La Nostra copertina: Camillo Fait nasce a Milano dove ha modo di seguire le lezioni di Aligi Sassu e l’influenza del Maestro è ancora visibile nel suggestivo uso espressionista del colore. Inizia come scultore e decoratore di ceramica per poi passare alla pittura che è attualmente la sua attività predominante. Ha partecipato a diversi concorsi a carattere nazionale riscuotendo premi e segnalazioni. Sue opere si trovano in collezioni in Italia e in Finlandia, Portogallo, Olanda, Francia e Germania. Attualmente ha aperto uno studio che è insieme Galleria d’Arte Contemporanea in via Castorani 7/9 a Giulianova alta. Marialuisa De Santis
Rivista "Madonna dello Splendore n.25
Giulianova, 22 aprile 2006
Stampato da Media 085.8071422
Mosciano Sant'Angelo.

 

     

Con la presente pubblicazione si festeggia il venticinquesimo anniversario della rivista della "Madonna dello Splendore" di Giulianova

Aria di mare, sanità di corpo.
La talassoterapia a Giulianova dall’Ospizio Marino
alla colonia “Rosa Maltoni Mussolini”
 
di Sandro Galantini
 
1. – La terapia fisica nel dibattito e nelle applicazioni di primo Ottocento
 
Vivace era stato, nel corso del primo Ottocento, il dibattito in ambito medico sui rimedi da utilizzare nella cura delle spesseggianti malattie infettivo-contagiose. Ancora lontani dalla scoperta degli antibiotici, e di fatto caracollante il cammino delle ricerche biologiche e microbiologiche, i rimedi prescritti, e sui quali si registrava una convergenza di opinioni, sarebbero rimasti ancora e per lungo tempo limitati a soluzioni tutto sommato palliative e poco efficaci nel contrastare la brutalità di patologie gravi e spessissimo esiziali, ascrivibili a situazioni di grave compromissione ambientale, ad inveterate abitudini di vita, alla mono e sottoalimentazione.
A fronte perciò degli inappaganti risultati conseguiti in una casistica ampia e articolata che comprende, ma non esaurisce, le febbri gastriche e intermittenti, il “cholera-morbus” e soprattutto la tubercolosi, tornò a proporsi la vis medicatrix naturae, cioè la terapia basata sul rafforzamento delle difese organiche da conseguire attraverso la sostituzione o l’aggiunta alla polifarmacia sintomatica di agenti fisici.
Le risorse naturali esistenti - mare, montagna, clima, sole - entravano così a pieno titolo nelle pratiche terapeutiche del tempo che, per diffuso convincimento, si riteneva giovassero a contrastare, se non a debellare, taluni stati morbosi tra i quali l’anemia, la tubercolosi polmonare, la malaria cronica e particolarmente la scrofola, una forma di  tubercolosi delle linfoghiandole superficiali.
Non si trattava, per vero, di una novità. Già Albinovano Cornelio Celso - in linea con analoghi orientamenti espressi da Plinio, Areteo di Cappadocia e molti altri ancora - aveva messo in relazione clima marino e tubercolosi, consigliando ai malati lunghi viaggi sul mare. E nel secolo XVIII, in un suo lavoro sulla Tabe Glandolare, Riccardo Russel aveva proposto l’acqua di mare come rimedio efficace, anticipando un lavoro del Cocchi, autore peraltro nel 1750 di un Trattato sui bagni di Pisa uscito per i tipi della Stamperia Reale di Firenze, avente ad oggetto una Dissertazione sopra l’uso esterno appresso agli antichi dell’acqua fredda sul corpo umano.
Minore, ma del pari risalente, era stata l’attenzione riservata all’elioterapia, attualizzata nel 1769 dall’aba-te Lazzaro Spallanzani che ne sosteneva l’azione battericida.
È, insomma, entro queste coordinate che, oltralpe, si collocano non solo una produzione scientifica progressivamente vivace afferente la climatoterapia montana, l’aeroterapia, le baropatie, la fotoelioterapia e la talassoterapia, che avrà nei vari Laënnec, Edwards, Miquel, Wiedasch, Lalessque, Guilbert i più accorti ricercatori e sostenitori, ma anche le prime prove di applicazione.
Nel 1818, infatti, i bambini poveri e linfatici di Nimes vengono inviati alle cure marine di Cette, e quattro anni dopo sorge uno stabilimento a Dieppe. Poco più tardi si attivano i primi sanatori alpini: quello di Goerbersdorf, in Slesia, fondato dal Brehemers e quello di Falkenstein sul Reno; ma anche in Norvegia, a Gansdal, sui Pirenei orientali e soprattutto a Davos, nell’Engandina, destinato a durevole e cosmopolita fama.

Regolamento dell’Ospizio Marino di Giulianova approvato dalla Congregazione di Carità di Teramo il 21 luglio 1904

 
Se il primo documento italiano riguardante la talassoterapia è costituito dal Regolamento per il buon servizio e il buon ordine dei bagni di mare approntato nel 1822 dal Governo Toscano, tuttavia sul piano delle realizzazioni concrete sarà Trieste a godere di un innegabile diritto di primogenitura inaugurando nel 1823 uno stabilimento galleggiante per bagni marini.
Due anni dopo anche Viareggio si dotava di una analoga struttura che, come quella triestina, non oltrepassava però i limiti di un generico approccio al problema. Ad accogliere e diffondere le più scaltrite esperienze rampollate all’estero saranno soprattutto il patavino Giuseppe Pianelli, autore nel 1833 di un Manuale dei bagni di mare, ed Augusto Guastalla, che nel suo Studio sull’acqua di mare edito nel 1842 sosteneva con maggior vigore l’efficacia della talassoterapia nella cura della scrofola, donde, nel 1849, la proposta avanzata da un medico-patriota successivamente morto di tisi, il livornese Edoardo Bargagli, di convertire uno dei lazzaretti presenti nella sua città in nosocomio marino per la cura della tisi ma anche delle malattie scrofolose e rachitiche sia negli adulti che nei bambini, secondo un progetto - purtroppo non portato ad esecuzione - che prevedeva il ricovero dei pazienti in camerette singole prospicienti il mare[1].
Maggiore fortuna avrà invece un altro medico egualmente toscano, il fiorentino Giuseppe Barellai, che aveva sostenuto, in una memoria letta all’Accademia medico fisica di Firenze nel 1853, l’assoluta necessità di inviare al mare gli scrofolosi e i rachitici, procurando di pubblicare l’anno successivo presso Le Monnier il volume Degli ospizi marini gratuiti per gli scrofolosi. Nello stesso anno il Barillai ­che avrebbe speso trent’anni della sua vita alla fondazione ed alla propaganda degli ospizi marini - istituiva a Firenze un comitato per la realizzazione di un ospedale pediatrico, riuscendo nel 1856 a condurre a Viareggio, con l’ospitalità offerta dalle terziarie dell’Ordine dei Servi di Maria presso il loro convento, i primi tre bambini affetti da scrofola per sottoporli a terapie basate su bagni di sole e di mare.
Finalmente il 14 ottobre 1861 fu posta la prima pietra dell’Ospizio vero e proprio alla presenza del principe di Piemonte e del duca d’Aosta, in rappresentanza  del re Vittorio Emanuele II, al cui nome la struttura sanitaria fu intitolata.
Agosto 1918. I bambini del primo turno
ospiti dell’Ospizio Marino di Giulianova
L’ edificio, poi noto come “Palazzo delle Muse” e progettato da Giuseppe Poggi, fu terminato nel 1869, affiancandosi ad un altro analogo nel frattempo sorto a Lucca. "Cominciarono chetamente - osservava Niccolò Tommaseo -le mandate dè teneri infermi a Viareggio, provvisti di vitto  sano; e i bagni regolati e ogni cosa: e il mare, che suole chiamarsi infido, rispose fedelmente alla buona opinione che di lui concepì la scienza e la carità, e in breve fece vedere, più che principii di guarigione, quasi prodigi di cure. Invitati dal buon esito, anco gli agiati ci vanno; e la retta non grave di lire sessanta, che pagan essi, è rinfranco ai più provetti". L’iniziativa del solerte medico toscano, che riceveva da subito l’autorevole avallo della prestigiosa società medico-chirurgica di Bologna trovando altresì entusiasti sostenitori in alcuni importanti clinici dell’epoca, dal torinese Giuseppe Berruti al veneziano Moisé Raffaello Levi al milanese Gaetano Pini, in un breve lasso di tempo sarebbe stata riproposta in altre località da appositi comitati cittadini mediante la raccolta di fondi e sovente col soccorso di enti pubblici[2]. È così che gli ospizi marini, dopo la Toscana, puntuano progressivamente la fascia marittima della Liguria, dove si attiva l’impianto di Voltri, e del Lazio (Anzio). Ma è soprattutto lungo le coste dell’Adriatico che si assiste alla straordinaria gemmazione di impianti talassoterapici. Dopo Trieste e l’altrettanto pionieristica iniziativa presa nel 1833 al Lido di Venezia, si avranno via via analoghe strutture a Porto Corsini di Ravenna, a Rimini, Riccione, Pesaro, Fano e infine - pretermettendo tutto il litorale adriatico centro-meridionale compreso tra le Marche anconetane e la Puglia barese -Santa Cesarea, in provincia di Lecce.
 
* Al dott. Alessandro Braccili, paziente e disponibile oltre ogni misura, vanno i miei ringraziamenti per la collaborazione offerta relativamente all’apparato iconografico.
Note
[1] Sulle iniziative toscane, cfr. Stefano Giampaoli, Vita di sab­bie ed acque. Il litorale di Massa. 1500-1900, Massa, Palazzo di S. Elisabetta, 1984.
[2] Le colonie della Toscana, Pisa, Ed. ETS, 1993.