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- Rivista "Madonna
dello Splendore n.25
- Giulianova, 22
aprile 2006
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Stampato da Media 085.8071422
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Mosciano Sant'Angelo.
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“Quell’albore infruttifera, si tagli e si metta nel fuoco”
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di
Lucia Palazzi
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L’8
settembre 1792: questa la data della risposta di Re Ferdinando IV di
Borbone ai giuliesi Flaviano Trifoni,
Serafino Paolini ed Andrea Castorani;
i suddetti canonici (giuliesi), non contenti della condotta del priore
celestino di Santa Maria dello Splendore, chiedevano la “grazia [...]
finoché non” l’avessero “ottenuta” di mandare via dal monastero di
Giulianova detta congregazione ed instaurare in sua vece l’ordine dei
Filippini.
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La
risposta del re rimette al vescovo di Teramo, Luigi Maria Pirelli,
l’accertamento sull’autenticità ed attendibilità di quanto riportato
nell’oratoria della supplica - qui di seguito riportata - per poi
procedere a riguardo.
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Una
prima risposta, firmata da Ferdinando Corradini
- a quel tempo segretario di Stato per gli Affari ecclesiastici - è
conservata, unitamente al ricorso, in un plico cartaceo conservato nel
fondo dell’Archivio Vescovile di Teramo.
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La
supplica offre l’opportunità di fare qualche considerazione sul XVIII
secolo con occhio attento alla storia monastica celestina e di
riflettere sulla vita del priorato giuliese non affatto distante dalla
situazione monastica italiana.
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Particolare c.2r. sottoscrizioni autografe, supplica
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(sec. XVIII), Archivio Vescovile di Teramo
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Un
secolo difficile il Settecento, in questo periodo le diverse
congregazioni monastiche avevano raggiunto il massimo della propria
vitalità sia quanto ad espansione geografica sia quanto ad incisività
nella vita religiosa e sociale della Penisola. Nella congregazione
Celestina sono presenti gli elementi comuni del monachesimo italiano del
Settecento: la prevalenza degli aspetti istituzionali e giuridici, la
celebrazione dei fasti e delle glorie dell’ordine, il carattere
largamente competitivo, in fatto di precedenze, priorità e privilegi, la
corsa a titoli e dignità per il decoro dell’istituzione, lo sforzo per
incrementare le rendite onde provvedere alla manutenzione ed al restauro
degli edifici.
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Nell’attenta retorica del testo della supplica si trovano forse
motivazioni ben più remote e complesse, che i canonici della Collegiata
di San Flaviano denunciano pur cercando di focalizzare tutta
l’attenzione sul poco zelo dei celestini giuliesi. I Celestini
“malamente zappano la vigna di Dio” e la popolazione giuliese è
afflitta. Il priore celestino Giuseppe Maria Pardi
“unico di Famiglia” e “unico ancora ad usufruttare” della “grave”
rendita di 600 ducati, più volte compare dinnanzi al Tribunale della
Real Corte di Giulia, come risulta dalla documentazione d’archivio, per
ottenere il risarcimento di debiti o riscuotere rendite non pagate al
monastero. I beni posseduti dal monastero celestino di Santa Maria dello
Splendore avevano un carattere spiccatamente fondiario ed eminentemente
immobiliare; difatti, controllando i registri di entrate ed uscite, si
constata come la rendita lorda annua derivasse per circa il 90% dai
profitti tratti dalle terre in affitto o in diretta amministrazione, per
lo più quasi sempre di natura seminativa; più scarsi, invece, risultano
i profitti tratti da case o da interessi di natura mobiliare.
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Era
dunque nell’interesse di molti approfittare di quella circostanza per
ottenere in maniera definitiva una sorta di condono, e “bramare darsi il
Santuario in mano de’ Filippini”.
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La
conditio prima di grave insicurezza nei confronti della fede,
sottolineata più volte dai canonici nell’esposto al re, era costituita
principalmente dal ridotto numero della famiglia monastica celestina; il
calo vocazionale che si registra nella seconda metà del Settecento
risulta essere dato riscontrabile, ma la diminuzione delle vocazioni è
da leggersi considerando anche la dispersione della documentazione di
questo ordine religioso. Negli anni di maggior sviluppo e ricchezza del
monastero di Santa Maria dello Splendore, come annota la Relatio ad
limina
di Mons. Giulio Ricci nel 1590, la famiglia celestina
giuliese era composta da: un monaco ed un converso; nelle risposte date
al curato della Collegiata di San Flaviano per la compilazione del
questionario che precede la Visita Pastorale del 1732, per la famiglia
monastica celestina viene nominato solo il padre priore, che, in qualità
di rappresentante dell’ordine partecipa solo alla processione del
Corpus Domini ed a quella dell’Assunzione precedendo nella
processione stessa gli altri Regolari.
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Se si
tiene conto che l’ordine nel corteo della celebrazione religiosa è
strettamente legato all’au-torità che riveste la congregazione nella
comunità di Giulia, sessant’anni prima della supplica deve ritenersi che
i Celestini mantenevano ancora tale autorità.
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Se il
all’inizio del XVIII secolo il monachesimo non presenta alcun elemento
differenziale nei confronti di quello del secolo precedente, di cui
continua modelli e indirizzi, correnti ed istituzioni, lo ha invece al
termine del secolo, a causa dei generali sconvolgimenti e delle
ripercussioni della rivoluzione francese nella Penisola italiana.
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Come
ho avuto già modo di osservare, attraverso i documenti dell’archivio non
si è ancora in grado di affermare se sia avvenuto l’accertamento del
vescovo Pirelli, per questi problemi rimasti insoluti si rinvia ad una
elaborazione futura, tuttavia può avanzarsi l’ipotesi della non
accoglienza della richiesta dei canonici ciò lo si desume dal fatto che
i Celestini usciranno dal monastero solo nell’anno 1807 in seguito ai
provvedimenti delle soppressioni napoleoniche - infine, ritengo utile
condividere alcune riflessioni verso le quali sto indirizzando la mia
ricerca: possedevano i sottoscrittori della supplica “qualcosa” che i
Celestini avrebbero potuto espropriare? e, se non avevano interessi
personali regolarizzabili con l’espropriazione, poteva forse
l’allentarsi del flusso di pellegrini al monastero dello Splendore
danneggiarli, o danneggiare l’economia giuliese sulla quale la
Collegiata aveva mire? perché il Re avrebbe ricevuto egli stesso
vantaggio dal passaggio del monastero dai Celestini ai Filippini? o
erano i Filippini stessi a spingere per questa transizione?
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S. R. M.
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Sire,
e Vindice invitto della Santa Religione di Cristo. Si fondarono le Sagre
Religioni, e si ricevettero dalla Cattolica Chiesa, non per
abbellimento, e sua pompa, non per accrescere semplicemente il numero
dei Soldati di Cristo: Si fu, e voi bene lo sapete, o Pietosissimo
Signore, si fu lo spirito dei [...] di più animare lo Zelo Apostolico,
di Coltivare con più efficacia la vigna del Figlio di Dio a raccogliere
il frutto inapprezzabile della santità; che qualunque Religione fosse
infruttuosa pel culto divino, dovesse stimarsi inutile, vel abbominevole,
così insegnandoci il Santo Vangelo: quell’albore sarà infruttifera, si
tagli e si metta nel fuoco.
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Havvi
in Giulia Nuova padria dell’esponente un Monastero posseduto da PP.
Celestini, e per speciale proteggimento del Cielo si venera in esso la
gran Madre di Dio sotto il titolo dello Splendore tanto contraddistinta
per le grazie, e per li prodigi; le genti delle vicine Province e del
Regno, e della Marca vengono giornalmente a visitarla. Ma o Signore,
quante ne vengono già favorite dalla Vergine, tornano sconsolate, che in
un tale santuario non possono essere confessate, non possono sentire la
parola divina non possono ne sentirvi più delle volte la Messa; poichè
il Priore del Monastero unico di Famiglia, ed unico ancora ad
usufruttare l’intera e grave rendita di ducati seicento in circa, non
confessa, non predica e pochissime volte dentro l’anno dice Messa che
per tale labilissimo zelo de Frati è divenuta debolissima la Fede dè
devoti si è diminuito il concorso al santuario, nè può sperarsi,
miglioramento, che quanti ne vengono de Monaci ad istanziarvi in questo
luogo, peggiorano la loro condotta.
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La
Popolazione giuliese è in una somma afflizione in vedere, per mancanza
de presenti operari, che malamente zappano la vigna di Dio essersi resa
infruttifera; e se da operari nasce il frutto della vigna, l’unico
espediente sarà la mutazione di essi.
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Bramerebbero gran Padre di Pietà li oratori darsi quel Santuario in mano
de’ Filippini, l’unico istituto de’ quali, l’unica professione, l’unica
prattica si è non La Signoria, non la dignità non li rapporti al mondo;
ma il fervoroso Zelo delle anime colle prediche, e colle confessioni, e
con altre opere di cristiana pietà, che dovunque sono fondate le
congregazioni di essi, li Abitanti del Paese ne risentono il bene
Universale. Via Su Signore, voi che dovete muovere il zelo alla Fede, e
dovete animarla date l’opportuno rimedio per riaccendere quel fuoco
divino, che già si è estinto. Considerate, che Li vostri sudditi, quali
voi dovete riguardare quale pupilla delli occhi vostri sono famelici del
pane spirituale, e da altro non possono sperarlo non se da Voi.
Degnatevi Sire, Si degnatevi di ascoltare Le suppliche di chi parla con
sincerità di cuore, e del bene ne avrà questa popolazione per vostra
benefica provvidenza; partecipe ne sarà la M.V. L’oratori cercan la
Grazia, e la vogliono finoché non l’avran ottenuta saran sempre molesti
a cercarla ad uno, che deve farla per gloria di Dio, per gloria della
Madre di Dio e per aiuto di un Popolo afflitto, e sconsolato; e il tutto
riceveran a grazia grande [ut] Deus.
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Io D.
Flaviano Trifoni Canonico Regio supplica come sopra.
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Io
Serafino Paolini supplico come sopra. Io Andrea Castorani supplico come
sopra. Che la presente Supplica sia sottoscritta dai suddetti reverendi
d. Flaviano canonico Trifoni, Serafino Paolini, ed Andrea Castorani,
senza dubbio l’attesto io Regio notaio per totum Regnum Melchiorre
Niccola Antonio de Panicis da Musiano, ed in Giulianova commorante,
Richiesto hò segnato lode grande a Dio (S)|
- Note
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Flaviano Trifoni compare come novizio nell’anno 1774 come si
evince dalla Visita Pastorale di Mons. Sambiase in O. DI
STANISLAO, Visite Pastorali a Giulianova nel corso dei secoli
15901918, Giulianova 1998, p.66; sarà poi canonico nel
1791, cfr. Libro Capitolare della Collegiata Chiesa di S.
Flaviano, presso l’Archivio Parrocchiale di San Flaviano.
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Andrea Castorani risulta essere archivista nell’anno 1799 e poi
arciprete dal 1802, questi dati si riscontrano nel Libro
Capitolare della Collegiata Chiesa di S. Flaviano e nei
Registri dei Matrimoni, presso l’Archivio Parrocchiale di
San Flaviano; lo stesso arciprete Castorani all’indomani della
soppressione nel 1807 avrebbe ospitato fino alla morte (1824)
nella sua abitazione l’ultimo priore di Santa Maria dello
Splendore. Cfr., C. DONATELLI, La chiesa della Madonna dello
Splendore come era, “La madonna dello Splendore”, 3 (1984),
pp. 6-10.
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Congregazione dell’Oratorio di S. Filippo Neri o Oratoriani;
cfr.
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Nato da nobile famiglia ad Ariano, chierico regolare Teatino,
consacrato il 24 febbraio 1777, vescovo di Teramo fino all’anno
1804 quando nel concistoro del 16 novembre, dello stesso anno,
fu trasferito nella diocesi di Trani, dove morì il 13 luglio
1820. Per ulteriori notizie sul vescovo si cfr. Antonio Nuzzi
e i vescovi aprutini, camplesi e atriani, a cura di M.
CEROLINI, L. D’ANNUNZIO, E. DI GIOVANNANTONIO, D. STRIGLIONI NE’
TORI,S. Atto -Teramo 2000, pp. 60-61.
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Dell’accertamento poi effettuato dal vescovo L.M. Pirelli allo
stato attuale non abbiamo ancora trovato conferma nei documenti
d’archivio.
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F .Corradini (1731-1801) era stato nominato segretario di Stato
per gli affari ecclesiastici quasi un anno prima, il 13
settembre 1791, chiamato a sostituire un ministro, il De Marco,
che si era distinto per la politica anticurialista, col compito
di pacificare una situazione da tempo in crisi. Incarico del
Corradini: cambiare la politica dello Stato napoletano nei
confronti della Chiesa, la cui alleanza era opportuna nella
lotta contro la diffusione delle dottrine rivoluzionarie; per
approfondimenti si cfr. S. DE MAJO, Ferdinando Corradini,
Dizionario Biografico degli Italiani 29, Roma 1983, pp. 349-351.
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Archivio Vescovile di Teramo, Conventi, busta
provvisoria; il fascicolo oltre alla risposta controfirmata dal
Corradini ed alla supplica, qui trascritta, contiene anche
un’altra lettera presentata dai canonici giuliesi a Maria
Carolina d’Austria, i documenti costituiscono parte
dell’appendice documetaria di un lavoro di prossima
pubblicazione.
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Si veda G. PENCO, Aspetti e caratteri del monachesimo nel
Settecento italiano, in Settecento monastico Italiano. Atti del
I Convegno di studi storici sull’Italia Benedettina, Cesena 9-12
settembre 1986, a cura di G. FARNEDI e G. SPINELLI, Cesena 1990
(Italia Benedettina, 9) pp.13-33 e U. PAOLI, Fonti per la storia
della Congregazione Celestina nell’Archivio Segreto Vaticano,
Cesena 2004 (Italia Benedettina, 25) , p. 76. A. Cistellini,
Oratoriani, in Dizionario degli Istituti di Perfezione,vol. VI,
Roma, 1980, coll. 765-775.
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Dai documenti dell’ordine, relativi al monastero di Santa Maria
dello Splendore, G.M. Pardi risulta esser priore dall’anno 1785
fino all’anno 1803.
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La Congregazione dell’Oratorio aveva tra gli impegni
fondamentali il culto eucaristico e l’amministrazione dei
sacramenti, con particolare riguardo alla Confessione. Numerose
le case dei Filippini presenti tra XVI-XVIII secolo nella vicina
Marca, non è da escludere, ma resta da approfondire, la volontà
da parte di quest’ordine di entrare in terra di Giulia forte del
sostegno dei canonici della Collegiata di San Flaviano. I
canonici custodivano tra le reliquie della chiesa anche una
“pezzolina intinta di sangue di San Filippo Neri; della quale
mantenevano anche l’autentica spedita da Roma nell’anno 1706”,
si apprende la notizia sempre dalle risposte al questionario del
1731, cfr. O. DI STANISLAO, Visite Pastorali a Giulianova,
p. 35.
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G.DI FRANCESCO - C.D. CAPPELLI, Lo stato della Diocesi di Teramo
negli anni 80 del secolo XVI- Relatio ad limina di Mons. Giulio
Ricci (1590), “Aprutium” 1(1986) p. 24.
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