La Nostra copertina: Camillo Fait nasce a Milano dove ha modo di seguire le lezioni di Aligi Sassu e l’influenza del Maestro è ancora visibile nel suggestivo uso espressionista del colore. Inizia come scultore e decoratore di ceramica per poi passare alla pittura che è attualmente la sua attività predominante. Ha partecipato a diversi concorsi a carattere nazionale riscuotendo premi e segnalazioni. Sue opere si trovano in collezioni in Italia e in Finlandia, Portogallo, Olanda, Francia e Germania. Attualmente ha aperto uno studio che è insieme Galleria d’Arte Contemporanea in via Castorani 7/9 a Giulianova alta. Marialuisa De Santis
Rivista "Madonna dello Splendore n.25
Giulianova, 22 aprile 2006
Stampato da Media 085.8071422
Mosciano Sant'Angelo.

 

     

Con la presente pubblicazione si festeggia il venticinquesimo anniversario della rivista della "Madonna dello Splendore" di Giulianova

SUL FILO DELL MEMORIA
L’ultimo presepio
 
di Cesare M. Conte
 
Non c’era grande tradizione di presepio, in casa nostra; e, per dirla tutta, neanche di albero di Natale. Dopo le vicissitudini della guerra, tra i mille pensieri e preoccupazioni di poter tirare avanti un giorno dopo l’altro, non trovava posto quello del presepio o dell’albero.
Quando fui più grandicello, a me e ad alcuni cugini venne l’idea di fare il presepio, ma in casa loro.
Avevo già visto, naturalmente, dei presepi, specialmente in chiesa, ma mi sembravano freddi ed inanimati; quando li guardavo mi prendeva uno strano sgomento, avevo come la sensazione di non riuscire ad entrare nella dimensione magica della rappresentazione.
Mi sembrava, insomma, di osservare una natura morta, non una scena di vita calda e coinvolgente; in fin dei conti, nasceva il figlio di Dio e un po’ d’aria di festa, forse, non avrebbe guastato.
Decidemmo, comunque, di dar vita al nostro presepio e cominciammo a darci da fare per cercare mattoni, carta, fil di ferro, ma soprattutto il muschio (l’erbetta), che, per nostra fortuna, trovammo in abbondanza in un sentiero che correva tra le pietre di un terreno incolto, di fronte allo zuccherificio (grosso modo, si trovava dove ora c’é la via Monfalcone).
Quando pensammo di avere tutto l’occorrente, cominciò la costruzione dell’opera; cominciarono, quasi subito, anche le discussioni tra me ed i miei cugini: loro, da una parte, convinti che il presepio “giusto” fosse quello visto in chiesa; io, dall’altra, ostinato come un mulo, che insistevo sul fatto che si trattava, sì, di una rappresentazione sacra, ma fatta di uomini, donne, animali, tutti impegnati a vivere la loro vita e che, perciò, non sarebbe stato disdicevole inserire nel paesaggio qualche cantina o qualche osteria.
L’ argomento forte che, infine, convinse i miei cugini fu che “Gesù si é fatto uomo tra gli uomini, ed é venuto in terra per vivere con loro e come loro, in un ambiente che nulla o poco ha di divino; anzi”.
Vinta la loro resistenza (anche perché ero più grande di loro), potei sbizzarrirmi nell’inventare le situazioni più strane.
L’anno dopo, misi la capanna della Natività in cima ad un monte altissimo, fatto di mattoni, carta, legno e fil di ferro; uno stretto sentiero partiva dalla base del monte e, serpeggiando lungo le balze del monte stesso, arrivava su uno spiazzo di fronte alla capanna.

Attorno alla capanna e lungo i fianchi scoscesi del monte, spolverai circa un chilo di gesso: quell’anno, sembrò che il povero Gesù dovesse nascere in cima all’Everest e che i Re Magi, per raggiungerlo, dovessero aver bisogno degli sherpa. Li aiutai, invece, io, spostandoli ogni giorno un poco più in alto: il 6 gennaio furono, immancabilmente, in vetta.
L’anno dopo, l’ultimo in cui feci il presepio con i cugini, mi impuntai nel voler costruire un laghetto, da cui l’acqua usciva formando una piccola cascata; più in basso, in un vaso di raccolta, misi una spugna per evitare inopportuni schizzi; una piccola pompa a batteria risospingeva l’acqua in alto, verso il laghetto.
Provai e riprovai tutta la struttura, finché tutto funzionò al meglio: era veramente una meraviglia.
Durante la notte, uno dei miei cugini, invidioso e scontento, versò farina, terra ed erbetta nel vaso di raccolta e riattaccò la batteria alla piccola pompa: nel giro di un paio d’ore, la pompa bruciò, intasata da una ignobile poltiglia.
Tanta fu la rabbia, che decisi di non cimentarmi più nell’impresa; anche i miei cugini abbandonarono, incapaci di fare da soli.
Solo molto tempo dopo, ormai padre di due bambini, mi riprese la smania di fare il presepio: l’albero che ogni anno allestivo per loro, carico di luci, nastri colorati, stelle e ninnoli lucenti, serviva a malapena come sfondo per le foto natalizie; ci voleva qualcosa che li meravigliasse, che facesse loro spalancare gli occhi per la sorpresa, che li rendesse partecipi della festa.
Si era a Natale del 1973 e lo schermo televisivo era pieno della guerra in Medio Oriente: si vedevano carri armati abbandonati in mezzo al deserto, gente armata che sparava, gente inerme che moriva.
Quella era la Palestina in quel momento (e ancora oggi é, purtroppo, così); e lì sarebbe nato, ancora una volta, il figlio di Dio.
Armato di sacro furore, afferrai una tavola di qualche centimetro di spessore; lungo il bordo inchiodai delle listelle di legno, sporgenti sul piano della tavola di un paio di centimetri. Riempii quel contenitore improvvisato di sabbia e creai il deserto.
Feci le dune ammonticchiando in alcuni punti più sabbia; usando due pezzi di specchio, feci due laghetti abbastanza distanti l’uno dall’altro, circondandoli di palme, felci e pietre; intorno a quella che doveva essere l’acqua disposi pastori, pecore, cani e un dromedario. Erano nate due oasi.
Sull’angolo in alto, verso destra, della tavola disposi la capanna della Natività: era una minuscola tenda da deserto in stoffa rigida di lino, tenuta in piedi da un telaio di legno; il lato frontale della tenda era arrotolato e legato in alto, in modo da consentire la visione dell’interno; quattro pezzi di spago legati a legnetti infissi nella sabbia, da una parte, e sugli angoli alti della tenda, dall’altra, fungevano da tiranti.
All’interno, alla debole luce di una lampadinetta nascosta in una specie di lanterna, avevano trovato posto i protagonisti dell’evento.
Ma era possibile che in una situazione di guerra, così piena di pericoli, Giuseppe e Maria si muovessero a piedi o in sella ad un asino?
Sicuramente, no; ed allora, ecco che parcheggiai di fianco alla tenda, il mezzo di locomozione probabilmente utilizzato: un sidecar.
Per trovare quel modellino ero andato apposta a Pescara; ma ne era valsa la pena: ora faceva bella mostra di sé nel presepio.
Mia moglie si scandalizzò per la mia irriverenza; i miei figli, invece, non riuscivano a staccarsi da quel tavolo delle meraviglie. Beata ingenuità.
Per le feste di Natale, parenti ed amici ebbero modo di vedere il “mio” presepio; nonostante l’atmosfera natalizia invitasse tutti ad evitare liti e discussioni, si divisero in due partiti: da una parte, gli entusiasti; dall’altra, i delusi: questi ultimi in straripante maggioranza. Poco mancò che rovinassi feste di Natale e collaudate amicizie.
Da allora non ho fatto più il presepio.