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- Rivista "Madonna
dello Splendore n.25
- Giulianova, 22
aprile 2006
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Stampato da Media 085.8071422
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Mosciano Sant'Angelo.
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Personaggi di altri tempi
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La
mente eclettica di Gustavo Silvino
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di
Sergio Di Diodoro
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Mentre guardo le sue ditta saltellare, come agili ed esuberanti puledri,
sui tasti del piccolo “ddu botte” e mentre ascolto rapito il
coinvolgente ritmo di quelle note che si susseguono in un frenetico
gioco di accordi e di assonanze, incrocio per un attimo lo sguardo
magnetico di quest’uomo così particolare, direi a prima vista schivo,
quasi distaccato. Il continuo e ripetuto cadenzare del piede sinistro
sul pavimento e il movimento rotatorio del corpo che accompagna la
musica, come per esserne parte integrante, tradiscono la sua intima fuga
dalla realtà, quantunque temporanea, e il completo compiacimento
all’estasi di quei suoni variopinti. Una specie di abbandono mistico.
Così ho conosciuto Gustavo, ottantaquattro anni compiuti il 4 febbraio
scorso mentre, la notte dell’ultimo capodanno, intratteneva noi astanti
con il suo piccolo ma prezioso organetto (ne possiede quindici)
rievocando canzoni popolari e tradizionali.
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Mi
colpì la sua straordinaria vitalità. L’energia positiva che emanava
dalla sua persona si diffondeva nell’aria in maniera insolitamente
contagiosa. Ebbi la sensazione, poi suffragata da successivi
approfondimenti, che fosse un uomo eccezionale, capace di fare tante
altre cose, che non fosse, insomma, solo un bravo musicista. Dovevo
indagare.
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Trascorso capodanno, una domenica di gennaio 2006, Gustavo Silvino mi
accoglie, in compagnia di un amico comune, nel suo laboratorio poco
fuori Teramo. E’ un luogo strano, ove si respira aria di altri tempi. Il
locale è ampio, ma c’è poco spazio tra l’infinità di oggetti, macchine,
aggeggi, arnesi, attrezzi di ogni genere e misura, scatole, lampade
situate in posizioni strategiche perché illuminino in modo opportuno un
tavolo di lavoro non grande, situato al centro. “Questo è il mio trono”
esordisce Gustavo invitandomi a sedere al suo posto, per la durata
dell’incontro, mentre lui si muove con estrema agilità nel ridottissimo
spazio che resta. Poi apre un vecchio armadio di legno e mi mostra i
suoi quindici organetti, ognuno diverso dall’altro, custoditi con
religiosa cura all’interno, e mi spiega che ciascuno di essi è
utilizzato a seconda della circostanza che viene a crearsi. C’è quello
più sofisticato, per le serate importanti, quello andante per impartire
lezioni, quello da collegare all’impianto sterco che lui ha arricchito
creando un gioco di luci con dei fari di una vecchia auto riesumati per
l’occasione, e così via. Mentre mi mostra alcune sue ingegnose creazioni
(l’elegante scultura in legno di un carabiniere in divisa anni
cinquanta, tre “picchi”, uccelletti di legno che salgono e scendono
alternativamente beccando su un asse verticale di metallo — oggetto non
utilissimo, ma bellissimo, frutto di pura fantasia — un gioco di
prestigio con le carte che si avvale di una ingegnosa intelaiatura di
ferro da lui inventata e costruita), con dovizia di particolari e con
una punta di mesto rimpianto che traspare dagli occhi improvvisamente
lucidi, inizia a raccontarmi della sua infanzia. Mi parla della scuola
elementare di Putignano, del maestro Michelino Fioravanti, mai
dimenticato, del disegno del motociclista con gli occhiali e con la pipa
che gli valse un 9 agli esami di ammissione, del saluto romano che fece
uscendo dall’aula, del primo premio che vinse alla gara federale, come
fossero eventi di qualche mese fa, tanto sono vivi ancora nella sua
mente e fissi nella memoria. Mentre parla, in perfetto italiano, con
eleganza discorsiva e senza inflessioni dialettali, si schernisce ogni
tanto perché ritiene eccessivo e non giustificato il mio interesse nei
suoi confronti ed esagerato il mio proposito di pubblicare un servizio
sul suo multiforme ingegno. Convinto del contrario capisco che c’è
dell’altro, che la storia di Gustavo riserva continue sorprese e che
scoprirò tante cose. Passano pochi minuti e intanto viene fuori che la
sua straordinaria capacità di modellare, creare, modificare, inventare,
riparare trae antica e primitiva origine dalla costante frequentazione
dell’officina del padre fabbro, conduttore di macchine a vapore, e che
pure il fratello, che in Venezuela costruiva canne di fucile, aveva
acquisito analoga, ma non superiore, manualità. Ogni cosa incuriosiva il
piccolo Gustavo, destando i vivaci folletti della sua fantasia.
Riportava sulla carta, ignorando ancora le regole calligrafiche, le
scritte che vedeva sulle insegne delle botteghe, e creava lettere tanto
eleganti ed armoniose che il professore Daniele Saverio, calligrafo, non
tardò a scoprire e ad evidenziare le sue straordinarie potenzialità.
Ancora oggi, in occasione di importanti appuntamenti che prevedono la
compilazione ed il rilascio di pergamene ad autorità o personalità in
visita alla città, a Teramo, si ricorre alla preziosa opera di Gustavo
per la stesura dei testi, in virtù delle sue ormai celebri capacità
artistiche nell’arte grafica. Doti rimaste intatte nel tempo, come mi
dimostra prendendo tra le dita due matite della stessa lunghezza e
vergando su un foglio occasionale il mio nome ed il mio cognome che
sembrano così usciti dalla rotativa di una macchina stampatrice. I
caratteri sono elaborati, di dimensioni identiche, presentano eleganti
ghirigori, sono perfettamente allineati alla base del foglio, sembrano
dipinti lentamente ed accuratamente con un paziente e lungo lavoro
certosino, tipico dei miniaturisti medioevali, e invece tutto è frutto
di un rapidissimo tocco di mano, in piedi, con il foglio nella mano
sinistra appoggiato ad una panca e le matite nella mano destra. Davvero
strabiliante, penso, infilando il souvenir nella tasca della giacca a
futuro ricordo. Così, tra le righe, mi dice che a scuola disegnava il
volto del duce con soli quattro tratti di penna e che i compagni di
classe provavano invidia nei suoi confronti. “Si è vero, in disegno ed
in calligrafia non avevo rivali ma compenso - precisa quasi a scusarsi -
in chimica non andavo bene!”
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Mentre mi mostra le modifiche che ha apportato ad un’apparecchiatura
agricola che serve per separare le olive dalle foglie e dei rami, e
mentre mi spiega che spesso i motori utilizzati per la costruzione di
attrezzi simili li recupera da vecchie lavatrici o da macchine dello
stesso tipo, vola col ricordo al periodo in cui frequentava a Firenze la
scuola d’arte “Porta Romana”. Aveva quindici anni ed eccelleva negli
studi.
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Dopo
la caduta del fascismo il giovane Gustavo era disoccupato. Ma con una
punta di malcelato orgoglio mi racconta di quando e come riuscì a
trovare un’occupazione definitiva, che avrebbe svolto dal 1 aprile 1944
al 10 settembre 1984, assentandosi dal lavoro solo tre giorni in
quaranta anni, per un abbassamento di voce.
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Fu il
Preside dell’Istituto Tecnico Comi, Giuseppe Zozza, che volle rendere
tributo a questo giovane che, con la sua attività artistica, aveva dato
lustro alla scuola negli anni precedenti. Lo convocò con una lettera,
gli fece dattiloscrivere, a mo’ di esame, un foglio di nomina che altro
non era se non la sua stessa assunzione ufficiale all’incarico di
segretario, in sostituzione di tale Antonio Candelori, richiamato alla
armi. Fra la svolta della sua vita. Quel lavoro Gustavo avrebbe svolto
con estrema serietà e competenza per quattro decenni.
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Comprendo che quest’uomo poliedrico potrebbe raccontarmi migliaia di
episodi e affascinarmi sempre più con le sue doti di narratore e di
affabulatore. Faccio fatica a ricondurlo allo scopo della mia intervista
che è quello di aprire uno spaccato sulla sua molteplice attività di
artista, artigiano, musicista, poeta, grafologo, disegnatore, pittore,
scultore, inventore, abile riparatore. Mi cita ancora tale professoressa
Lupi di Campli, che lo ebbe allievo al Liceo Musicale “Braga” di Teramo
e un professor Di Sabatino che era insegnante di tromba. Nella sua mente
riemergono immagini del passato che la sua fervida memoria rimodella in
piccoli quadretti. Mi guardo ancora intorno nel composto ed irreale
disordine del laboratorio ove ogni cosa, per quanto appaia posizionata a
caso, non potrebbe trovarsi in luogo che le sia più adatto. E in quel
disciplinato marasma Gustavo si muove con elegante agilità, con la
delicatezza di un ragno sulla tela, trovando facili passaggi in spazi
strettissimi. Mentre sfiora con la spalla un fragilissimo contenitore di
vetro, senza urtarlo minimamente, mi porge tra le mani un mirabile
monocolo completo di treppiede, opera sua, in legno e metallo, e poi mi
indica con il dito un quadro appeso al muro che avevo scambiato per una
foto. E’ un suo disegno a matita di un vecchio cane scomparso in
passato, cui lo legava incommensurabile affetto. Ogni piccolo aggeggio,
in quel locale, ha una sua storia, una vita che lo lega
indissolubilmente al suo artefice.
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Uomo
schivo, mente eclettica, personaggio d’altri tempi, Gustavo vive nel suo
microcosmo senza eludere gli altri, tuttavia con un’autonomia che lo
rende completamente libero ed affrancato, come ogni artista, da
costrizioni o scelte obbligate. Percorre la sua strada, che iniziò a
tracciare a mani nude quando suonava la fisarmonica traendone due lire e
mezza di compenso, con coerenza e modestia, consapevole delle proprie
qualità, ma sempre pronto a metterle al servizio degli altri.
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Con
un po’ di mestizia esco dal laboratorio, ma mille altre cose avrei
voluto vedere, mille altre domande gli avrei voluto rivolgere. Mi
accompagna sull’uscio e mi invita a tornare. So che ho potuto conoscere
solo una piccola parte del suo mondo così particolare ed insolito del
quale mi ha mostrato, a tratti, alcune peculiarità. Ma mi resta dentro
la consapevolezza di aver conosciuto un uomo diverso, capace di spaziare
con la mente e con la fantasia in diversi campi dell’arte in piena
autonomia intellettuale, una sorta di Michelangelo dei nostri tempi,
artigiano di antica e rara manualità, difficile da incontrare nella
fredda e raziocinante società moderna, culla della mostruosa tecnologia
imperante.
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Gustavo non ha voluto, per suo espresso desiderio, rileggere questo
articolo prima della pubblicazione, fidandosi completamente di ciò che
avrei scritto. Mi auguro di avere in qualche modo rappresentato i
caratteri essenziali della sua versatile e polimorfa figura, rendendo
fruibile, almeno in parte, al lettore, il senso di grande meraviglia e
stupefazione che l’incontro ha suscitato nel mio animo.
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