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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 24
- Giulianova, 22
aprile 2005
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Stampato dalla Tipolito Braga
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di Giulianova Lido.
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Dialogo davanti San Pietro
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di F. BIASI
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La
chiesa di San Pietro in Giulianova, di recente si è arricchita di un
suggestivo altorilievo ligneo, opera dell’artista giuliese Osvaldo De
Fabiis che conosco da sempre e di cui sono amico. Ideato e realizzato in
bozzetto durante il 2002-2003 è stato portato alla grande dimensione
durante il 2004 dall’artista in collaborazione con alcuni suoi amici
scultori della Cooperativa “Scultori Gardena”
—
Unica, di Ortisei, nota località trentina.
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Sono
appena trascorse poche decine di giorni dal 26 e 27 dicembre giorni in
cui è stata collocata e l’8 dicembre, giorno in cui si è inaugurata la
bella e grande scultura. Posta sulla parete nord all’interno della
chiesa, raffigura la scena della pesca miracolosa riferita al capitolo
cinque del Vangelo di Luca. Mi fermo spesso a contemplare tra le righe
di questo complesso muoversi di volti, figure, scene, elementi strani,
volute, drappeggi, tagli, rotture, reti, pesci, corpi in torsione,
immagini vaghe, tutto un fermento di vita come d’altronde un miracolo,
quale quello rappresentato, è naturale che produca. D’impatto mi sembra
un po’ difficile cogliere il senso di ogni cosa, ma più lo osservo e più
sembra rivelarmi elementi che a prima vista si perdono nella massa,
velati. Sembra quasi che l’artista abbia voluto rendere il tutto non
immediatamente comprensibile per costringere chi guarda a soffermarsi un
po’ di più sui messaggi insiti e sui concetti che vi sono espressi. Mi
sembra una fortuna vedere il mio amico Osvaldo avvicinarsi, anche lui di
passaggio (non sarà che per un artista è difficile riuscire a staccarsi
dalle proprie opere?). Si, mi sembra proprio una provvidenza il suo
arrivo, nessuno meglio di lui può farmi dilatare un po’ lo sguardo su
questa bella e complessa scultura.
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Dopo
i caldi saluti, -ci vogliono per riscaldare un po’ il cuore in un
pomeriggio quasi gelido degli inizi del nuovo anno-ci sediamo egli
chiedo, con la grinta che mi caratterizza da sempre e che uso spesso con
gli amici più cari, di raccontarmi qualcosa di ciò che ha mosso questa
opera in lui, tutto sottovoce per non rovinare il religioso silenzio che
si respira nella chiesa di San Pietro davanti a questa opera in questo
pomeriggio di gennaio. Lo prendo sottobraccio e lo investo con le prime
domande.
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Osvaldo, raccontami come ha avuto origine quest’opera; mi piacerebbe,
sempre se puoi, che mi raccontassi anche qualche particolare che non hai
ancora detto a nessuno.
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Ero
venuto qua - comincia Osvaldo - per stare un po’ tranquillo, e
invece... Vuoi proprio sapere qualcosa di quest’opera? La storia non è
molto lunga, posso anche cominciare dall’inizio se ti và.
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Certo
che mi và, sono qui apposta per ascoltare.
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Nell’ottobre del 2001 mi è stato proposto da don Enio Lucantoni, parroco
della Parrocchia della Natività di Maria Vergine a Giulianova, di
pensare ad un’opera in altorilievo o ad una scultura che potesse
completare efficacemente il corpus figurativo della chiesa di S. Pietro
già ricco del crocifisso ligneo, della statua mariana anch’essa in legno
e della via crucis in terracotta inseriti nel percorso
artistico-liturgico della chiesa.
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La
proposta originaria, a dire il vero, risale a diversi anni fa, buttata
lì da don Enio per una riflessione nel tempo su cosa fosse opportuno
realizzare per la Chiesa di S. Pietro. Certo, all’inizio la cosa mi
affascinava ma allo stesso tempo mi impensieriva un po’ avevo già
provato a buttare giù qualche schizzo, qualche espressione del volto di
San Pietro, di Gesù, mi era balenata anche una soluzione di statua per
la piazza antistante la chiesa, ma poi non se ne è parlato più per
diversi anni, forse perché don Enio in qualche occasione l’aveva solo
pensato ad alta voce e io l’avevo raccolto.
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Questo lasso di tempo comunque, mi ha dato modo di maturare una serie di
pensieri che poi mi hanno tranquillizzato e aiutato nell’atto esecutivo
di questo altorilievo. Dopo aver realizzato vari schizzi preparatori e
dopo aver elaborato, come è normale per un’opera simile, varie
rivisitazioni al modello, nel maggio 2002 il bozzetto in terracotta era
stato portato a compimento: un bozzetto dalle dimensioni di circa un
metro per un’altezza di sessanta centimetri.
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È
stato sottoposto al confronto con diverse altre proposte, passato al
giudizio di vari rappresentanti della comunità, di sacerdoti ed infine
del Vescovo che ha dato il suo “placet” e sul quale abbiamo avviato la
realizzazione sulla grande dimensione.
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Hai
accennato ad una sorta di tranquillità sopraggiunta nel tempo e mi
sembra di intuire che non sia una cosa semplice concretare un’opera di
queste dimensioni. Cosa ti ha fatto rimanere maggiormente nella
tranquillità di fronte ad un impegno così complesso?
E’
stato il pensiero che mi ha animato poi per tutta la progettazione e la
realizzazione del bozzetto. Mi sono man mano sempre più convinto che
un’opera da realizzare per una struttura chiesastica (o anche per
qualsiasi altra realtà) deve essere, oltre che frutto dell’abilità
manuale o della concezione stilistico-intellettiva dell’autore, anche e
soprattutto frutto dell’intuizione che quel fermento nostro interiore
che chiamiamo Spirito può suscitare nel partecipare, in qualche modo,
alla vita della realtà cui ci si riferisce. A questo proposito, mi sono
recato spesso, nella chiesa di S. Pietro durante momenti importanti ma
anche in giorni di normalissima vita quotidiana, per cercare di cogliere
almeno qualche sfumatura di quel delicato soffio dello Spirito che vibra
nel cuore di una comunità viva.
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Ho
capito che non potevo (e non volevo) realizzare un’opera “solo mia” se
così si può dire, ma che questa che mi era stata offerta poteva essere
l’occasione di concretizzare un modo nuovo di sperimentare arte,
espressione di quell’amore che ci spinge agli altri, aperto,
partecipato, di quel senso di infinito che è in ciascuno messo in comune
e reso opera. Anche la scelta di condividere questa scultura con alcuni
amici scultori, è stata una scelta orientata a far sì che questa
divenisse un’opera di una comunità, anche di artisti. Certo,
l’ispirazione originaria è una, unica, e non è stato facile trasmettere
loro le sensazioni che io provavo, le espressioni che avevo intuito, il
senso di ogni minima linea che presupponevo, anche perché ognuno era
proveniente da una formazione umana e artistica differentissima, ma alla
fine, con la partecipata volontà di tutti, siamo approdati a questa
opera.
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Mi
piacerebbe entrare nel vivo delle cose che dici e della scultura che hai
portato a compimento. Mi dici qualcosa del senso di questa opera e di
come sono nati i vari concetti che hai voluto rappresentare?
Qualcosa posso dirti. Da Don Enio mi fu offerto di fare una riflessione
su un tema specifico: il Vangelo di Luca, capitolo V, versetti 4-7;
recitano così: Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il
largo e calate le reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo
faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola
getterò le reti” E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci
e le reti si rompevano. “Allora fecero cenno ai compagni dell’altra
barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due
le barche al punto che quasi affondavano” Iniziare una lunga riflessione
su questo capitolo è stato necessario. Si può affrontare un tema così
complesso solo immergendosi dentro la realtà che ci trascende.
Nell’arte, se è vera, c’è la possibilità di poter penetrare l’invisibile
che è scritto nelle cose, come ci insegnano i grandi artisti della
storia, e anche l’incomprensibile se si deve proporre la lettura di un
miracolo; ma tutto nella vita è un miracolo, non credi? Se ne può mai
parlare in modo superficiale? Io credo proprio di no . E i concetti?
Beh! Una prima valutazione ha riguardato la forma dell’opera; la
scelta dell’altorilievo mi è sembrata da preferire rispetto alla
scultura tutto tondo perché maggiormente rispondente alla possibilità
della narrazione catechetica del brano evangelico di riferimento e anche
del fermento di vita che si muove nella comunità parrocchiale. Mi
affascinano i bassorilievi narrativi che il mondo dell’arte ha da sempre
usato, per cui è stata una conseguenza quasi logica impostare l’opera
come una narrazione di eventi esplicativi reali, figurativi, ma anche
concettuali spaziando col pensiero alle varie fasi dell’arte, dalle
impostazioni classiche, alle medievali, su su fino ai giorni nostri.
All’atto realizzativo, la riflessione si è posata innanzi tutto
sull’avvenimento narrato nel brano del vangelo in sé, su quanto esso ha
prodotto nella storia della prima comunità fino ad oggi ed infine, su
cosa significhi quest’episodio per la Chiesa oggi.
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Sono
due le figure fondamentali su cui cade immediatamente l’attenzione
leggendo il brano del Vangelo: Gesù e Pietro. Quattro gli ulteriori
spunti di riflessione che hanno poi ispirato le scene dell’opera:
immediato emerge l’invito sicuro e amorevole di Gesù che ha visto la
disponibilità di Simone e gli propone: “Vai al largo, e getta le reti”.
Viene spontaneo poi fermare un attento sguardo sulla fatica del lavoro
notturno infruttuoso di Simone e dei suoi, e la fede immediata in Gesù:
“Sulla tua parola getterò (di nuovo) le reti” Poi, l’esplosione del
miracolo: “E avendolo fatto (mi viene in mente qui l’agire conseguente
di una fede pratica), presero una quantità enorme di pesci e le reti si
rompevano”.
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Infine mi sembra che non si possa far a meno di restare felicemente
coinvolti e sconvolti davanti alla risposta di Gesù, enormemente più
grande dell’agire umano: “...e riempirono tutte e due le barche al punto
che quasi affondavano”.
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Mi
sembra di intuire, vedendo la scultura, che hai voluto dividerla in due,
è una mia supposizione o è concepita proprio così? E come mai questa
scelta?
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Sì, è
proprio così. La composizione rappresentativa della scena evangelica
s’impernia sulla figura di Pietro, cui è dedicata la chiesa, che
certamente è posto in posizione centrale, quasi a tagliare in due il
pannello scultoreo.
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Nella
parte sinistra è raffigurato l’evento storico del racconto, dove Gesù,
figura di riferimento, con un gesto efficace e sicuro, indica a Pietro
di gettare le reti. La figura di Gesù è circondata, come in un alone, da
una serie d’immagini simboliche che ne narrano l’umanità e la divinità.
A proposito di questa narrazione, in basso a destra, è raffigurata la
natività. La nascita di Gesù è letta nell’abbraccio caldo della
maternità che si staglia in primo piano sotto la sua figura principale;
Maria è guardata nel suo atteggiamento materno ed accogliente, madre del
“Suo” Dio, ma anche madre che raccoglie in sé ogni maternità terrena.
Quindi, per lei, tutte le madri o potenziali madri. Sulla sinistra in
basso è rappresentato il volto di Lazzaro ancora preso tra le bende,
immediatamente dopo il suo ritorno alla vita (certamente uno dei
miracoli più sconvolgenti narrati dai vangeli). Si può leggere qui un
simbolo chiaro di Gesù autore, nel Padre, della vita:”...io sono la vita
dirà Gesù più tardi agli apostoli, e, insieme alla natività traccia
l’iter completo della sua vita terrena, compreso la resurrezione, senza
la quale, dice San Paolo, vana sarebbe la nostra fede. La figura di Gesù
si staglia dal fondo come ad indicarne la natura umana, ma allo stesso
tempo è incorporata in una trilogia di volti che ne simboleggiano la
natura divina. E’ chiaro il richiamo alla Trinità, ma anche all’essenza
trinitaria di cui ci parla San Giovanni: “ ... Dio è Amore”
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Bella
quest’immagine cui ti riferisci, ma spiegami un po’ meglio queste figure
quasi confuse che circondano e fanno da sfondo alla figura di Gesù.
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La
sintesi dell’Amore inscritto in ogni uomo, in quanto fatti ad immagine e
somiglianza di Dio, è simboleggiato negli sguardi impressi nei tre visi
cui ti riferisci.
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Il
primo simboleggia l’Amore intimo che è in ciascuno, quasi nascosto ed è
rappresentato dal volto posto in alto, con lo sguardo raccolto in sé,
poi c’è l’Amore che guarda all’altro in un atteggiamento di reciprocità.
Non esisterebbe Amore se non fosse rivolto all’altro; questo lo
simboleggia il secondo sguardo del volto a sinistra fissato verso la
figura di Gesù uomo, infine il terzo volto esprime l’Amore universale,
uno sguardo aperto alla comunità, agli eventi che si susseguono nella
storia, all’umanità, ed è questo il simbolo del terzo volto che guarda
verso il centro del pannello e della comunità radunata, in linea ed in
sinergia anche con lo sguardo di Gesù.
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Mi
sembra interessante l’espressione di Pietro, mi dici qualcosa di lui?
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La
figura di Pietro è colta nel momento in cui espone a Gesù la sua
perplessità. Da esperto pescatore è ben cosciente dell’inutilità,
secondo la logica umana, di una seconda pesca a giorno avanzato dopo una
notte di lavoro infruttuoso. Ho provato a mettermi nei panni di Pietro e
mi sembra di intuire che è lo stesso Gesù che lo aiuta, con i discorsi
poc’anzi fatti, con la penetrante sua parola, a fare un atto di fede più
forte della sicurezza umana. A volte nella vita ci viene chiesto di fare
un salto nel buio, di andare anche dove la ragione, per sua stessa
natura logica si rifiuterebbe di spingersi, ed il miracolo qui
interpretato è proprio uno di questi momenti per Pietro. Gesù gli
chiede, per amore, di fare un salto nel buio, oltre la ragione.
Ritornando alla scultura, con la mano destra, Pietro tiene le reti vuote
a dimostrazione della ragione, ma la sua mano sinistra aperta verso il
futuro indica la sua fede, e nella sua fede il frutto che ne deriva: la
Chiesa; “Beato sei tu Simone, perché non la carne e il sangue te lo
hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli” e “ Io ti dico che tu
sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. E’ fortissimo
il legame di continuità visiva tra lo sguardo di Pietro che cerca Gesù e
lo sfondo della chiesa, verso cui guarda, dove è collocato il
tabernacolo: legame tra una presenza reale storica nell’immagine di Gesù
del pannello scultoreo e la presenza reale eucaristica attuale.
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Ma il
miracolo, la scena del miracolo come mai è realizzata in modo quasi
secondario rispetto al complesso scultoreo? L’hai inserita dietro il
viso di Pietro con proporzioni minime, perché?
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È
vero, è una parte realizzata quasi in sordina, ma è perché, secondo me,
il miracolo in sé è secondario rispetto alla scelta di vita che Pietro e
gli altri discepoli fanno, a Gesù preme molto di più la nostra scelta di
vita, in fondo, ed è per essa che avviene il miracolo, non per nulla è
Gesù stesso a dire agli apostoli : “...farete cose più grandi di me ed
ancora: “...potreste dire a questa montagna “spostati” ed essa si
sposterebbe . In ogni modo il miracolo in sé è sempre un evento
straordinario, carico di vita, e questo mi sembra si possa leggere da
ogni movimento del bassorilievo. Dietro la figura di Pietro, in alto
sulla destra, è rappresentata la scena vera e propria del miracolo, con
le due barche che quasi affondano mentre i pescatori, in un’agitazione
incredula, tirano su le reti gonfie di pesci. Anche le vele mosse dai
venti e le acque crespe esprimono l’agitato fermento del momento
particolare di cui sono protagonisti.
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Che
cosa sono quei movimenti di materia che sembra fanno scomparire il piede
di Pietro?
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La
figura di Pietro è circondata da un movimento continuo della materia;
alcune onde quasi lo ghermiscono, preludio dell’episodio di Gesù che
cammina sulle acque e che invita Pietro a fare altrettanto. Dopo un
primo momento di certezza che lo sostiene, il dubbio lo aggredisce, ed
inizia ad affondare, ma di nuovo Gesù lo salva. Mi piace enormemente la
figura di Pietro, perché è un uomo, con i suoi limiti, i suoi difetti e
mi sembra ne emergano tanti dal vangelo, ma è anche un uomo che sa
riconoscerli come tali e ricominciare la sua storia con Gesù, per
l’immenso amore che ha per lui, e sappiamo poi fino a dove lo porterà
quest’amore.
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E’
una figura combattuta quella che il vangelo ci presenta di Pietro, non
certo remissiva, e comunque “roccia” ed è così che mi è sembrato di
identificare la robustezza della sua “passione per Gesù’ una roccia tra
i movimenti del mare su cui ha ben saldo il piede che avanza, che
cammina ed invita a camminare.
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La
scena di destra mi sembra molto più vicina alla nostra storia recente,
si legge bene il ritratto dell’attuale papa; è così?
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Sì.
Il tema della scena di destra del pannello parla della Chiesa nel suo
divenire storico: dietro la figura di Pietro, una serie di mitre e di
tiare si allargano nello spazio e nel tempo, simbolo del mandato agli
apostoli e della continuità del mandato petrino. Questa scena si chiude
con in primo piano, il volto del papa Giovanni Paolo II colto in un
abbraccio paterno e al contempo materno di un bimbo. Questo atto, che
rispecchia la scena di sinistra del pannello dove è rappresentato il
volto di Maria che stringe Gesù a sé, sta ad evidenziare la necessaria
duplice realtà della chiesa oggi nei suoi aspetti petrino e mariano. La
scritta: “Totus tuus” motto pontificale di Giovanni Paolo II, come
progetto del futuro della Chiesa, si avviluppa quasi nascosta attorno
alla figura del pontefice in un continuo crescendo d’impegno per la
Chiesa oggi.
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Mi è
sembrato opportuno inserire anche un riferimento ai momenti drammatici
dell’attentato al papa raffigurando sopra la sua figura una mitra quasi
spezzata, distinta dalle altre.
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Nella
scena sviluppata sotto il braccio di Pietro, invece, i pescatori sono
impegnati in una pesca ancor più miracolosa, se mai si può dire,
dell’episodio evangelico, una pesca che è per l’oggi e che visivamente
ingloba in sé l’assemblea riunita: è la comunità che si fa pesca e
pescato al contempo, in una compenetrazione d’intenti.
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Un
giorno, osservando dal fondo della chiesa la parete in cui dovrà essere
ospitato il pannello scultoreo, ho come intravisto, in continuità con
l’assemblea riunita, ciò che poi ho rappresentato nel bozzetto: una
schiera di persone che, come un albero, più riesce a immergere le sue
radici (raffigurate in basso a sinistra come una massa in divenire)
nella profondità dell’amore trinitario, tanto più i suoi rami e la folta
chioma (in alto a sinistra) divengono espressione della bellezza e del
futuro della Chiesa.
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Gesù
continua a rivolgere oggi il suo invito, personale e comunitario, ad
andare al largo e gettare le reti.
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A
ciascuno, sperimentare, nell’adesione al progetto personale di Dio, il
miracolo di ogni momento vissuto nella certezza della pienezza.
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Il
mio amico scultore mi fa un grande sorriso e capisco che forse l’ho già
trattenuto abbastanza.
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Forse
è il fascino della narrazione dell’arte o delle cose profonde della vita
che mi hanno portato a commuovermi un po’ ma a tratti, mentre mi
raccontava queste poche righe del mondo che ha voluto narrare, ho
sorpreso anche lui con gli occhi un po’ lucidi e gli ho chiesto il
perché. Un altro grande sorriso e il suo silenzio mi hanno fatto capire
che si può ascoltare la voce dell’anima e scoprirci l’infinito, e quando
si riesce a tradurre anche solo un soffio di questo infinito in
un’opera, non si può far altro che commuoversi.
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