arciprete dal 1802, questi dati si riscontrano nel Libro Capitolare della Collegiata Chiesa di S. Flaviano e nei Registri dei Matrimoni, presso l’Archivio Parrocchiale di San Flaviano; lo stesso arciprete Castorani all’indomani della soppressione nel 1807 avrebbe ospitato fino alla morte (1824) nella sua abitazione l’ultimo priore di Santa Maria dello Splendore. Cfr., C. DONATELLI, La chiesa della Madonna dello Splendore come era, “La madonna dello Splendore”, 3 (1984), pp. 6-10.
[3] Congregazione dell’Oratorio di S. Filippo Neri o Oratoriani; cfr.
[4] Nato da nobile famiglia ad Ariano, chierico regolare Teatino, consacrato il 24 febbraio 1777, vescovo di Teramo fino all’anno 1804 quando nel concistoro del 16 novembre, dello stesso anno, fu trasferito nella diocesi di Trani, dove morì il 13 luglio 1820. Per ulteriori notizie sul vescovo si cfr. Antonio Nuzzi e i vescovi aprutini, camplesi e atriani, a cura di M. CEROLINI, L. D’ANNUNZIO, E. DI GIOVANNANTONIO, D. STRIGLIONI NE’ TORI,S. Atto -Teramo 2000, pp. 60-61.
[5] Dell’accertamento poi effettuato dal vescovo L.M. Pirelli allo stato attuale non abbiamo ancora trovato conferma nei documenti d’archivio.
[6] F .Corradini (1731-1801) era stato nominato segretario di Stato per gli affari ecclesiastici quasi un anno prima, il 13 settembre 1791, chiamato a sostituire un ministro, il De Marco, che si era distinto per la politica anticurialista, col compito di pacificare una situazione da tempo in crisi. Incarico del Corradini: cambiare la politica dello Stato napoletano nei confronti della Chiesa, la cui alleanza era opportuna nella lotta contro la diffusione delle dottrine rivoluzionarie; per approfondimenti si cfr. S. DE MAJO, Ferdinando Corradini, Dizionario Biografico degli Italiani 29, Roma 1983, pp. 349-351.
[7] Archivio Vescovile di Teramo, Conventi, busta provvisoria; il fascicolo oltre alla risposta controfirmata dal Corradini ed alla supplica, qui trascritta, contiene anche un’altra lettera presentata dai canonici giuliesi a Maria Carolina d’Austria, i documenti costituiscono parte dell’appendice documetaria di un lavoro di prossima pubblicazione.
[8] Si veda G. PENCO, Aspetti e caratteri del monachesimo nel Settecento italiano, in Settecento monastico Italiano. Atti del I Convegno di studi storici sull’Italia Benedettina, Cesena 9-12 settembre 1986, a cura di G. FARNEDI e G. SPINELLI, Cesena 1990 (Italia Benedettina, 9) pp.13-33 e U. PAOLI, Fonti per la storia della Congregazione Celestina nell’Archivio Segreto Vaticano, Cesena 2004 (Italia Benedettina, 25) , p. 76. A. Cistellini, Oratoriani, in Dizionario degli Istituti di Perfezione,vol. VI, Roma, 1980, coll. 765-775.
[9] Dai documenti dell’ordine, relativi al monastero di Santa Maria dello Splendore, G.M. Pardi risulta esser priore dall’anno 1785 fino all’anno 1803.
[10] La Congregazione dell’Oratorio aveva tra gli impegni fonda­mentali il culto eucaristico e l’amministrazione dei sacramenti, con particolare riguardo alla Confessione. Numerose le case dei Filippini presenti tra XVI-XVIII secolo nella vicina Marca, non è da escludere, ma resta da approfondire, la volontà da parte di quest’ordine di entrare in terra di Giulia forte del sostegno dei canonici della Collegiata di San Flaviano. I canonici custodivano tra le reliquie della chiesa anche una “pezzolina intinta di sangue di San Filippo Neri; della quale mantenevano anche l’autentica spedita da Roma nell’anno 1706”, si apprende la notizia sempre dalle risposte al questionario del 1731, cfr. O. DI STANISLAO, Visite Pastorali a Giulianova, p. 35.
[11] G.DI FRANCESCO - C.D. CAPPELLI, Lo stato della Diocesi di Teramo negli anni 80 del secolo XVI- Relatio ad limina di Mons. Giulio Ricci (1590), “Aprutium” 1(1986) p. 24.