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“A Gabriele Di Pietro e Marino Durante, per avermi dato
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gli strumenti adatti alla conoscenza dell’arte,
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ma soprattutto per la conoscenza degli uomini,
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cioè gli artisti. Perché, in ognuno di noi esso vive!”
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La
figura di
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Plinio De Martiis
di Walter DE BERARDINIS
Plinio De Martiis nasce a Giulianova all’una di notte del 30 ottobre
del 1920, nella casa di famiglia sita in via per Montone, una traversa
dell’odierna via Amendola. Primogenito di Guido e Olga Barnabei, ancora
ragazzino De Martiis lascia la nativa Giulianova alla volta di Roma, insieme
con i genitori e con la sorella minore superstite, avendone perso un’altra,
morta in giovanissima età. Il papà Guido, noto funzionario
dell’amministrazione comunale, appartiene ad antica e prestigiosa famiglia
locale, nella quale troneggia proprio il padre Pasquale De Martiis, avveduto
chimico e farmacista, creatore di importanti industrie locali e sindaco
della città, cui si deve la definitiva sistemazione di Piazza della Libertà
Dopo aver vissuto l’adolescenza e la guerra nella capitale, nel
periodo dell’occupazione e della ricostruzione dell’Italia Plinio De Martiis
conosce e quindi sposa Maria Antonietta Pirandello, figlia dello scrittore
Stefano (in arte Stefano Landi) e nipote del grande drammaturgo siciliano
Luigi. Ninnì, come confidenzialmente e affettuosamente viene chiamata Maria
Antonietta, gli darà due figlie.
Gli interessi di Plinio nei confronti della fotografia, ma anche del
cinema e del teatro, datano dall’adolescenza. Nella capitale ha modo di
meglio coltivare i suoi interessi e di entrare in contatto, insieme a
Franca Valeri, Carlo Mazzarella e Vittorio Caprioli, con il gruppo del
“Teatro dell’Arlecchino”, oggi Teatro Flaiano, luogo assai prestigioso
essendo stato frequentato da De Chirico, Moravia, Guttuso, Luchino Visconti
ed altri ancora. Nel frattempo gestisce un bar, alternandosi tra la
fotografia (sarà fotoreporter per conto di alcune testate nazionali, da
L’Unità a Il Mondo), l’editoria e l’attività di gallerista, non trascurando
la militanza politica nell’allora Pci, che lascia nel 1954 suscitando feroci
commenti e malignità. L’apparato difatti reagisce per bocca dei suoi ex
compagni, facendo circolare velenosamente la voce – del tutto infondata – di
una interessata “fuga” dal partito finanziata dagli americani: una abile
campagna denigratoria che comporterà al giuliese l’appellativo di “Plinio l’Amerikano”.
L’allontanamento, in realtà, fu determinato dall’avvio della sua galleria
d’arte, “La Tartaruga”, ubicata nel cuore di Roma e destinata a grande
notorietà, a cavallo tra gli anni 50’ e 60’, per aver scoperto e lanciato i
nuovi talenti dell’arte italiana, non solo Ceroli, Festa, e Pascali ma anche
– per citare – Angeli e Schifano, in aggiunta ad altri prestigiosi esponenti
internazionali, da De Kooning a Rauschenberg, a Cy Twombly. La nascita della
galleria d’arte avvenne quasi per caso, in una serata tra amici, sempre nel
1954, ed è opportuno ricordarne la genesi. Nel cappello di Mario Mafai
furono messi 5 bigliettini piegati, fu estratto un bigliettino con su
scritto “la Tartaruga”, scritto dal suo amico Mino Maccari. A Plinio De
Martiis non restò dunque che accettare il verdetto della sorte. Il 25
febbraio del 1954, dunque, Plinio De Martiis inaugurava la sua galleria a
pochi passi da Piazza del Popolo. Con lui la moglie Maria Antonietta (Ninnì)
Pirandello, e gli ispiratori di quella nuova avventura, cioè Leoncillo
Leonardi, Salvatore Scarpetta, Mario Mafai e Giulio Turcato, tutti pittori e
scultori già affermati nel panorama nazionale ed internazionale.
I primi ad esporre nella nuova galleria del giuliese furono
Vespignani, Muccini, Perilli, Dorazio e Salvatore Scarpitta, che
rappresentavano il figurativo e gli astrattisti in voga in quel periodo.
Alla fine degli 50’ alla galleria d’arte si presentò un gallerista italiano,
Leo Castelli, che propose una sorta di testa di ponte con i nuovi talenti
americani protagonisti della “Pop-Art” o popular art, la nuova
tendenza artistica nata in Inghilterra. Da quel momento cominciarono a
frequentare la “Tartaruga” artisti come Twombly, Rauschenberg Robert, De
Kooning Willem. E poi Rothko, Franz Kline, Tinguely, Conrad Marca-Relli. A
costoro vanno aggiunti artisti italiani particolarmente apprezzati da
Plinio, come Mimmo Rotella, Afro Basaldella, Piero D’Orazio, Salvatore
Scarpetta, Mario Schifano, Pino Pascali, Piero Manzoni, Tano Festa, Franco
Angeli e molti altri.
Attento ad ogni segnale, al gallerista giuliese non sfuggono i segni
di un concreto rinnovamento nell’arte contemporanea: ed è per questo che
decide di lanciare nuovi talenti come Fabio Mauri, Giosetta Fioroni, Cesare
Tacchi, Renato Mambor, Jannis Kounellis, Pino Pascali, Manzoni, Castellani,
Tano Festa, Claudio Cintoli, Mario Ceroli. La straordinaria attività del
dinamico ed infaticabile Plinio, la originalità delle sue proposte
accentuano ancora di più la centralità della “Tartaruga”, ormai uno dei
punti cruciali della vita artistica della cosiddetta “dolce vita” romana. Un
po’ tutti, da Giuseppe Ungaretti a Marcel Duchamp, da Nanni Balestrini a
Tristan Tzara, da Alberto Moravia a Sandro Penna, compreso il pescarese
Flaiano, avranno dimestichezza con gli ambienti della galleria. Agli inizi
del 1968 arriva l’ultima grande opportunità per la “Tartaruga”, grazie alla
solita idea geniale del suo “papà”. Plinio propone infatti di allestire una
mostra al giorno per ogni artista. Nasce così il “Teatro delle Mostre”,
ultimo atto di un’avventura straordinaria destinata a finire nella leggenda.
Un anno dopo, infatti, “La Tartaruga”cessava di vivere, lasciando tuttavia
una traccia indelebile nell’arte contemporanea italiana.
Di quegli “anni originali”, come venne chiamata la straordinaria,
vivacissima e irripetibile stagione in buona parte dovuta proprio a de
Martiis, formula utilizzata peraltro come titolo per una bellissima mostra
che il giuliese organizzò nella sua galleria toscana di Castelluccio di
Pienza, rimangono anche una sorta di diario fotografico. Plinio difatti
usava spesso la sua macchina fotografica “la Rolleicord” 6x6 – 12
fotogrammi, per immortalare i più grandi artisti di quei tempi, dall’arte
alla letteratura, dal cinema allo spettacolo, critici e intellettuali
dell’epoca: una vera miniera folta di 5.000 negativi in parte acquisiti
dall’Istituto Italiano per la Grafica di Roma.
Con la chiusura della galleria, non terminava però l’attivismo di De
Martiis. Va qui rammentata infatti la realizzazione dei quaderni de “La
Tartaruga”, nati nel 1986 a Roma e poi cessati nel 1993. Erano in sostanza
quaderni d’arte e letteratura e venivano stampati, una volta o due all’anno,
per conto di De Luca Editore di Roma, una casa editrice assai nota per la
produzione di libri d’arte e cataloghi. Plinio, nel suo breve editoriale per
il primo numero uscito nel marzo del 1986, esordì con parole tristi verso
l’arte, non lesinando il suo disprezzo per la similarte e similuomini, come
lui amava chiamare il nuovo modo di fare arte. Il taglio giornalistico, così
come il formato dei quaderni furono ispirati da “L’Italiano”, la famosa
rivista di Leo Longanesi, di cui apprezzava il lavoro fatto – secondo lui -
di uno stile unico.
C’è da dire che, pur a fronte di innegabili meriti e di
straordinarie iniziative, solo negli ultimi anni la critica e il mondo
dell’arte sono tornati ad interessarsi di De Martiis. Le mostre più note al
pubblico sono state: nel 1993, Archivio delle Fotografie di Plinio De
Martiis, Galleria Netta Vespignani di Roma; sempre nel 1993, alla XLV
Biennale di Venezia; nel 1999, L’Arte Pop in Italia, a Parma. Nel 2002, I
due ritratti, nella Scuola Romana di Fotografia di Roma; nel 2003,
Americaniaroma – fotografie di Plinio De Martiis. Sempre nello stesso anno
“Piazza del Popolo – sessanta-settanta” a Roma; 54° edizione del Premio
Michetti a Francavilla al Mare, nel corso della quale il Presidente della
giuria, il critico Duccio Trombadori, gli assegnò il premio alla carriera.
Da ultimo vanno citati Sensi Contemporanei in Abruzzo, mostra allestita al
Mas di Giulianova nell’agosto del 2004 a pochissima distanza dall’improvvisa
scomparsa del Maestro. Recentemente il famoso giornalista siciliano
Giampiero Mughini gli aveva dedicato un intero capitolo del suo ultimo libro
intitolato Che belle le ragazze di via Margutta, uscito per Mondadori.
Il titolo del capitolo dedicato allo straordinario giuliese è “Un fotografo
che somigliava a Dustin Hoffman”. Le spoglie mortali di Plinio De Martiis,
che per sua volontà sono state cremate, riposano nel piccolo cimitero di
Vignoni Alto, minuscola frazione di San Quirico D’Orcia (Siena). Una morta
giunta troppo presto, ma non dimenticata dai suoi amici ed estimatori che il
12 ottobre 2004 lo hanno voluto ricordare con una mostra nel Palazzo della
Fontana di Trevi a Roma, organizzata dall’Istituto Nazionale per La Grafica
e con l’alto patrocinio del Ministero dei Beni culturali.
A me non rimane che sperare, concludendo queste righe, nella maggior
conoscenza e valorizzazione – nei nostri territori – della sua figura, così
rendendo omaggio ad un illustre giuliese.
Ringraziamenti:
Caterina De Martiis, figlia; Sandro Galantini, Direttore Biblioteca
Donatelli; Antenore (nino) Barnabei, cugino; Margherita De Martiis, nipote;
Duccio Trombadori, critico d’arte; Lida Ciabattoni, cugina; Vincenzo
Centorame, giornalista; Gabriele Di Pietro, docente e critico d’arte e
Marino Durante, fotografo; Don Domenico Panetta, Parroco di San Flaviano;
Adele Crocetti, ufficiale delle stato civile.