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- Rivista "Madonna
dello Splendore n.25
- Giulianova, 22
aprile 2006
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Stampato da Media 085.8071422
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Mosciano Sant'Angelo.
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Osvaldo De Fabiis: L’orto del tubo nero
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Raccolta di poesie (inedite)
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Lettera aperta
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di
Gabriele Di Cesare
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Caro
Osvaldo.
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Io
non so se, come Benedetto Croce scriveva a proposito di quella di Adolfo
Borgognoni, l’essenza dell’arte in generale e della poesia in
particolare consista nella disciplina e nella spontaneità.
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Dell’arte non saprei dare nemmeno una definizione pur approssimativa. E
non ti meravigliare di ciò, se lo stesso Croce riconosceva: “Alla
domanda: - Che cosa è l’arte? - si potrebbe rispondere celiando (ma non
sarebbe una celia sciocca): che l’arte è ciò che tutti sanno che cosa
sia”.
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Ed è
sicuramente per questa ragione che di fronte al tuo L’orto del tubo
nero mi sono ritrovato a non poter esprimere un giudizio, diciamo
così, tecnico: non ho parametri letterari o formali o stilistici, che mi
permettano di formulare un’opinione sensata sulla tua produzione lirica.
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Eppure di letture poetiche ne ho fatte tante, dagli antichi ai
contemporanei; in tutti cerco di scoprire e confrontare un verso,
un’immagine, un pensiero, che mi aiutino a dare un senso più ordinato al
quotidiano, al reale, alla vita.
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Osvaldo De Fabiis, Le dame di Gigino, acquaforte,
1995 |
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Ho
riletto negli ultimi tempi I vincitori olimpici di Pindaro (trad.
italiana, commento e note di Gianbattista Gautier; Roma, Nella Stamperia
del Komarek, 1762); le Opere di Benedetto Menzini (2 tomi;
Firenze, nella stamperia di S. A. R., per li Tartini e Franchi, 1730 (?)
e 1731); Il Canzoniere di Dante a cura di Marcus de Rubris
(Torino, STEN - Società Tipografico-Editrice Nazionale, 1921 “Dantis
amatorum editio”); ho riletto perfino la Pulzella di Orleans di
Voltaire nella traduzione di Vincenzo Monti.
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Ho
letto anche diversi testi di critica; tra gli ultimi mi piace ricordare:
la monografia A. Borgognoni Disciplina e spontaneità nell’arte di
Benedetto Croce (Bari, Giuseppe Laterza & Figli, 1913); il Breviario
di estetica ancora di Benedetto Croce (Bari, Giuseppe Laterza e
Figli, 19479);
e il volume antologico, ormai quasi completamente dimenticato, Il
libro degli Artisti di Enrico Panzacchi (Milano, Tipografia Editrice
L. F. Cogliati 1902), destinato a quanti “vogliono penetrare nella
storia artistica d’Italia”.
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Da
queste letture, e anche da quelle non proprio recenti, afferenti
soprattutto al mondo della filosofia, ho tratto una concezione personale
dell’arte che mi è di stimolo più a livello pratico che speculativo; che
ho assimilato per mia cultura e non per esprimere giudizi di valore
sugli autori che leggo. Da tempo con Francesco De Sanctis ho concluso:
“Materia dell’arte non è il bello o il nobile, tutto è materia d’arte:
tutto ciò che è vivo: solo il morto è fuori dell’arte”.
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Panzacchi, con il suo metodo “sperimentale” e con il suo stile semplice
e piacevole, mi ha aiutato a “ricapitolare” una visione diacronica delle
numerose teorie espresse da pittori, scultori, architetti e poeti
intorno alla produzione artistica.
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Croce
mi ha fornito, ancor prima dei tempi dell’università, e non soltanto,
ovviamente, per i testi appena ricordati, una Weltanschauung
seria e articolata, con cui, indipendentemente dalla critica,
dall’accettazione o dal rifiuto, mi sono ritrovato molto spesso a fare i
conti.
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Se
non avessi conosciuto Croce, probabilmente non avrei letto una sola
pagina di Borgognoni, un nostro conterraneo, la cui prosa invece merita
molto di più che una lettura occasionale o distratta.
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Osvaldo De Fabiis, Annunciazione 47,
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acrilico su tela, cm 35x45, 2002
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Se
non avessi “letto” Fedele Romani, mi sarei trovato nell’impossibilità di
conoscere e considerare un mondo tutto particolare, presente in parte
della letteratura memorialistica italiana dell’Otto e del Novecento,
intriso di ricordi e di affetti familiari e regionali, di espressioni e
saggezza popolari.
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Quando mi avvicino a un “prodotto” d’arte, non importa che sia una
pittura, una scultura, un brano di musica o un libro di poesia, lo
faccio sempre con naturalezza; nel senso che, mentre vedo o ascolto o
leggo, mi lascio prendere nelle mie facoltà e aspetto che esso mi dia un
qualche stimolo alla riflessione, al diletto, al sorriso.
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Se il
meccanismo funziona, mi dispongo ad approfondire le tematiche e a
vagliarne il probabile leit-motiv; a tentare, infine, di carpirne
il segreto espressivo o stilistico.
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Lettura soggettiva e arbitraria, dirai tu, e quindi non valida.
Comprendo le tue eventuali perplessità, ma a me sta bene così, perché il
‘mio’ fruire dell’arte è limitato alla mia persona, non è destinato ad
altri, neanche sotto forma di cronaca o di commento. Non credo molto nei
canoni oggettivi e assoluti: di un autore non necessariamente mi piace
tutto quello che egli ha prodotto; né mi piacciono sempre gli stessi
brani.
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Questo meccanismo, per quanto tortuoso, si è azionato quando ho letto le
tue poesie. È stato uno dei segni importanti che mi ha spinto a
rileggere. Ove non fossi stato adeguatamente motivato, avrei messo da
parte la raccolta, e l’esperienza sarebbe rimasta senza seguito.
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Invece ho “sentito” che dovevo tornarci sopra con una lettura più
attenta, più aderente alla tua “urgenza” espressiva. E oggi avverto la
necessità di manifestarti la mia opinione, soprattutto per spronarti a
seguire l’ispirazione, se continuerai a sentirla.
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Poesia singolare e difficile, quella tua, caro Osvaldo; ma non
artefatta, non costruita; così almeno mi è sembrata. Poesia complessa,
come, forse, è complesso il tuo mondo interiore, che tu manifesti con
sorrisi tenui appena percettibili, con riflessioni improvvise, che nel
prosieguo si rivelano significative, specie per chi è aduso a
considerare la propria condizione esistenziale.
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In
questo senso il tuo piccolo volume è tutt’altro che imitazione di
espressioni letterarie o di correnti poetico-artistiche; esso è davvero
interpretazione del tuo universo esistenziale: dalla realtà che ti
circonda (persone, paesaggi, cose) agli affetti familiari. Come tale, la
tua poesia è originale; mai troppo dura, pur negli affanni quotidiani;
mai tragica, pur nell’intima sofferenza.
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Io
non so dirti se la tua poesia sia bella o brutta; se il tuo stile sia
scorrevole o difficoltoso. Posso dirti però che le tue pagine invitano
alla ricerca di sé e alla riflessione, a partire da ciò che il “mondo”
era per te nel momento in cui scrivevi, e non su ciò che esso era stato
o sarà. Ho creduto di individuare l’unica eccezione nel raro emergere di
nostalgie di affetti familiari, che tuttavia sembrano aver lasciato nel
tuo animo tracce indelebili.
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Come
poeta hai voluto “comunicare” in un modo che direi legato principalmente
alla tua coscienza e non al mondo esterno: di qui prende avvio la ricca
poesia che parla di esperienze, che a livello oggettivo potrebbero
essere definite piccole, ma che per te sono state (e sono?) molto
importanti, se non proprio uniche, e quasi sempre irripetibili.
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Mi
riferisco, tanto per fare pochi esempi, alle liriche Tra sassi,
Polvere di stella, Canto di vita, La mia terra (ma,
ovviamente, anche a molte altre), in cui rievochi piccoli fatti di vita
quotidiana, che tu inserisci in un’atmosfera di vivaci figurazioni e di
intenso sentimento.
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Molto
piacevoli le immagini del sole che “ha appena finito / di tirarsi su a
fatica dal mare”, e della farfalla che “… inventa, lieve, / i suoi
sentieri su di me”; della terza ho gradito la maestosità dell’incipit:
“Canto di storie di vita / tra blu antichi e antico tremore”; ho trovato
la quarta carica di nostalgia di solidi affetti e di mesti rimpianti.
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Non
ritenere riduttiva questa esemplificazione: il mio dire vale per tante
altre liriche: Via della vita, quadretto straordinariamente
semplice e dolcemente affettuoso, dedicato a tuo padre; Flauto di Pan,
delicatissima memoria di tua madre e di ogni madre: “Resta ancora un
poco qui, / madre, / e parla al tempo e a me / del carro della vita”;
Uomo, drammatica descrizione dell’esistenza di ciascuno: “E io, uomo
di latta, / prigione senza tempo…”.
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Non
conoscendoti bene, non ho saputo “vederti” in poesie di stampo
pessimistico come D’improvviso e Filastrocca a Fiocco di neve
(che pure ho apprezzato per le allegorie capaci di molte e
contrastanti sensazioni). Non perché io ti pensi un tipo allegro e
spensierato, ma perché sono convinto che oggi hai una tua risposta alle
due ricorrenti condizioni dell’uomo: il vuoto (“Hai dovuto celarti di
niente”) e l’assenza di amore (“Piccola storia amata / di una bambina
nata per caso”).
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Caro
Osvaldo.
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Potrei scriverti molte altre cose a proposito del prezioso volumetto
arricchito da immagini disegnate da mano maestra. Per evitare di
diventare più pesante e noioso, ti esprimo un ultimo pensiero: ti sono
grato per avermi permesso di leggere in anteprima le tue liriche, dalle
quali ho tratto non pochi motivi di indagine e di riflessione.
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Bellante stazione, 23 novembre 2001
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