La nostra copertina: “MADONNA DELLO SPLENDORE” di Lucio Monaco. Lucio Monaco, noto artista abruzzese d’avanguardia, è l’autore della nostra copertina. L’artista ha dato una interpretazione del tutto singolare dell’apparizione della Madonna, dalla quale però traspare appieno il profondo significato del miracoloso evento. Il giovane artista ha ricevuto di recente un prestigioso riconoscimento da parte del governo di una sua opera dal Ministro Maurizio Gasparri.
Rivista "Madonna dello Splendore n. 24
Giulianova, 22 aprile 2005
Stampato dalla Tipolito Braga
di Giulianova Lido.
 
 
 
 
 

Costumi d’Abruzzo

di Marialuisa DE SANTIS

Il re di Napoli Ferdinando IV, nel 1782, allo scopo di dare nuovo impulso alla Real Fabbrica di Porcellane di Capodimonte da lui riaperta, decide di far ritrarre dal vero le fogge del vestito popolare del Regno, per poi farle riprodurre sui servizi di porcellana ottenendone una nuova linea.

Inviò allora i pittori Berotti e D’Anna, poi sostituito con Santucci, nelle diverse province del suo Regno in un lungo e davvero difficile peregrinare, considerati i modi di viaggiare del tempo, che si concluse solo dopo tredici anni.

Mentre i due artisti viaggiavano, i disegni da essi inviati a Napoli, venivano di volta in volta riportati su lastre di rame con la tecnica dell’incisione per ottenerne anche delle stampe che furono poi coperte da una specie di copyright reale e vendute, con lungimirante senso imprenditoriale, a viaggiatori e curiosi, sempre in cerca di souvenirs.

Sappiamo da un dispaccio del 1789 che i disegnatori Berotti e Santucci giunsero in Abruzzo in quella data e che furono loro a riprodurre dal vero i costumi della nostra regione e al loro lavoro si ispirarono in seguito tutti gli altri disegnatori compresi Milani ed Aloja, autori del corposo Costumi diversi di alcune popolazioni de’ Reali Domini di qua del Faro del 1832 che su 39 incisioni ne presentava ben 29 riguardanti l’Abruzzo. Fu fonte iconografica anche per il romano Bartolomeo Pinelli che, senza muoversi da casa, delineò i costumi abruzzesi nelle sue famosissime serie Raccolta di costumi pittoreschi del 1809 e Raccolta di Cinquanta Costumi li più interessanti delle Città, Terre e Paesi, in Province diverse del Regno di Napoli del 1814.

     
 

Se dal punto di vista iconografico molte raccolte ci vengono in aiuto, a tutt’oggi non esiste invece una pubblicazione sull’argomento “costumi abruzzesi” che sia completamente esauriente sotto il profilo bibliografico e della ricerca storica; supplisce in parte a questa mancanza il catalogo della mostra di Chieti del 1985 Il costume popolare abruzzese fra ‘700 e ‘800 a cura di De Rosa, Trastulli e Spedicato Iengo.

In questo catalogo viene meno l’atteggiamento retorico e un po’ demagogico che con il tempo aveva finito per stravolgere l’idea di costume popolare in generale e in particolare di quello abruzzese.

     
Ricamatrice al tombolo ed una portatrice d’acqua in costume di Scanno. Sullo sfondo vi è una veduta di Scanno, stazione di villeggiatura e sport invernali che sorge in una gola alpestre e solitaria: Valle del Tasso.
E caratterizzata dall’antico aspetto delle abitazioni e dal costume delle donne.
Il vecchio nucleo dell’abitato è a strette stradine e scalette con palazzetti dai bei portali.
(Francobollo delle Poste Italiane)
     

Quando si parla di “costume popolare “non ci si riferisce ad indumenti indossati quotidianamente ma piuttosto all’abito “buono”, quello delle grandi occasioni, confezionato spesso per il matrimonio e poi destinato ad essere indossato in tutte le giornate speciali della vita. La moda e i suoi cambiamenti non incidevano sui costumi tradizionali festivi delle classi popolari, la moda riguardava i costumi delle classi dominanti e soprattutto quelli dei benestanti che risiedevano nelle grandi città dove potevano arrivano e potevano essere seguite le novità delle grandi corti d’Europa.

Fermo restando che quasi ogni paese d’Abruzzo presenta un suo costume particolare, si può provare a delineare ciò che appare caratteristica comune.

Per prima cosa, il fatto che il costume maschile è sempre meno appariscente di quello femminile. Per esso elementi comuni sono dati da una giacca che scende a metà coscia di panno blu o marrone con gilet sottostante derivati dalla marsina nobiliare settecentesca, così come i calzoni al ginocchio. Spesso compare un’alta fascia avvolta in vita di tessuto di colore contrastante. Ai piedi le “ciocie” i cui lacci si legano intorno ai polpacci coperte da grosse calze di lana bianca o scarpe di cuoio con fibbia d’argento. Sul capo un cappello a tesa larga, a “pan di zucchero” con nastri e fibbie nel caso il copricapo sia indossato da un pittoresco brigante o da uno zampognaro.”[1]

     
   

     

La stoffa era tessuta in casa: elemento immancabile in tutte le cucine, anche le più umili, era il telaio “custodito come un santo nella sua nicchia”[2]

L’esigenza, un tempo profondamente sentita, che tutto andasse conservato portò all’utilizzazione dei resti di stoffa colorata con cui ornare in piena fantasia, la “pedana” della gonna, in genere di colore nero ma anche coloratissimo, e del grembiule, che la sposa, nella cerimonia nuziale, reggeva con le mani per ricevere i doni. L’impiego di tessuti di lana ( per la cui produzione Scanno era assai nota nei secoli scorsi) risulta ovviamente più frequente nei centri montani. La prevalenza del colore nero si giustificherebbe con la necessità di attirare la maggiore quantità di calore in paesi situati a rilevante altitudine o anche in collina. Nel costume di Scanno, diversamente da quello di Introdacqua e di altri paesi non a grandi altezze, mancano le belle camicie bianche ornate da merletti, cesellati come capolavori di oreficeria.

Manca anche la tovaglia o velo da testa, di stoffa leggera che a Vasto è decorata con preziosi pizzi a fuselli e appuntata con uno spillone d’argento sui capelli. E’ pur vero che a Scanno esisteva anche un altro costume, meno pratico, in rosso e blu.

     

     

Un discorso lungo e particolare necessiterebbe il copricapo, che da turbante si evolve in fasciatolo e poi in cappellitto e che assume fogge diversissime a seconda dei paesi. Originale quello di Pratola, un fazzoletto rimboccato che si pieghetta in modo armonioso. Ad Introdacqua le donne portano sul capo un grosso asciugamano come in uso nelle campagne romane e nella stagione invernale su di esso una stoffa pesante, ripiegata, per lo più di colore rosso scarlatto.

C’è da dire che i costumi dei paesi situati in zone più decentrate risentono delle influenze dei territori limitrofi come per esempio quelli marsicani soggetti ad influenze ciociare più che napoletane.

Ci sono poi costumi particolarmente policromi e ricchi come quelli di Villa Badessa in cui forte è l’influenza dei gruppi etnici albanesi presenti.

Impossibile per la complessità e la varietà dell’argomento anche solo tentare un breve exursus sui monili tipici abruzzesi ( soprattutto presentose e sciacquaje) che nascono da un artigianato orafo sapiente e fantasioso che unisce alla preziosità dei materiali anche presunte loro valenze terapeutiche come nel caso del corallo. Monili che contribuiscono non poco all’arricchimento e all’eleganza dei nostri costumi e a creare immagini di donne affascinanti e regali pur nella semplicità della loro condizione sociale come in quadri divenuti famosi come quelli di Francesco Paolo Michetti, Pasquale Celommi e Basilio Cascella.[3]

[1] www.fondazionelions.org/sezioni/museo_costume.htm

[2] V. Accardo, E Cercone, Costumi popolari d’Abruzzo, 1982, L’Aquila

[3] A. Gandolfi, E. Mattiocco, Ori e Argenti d’Abruzzo, 1996, Pescara