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- Rivista "Madonna
dello Splendore n.25
- Giulianova, 22
aprile 2006
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Stampato da Media 085.8071422
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Mosciano Sant'Angelo.
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SUL FILO DELL MEMORIA
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L’ultimo presepio
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di
Cesare M. Conte
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Non
c’era grande tradizione di presepio, in casa nostra; e, per dirla tutta,
neanche di albero di Natale. Dopo le vicissitudini della guerra, tra i
mille pensieri e preoccupazioni di poter tirare avanti un giorno dopo
l’altro, non trovava posto quello del presepio o dell’albero.
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Quando fui più grandicello, a me e ad alcuni cugini venne l’idea di fare
il presepio, ma in casa loro.
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Avevo
già visto, naturalmente, dei presepi, specialmente in chiesa, ma mi
sembravano freddi ed inanimati; quando li guardavo mi prendeva uno
strano sgomento, avevo come la sensazione di non riuscire ad entrare
nella dimensione magica della rappresentazione.
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Mi
sembrava, insomma, di osservare una natura morta, non una scena di vita
calda e coinvolgente; in fin dei conti, nasceva il figlio di Dio e un
po’ d’aria di festa, forse, non avrebbe guastato.
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Decidemmo, comunque, di dar vita al nostro presepio e cominciammo a
darci da fare per cercare mattoni, carta, fil di ferro, ma soprattutto
il muschio (l’erbetta), che, per nostra fortuna, trovammo in abbondanza
in un sentiero che correva tra le pietre di un terreno incolto, di
fronte allo zuccherificio (grosso modo, si trovava dove ora c’é la via
Monfalcone).
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Quando pensammo di avere tutto l’occorrente, cominciò la costruzione
dell’opera; cominciarono, quasi subito, anche le discussioni tra me ed i
miei cugini: loro, da una parte, convinti che il presepio “giusto” fosse
quello visto in chiesa; io, dall’altra, ostinato come un mulo, che
insistevo sul fatto che si trattava, sì, di una rappresentazione sacra,
ma fatta di uomini, donne, animali, tutti impegnati a vivere la loro
vita e che, perciò, non sarebbe stato disdicevole inserire nel paesaggio
qualche cantina o qualche osteria.
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L’
argomento forte che, infine, convinse i miei cugini fu che “Gesù si é
fatto uomo tra gli uomini, ed é venuto in terra per vivere con loro e
come loro, in un ambiente che nulla o poco ha di divino; anzi”.
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Vinta
la loro resistenza (anche perché ero più grande di loro), potei
sbizzarrirmi nell’inventare le situazioni più strane.
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L’anno dopo, misi la capanna della Natività in cima ad un monte
altissimo, fatto di mattoni, carta, legno e fil di ferro; uno stretto
sentiero partiva dalla base del monte e, serpeggiando lungo le balze del
monte stesso, arrivava su uno spiazzo di fronte alla capanna.
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Attorno alla capanna e lungo i fianchi scoscesi del monte, spolverai
circa un chilo di gesso: quell’anno, sembrò che il povero Gesù dovesse
nascere in cima all’Everest e che i Re Magi, per raggiungerlo, dovessero
aver bisogno degli sherpa. Li aiutai, invece, io, spostandoli ogni
giorno un poco più in alto: il 6 gennaio furono, immancabilmente, in
vetta.
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L’anno dopo, l’ultimo in cui feci il presepio con i cugini, mi impuntai
nel voler costruire un laghetto, da cui l’acqua usciva formando una
piccola cascata; più in basso, in un vaso di raccolta, misi una spugna
per evitare inopportuni schizzi; una piccola pompa a batteria
risospingeva l’acqua in alto, verso il laghetto.
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Provai e riprovai tutta la struttura, finché tutto funzionò al meglio:
era veramente una meraviglia.
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Durante la notte, uno dei miei cugini, invidioso e scontento, versò
farina, terra ed erbetta nel vaso di raccolta e riattaccò la batteria
alla piccola pompa: nel giro di un paio d’ore, la pompa bruciò, intasata
da una ignobile poltiglia.
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Tanta
fu la rabbia, che decisi di non cimentarmi più nell’impresa; anche i
miei cugini abbandonarono, incapaci di fare da soli.
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Solo
molto tempo dopo, ormai padre di due bambini, mi riprese la smania di
fare il presepio: l’albero che ogni anno allestivo per loro, carico di
luci, nastri colorati, stelle e ninnoli lucenti, serviva a malapena come
sfondo per le foto natalizie; ci voleva qualcosa che li meravigliasse,
che facesse loro spalancare gli occhi per la sorpresa, che li rendesse
partecipi della festa.
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Si
era a Natale del 1973 e lo schermo televisivo era pieno della guerra in
Medio Oriente: si vedevano carri armati abbandonati in mezzo al deserto,
gente armata che sparava, gente inerme che moriva.
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Quella era la Palestina in quel momento (e ancora oggi é, purtroppo,
così); e lì sarebbe nato, ancora una volta, il figlio di Dio.
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Armato di sacro furore, afferrai una tavola di qualche centimetro di
spessore; lungo il bordo inchiodai delle listelle di legno, sporgenti
sul piano della tavola di un paio di centimetri. Riempii quel
contenitore improvvisato di sabbia e creai il deserto.
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Feci
le dune ammonticchiando in alcuni punti più sabbia; usando due pezzi di
specchio, feci due laghetti abbastanza distanti l’uno dall’altro,
circondandoli di palme, felci e pietre; intorno a quella che doveva
essere l’acqua disposi pastori, pecore, cani e un dromedario. Erano nate
due oasi.
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Sull’angolo in alto, verso destra, della tavola disposi la capanna della
Natività: era una minuscola tenda da deserto in stoffa rigida di lino,
tenuta in piedi da un telaio di legno; il lato frontale della tenda era
arrotolato e legato in alto, in modo da consentire la visione
dell’interno; quattro pezzi di spago legati a legnetti infissi nella
sabbia, da una parte, e sugli angoli alti della tenda, dall’altra,
fungevano da tiranti.
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All’interno, alla debole luce di una lampadinetta nascosta in una specie
di lanterna, avevano trovato posto i protagonisti dell’evento.
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Ma
era possibile che in una situazione di guerra, così piena di pericoli,
Giuseppe e Maria si muovessero a piedi o in sella ad un asino?
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Sicuramente, no; ed allora, ecco che parcheggiai di fianco alla tenda,
il mezzo di locomozione probabilmente utilizzato: un sidecar.
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Per
trovare quel modellino ero andato apposta a Pescara; ma ne era valsa la
pena: ora faceva bella mostra di sé nel presepio.
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Mia
moglie si scandalizzò per la mia irriverenza; i miei figli, invece, non
riuscivano a staccarsi da quel tavolo delle meraviglie. Beata ingenuità.
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Per
le feste di Natale, parenti ed amici ebbero modo di vedere il “mio”
presepio; nonostante l’atmosfera natalizia invitasse tutti ad evitare
liti e discussioni, si divisero in due partiti: da una parte, gli
entusiasti; dall’altra, i delusi: questi ultimi in straripante
maggioranza. Poco mancò che rovinassi feste di Natale e collaudate
amicizie.
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Da
allora non ho fatto più il presepio.
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