La Nostra copertina: Camillo Fait nasce a Milano dove ha modo di seguire le lezioni di Aligi Sassu e l’influenza del Maestro è ancora visibile nel suggestivo uso espressionista del colore. Inizia come scultore e decoratore di ceramica per poi passare alla pittura che è attualmente la sua attività predominante. Ha partecipato a diversi concorsi a carattere nazionale riscuotendo premi e segnalazioni. Sue opere si trovano in collezioni in Italia e in Finlandia, Portogallo, Olanda, Francia e Germania. Attualmente ha aperto uno studio che è insieme Galleria d’Arte Contemporanea in via Castorani 7/9 a Giulianova alta. Marialuisa De Santis
Rivista "Madonna dello Splendore n.25
Giulianova, 22 aprile 2006
Stampato da Media 085.8071422
Mosciano Sant'Angelo.

 

     

Con la presente pubblicazione si festeggia il venticinquesimo anniversario della rivista della "Madonna dello Splendore" di Giulianova

Osvaldo De Fabiis: L’orto del tubo nero
 
Raccolta di poesie (inedite)
Lettera aperta
 
di Gabriele Di Cesare
 
Caro Osvaldo.
Io non so se, come Benedetto Croce scriveva a proposito di quella di Adolfo Borgognoni, l’essenza dell’arte in generale e della poesia in particolare consista nella disciplina e nella spontaneità.
Dell’arte non saprei dare nemmeno una definizione pur approssimativa. E non ti meravigliare di ciò, se lo stesso Croce riconosceva: “Alla domanda: - Che cosa è l’arte? - si potrebbe rispondere celiando (ma non sarebbe una celia sciocca): che l’arte è ciò che tutti sanno che cosa sia”.
Ed è sicuramente per questa ragione che di fronte al tuo L’orto del tubo nero mi sono ritrovato a non poter esprimere un giudizio, diciamo così, tecnico: non ho parametri letterari o formali o stilistici, che mi permettano di formulare un’opinione sensata sulla tua produzione lirica.
Eppure di letture poetiche ne ho fatte tante, dagli antichi ai contemporanei; in tutti cerco di scoprire e confrontare un verso, un’immagine, un pensiero, che mi aiutino a dare un senso più ordinato al quotidiano, al reale, alla vita.
Osvaldo De Fabiis,  Le dame di Gigino, acquaforte, 1995
 
Ho riletto negli ultimi tempi I vincitori olimpici di Pindaro (trad. italiana, commento e note di Gianbattista Gautier; Roma, Nella Stamperia del Komarek, 1762); le Opere di Benedetto Menzini (2 tomi; Firenze, nella stamperia di S. A. R., per li Tartini e Franchi, 1730 (?) e 1731); Il Canzoniere di Dante a cura di Marcus de Rubris (Torino, STEN - Società Tipografico-Editrice Nazionale, 1921 “Dantis amatorum editio”); ho riletto perfino la Pulzella di Orleans di Voltaire nella traduzione di Vincenzo Monti.
Ho letto anche diversi testi di critica; tra gli ultimi mi piace ricordare: la monografia A. Borgognoni Disciplina e spontaneità nell’arte di Benedetto Croce (Bari, Giuseppe Laterza & Figli, 1913); il Breviario di estetica ancora di Benedetto Croce (Bari, Giuseppe Laterza e Figli, 19479); e il volume antologico, ormai quasi completamente dimenticato, Il libro degli Artisti di Enrico Panzacchi (Milano, Tipografia Editrice L. F. Cogliati 1902), destinato a quanti “vogliono penetrare nella storia artistica d’Italia”.
Da queste letture, e anche da quelle non proprio recenti, afferenti soprattutto al mondo della filosofia, ho tratto una concezione personale dell’arte che mi è di stimolo più a livello pratico che speculativo; che ho assimilato per mia cultura e non per esprimere giudizi di valore sugli autori che leggo. Da tempo con Francesco De Sanctis ho concluso: “Materia dell’arte non è il bello o il nobile, tutto è materia d’arte: tutto ciò che è vivo: solo il morto è fuori dell’arte”.
Panzacchi, con il suo metodo “sperimentale” e con il suo stile semplice e piacevole, mi ha aiutato a “ricapitolare” una visione diacronica delle numerose teorie espresse da pittori, scultori, architetti e poeti intorno alla produzione artistica.
Croce mi ha fornito, ancor prima dei tempi dell’università, e non soltanto, ovviamente, per i testi appena ricordati, una Weltanschauung seria e articolata, con cui, indipendentemente dalla critica, dall’accettazione o dal rifiuto, mi sono ritrovato molto spesso a fare i conti.
Se non avessi conosciuto Croce, probabilmente non avrei letto una sola pagina di Borgognoni, un nostro conterraneo, la cui prosa invece merita molto di più che una lettura occasionale o distratta.
Osvaldo De Fabiis,  Annunciazione 47,
acrilico su tela, cm 35x45, 2002
Se non avessi “letto” Fedele Romani, mi sarei trovato nell’impossibilità di conoscere e considerare un mondo tutto particolare, presente in parte della letteratura memorialistica italiana dell’Otto e del Novecento, intriso di ricordi e di affetti familiari e regionali, di espressioni e saggezza popolari.
Quando mi avvicino a un “prodotto” d’arte, non importa che sia una pittura, una scultura, un brano di musica o un libro di poesia, lo faccio sempre con naturalezza; nel senso che, mentre vedo o ascolto o leggo, mi lascio prendere nelle mie facoltà e aspetto che esso mi dia un qualche stimolo alla riflessione, al diletto, al sorriso.
Se il meccanismo funziona, mi dispongo ad approfondire le tematiche e a vagliarne il probabile leit-motiv; a tentare, infine, di carpirne il segreto espressivo o stilistico.
Lettura soggettiva e arbitraria, dirai tu, e quindi non valida. Comprendo le tue eventuali perplessità, ma a me sta bene così, perché il ‘mio’ fruire dell’arte è limitato alla mia persona, non è destinato ad altri, neanche sotto forma di cronaca o di commento. Non credo molto nei canoni oggettivi e assoluti: di un autore non necessariamente mi piace tutto quello che egli ha prodotto; né mi piacciono sempre gli stessi brani.
Questo meccanismo, per quanto tortuoso, si è azionato quando ho letto le tue poesie. È stato uno dei segni importanti che mi ha spinto a rileggere. Ove non fossi stato adeguatamente motivato, avrei messo da parte la raccolta, e l’esperienza sarebbe rimasta senza seguito.
Invece ho “sentito” che dovevo tornarci sopra con una lettura più attenta, più aderente alla tua “urgenza” espressiva. E oggi avverto la necessità di manifestarti la mia opinione, soprattutto per spronarti a seguire l’ispirazione, se continuerai a sentirla.
Poesia singolare e difficile, quella tua, caro Osvaldo; ma non artefatta, non costruita; così almeno mi è sembrata. Poesia complessa, come, forse, è complesso il tuo mondo interiore, che tu manifesti con sorrisi tenui appena percettibili, con riflessioni improvvise, che nel prosieguo si rivelano significative, specie per chi è aduso a considerare la propria condizione esistenziale.
In questo senso il tuo piccolo volume è tutt’altro che imitazione di espressioni letterarie o di correnti poetico-artistiche; esso è davvero interpretazione del tuo universo esistenziale: dalla realtà che ti circonda (persone, paesaggi, cose) agli affetti familiari. Come tale, la tua poesia è originale; mai troppo dura, pur negli affanni quotidiani; mai tragica, pur nell’intima sofferenza.
Io non so dirti se la tua poesia sia bella o brutta; se il tuo stile sia scorrevole o difficoltoso. Posso dirti però che le tue pagine invitano alla ricerca di sé e alla riflessione, a partire da ciò che il “mondo” era per te nel momento in cui scrivevi, e non su ciò che esso era stato o sarà. Ho creduto di individuare l’unica eccezione nel raro emergere di nostalgie di affetti familiari, che tuttavia sembrano aver lasciato nel tuo animo tracce indelebili.
Come poeta hai voluto “comunicare” in un modo che direi legato principalmente alla tua coscienza e non al mondo esterno: di qui prende avvio la ricca poesia che parla di esperienze, che a livello oggettivo potrebbero essere definite piccole, ma che per te sono state (e sono?) molto importanti, se non proprio uniche, e quasi sem­pre irripetibili.
Mi riferisco, tanto per fare pochi esempi, alle liriche Tra sassi, Polvere di stella, Canto di vita, La mia terra (ma, ovviamente, anche a molte altre), in cui rievochi piccoli fatti di vita quotidiana, che tu inserisci in un’atmosfera di vivaci figurazioni e di intenso sentimento.
Molto piacevoli le immagini del sole che “ha appena finito / di tirarsi su a fatica dal mare”, e della farfalla che “… inventa, lieve, / i suoi sentieri su di me”; della terza ho gradito la maestosità dell’incipit: “Canto di storie di vita / tra blu antichi e antico tremore”; ho trovato la quarta carica di nostalgia di solidi affetti e di mesti rimpianti.
Non ritenere riduttiva questa esemplificazione: il mio dire vale per tante altre liriche: Via della vita, quadretto straordinariamente semplice e dolcemente affettuoso, dedicato a tuo padre; Flauto di Pan, delicatissima memoria di tua madre e di ogni madre: “Resta ancora un poco qui, / madre, / e parla al tempo e a me / del carro della vita”; Uomo, drammatica descrizione dell’esistenza di ciascuno: “E io, uomo di latta, / prigione senza tempo…”.
Non conoscendoti bene, non ho saputo “vederti” in poesie di stampo pessimistico come D’improvviso e Filastrocca a Fiocco di neve (che pure ho apprezzato per le allegorie capaci di molte e contrastanti sensazioni). Non perché io ti pensi un tipo allegro e spensierato, ma perché sono convinto che oggi hai una tua risposta alle due ricorrenti condizioni dell’uomo: il vuoto (“Hai dovuto celarti di niente”) e l’assenza di amore (“Piccola storia amata / di una bambina nata per caso”).
Caro Osvaldo.
Potrei scriverti molte altre cose a proposito del prezioso volumetto arricchito da immagini disegnate da mano maestra. Per evitare di diventare più pesante e noioso, ti esprimo un ultimo pensiero: ti sono grato per avermi permesso di leggere in anteprima le tue liriche, dalle quali ho tratto non pochi motivi di indagine e di riflessione.
 
                            Bellante stazione, 23 novembre 2001