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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 24
- Giulianova, 22
aprile 2005
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Stampato dalla Tipolito Braga
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di Giulianova Lido.
Particolare della Tabula Peutingeriana con indicazione di Castrum
Novum
Descrizione dell’Abruzzo Ulteriore. 1590
Particolare della costa adriatica. Seconda metà del ‘700 (dal libro
Sopra i porti di mare, Firenze
Giulianova e il suo territorio ca. 1839 (da M. Bevilacqua,
Giulianova, Napoli 2002)
Giulianova e linea costiera (1833?). Dal libro Sopra i porti di
mare, cit.
Progetto del porto di Giulianova. 1932
Giulianova. Lavori al porto. 1934
Giulianova. Le autorità visitano i lavori in corso accompagnati dal
podestà. 1934
L’Impresa Giraldi impegnata nei lavori al porto. 1934 |
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Il mare che nutre.
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Infrastrutture portuali, attività mercantile e pesca
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a Giulianova dall’età romana al 1940
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di Sandro Galantini
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A Ninna, che ama il mare e i suoi remoti richiami
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1.- Da Castrum Novum alla medievale San Flaviano.
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Antichissima è la presenza del porto a Giulianova. Le sue origini
vanno ricondotte allo scalo fluviale della città romana di Castrum
Novum, fondata come colonia – la seconda del Superum mare –
negli anni successivi al 290 a.C., già sede d’abitato piceno[1].
Gli impianti portuali di Castrum erano con tutta probabilità
situati su un ampio seno («cinquemila modioli tra terra ed acqua»,
scrive recisamente il Ciaffardoni) alle foci del Batinus, l’attuale
fiume Tordino[2],
il cui alveo al tempo era assai prossimo all’attuale sito della
chiesa dell’Annunziata, circa 6-700 metri all’interno dell’attuale
linea di costa. Il porto doveva essere già attivo al momento della
seconda guerra Punica, considerando che lo storico Livio ricorda
Castrum Novum fra le colonie marittime costrette dal Senato a
fornire navi per la flotta, e sicuramente aveva un’importanza assai
rilevante per l’intera economia territoriale essendo lo sbocco al
mare di Interamnia (Teramo)[3].
La vivacità dei traffici con l’opposta sponda dell’Adriatico e con
il resto della penisola è d’altronde testimoniata dal cospicuo
numero di anfore fittili – alcune di fattura apula - rinvenute nel
mare innanzi a Giulianova, cui deve essere correlata la notevole
estensione sul mare assunta dall’abitato fra tarda età repubblicana
e prima età imperiale[4].
Indagini risalenti alla campagna di scavi degli anni Ottanta hanno
inoltre consentito di individuare, grazie ai resti rinvenuti, la
dislocazione di un’area commerciale ed artigianale a più diretto
ridosso del fiume e del porto. Questo quartiere, strettamente
collegato all’approdo fluviale, dovette conservare il suo assetto
sino alla tarda antichità quando venne in parte abbandonato e subito
occupato da sepolture, forse nell’ambito dell’avviarsi della
contrazione dell’abitato intorno alla pieve di San Flaviano. Il
fenomeno – secondo quanto sostiene Andrea Staffa – potrebbe in parte
relazionarsi alla trasformazione del centro in castrum bizantino,
attestato da Giorgio Ciprio quando menziona Kástron Nóbo accanto ad
altri insediamenti di area abruzzese.
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Le
strutture portuali sarebbero state utilizzate anche dopo la
cessazione – intorno al 580 – del controllo bizantino sull’abitato.
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Difatti, se è forse apocrifo il documento del 956 riportato dal
Bindi (ma già apparso nell’ Italia Sacra dell’Ughelli)
relativo alla donazione al vescovo di Forcona delle rendite del
porto, certo è fededegna la bolla di Anastasio IV del 1153 nella
quale si menziona la «ecclesiam Sancti Flaviani cum Castru portu et
omnibus pertinentiis suis»[5],
di talché è possibile inferire una sostanziale continuità storica
della struttura, per qualche anno inclusa nei beni posseduti dal
Vescovo di Teramo. Il porto continuò a fiorire e certo doveva
conservare un ruolo rilevante ancora nel secolo XIII se Ascoli
avanza – e con successo – pretese su questo scalo e se un mandato
regio del 1281 per il Giustiziere d’Abruzzo menziona il porto di S.
Flaviano[6].
La perdurante importanza dello scalo giuliese viene, peraltro,
confermata dalla quantità di imposte che questo pagava allo Stato:
come risulta dalla cedula generalis subventionis, nel 1320 S.
Flaviano versava 51 once, 26 tarì e 10 grana, somme tra le più alte
di tutta la regione (solo Ortona, in questo periodo, è soggetta a
pagamenti di imposta superiori) e indicative di una situazione
economica e demografica di tutto rispetto[7].
Altrettanto significativo è il “reddito” di S. Flaviano, risultante
dall’insieme delle imposte indirette gravanti sui consumi, sui
traffici e su alcuni prodotti, che costituivano la Secretia
appaltata nei primi tempi di Giovanna I alla circoscrizione
finanziaria dell’Abruzzo. Le cifre anche in questo caso denotano per
S. Flaviano un discreto volume di operazioni commerciali (40 once),
inferiore però, e di molto, a quello che si registra in Atri (223
once)[8],
il cui dipendente porto di Cerrano assai probabilmente ha già preso
ad assorbire – grazie ad una serie di agevolazioni e a forme di
concorrenza che trasmodano nella slealtà quando non addirittura in
vere e proprie angherie – una buona parte dei traffici commerciali
di Teramo, concernenti soprattutto la lana, attività esercitata dai
mercanti veneti, toscani ed umbri domiciliati nel capoluogo aprutino[9].
Ma nei decenni successivi i porti sia di S. Flaviano, utilizzato nel
1338 per lo sbarco del grano inviato dal Papa al vescovo di Teramo e
dal 1382 parte integrante dei possessi feudali acquaviviani, che
della concorrente Cerrano vanno progressivamente e inesorabilmente
decadendo, fino a diventare soltanto dei ruderi. Le devastazioni
dovute alle guerre come alle frequenti scorrerie (che, a detta di
Raffaele Colapietra, contribuiscono potentemente alla riconversione
ambientale del commercio marittimo in direzione delle attività
agro-pastorali dell’interno»[10])
e le avverse condizioni atmosferiche che rendono insalubre e perciò
immiseriscono la terra di S. Flaviano, sono altrettanti elementi
esiziali dell’attività di quel porto, la cui ripresa nei secoli
successivi sarà lenta e scandita da momenti non sempre felici.
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2.- Il porto nella Giulianova degli Acquaviva
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Quando Giuliantonio Acquaviva, dopo la terribile
battaglia del Tordino che aveva in gran parte disastrato la
gloriosa e vetusta San Flaviano, fa giungere a maturazione il suo
proposito – accarezzato, sembra, sin dal 1462 - di edificare la
nuova città, con tutta probabilità nel 1470[11]
(l’anno in cui egli, certamente impegnato al consolidamento dei
feudi pugliesi[12],
acquista peraltro un imponente palazzo in quella Napoli centro dei
rapporti politici e diplomatici dove ben agevolmente sembra
muoversi), lo scenario nel quale si trova ad operare è quanto mai
favorevole alla sua affermazione economico-militare. Superato
infatti un periodo alquanto turbolento scandito da alcuni
significativi momenti di segno negativo – il “sacco” della sua S.
Flaviano da parte di Matteo di Capua nel 1461, la sconfitta del 1462
a Troia, la morte, l’anno successivo, del suocero Giovanni Antonio
Orsini Del Balzo, tra gli artefici della sfortunata prima congiura
dei baroni cui Giuliantonio aveva preso parte – l’Acquaviva,
rientrato assai astutamente nei favori di re Ferrante a partire dal
1464, si era visto restituire, il 30 aprile del 1469, Atri e Teramo,
che erano state tolte a suo padre Giosia. Giulianova dunque in
quest’ottica assume, per volere del suo fondatore, il ruolo di
epicentro dinamico trainante della ricompattata compagine
territoriale dell’antico ed esteso “Stato” acquaviviano e, insieme,
di baluardo di difesa e punto di attacco con pieno controllo delle
vie di comunicazione, comprensive dei percorsi terrestri e di quelli
cosiddetti “liquidi”. E’ senz’altro legata ad un’attenzione
particolare per il commercio marittimo (ma anche alla consapevolezza
di possedere un controllo quasi assoluto delle acque che, anche in
questo caso, andava riaffermato[13])
la costruzione, in prossimità della spiaggia sottostante il nuovo
abitato e probabilmente non lungi dal porto fluviale ormai
seminterrato della “vecchia” ma ancora abitata S. Flaviano, di
«vasti magazzeni» per il grano (di cui gli Acquaviva erano tra i
massimi produttori ed esportatori) e di altre strutture di supporto
allo “scaro” giuliese – nonostante i suoi limiti, il più importante
dell’Abruzzo Ultra[14]
- alle quali si sarebbe aggiunta, su disposizione di re Ferrante
sembra già nel 1472, la rassicurante e non poco significativa
presenza della Dogana regia, investita di compiti miranti
all’assidua vigilanza del tratto di costa competente[15].
Non sprovvista di ragionevolezza, a questo punto, appare l’ipotesi
formulata da Mario Montebello relativamente alla previsione, da
parte di Giuliantonio Acquaviva, di una terza fase costruttiva, che
avrebbe dovuto comportare la realizzazione sul litorale, ai piedi
della collina e il più possibile lontano dagli apporti alluvionali
dei fiumi Salinello e Tordino, del porto nonché di una terza cinta
muraria «per completare in tutte le sue strutture il nuovo
insediamento, nel suo complesso rapporto col territorio: a guardia
della costa, della via litoranea e del confine settentrionale sul
Tronto, rilevanti direttrici commerciali che in tempi di pace ne
avrebbero fatto un emporio alle porte del Regno, ed insieme punti da
cui potevano provenire rischi d’invasione da fronteggiare»[16].
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Certo è che quando, il 5 maggio del 1471 – cioè
ventisei giorni prima del diploma regio con il quale si accordano
alcuni capitoli e grazie per la edificazione della
«nuova terra» – Giuliantonio Acquaviva per il finanziamento della
sua importante e certo onerosa impresa urbanistica ordina l’imbarco
di 38 “carra” di grano avvalendosi del naviglio del raguseo Joan de
Alegrecto, utilizzerà le vetuste e inadeguate strutture portuali del
vecchio centro romano-medievale di S. Flaviano, come d’altronde farà
nel 1474 suo fratello Bonifacio e come si continuerà a fare per le
altre operazioni d’imbarco del 1477 e del 1482[17].
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A
partire dal dominio spagnolo e per i decenni successivi si assiste
ad una generale contrazione dell’attività via mare. Tuttavia quello
di Giulianova continua a rimanere uno dei più importanti porti
abruzzesi di estrazione olearia e granaria, frequentato da mercanti
bergamaschi, triestini e addirittura di provenienza oltremarina
(Lesina, Tesana, Zara)[18],
e dotato di un notevole apparato burocratico (gli uffici di
Portulanato, Credençero e Guardiano, documentati
in una «prammatica» del 1558) che, insieme con la Dogana regia ed i
Fondachi del sale, segnala un’attività marittima sicuramente
dinamica – difatti notevole è il commercio con lo stato della Chiesa[19]
ma anche infra Regno[20]
- e quindi economicamente apprezzabile[21],
tanto vero che il marchese Alberto Acquaviva nel 1565 si sarebbe
impegnato nella capitale del Regno per l’istituzione a Giulia di una
fiera franca di otto giorni da cominciare il 1 di maggio[22].
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Non senza significato a partire dal 1576 – due
anni dopo l’avvenuto acquisto, da parte di Giovan Girolamo I, X duca
d’Atri, dell’ufficio di Dogana competente sia per Giulia che per
Calvano[23]
- qui avrebbe funzionato, seppure occasionalmente e su iniziativa
del veneziano Geronimo Domo, persino un cantiere navale[24],
e ciò pur in presenza di quel diffuso e certo giustificato timore
delle scorrerie turchesche in relazione al quale, oltre alla
realizzazione nel 1569 delle torri costiere[25],
comprese le due in agro di Giulia (quella del Salinello e l’altra
del Tordino), il primogenito di Giovan Girolamo, il trentenne
Alberto Acquaviva, rimasto in Abruzzo al fine di predisporre le
difese lungo il litorale, effettuava proprio nel 1575-1576 una
attenta ricognizione delle mura urbane di Giulia, conclusa con
l’ordine, impartito al suo delegato il capitano Giovanni Brancadoro,
di procedere alla immediata riparazione della cinta, pericolante più
che malridotta, in prossimità della Porta Terravecchia e del
Convento dei “Cordiglieri”[26].
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Quanto
alla pesca, essa registra in questo periodo una forte contrazione. I
già pochi addetti al settore, stretti dalla morsa delle incursioni
turchesche e successivamente dalle misure prese nella metà del ‘600
per reprimere il contrabbando, abbandonano progressivamente
l’attività convertendosi all’attività agro-pastorale. Il porto di
Giulianova d’altronde, come tutti gli altri “scari” dell’Abruzzo
Ultra e Citra, veniva chiuso dalla Sommaria con provvedimento del 26
giugno 1647 proibendosi le operazioni di imbarco del grano, forse il
principale tra i prodotti soggetti ad esportazione considerando che
gli Acquaviva ne facevano partire annualmente.circa 4mila tomoli. E’
la sostanziale fine della vita sul mare!
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3.- Dalla decadenza settecentesca all’atonia nell’Ottocento
borbonico.
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Data
da questo periodo – caratterizzato da uno sbrigativo utilizzo di
rimedi, certamente eccessivi rispetto al male – l’ennesima decadenza
del porto, le cui condizioni nella seconda metà del Settecento
appaiono addirittura penaci. Pur essendo stato autorizzato – nel
1760 - per il carico del riso prodotto in zona dai feudatari, dieci
anni dopo, quindi nel 1770, il portulano lamenta che il “caricatoio”
giuliese è ancora mancante di adeguata sistemazione e soffre per il
«basso fondo». Tutt’intorno una mesta e malinconicamente deserta
spiaggia unicamente punteggiata dalla chiesa dell’Annunziata e da
«alcuni magazzini». Ben più interessanti sono le pertinenti
notazioni di un osservatore d’eccezione, l’illuminista teramano
Melchiorre Delfico, impegnato a redigere – su richiesta del Regio
Archiviario della Suprema Real Giunta degli Abusi Michele Torcia –
una Relazione geografica-economica del tratto di paese marittimo
dal Fortore al Tronto, redatta nel 1784[27]
(con i relativi dati che – è d’uopo rammentarlo - confluiranno nell’
Etat de la navigation nationale sur toute la côte orientale du
royaume de Naples uscito nello stesso anno), in base alla quale
il litorale dell’Abruzzo settentrionale sembra versare in una
situazione di sostanziale abbandono. Dopo aver rilevato
malinconicamente che dell’antico porto di Cerrano rimane «qualche
piccolo avanzo» e che Martinsicuro «non è che un vecchio e ruinoso
edificio assai lontano dal mare e che pel nome di Porto e per la
qualità di Sicuro ha fatto illusione a molti che non lo
conoscevano», ancor più mestamente annota relativamente a Giulianova
l’assoluta inadeguatezza di strutture portuali ed una inaccettabile
condizione di desolazione, ascrivibile anche ad una politica
governativa che il Delfico, notoriamente incline alla polemica
antifeudale ed antifiscale, reputa giustamente miope considerato il
considerevole commercio che si svolgeva ancora, pur tra mille
difficoltà, via mare. Nella sua ricognizione giuliese, dunque, il
Delfico nota, a non molta distanza dal mare, le «piccole colonne
addette a legare le sartie dei navigli» (sostituite nell’Ottocento
da anelloni, tuttora visibili sul marciapiede di Lungomare Zara),
misere testimonianze di quell’antico porto il cui nome – egli dice -
«risuona sulla costa ormai forse per memoria de’ tempi sconosciuti,
ma per una sola vanità illusoria de’ moderni».
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Lo
sconfortante affresco del Delfico trova peraltro conferma in
un’altra ricognizione egualmente attenta, quella effettuata da
Giuseppe Maria Galanti nel 1792[28]:
l’Abruzzo marittimo, annota il molisano, non ha che semplici
ancoraggi naturali e «qualche poco di pesca» si esercita, oltre che
a Giulianova, a Ortona, S. Vito e Pescara.
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La
situazione appare sostanzialmente immutata nel Decennio francese.
Non può non risultare singolare agli osservatori la situazione
relativa ad una provincia ricca di coste come la teramana,
potenzialmente in grado quindi di aprirsi ad un circuito commerciale
di ampio respiro ma nella quale del tutto inadeguata è la condizione
degli approdi, come sottodimensionata è l’attività piscatoria. Una
relazione di età murattiana[29]
rileva difatti che nel territorio marittimo compreso tra le foci del
Tronto a quelle del fiume Pescara sono una o due le barche da pesca
dette sciabiche, «le quali avendo una rete non si allontanano per
gittarla neppure mezzo miglio al lido lasciando un capo in terra ad
alcuni uomini della ciurma». Di paranze si trova addirittura un solo
esemplare in tutto il litorale provinciale a Silvi, «poiché le altre
– si legge ancora nella relazione - o sono state predate o vendute
dai proprietari per sottrarle al continuo rischio di perdersi». La
pesca delle mugelle, cioè dei cefali, che «si fa con reti dal lido»
nel periodo compreso tra settembre e ottobre, impiega solo cento
uomini in tutto il litorale, e questi, «lungi dal fare di questa
pesca il loro mestiere, il giorno sono addetti al travaglio della
campagna e la notte vanno a pescare». Come aveva denunciato il
Delfico molto prima, la responsabilità dello scarsissimo sviluppo
dell’attività ittica – con il logico corollario della frustrata
possibilità di assicurare alla popolazione notevoli mezzi di
sostentamento e di incrementare il commercio di esportazione – viene
ancora una volta ascritta all’ «ostacolo che il Governo passato à
[sic] opposto ad abitare il litorale, credendo così di impedire i
contrabandi [sic] di mare», una misura rivelatasi invece inibente
dei commerci lungo le traiettorie per così dire liquide. A
conclusioni analoghe approda il teatino De Sterlich nel 1806,
scrivendo in una sua relazione che «per quanto è lungo il littorale
di questa provincia, non vi è alcun magazzeno e molto meno
lazzaretti. Per la estensione di circa quaranta miglia non vi è
alcun marinaro», all’infuori di pochi pescatori - quasi tutti
marchigiani - in Silvi, ed altri, pure in numero esiguo, a
Montepagano ed Atri[30].
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Sulla
scorta di questi certo non edificanti dati, ben si comprende la
ragione per la quale Giulianova, pur protesa sull’Adriatico e con un
lontano passato di città dedita ai traffici marittimi, persisterà
sino alla prima metà del Novecento a privilegiare piuttosto il
controllo e lo sfruttamento del ricco retroterra rurale, ignorando
il sottostante litorale e ribadendo la sua autonomia tutta agricola.
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Non
casualmente nel 1814 sono solo 7 i marinai censiti a Giulianova; 12
se ne contano sia nel 1816 che nel 1817, mentre nel 1820 salgono a
38. Nel 1822 i marinai si diradano a 35, per poi risalire
considerevolmente e bruscamente nel 1826, quando addirittura il loro
numero si attesta sulle 119 unità. Due anni dopo si registra però
una consistente flessione: 83 sono infatti i marinai nel 1828, e la
stessa cifra si ha nel 1830[31].
I dati, pur ondivaghi, segnalano tuttavia una discreta ripresa
dell’attività sul mare. E difatti è proprio nel 1833 che il
Consiglio provinciale avanza per la prima volta – sebbene
inutilmente – una “supplica” a Ferdinando II relativa alla
realizzazione di un “caricatoio”, reso necessario non solo per le
esigenze legate alla pesca, ma anche da una apprezzabile vivacità
dei commerci via mare, tenuto conto che proprio nel 1833 i
bastimenti in partenza dal lido giuliese avevano imbarcato per le
esportazioni derrate agricole e prodotti industriali a fronte di un
valore complessivo di ducati 85319, un volume notevole se si
considerano le grosse difficoltà organizzative per le operazioni
determinate dalla mancanza di idonee strutture. Particolarmente
importante è l’esportazione delle ceramiche di Castelli via mare per
Senigallia, Ancona, Venezia e Trieste, con i bastimenti giuliesi e
silvaroli che caricano 3380 ceste per un valore complessivo di 8650
ducati, mentre sempre dallo scalo di Giulianova i bastimenti questa
volta napoletani e pontifici imbarcano, oltre alle maioliche, merci
per altri 20 mila tomoli, destinate a Messina, Castellammare di
Stabia, Livorno, Genova, Ancona, Venezia, Ferrara e Trieste. Pure in
quel periodo si registra una certa ripresa dell’attività
cantieristica, con un numero di imbarcazioni che passa dalle 12 nel
1833 (comprese le 8 maggiori delle trecento tonnellate) alle 36 nel
1845[32].
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Che si
tratti però di una situazione non perdurante ce lo segnala il dato
relativo al 1856, quando a Giulianova si contano 89 marinai, poco
più quindi di quelli contati ventisei anni prima[33].
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Ad una
perdurante miopía del governo – che con ostinazione frappone
difficoltà di natura normativa all’espansione dei commerci
marittimi, tanto da vietare addirittura ai pescivendoli giuliesi lo
sbarco nella vicina Tortoreto per la vendita del pesce[34]
– fa da pendant l’atteggiamento del decurionato di Giulianova
che percepisce invece l’importanza di un migliore e vivificante
rapporto della città con il mare. Vani saranno tuttavia gli sforzi
per sollecitare Intendente e Ministero ad apporre modifiche ad
alcune norme e regolamenti impeditivi di un reale decollo
dell’attività. Del pari, alcun successo sembra coronare il progetto
per la costruzione di un “caricatorio” sollecitato ancora dal
decurionato cittadino nel 1851 e il cui progetto si chiedeva fosse
redatto a spese «della Finanza» mentre l’Intendente si sarebbe
occupato del finanziamento ottenuto con «offerte volontarie e
formazione delle azioni».
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Il
caricatorio, secondo gli organi decisionali cittadini, era da
collocarsi nel punto medio tra i torrenti Salinello e Tordino,
esattamente nello sbocco sul lido della traversa della consolare,
luogo ritenuto particolarmente adatto ad accogliere la struttura per
una pluralità di ragioni, le stesse che tempo dopo indurranno alla
costruzione del porto nel medesimo sito. Con avvedutezza il
decurionato indica alcuni elementi che per l’appunto rendono
opportuna la scelta del sito. Anzitutto per la sufficiente distanza
rispetto a corsi d’acqua che, essendo di regime alluvionale,
periodicamente depositano detriti in prossimità delle “sboccature”;
poi per la presenza di una “forza” di guardie dell’amministrazione
dei Dazi indiretti (in grado di prevenire e reprimere il
contrabbando), oltre che per la presenza della Dogana di Prima
Classe (anch’essa dotata di guardie a piedi ed a cavallo) nonché
della Deputazione Sanitaria, con annessa “officina” medica. Infine
per l’esistenza di fabbricati e di diversi “magazzeni” che «di gran
comodo riescono alle operazioni commerciali»[35].
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La
richiesta, che pure riceve il consenso del Consiglio Generale del I
Abruzzo Ulteriore per gli evidenti benefici ridondanti nei confronti
del retroterra provinciale (in primis il capoluogo), viene
tiepidamente raccolta dalla Direzione di Ponti e Strade, che invece
è maggiormente incline a realizzare sulla costa dei magazzini. Ciò
spinge nuovamente il decurionato di Giulianova a reiterare nel 1852
la richiesta specificando i termini del caricatorio: «una specie di
rada – scrive il decurionato – in cui potessero approdare i legni da
trasporto per ricevere il carico senza bisogno dell’uso delle barche
che dovessero trasportarlo fino al punto in cui i legni sono
ancorati, punto che ora sul essere lontano dalla spiaggia».
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Nuovamente sollecitata, la Direzione procura di inviare un suo
funzionario, l’ingegner Giambelli, per saggiare le condizioni della
zona. La relazione conseguente è però sfavorevole alla richiesta di
provenienza giuliese. Si dice infatti che la spiaggia «fino ad oltre
un miglio dalla riva offre un alto mare di banchi di arena e di zone
concave nelle quali l’altezza delle acque non oltrepassa i tre
palmi». Secondo la ricognizione effettuata solo a 500 palmi dal lido
si trova altezza d’acqua capace, relaziona ancora il Giambelli, «di
far passare bastimenti di piccola grandezza, cosicché spingendo a
tale distanza una banchina vi si accosterebbero legni piccoli, non
mai grandi». La conclusione appare dunque scontata. Per l’ingegnere,
infatti, il gioco non vale la candela giacché i lavori
consentirebbero l’operatività esclusivamente imbarcazioni «assai
poco considerevoli, la cui portata non può servire al bisogno ed ai
vantaggi del commercio in modo da corrispondere alla importanza
della spesa delle banchine alle quali si accosterebbero». Alla
Direzione di Ponti e Strade tanto basta per dichiarare la
impossibilità di realizzare a Giulianova un «caricatoio durevole», e
la stessa risposta verrà data nel 1854, dopo le proteste del
Consiglio generale del I Abruzzo Ulteriore e l’ennesimo invio di un
ingegnere per effettuare ulteriori scandagli.
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Qualche anno dopo, nel 1858, il decurionato
torna ancora alla carica insistendo sull’importanza del caricatoio e
rammentando l’antica tradizione mercantile di Giulianova: in città
oltretutto, sottolinea opportunamente il decurionato, hanno la loro
sede gli uffici della Dogana marittima di prima classe, il
“magazzeno” dei Regi sali e le sedi dei Vice–Consolati d’Austria e
dello Stato Pontificio, istituiti proprio per la presenza della
Dogana e per i vivaci traffici commerciali che intercorrono tra la
città abruzzese, le Marche ed il Veneto.
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Ma il
progetto non sarà mai eseguito, a causa del netto rifiuto opposto
anche questa volta da parte degli organi superiori e dei tecnici
incaricati[36].
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4. - La difficile ripresa. Dal periodo postunitario all’età
giolittiana.
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Frustrata l’ennesima richiesta, occorre attendere i decenni
successivi all’Unità per scorgere più confortanti segnali relativi
alla questione che qui ci interessa.
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Ma è
un cammino caracollante certo appena mitigato dalla classificazione
dell’approdo giuliese - secondo le disposizioni contenute nel testo
unico approvato con Regio decreto 2 aprile 1885 n. 3095 – al rango
di 2a categoria e 4a classe. Sebbene in tutto
il quinquennio 1889-93 l’esportazione via mare sia pressoché assente
e l’importazione registri un modestissimo movimento (qualche
trabaccolo proveniente da Fiume carico di legname[37]),
tuttavia rispetto agli altri approdi provinciali di eguale
classificazione quello di Giulianova ha modo di registrare per
l’anno 1893 il più alto movimento della navigazione per operazioni
di commercio. Nove in complesso i bastimenti arrivati (tra questi 3
di navigazione internazionale) per un totale di 364 tonnellate di
merce sbarcata (erano solo 67 nel 1892)[38].
Sono cifre comunque non rassicuranti ed il commento nel riportarle
dell’allora presidente della Camera di Commercio di Teramo Giuseppe
Cerulli Irelli lascia trasparire un’amarezza profonda e riporta la
eco di considerazioni già ascoltate. «Non è senza un profondo senso
di mestizia – scrive infatti il Cerulli-Irelli - che dobbiamo
confessare, come ci si appalesi quasi interamente negletto il
potente mezzo di commercio e di civiltà che è il trasporto marittimo
[...]. Non possiamo quindi chiudere altrimenti queste brevi note sul
commercio marittimo, che eccitando i nostri concittadini ad opera
industre, e laboriosa, quella cioè che traendo esempio dalle glorie
antiche, conquistate sui mari, trovi anche oggidì nel mare, la
soddisfazione meno contrastata e più onorevole ai molteplici e
svariati bisogni, ond’è travagliata l’epoca nostra»[39].
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Ma a
contraddire il pessimismo del Cerulli-Irelli è il successivo aumento
del movimento marittimo legato alla realizzazione – nell’ultimo
decennio dell’ Ottocento – del ponte di legno sulla spiaggia, poco a
sud della stazione ferroviaria, attrezzato con una piccola ferrovia
Decouville. Sono soprattutto piroscafi adibiti al trasporto del
carbone (provenienti prevalentemente dalla Croazia) ad utilizzare
l’opportuno – anche se macchinoso – sistema di scarico. Costretti
dagli scarsi fondali esistenti ad ancorare a molta distanza dalla
spiaggia, i piroscafi trasbordavano il carbone su apposite chiatte
che raggiungevano il ponte di legno sporgente in mare. Qui venivano
riempiti i vagoncini che la linea conduceva al vasto deposito della
ditta Costantini di Ancona situato non lungi dalla spiaggia;
un’altra linea Decouville consentiva lo scarico dei vagoncini nei
vagoni della linea ferroviaria[40].
Già nel 1898 sono 5361 le tonnellate transitate nell’approdo
giuliese; tre anni dopo 7654 (ben 2300 tonnellate di carbone vengono
sbarcate dal solo vapore “Ben Ledi” proveniente da Newcastle) e
ascendono a 14660 nel 1903, anno che registra il maggiore movimento
marittimo. La parabola discendente inizia dall’anno successivo
(10211 le tonnellate) e nel 1911 il traffico, venuto meno lo scarico
del carbone, è limitato al solo legname e ad altre piccole merci per
un totale di 2476 tonnellate.
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Sull’altro fronte, quello legato alla pesca, la situazione rimane
invece immutata. Quella piscatoria è un’attività che stenta ancora
ad affermarsi tra i giuliesi a differenza di ciò che accade nelle
realtà vicine, benché la città sia l’unica su un vasto tratto di
litorale a disporre di «magazzini e cantieri così per la costruzione
come pel raddobbo dei bastimenti»[41]
e sia sede di Delegazione di porto. E’ proprio un elenco del 30
marzo 1894 relativo alle barche pescherecce registrate presso la
Delegazione giuliese, a confermare la difficoltà di un rapporto che
il tempo non è riuscito a stemperare. Solo 18 sono i “galleggianti”
giuliesi, mentre 41 quelli di Rosburgo e due soli in meno rispetto a
quelli di Giulianova sono le imbarcazioni di Martinsicuro;
addirittura 35 quelle di Silvi, località nella quale ha sede l’altra
Delegazione di porto presente nella provincia. In questo estremo
limite del secolo, la pesca a Giulianova appare monopolio di poche
famiglie: prevalenti su tutti gli altri sono i Mosca (Loreto, Elisa,
Gaetano e Pasquale), una vera dinastia di armatori che da sola
controlla il 50% della locale flotta peschereccia; seguono poi i
Marà e i Flagnani[42].
Proprietario del “Gioia”, un “legno” di 71 tonnellate, è il conte
Andrea Acquaviva d’Aragona, personaggio straordinariamente versatile
(musicista, giornalista e, come è noto, vero antesignano nella
nostra provincia del “velocipedismo”, nonché tra i primi ad
appassionarsi alla fotografia)[43],
del quale rimane un interessante saggio, redatto nel novembre 1902
per la “Rivista Abruzzese”, relativo a L’Adriatico e la pesca
sulle coste dell’Abruzzo e delle Marche[44].
Le notizie che l’Acquaviva, in otto anni di “crociere” da lui
compiute, restituisce, costituiscono un interessante documento per
lumeggiare abitudini ed usi dei pescatori di questo periodo.
Quattro, dice l’autore, sono le imbarcazioni pescherecce utilizzate
da abruzzesi e marchigiani, le cui differenze risiedono non nelle
linee di costruzione, quanto nelle dimensioni e nella forma della
velatura: la paranza, il bargozzo, lo schilo e le lancette, quest’ultime
particolarmente utilizzate dai giuliesi. Quanto alle abitudini e ai
costumi dei pescatori, il giovane conte sottolinea la discrasia tra
i comportamenti tenuti in mare e quelli a terra. «Il pescatore
abruzzese e marchigiano – annota l’Acquaviva - è assai sobrio,
quando è in navigazione; poiché il suo cibo si compone di pane o
biscotto, e pesce, talvolta anche disseccato al sole; e beve acqua
mista ad aceto che chiama col nome generico di Bevanda. Ma,
per quanto serio e sobrio in mare, è altrettanto ingordo e dedito al
vino quando trovasi a terra, e nei giorni di festa, la sera,
s’incontrano spesso a braccietto tre o quattro per volta di codesti
tipi originali, ubriachi fradici, che cantano a squarciagola canzoni
più o meno incomprensibili, ed il cui ritmo rammenta il canto degli
Zulùs!». Nel 1913 a Giulianova operano 380 marinai con 84
imbarcazioni complessive (tra paranzelle o bilancelle ed
imbarcazioni minori), dediti esclusivamente alla pesca con reti a
strascico[45],
segno – va da sé - di una significativa inversione di rotta. Ed è
proprio nel 1913, il 19 ottobre, che si iniziavano i lavori relativi
al “pennello scogliera”, antesignano dell’attuale molo sud. I
lavori, a più ripresa sollecitati dal Municipio di Giulianova al
Governo e finalmente ottenuti con l’autorevole appoggio
dell’onorevole Roberto De Vito, deputato “governativo” eletto nel
collegio giuliese, venivano completati nel 1916. Il “pennello”
realizzato aveva la sua radice nella spiaggia a circa 550 metri a
sud della strada che immetteva alla spiaggia stessa, con la funzione
di difendere l’arenile dalla invasione delle ghiaie, per una
lunghezza di 180 metri – quindi con parziale modificazione del
progetto originario che invece prevedeva una lunghezza di 155 metri
- e orientato per 52 gradi est[46].
La sua larghezza era di sei metri, eccetto in testata, la cui
maggiore larghezza (8 metri) era stata prevista per offrire una
maggiore resistenza ai colpi di mare. La costruzione era stata
eseguita con massi artificiali collegati da cemento e situati in
modo da rimanere per circa un metro e mezzo fuori del livello del
mare, così consentendo l’arresto dei materiali asportati dai colpi
di mare e per effetto della corrente costiera. Non era peraltro
stata trascurata l’ipotesi di un utilizzo commerciale, prevedendosi
una scaletta di accesso al mare – a scarpa – per rendere agevole
l’accosto di piccole navi veliere[47].
I lavori erano stati preceduti dalle operazioni di scandaglio e dai
rilievi portati a compimento nel gennaio 1913 dagli ingegneri del
Genio Civile di Teramo, organo incaricato di redigere il relativo
progetto[48].
Dunque venivano finalmente poste le premesse per realizzare un
«sogno a lungo vagheggiato», secondo le parole dell’anonimo
corrispondente de “L’Italia Centrale”[49]
e le espressioni sostanzialmente identiche di Saverio Sechini
(giornalista e già consigliere comunale, dal 1920 al ’22 vicesindaco
e impegnatosi, tra i primi, nella lunga lotta per il porto e la
marineria giuliese[50]),
cioè il desiderio di restituire alla città quel porto – tanto
reclamato e mai costruito – che nel lontano passato aveva reso la
romana Castrum Novum e quindi la rinascimentale città voluta da
Giuliantonio Acquaviva il più importante centro di commercio
marittimo dell’Abruzzo settentrionale.
-
5.- Il mare riconquistato. Speranze, progetti e realizzazioni nel
ventennio fascista.
-
La
costruzione dell’opera dava luogo però alla erosione della spiaggia
verso nord con minaccia dello stradale che conduceva al mare. Per
ovviare a questo problema fu riconosciuta, da parte di una speciale
Commissione ministeriale e ai sensi e per i benefici di cui alle
leggi 14 luglio 1907 n. 542 (articolo 6) e 26 giugno 1913 n. 764
(articolo 5), ambedue relative alla difesa degli abitati e delle
spiagge in prossimità dell’abitato dagli inghiaiamenti del fiume, la
necessità di costruire un secondo pennello, la cui ultimazione si ha
nel 1924 dopo i lavori avviati nel 1921 per un importo di lire un
milione e 200mila sul fondo dei sette milioni concessi per il porto,
ed in concomitanza con i lavori per la bonifica del litorale tra il
Tordino ed il Salinello, in questo periodo ancora in corso[51].
Il risultato sarà un pennello di 215,90 metri di lunghezza e di 4,40
metri di larghezza, collocato a 550 metri a settentrione del primo
(l’attuale molo nord), con un bacino ricavato nello specchio acqueo
compreso tra i due pennelli di circa 16 ettari[52].
-
Ma il
comprensibile entusiasmo degli operatori commerciali e dei pescatori
durerà ben poco.
-
La
realizzazione dei due pennelli dava infatti origine all’avanzamento
verso mare della battigia per 100 metri all’incirca tra i moli,
fenomeno in continua progressione e dovuto al deposito delle sabbie
trascinate dalla corrente litoranea adriatica che corrodeva il fondo
nell’incontro dei due pennelli, nello specchio d’acqua intercluso.
Oltretutto a partire dal 1925 la parte del molo sud lasciato in
abbandono dopo i lavori di soprastruttura, autorizzati con decreto
ministeriale dell’11 giugno 1923, inizia ad affondare e solo
reiterati reclami – a quelli dei cittadini si unisce il Commissario
prefettizio Colucci, che premendo sugli organi politici nazionali
riesce ad ottenere l’attenzione del competente ministero –
convincono il capo del R. Genio Civile di Teramo a provvedere
all’arretramento del faro impiantato[53].
Nel 1926 le lamentele sullo stato di sostanziale abbandono in cui
versa il porto si intensificano: Luigi Crocetti con lettera del 7
ottobre poi pubblicata su “L’Italia Centrale” denuncia il cedimento
della parte centrale del molo di circa 23 metri temendo gli effetti
devastatori delle mareggiate, così dando avvio ad una vera
“campagna” per la continuazione dei lavori[54].
-
La
consapevolezza dell’importanza dello scalo marittimo giuliese, e la
necessità di apprestare idonee attrezzature per agevolare le
operazioni dei velieri ma anche per realizzare un idoneo rifugio per
le barche da pesca, spingono infine le autorità a più risolutive
soluzioni.
-
Pertanto il Provveditorato delle Opere pubbliche per gli Abruzzi e
Molise nel piano regolatore delle opere regionali del 30 aprile 1927
prevede la realizzazione di una serie di opere: anzitutto il
prolungamento del molo nord per 350 metri e del molo sud per 175
metri con ripiegamento verso nord per altri 425 metri. Quindi e
opportunamente la costruzione di calate e banchine per un
chilometro; l’escavazione dello specchio acque interno alla
profondità di 5 metri; arrendamenti e segnalazioni. Il 30 gennaio
1928 l’impresa aggiudicatrice, quella senigalliese di Alessandro
Gilardi, firmava il relativo contratto per la ripresa di un primo
gruppo di lavori a fronte di un finanziamento ammontante a un
milione di lire[55].
-
Nonostante il nuovo e sollecito intervento (nel 1930 viene
realizzato il prolungamento del molo sud di circa 100 metri),
residuano tuttavia problemi di varia natura, evidenziati
dall’incapacità dell’approdo giuliese a consentire l’agevole scarico
del carbone trasportato dai motovelieri, divenuti numerosi a seguito
dello sfruttamento razionale dei bacini carboniferi dell’Arsa
avviato a partire dal 1930. E’ soprattutto la mancanza di banchine
del molo sud a creare i maggiori problemi ai motovelieri venuti
dalla Dalmazia per lo scarico del carbone, necessario al
funzionamento degli opifici della provincia, come lamenta nel marzo
del 1931 Luigi Crocetti utilizzando per le sue legittime proteste le
colonne de “L’Italia Centrale”[56].
Un mese prima, Saverio Sechini dalle pagine de “Il Giornale
d’Italia”, nel commentare il provvedimento del Consiglio dei
Ministri da poco intervenuto a favore della pesca, esortava le
autorità competenti a provvedere al completamento delle
infrastrutture portuali: «La costa abruzzese non ha ancora porti,
non ha rifugi. Non sono tali quelli di Ortona, di Pescara, di
Giulianova, di Termoli. Monconi di scogliere da anni attendono di
essere trasformati in banchine; specchi d’acqua artificiale,
lasciati alla mercé delle correnti, si vanno insabbiando [...]. Si
portino a termine i porti incominciati. [...] E’ un dovere di
umanità, innanzi tutto, ma è anche un dovere sociale. Noi lo
attendiamo il compimento di questo dovere!»[57].
-
La
richiesta accorata del Sechini muoveva principalmente dalla
avvertita esistenza di due questioni, ambedue importanti e in attesa
di soluzione definitiva o almeno di risposte concrete. In primo
luogo quella relativa alla necessaria predisposizione di rifugi
idonei ad evitare danni ingenti alle flottiglie pescherecce,
avvenimenti purtroppo non infrequenti in passato come peraltro aveva
segnalato in un suo sentito intervento del lontano 1916 Vincenzo
Bindi[58];
in secondo luogo quella riguardante una esuberante disoccupazione,
che si voleva almeno in parte lenire con la ripresa dei lavori in
ambito portuale. Interventi necessari anche per rinvigorire
l’attività industriale, posto che numerose fabbriche locali avevano
sofferto per la mancanza di strutture portuali idonee, ed altre
ditte extraregionali intenzionate a stabilire a Giulianova propri
stabilimenti avevano desistito per la medesima ragione[59].
Tuttavia, a scorrere le cifre relative al movimento della
navigazione – cabotaggio e velieri – per operazioni di commercio,
secondo le registrazioni effettuate dalla Regia Dogana principale di
Giulianova negli anni 1928-1932, emerge abbastanza agevolmente il
progressivo aumento dell’attività portuale. Se, infatti, nel 1928
sono 7 i bastimenti approdati, per un totale di 675 tonnellate di
merce sbarcata (155 proveniente dall’estero e 520 dal Regno),
quattro anni dopo il numero dei bastimenti arrivati è più del doppio
(sono infatti 16), con 1821 tonnellate di merce sbarcata (410 di
provenienza estera e 1411 dal Regno) benché già nel 1936 sia
evidente la forte contrazione degli sbarchi (appena mille
tonnellate, cifra sostanzialmente identica a quella riscontrabile
nel ‘38 con un minimo nel 1937, appena 361 tonnellate) e davvero
ridotti siano gli imbarchi (solo nove tonnellate nel 1937 e 246
nell’anno successivo)[60].
-
Parimenti, la pesca registra un costante aumento, grazie anche alla
progressiva diffusione di imbarcazioni dotate di motori ausiliari
(il primo tentativo in tal senso s’era registrato nel 1928). Il
pescato – soprattutto triglie e merluzzi, ma con forti quantitativi
di cefali, sardine, naselli ed ombrine, per una produzione stimata
in oltre quattromila quintali nella provincia – oltre che in vari
centri della provincia, viene spedito in considerevoli quantitativi
a Roma, sulla cui piazza appare particolarmente apprezzato. Pur
essendo ancora incomplete, le strutture portuali esplicano un
effetto tonificante nei confronti della locale economia ed iniziano
ad essere parte integrante del paesaggio urbano giuliese.
-
Si
giunge così al 1932, anno nel quale relativamente al porto – con il
molo nord e sud lunghi, rispettivamente, 215,90 e 474,50 metri – il
Ministero dei Lavori Pubblici, facendo seguito alle reiterate
premure del Prefetto, dispone l’appalto dei lavori di sistemazione
del molo nord per un importo di circa tre milioni e mezzo di lire
con sistema di pagamento in annualità.
-
Il
progetto si presenta molto articolato. Per cominciare si dispone il
prolungamento del molo sino alla testata prefissa, ossia per 350
metri, rendendolo in tal modo utilizzabile all’attracco diretto dei
velieri e dei piroscafi di pescaggio limitato con fronte interno
verticale. Si prevede inoltre la conservazione integrale delle
dimensioni e della struttura esistente con la realizzazione però
della calata per l’approdo delle navi di piccolo e medio cabotaggio
mediante il collocamento di massi speciali nella parete frontale del
molo, disposti a piloni verticali. La sezione scogliera secondo il
progetto dovrà avere la scarpata esterna con spessore di 2 metri
oltre il ciglio della sovrastruttura, e sarà formata con massi
artificiali in calcestruzzo. La testata del molo – con lunghezza di
metri 10 e larghezza di 15 – sarà presidiata da apposita scogliera
che circuirà la sovrastruttura della testata con spessore di metri
4. Questa sarà contenuta in rivestimento di muratura a mattoni dello
spessore medio di 30 centimetri con immorsature nel conglomerato, ed
interrotta da diaframmi trasversali della stessa muratura
distanziati ogni 10 metri circa. Il ciglio interno, per un’altezza
di cm. 40 e rientranza di un metro, sarà costituito da conglomerato
cementizio tale da formare un coronamento di sufficiente resistenza.
Quanto al praticabile superiore, si prevede per esso la forma
convessa con saetta di 7 cm. per lo scolo delle acque. Sempre per il
molo nord si prevede inoltre la collocazione di sette bitte
d’ormeggio frontali in ghisa, tre scalette di approdo (due agli
estremi del nuovo tratto ed una nella parte mediana) e tre scalette
in ferro alla marinara, oltre all’apposizione di 15 anelli grandi da
ormeggio e 6 piccoli, questi ultimi da collocare ai lati delle
scalette di approdo. La scogliera sarà affondata nella sabbia per un
metro sotto le quote battute negli scandagli del mare.
-
Quanto
al molo sud, per esso si prevede la costruzione di ulteriori 75
metri, e i 425 metri del ripiegamento del molo stesso verso nord,
alla profondità variabile da 5 a 7 metri circa, e il dragaggio di
400mila metri cubi di sabbia per formare uno specchio d’acqua,
libero e profondo 5 metri, della superficie di 200mila metri
quadrati, a fronte di una spesa preventivata in 15 milioni di lire.
-
Tre
anni dopo la fisionomia del molo nord presenta una configurazione
sufficientemente delineata: con parziale scostamento dal progetto
originario si è raggiunta una lunghezza di circa 440 metri, 240 dei
quali nella primitiva direzione e i restanti 200 in direzione di
scirocco. La bocca tra le due estremità dei moli è larga 130 metri
rivolta quasi esattamente alla traversa principale, in fondali di
4-5 metri[61].
-
In
quello stesso anno, dopo due anni di lavoro, viene anche licenziato
il nuovo piano regolatore della città che prevede un abitato
dell’estensione tre volte superiore a quello attuale, con
realizzazione di un grande asse viario destinato a collegare la
strada statale adriatica agli impianti portuali.
-
L’estremo limite degli anni Trenta d’altronde fa registrare una
straordinaria gemmazione di iniziative. Nel gennaio del 1939 – dopo
l’inaugurazione avvenuta l’anno precedente – inizia ufficialmente la
sua attività il Mercato del pesce all’ingrosso di Giulianova,
destinato ad abolire i tradizionali ed ormai superati sistemi di
produzione e a dare un forte sviluppo all’attività del commercio
ittico. L’ampio edificio, progettato il 31 marzo 1935 dagli
ingegneri Ernesto Pelagalli e Giuseppe Jannetti e da quest’ultimo
modificato il 2 giugno del ’37[62],
chiaramente secondo i dettami architettonici prevalenti nel periodo
e costruito grazie all’intervento finanziario del Banco di Napoli
(che ovviamente gestisce il servizio “cassa” al suo interno),
dispone di venti magazzini per la spedizione del pesce, ciascuno
dotato di due vasche per i lavaggi e di frigorifero, di due tettoie
principali per lo smistamento dei prodotti ittici nelle ore d’asta e
di altre due per gli acquirenti spedizionieri che vi confezionano
l’esportazione. Logico corollario è la serie di ambienti destinati
ad uffici, Direzione del Mercato, sezione astatori e uffici pesatori[63].
E’ un vento di straordinaria modernizzazione che non manca di
risultati appaganti. Nel primo anno di vita della nuova struttura,
la produzione viene quantificata in 13.662,79 quintali per una
volume di affari di oltre tre milioni. Se la maggior parte della
produzione continua ad essere collocata sulla piazza di Roma,
tuttavia quantitativi ragguardevoli vengono smerciati a Napoli,
Milano, Torino, Venezia ed in altri centri minori, segnalando
l’ascesa del mercato giuliese nell’attività esportativa nazionale[64].
Forte espansione all’attività peschereccia viene data poi dal
potenziamento della flottiglia, più di trenta unità gran parte delle
quali a motore, grazie anche alle iniziative promosse dalla
direzione del Mercato (che organizza il 19 e 20 agosto del 1939 la I
Mostra Ittica, con premi per complessive 12mila lire destinati ai
pescherecci distintisi nell’attività) e col fondamentale sostegno
del Banco di Napoli.
-
La
creazione del Mercato funge anche da moltiplicatore per iniziative e
progetti collaterali. Il pubblicista teramano Pietro Marcozzi, che
aveva seguito l’iter per la realizzazione del Mercato e ne aveva
perorato l’istituzione, accarezza l’idea di istituire nella
cittadina adriatica una scuola permanente di abilitazione e di
educazione marinara – una «piccola università della pesca» che
secondo i progetti doveva intitolarsi a Costanzo Ciano – trovando
nei vertici del Banco di Napoli entusiasti sostenitori, i quali
destinano al progetto la ragguardevole somma di 50 mila lire. In
questo fermento si colloca anche la proposta di dotare la «famiglia
marinara» locale di una “Casa del Pescatore” – una sorta di
dopolavoro ricreativo – e di istituire un Consorzio Marinaro al
quale affidare la disciplina dell’ «andamento e [degli] sviluppi dei
pescatori nei vari settori morali ed economici, con speciale
riguardo al collocamento della mano d’opera, alla tutela degli
interessi ed al rispetto delle norme che disciplinano le varie
leggi»[65].
-
In
questa strategia si inscrive egualmente l’avvio, presso la Scuola
tecnica industriale, di un nuovo indirizzo per Maestri d’Ascia (nei
laboratori della scuola gli allievi vengono addestrati alla
costruzione di barche e cabine di comando per motopescherecci),
nonché, su altro fronte, la edificazione – prevista nei programmi
dell’ Istituto Autonomo Case Popolari del 1939 – di quattro
palazzine per complessivi nove alloggi da realizzarsi in un’area
posta a monte della strada comunale parallela alla spiaggia,
ritenuta «adattissima» sia perché posta in prossimità della “zona
industriale” – dalla quale però ne era separata tramite una folta
pineta – sia per il basso costo del terreno, circa 5 lire al metro
quadrato[66].
-
Nel
1940, per concludere questa nostra veloce carrellata, venivano
finalmente ultimati i lavori di completamento del molo nord del
porto, costati quasi quattro milioni di lire (quindi con una
lievitazione dei costi rispetto a quelli preventivati) e con
l’impiego di 51160 giornate di lavoro operaio. Il mare era stato
riconquistato!
-
-
TABELLE
-
-
Anni
|
-
Pescatori e marinai a Giulianova
|
-
1814
|
-
7
|
-
1816
|
-
12
|
-
1818
|
-
12
|
-
1820
|
-
38
|
-
1822
|
-
35
|
-
1826
|
-
119
|
-
1828
|
-
83
|
-
1830
|
-
83
|
-
1913
|
-
380
|
-
1937
|
-
93
|
-
-
(fonte: M.
Armiero 1998; C. Felice, 1983)
-
-
-
ANNI
|
-
Imbarcazioni maggiori delle 300 tonnellate nell’Abruzzo
Ultra I
|
-
Imbarcazioni minori delle 10 tonnellate nell’Abruzzo
Ultra I
|
-
Piccole imbarcazioni nell’Abruzzo Ultra I
|
-
1833
|
-
8
|
-
1
|
-
2
|
-
1834
|
-
15
|
-
13
|
-
13
|
-
1835
|
-
14
|
-
13
|
-
10
|
-
1836
|
-
13
|
-
12
|
-
12
|
-
1837
|
-
|
-
|
-
|
-
1838
|
-
21
|
-
22
|
-
21
|
-
1839
|
-
20
|
-
23
|
-
23
|
-
1840
|
-
19
|
-
24
|
-
24
|
-
1841
|
-
15
|
-
19
|
-
19
|
-
1842
|
-
20
|
-
17
|
-
17
|
-
1843
|
-
18
|
-
19
|
-
19
|
-
1844
|
-
|
-
|
-
|
-
1845
|
-
15
|
-
21
|
-
21
|
-
1846
|
-
|
-
|
-
|
-
-
(Fonte: N.
Ostuni 1993)
-
-
- MOVIMENTI RELATIVI ALL’ANNO 1893
-
Bastimenti arrivati nell’approdo di Giulianova
-
-
In navigazione intern.le
|
-
In navigazione
-
di cabotaggio
|
-
Tonnellate di stazza navigaz. Internazionale
|
-
Tonnellate di stazza navigaz. di cabotaggio
|
-
Merce sbarcata
-
complessiva-mente in tonnellate
|
-
3
|
-
6
|
-
102
|
-
116
|
-
364
|
-
-
- MOVIMENTI RELATIVI ALL’ANNO 1893
-
Bastimenti partiti dall’approdo di Giulianova
-
-
In navigazione intern.le
|
-
In navigazione
-
di cabotaggio
|
-
Tonnellate di stazza navigaz. Internazionale
|
-
Tonnellate di stazza navigaz. di cabotaggio
|
-
Merce imbarcata
-
complessiva-mente in tonnellate
|
-
4
|
-
5
|
-
172
|
-
46
|
-
--
|
-
-
(Fonte: Movimento
della navigazione nei porti del Regno nell’anno 1893, Roma 1894)
-
-
ELENCO DEI PESCHERECCI GIULIESI REGISTRATI
-
PRESSO LA DELEGAZIONE DI PORTO DI GIULIANOVA NEL 1894
-
-
-
Nome e cognome del proprietario
|
-
-
Denominazione del galleggiante
|
-
-
Numero di registro
|
-
-
Tonnellaggio
-
-
|
-
Flagnani Flaviano e
Loreto Mosca
|
-
-
Duilio
|
-
-
4
|
-
-
4,00
|
-
Flagnani Flaviano e
Loreto Mosca
|
-
-
Italia
|
-
-
4
|
-
-
4,00
|
-
Mosca Elisa di
Filippo
|
-
Concettina
|
-
21
|
-
3,20
|
-
Mosca Filippo fu
Gaetano
|
-
-
S. Flaviano
|
-
-
23
|
-
-
2,50
|
-
Mosca Elisa di
Filippo
|
-
Ida
|
-
28
|
-
4,20
|
-
conte Acquaviva
Andrea
|
-
-
Gioia
|
-
-
40
|
-
-
4,71
|
-
Tiberio Tommaso fu
Donato
|
-
-
Ida
|
-
-
41
|
-
-
1,50
|
-
Tiberio Tommaso fu
Donato
|
-
-
Alfonsina
|
-
-
44
|
-
-
1,65
|
-
Jacone Addolorata
-
vedova Marà
|
-
-
Zoraide
|
-
-
45
|
-
-
4,65
|
-
Jacone Addolorata
-
vedova Marà
|
-
-
Serafino
|
-
-
46
|
-
-
4,65
|
-
Campetti Domenico
-
fu Lorenzo
|
-
-
Flaviano
|
-
-
51
|
-
-
5,48
|
-
Campetto Domenico
-
fu Lorenzo
|
-
-
Splendore
|
-
-
52
|
-
-
5,48
|
-
Mosca Filippo
-
fu Gaetano
|
-
-
Giulia
|
-
-
53
|
-
-
4,59
|
-
Mosca Filippo
-
fu Gaetano
|
-
-
Splendore
|
-
-
54
|
-
-
4,59
|
-
Mosca Filippo
-
fu Gaetano
|
-
-
Albano
|
-
-
64
|
-
-
1,90
|
-
Marà Flaviano
-
fu Pasquale
|
-
-
Arduino
|
-
-
71
|
-
-
1,81
|
-
Marà Flaviano
-
fu Pasquale
|
-
-
Adina
|
-
-
72
|
-
-
3,33
|
-
Marà Pasquale
-
fu Filippo
|
-
-
Spartaco
|
-
-
73
|
-
-
2,33
|
-
-
(Fonte: Monografia
della Provincia di Teramo, Teramo 1893)
-
-
MOVIMENTO MARITTIMO RELATIVO ALL’APPRODO DI GIULIANOVA
-
ANNI 1898-1907
-
-
ANNO
|
-
MERCI TONNELLATE
|
-
1898
|
-
5.361
|
-
1899
|
-
8.134
|
-
1900
|
-
9.112
|
-
1901
|
-
7.654
|
-
1902
|
-
7.766
|
-
1903
|
-
14.660
|
-
1904
|
-
10.221
|
-
1905
|
-
7.896
|
-
1906
|
-
10.852
|
-
1907
|
-
9.847
|
-
1911
|
-
2.476
|
-
-
(Fonte: G.
Albi 1915)
-
- MOVIMENTI RELATIVI ALL’ANNO 1913
-
Velieri italiani arrivati nell’approdo di Giulianova
-
-
In navigazione intern.le
|
-
In navigazione
-
di scalo
|
-
Stazza velieri in navig. internaz.
|
-
Stazza velieri in navig. di scalo
|
-
Merci dall’estero
-
Totali
|
-
26
|
-
3
|
-
Tonn. 1.027
|
-
Tonn. 93
|
-
Tonn. 2.476
|
-
-
- MOVIMENTI RELATIVI ALL’ANNO 1913
-
Velieri italiani partiti dall’approdo di Giulianova
-
-
In navigazione intern.le
|
-
In navigazione
-
di scalo
|
-
Stazza velieri in navig. internaz.
|
-
Stazza velieri in navig. di scalo
|
-
Merci
-
|
-
23
|
-
6
|
-
Tonn. 924
|
-
Tonn. 196
|
-
-
|
-
-
- MOVIMENTO COMPLESSIVO PER L’ANNO 1913
-
-
VELIERI
|
-
STAZZA
|
-
MERCI
|
-
58
|
-
Tonn. 2.240
|
-
Tonn. 2.476
|
-
-
(Fonte G.
Albi 1915)
-
-
MOVIMENTO DELLA NAVIGAZIONE (cabotaggio - velieri) PER OPERAZIONI DI
COMMERCIO NEL PORTO DI GIULIANOVA 1928-1932
-
ARRIVI
-
-
ANNO
|
-
Numero
|
-
Tonnellate di stazza netta
|
-
Tonnellate di merce sbarcata proveniente
-
dall’estero
|
-
Tonnellate di merce sbarcata proveniente
-
dal Regno
|
-
equipaggio
|
-
1928
|
-
7
|
-
317
|
-
155
|
-
520
|
-
40
|
-
1929
|
-
7
|
-
358
|
-
-
|
-
708
|
-
40
|
-
1930
|
-
8
|
-
365
|
-
239
|
-
666
|
-
47
|
-
1931
|
-
11
|
-
624
|
-
83
|
-
1070
|
-
75
|
-
1932
|
-
16
|
-
715
|
-
410
|
-
1411
|
-
87
|
-
-
-
MOVIMENTO DELLA NAVIGAZIONE (cabotaggio - velieri) PER OPERAZIONI DI
COMMERCIO NEL PORTO DI GIULIANOVA 1928-1932
-
PARTENZE
-
-
ANNO
|
-
Numero
|
-
Tonnellate di stazza netta
|
-
Tonnellate di merce imbarcata per l'estero
|
-
Tonnellate di merce destinata
-
nel Regno
|
-
equipaggio
|
-
1928
|
-
7
|
-
317
|
-
-
|
-
-
|
-
40
|
-
1929
|
-
7
|
-
358
|
-
-
|
-
-
|
-
40
|
-
1930
|
-
8
|
-
365
|
-
-
|
-
-
|
-
47
|
-
1931
|
-
11
|
-
624
|
-
168
|
-
-
|
-
75
|
-
1932
|
-
16
|
-
715
|
-
-
|
-
-
|
-
87
|
-
-
(Fonte
La Provincia di Teramo nei suoi valori economici. 1928-1932, Teramo
1934)
-
- IMBARCHI RELATIVI AGLI ANNI 1937-1938
-
-
ANNO
|
-
TONNELLATE
|
-
1937
|
-
9
|
-
1938
|
-
246
|
-
-
(Fonte
U.Toschi 1942)
-
NOTE
-
-
* L’Autore di queste note sente il
dovere di ringraziare Alessandro Braccili e Manuel Bastioni,
preziosi e pazienti come sempre.
-
-
[1]
Cfr.
M. Montebello,
Castrum Novum Piceni e il suo territorio, Roma, Gruppo
Archeologico Romano, 1980.
-
[2]
R. Cerulli,
Giulianova 1860, Teramo, Abruzzo Oggi, 19682, pp.
215 ss.; G. Ciaffardoni,
Cronaca. Breve cenno di Castro e Giulia in Abruzzo Primo,
Teramo, dai tipi di Quintino Scalpelli, 1861, pp. 13-14, ora
disponibile nella ristampa, con saggi di A.
Marroni, M.
Montebello e S.
Galantini, edita
nel 1998 dall’Istituto Abruzzese di Ricerche Storiche di Teramo
nella collana “Opuscula - Quaderni dell’Istituto Abruzzese di
Ricerche Storiche”.
-
[3]
Così G. Albi,
L’Abruzzo marittimo, Casalbordino, Casa Tipogr. Editr. N. De
Arcangelis, 1915, p. 29.
-
[4]
Cfr.
A.R. Staffa,
L’Abruzzo costiero. Viabilità, insediamenti, strutture portuali
ed assetto del territorio fra Antichità ed Alto Medioevo,
Lanciano, Casa editrice Rocco Carabba, 2002, p. 29 e ss.
-
[5]
R. Cerulli,
Giulianova 1860, cit., p. 230 e note 56, 57.
-
[6]
Cfr. in proposito C.
Felice, Porti e scafi. Politica ed economia sul
litorale abruzzese-molisano (1000-1980), Vasto, Cannarsa,
1983, p. 8.
-
[7]
Cfr. C. Minieri Riccio,
Notizie storiche tratte da 62 registri angioni,
Napoli, tip. di R. Rinaldi e G. Sellitto, 1877, pp. 170-187.
-
[8]
C. Felice, Porti
e scafi, cit., p. 9.
-
[9]
Viene rogato il 9 dicembre 1362 un pubblico strumento –
conservato nell’Archivio Comunale di Teramo – per mezzo del
quale l’Università e cittadini di Atri stringono patti con
l’Università di Teramo sulle riscossioni da farsi da questa e da
pagarsi ai gabellotti e credenzieri stabiliti in Teramo per
esigere a conto di Atri la gabella tanto del Fondaco e della
Dogana, quanto del carico e dello scarico delle navi nel porto e
nella spiaggia (splaio) di Cerrano. La cosa irritò molto gli
abitanti di S. Flaviano – privati così di introiti essenziali –
che, invano, ricorsero alla Corte. E’ infatti del 9 marzo 1363
il “diploma” – la cui copia tuttora si conserva nell’Archivio
Comunale di Teramo – con il quale la Regina Giovanna I accorda
ai teramani piena libertà di avvalersi del porto di Atri o di
ogni altro a loro piacimento. In argomento cfr.:
M. Sgattoni,
Cerrano nel Medioevo, in Cerrano ieri e oggi, a cura
di M. Sgattoni e P. Zanni Ulisse, Teramo, Amministrazione
Provinciale, 1983, p. 52 (e pertinente bibliografia alle pp.
70-73); R. Cerulli, Giulianova 1860, cit., p. 321;
F. Savini, Il
comune teramano nella sua vita intima e pubblica, dai più
antichi tempi ai moderni, Roma, Forzani, 1895, pp. 202-203;
C. Cappelli, G. Di
Francesco, A. Fiori, Regesti delle pergamene degli
Archivi vescovile e Comunale di Teramo, Teramo, Centro
Abruzzese di Ricerche Storiche, 1978, p. 156 e nota 38;
M. Montebello,
Giulianova e il suo territorio (1470 circa) nella politica
acquaviviana, in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di
Storia Patria”, a. LXX (1980), p. 433 e ss.
-
[10]
R. Colapietra,
L’istituzione della Dogana di Foggia e le strutture
appenninico-adriatiche del Regno di Napoli nel Quattrocento,
in S. Boesch Gajano, M.
R. Berardi, Civiltà medioevale negli Abruzzi, vol.
I, L’Aquila, Colacchi, 1990, p. 374.
-
[11]
M.
Bevilacqua,
Giulianova. La costruzione di una città ‘ideale’ del
Rinascimento, Napoli, Electa, 2002, pp. 30-31.
-
[12]
In argomento R. Colapietra,
Abruzzo e Puglia nell’orizzonte feudale degli Acquaviva tra
Quattro e Cinquecento, in “Archivio storico per le province
napoletane”, a. CXI (1993), pp. 39-88.
-
[13]
G. Incarnato,
L’evoluzione del possesso feudale in Abruzzo Ultra dal 1500 al
1670, in “Archivio storico per
le province napoletane”, a. LXXXIX (1971), p. 223 e n. 6, p.
223.
-
[14]
Così M. Sirago,
Porti, caricatoi e approdi degli Abruzzi tra XVI e XVIII secolo,
in Deputazione Abruzzese
di Storia Patria, Incontri Culturali dei Soci.
II, cit., p. 42 e Id.,
Attività economiche e diritti feudali nei porti,
caricatoi ed approdi meridionali tra XVI e XVIII secolo, in
Sopra i porti di mare. II. Il Regno di Napoli, a cura di G.
Simoncini, Firenze, Olschki, 1993, p. 162. Altri riferimenti in
M. R. Pessolano,
Il sistema portuale abruzzese-molisano dal Viceregno
all’Unità, in
Sopra i porti di mare, cit., p. 162.
-
[15]
R. Cerulli,
Giulianova 1860, cit., p. 251.
-
[16]
Cfr. M. Montebello,
La fondazione di Giulianova nel panorama peninsulare, in
L’Esemplare vicenda. Studi storici sull’Abruzzo offerti a
Riccardo Cerulli ottuagenario, a cura di S. Galantini,
Teramo, Edigrafital, 2000, p. 81.
-
[17]
M.
Bevilacqua,
Giulianova. La costruzione di una città ‘ideale’ del
Rinascimento, cit., p. 33 e ss.
-
-
[18]
A. Bulgarelli Lukacs,
Mercati e mercanti in Abruzzo (secc. XV-XVIII), in
Abruzzo. Economia e territorio in una prospettiva storica, a
cura di M. Costantini e C. Felice, L’Aquila, Regione Abruzzo –
Assessorato alla Promozione culturale (Vasto, Cannarsa), 1998,
p. 261.
-
[19]
M. R. Pessolano,
Il sistema portuale abruzzese-molisano, cit., p. 162.
-
[20]
Tra il 1 settembre 1568 e il 31 agosto 1569 il portolano
d’Abruzzo, Geronimo de Segura, registra, per quanto concerne
specificamente Giulianova e Vasto, otto «estrattioni» con
destinazione San Vito, Ortona e Pescara. Cfr. al riguardo
A. Bulgarelli Lukacs,
Mercati e mercanti in Abruzzo (secc. XV-XVIII), cit. p.
274.
-
-
[21]
Cfr. C. Felice,
Il Sud tra mercati e contesto. Abruzzo e Molise dal Medioevo
all’Unità, Milano, Franco Angeli,
-
[22]
Cfr.
N. Palma, Storia
della città e Diocesi di Teramo, rist., vol. 3, Teramo,
Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, 1980, p. 97 e
F. Brunetti,
Sacra ac profana Aprutii Monumenta, a cura di R. Ricci,
Teramo, Provincia di Teramo – Biblioteca Provinciale Melchiorre
Delfico, 2000, p. 27.
-
[23]
Cfr. in proposito l’Appendice relativa a Gli scali
meridionali fino al 1860: descrizioni, lavori e diritti feudali,
in Sopra i porti di mare, cit., p. 403.
-
[24]
C. Marciani, Un
cantiere veneto a Giulianova nel 1500,
in “Rivista Abruzzese”, a. XIX (1966), n. 3, pp. 120-127, poi in
Scritti di Storia, Lanciano, Carabba, 1974, pp.
68-75.
-
[25]
Riguardo la difesa costiera del versante adriatico del Regno cfr.
per tutti, oltre al lavoro di
A. Gambacorta,
Città fortificate e torri costiere della Puglia e dell’Abruzzo
nelle relazioni di Carlo Gambacorta, in “Castellum”, a. II
(1965), e a quello di V.
Faglia, Visita alle torri costiere nelle province
d’Abruzzo, in “Castellum”, a.XV (1978),
F. Russo, La
difesa costiera del Regno di Napoli dal XVI al XIX secolo,
Roma, Stato Maggiore Esercito, Ufficio storico, 1989.
-
[26]
Cfr. R. Cerulli,
Il Portico De’ Bartolomei e il Monumento a Vittorio Emanuele
II, in “La Madonna dello Splendore”, 13/1994, p. 21, ora ne
Il cerchio inconchiuso. Momenti di storia giuliese attraverso
le pagine della rivista “La Madonna dello Splendore” (1982-1995),
a cura di S. Galantini, Teramo, Demian Edizioni, 1995, p. 105.
-
[27]
Il manoscritto in argomento è stato pubblicato in “Nord e Sud”,
a. XXIV (1977), n. 31-32, pp. 191-199. Più recentemente è stato
riportato in V. Clemente,
Rinascenza teramana e riformismo napoletano (1777-1798),
Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1981, pp. 167-172 (p.
171 per la parte relativa a Giulianova) e, solo richiami, in
C. Felice, Porti
e scafi, cit., pp. 58 ss.
-
[28]
G.M. Galanti,
Della descrizione geografica e politica delle Sicilie, a
cura di F. Assante e D. Demarco, Napoli, Edizioni scientifiche
italiane, 1969, p. 468 (rist. della Nuova descrizione
geografica e politica delle Sicilie, Napoli, presso i soci
del Gabinetto Letterario, 1786-1790). In argomento cfr. altresì
N. Cortese, Gli
Abruzzi alla fine del Settecento nella descrizione di Giuseppe
Maria Galanti, in “Samnium”, a. XIII (1940), n. 3-4, pp. 141
ss. Opportuna è anche, per quel che qui interessa, la lettura
della relazione, per troppo tempo rimasta ignota ai più, stilata
dal Galanti nel 1794 e relativa alla nostra provincia, ora in
G.M.Galanti, Il
Giornale del Viaggio (1791) ed altri scritti sugli Abruzzi,
a cura di V. Clemente, Roma, Istituto per la Storia del
Mezzogiorno, 1991.
-
[29]
C. Della Penna,
Relazioni “statistiche” per la provincia Aprutina in età
murattiana, in “Aprutium”, a. X (1992), n. 1, p.79.
-
[30]
C. Della Penna,
Aspetti della vita sociale ed economica dell’Abruzzo marittimo
nella statistica murattiana, Chieti, Vecchio Faggio, 1990,
p. 99.
-
[31]
Cfr. M. Armiero,
Oltre la montagna. La pesca nell’Abruzzo preunitario, in
“Abruzzo contemporaneo”, 7/1998, p. 49.
-
[32]
Si rimanda in proposito ai documentati saggi di G.
De Lucia, Saggio
sullo stato economico della Provincia di Teramo, in
“Rassegna Storica del Risorgimento”, a. XLIV (1957), fasc.
II-III, p. 346, ora anche in estr., Roma, Istituto Poligrafico
dello Stato, Libreria dello Stato, s.d. [ma 1957], e Il
commercio della ceramica castellana nel periodo borbonico,
in “Abruzzo”, a. VII (1969), n. 1, spec. p. 250 e n. 33.
-
I bastimenti giuliesi impegnati
nell’attività di trasporto delle ceramiche castellane sono: il
“S. Antonio” con 5 marinai; il “Le Anime del Purgatorio”
ugualmente con 5 marinai; il “S. Camillo” con 9; il “Madonna
delle Grazie” con 8 ed infine il “Giovannino” con 7.
-
[33]
Sul punto R. Cerulli,
Giulianova 1860, cit., p 33 n. 5.
-
[34]
G. Rasicci,
Tortoreto Alba Adriatica. Preistoria - Storia - Arte, S.
Gabriele, Eco Editrice, 1983, p. 88.
-
[35]
R. Cerulli,
Giulianova 1860, cit., pp. 23, 85-86. In argomento v. anche
L. Umile,
Giulianova: da sempre un porto commerciale al servizio degli
operatori locali, in “Notizie dell’Economia teramana”, a.
XXXIII (1981), n. 10-12, pp. 34-38.
-
[36]
Cfr. M. R. Pessolano,
Il sistema portuale abruzzese-molisano dal
Viceregno all’Unità,
in Sopra i porti di mare, cit., pp. 192-193.
-
-
[37]
Cfr. G. Cerulli Irelli,
Sul commercio della Provincia di Teramo, in Monografia
della Provincia di Teramo, vol. 3, Teramo, Giovanni Fabbri
Editore, 1893, p. 523.
-
[38]
Per questi dati si rinvia al Movimento della navigazione nei
porti del Regno nell’anno 1893, Roma, Tip. Nazionale di G.
Bertero, 1894.
-
[39]
G. Cerulli Irelli,
Sul commercio, cit., p. 523.
-
[40]
G. Albi,
L’Abruzzo marittimo, cit., p. 218, al quale si rinvia per le
cifre relative agli anni 1898-1907.
-
[41]
G. Strafforello,
La Patria. Geografia dell’Italia, vol. IV, parte 2a
(Provincie di Aquila, Chieti, Teramo, Campobasso),
Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1899, p. 271. L’ Autore,
dopo aver affermato che le coste della provincia, piane in gran
parte, «non offrono seni notevoli, rade, cale o porti da porgere
un sicuro ricovero ai bastimenti e agevolare il carico e lo
scarico delle merci», rileva come solo Martinsicuro e Giulianova
possiedano buoni e attivi porti che consentono l’approdo,
soprattutto in quest’ultima città, di «molti piccoli bastimenti»
(ibid., pp. 247, 271). In termini analoghi si era
espresso S. Conti, Le provincie d’Italia sotto l’aspetto geografico e
storico. Regione Abruzzi e Molise. Provincia di Teramo,
Torino-Roma-Milano-Firenze, G.B. Paravia e C., 1890, p. 19, che
aveva definito quello di Giulianova «L’unico porto, il
principale caricatoio marittimo dell’Abruzzo Ulteriore I».
-
[42]
Monografia della Provincia di Teramo, cit., vol. 3, pp.
525-529.
-
[43]
Notizie bio-bibliografiche su Andrea Acquaviva in
F. Acquaviva
d’Aragona,
Personaggi acquaviviani a Giulianova, in “La Madonna dello
Splendore”, 15/1996, p. 55.
-
[44]
“Rivista Abruzzese di Scienze Lettere ed Arti”, a. XVII (1902),
fasc. XII, pp. 733-744.
-
[45]
I relativi dati sono desunti dalla Indicazione dei diversi
metodi usati lungo il litorale abruzzese durante l’anno 1913 per
la pesca del pesce e dei molluschi contenuta nel vol. di
G. Albi,
L’Abruzzo marittimo, cit.
-
[46]
L.
Ciarletta,
Il piano regolatore del porto, in
Atti del convegno per il porto di Giulianova e per la costa
teramana . 19 maggio ‘66, Teramo, Camera di Commercio I.A.A.,
s.d. (ma 1966), p.8.
-
[47]
G. Albi,
L’Abruzzo marittimo, cit., p. 221.
-
[48]
Cfr. “L’ Italia Centrale”, 16-17 gennaio 1913.
-
[50]
S. Sechini,
Interessi Giuliesi: il porto, “Il Popolo Abruzzese”, 4
gennaio 1913. Per un sintetico profilo bio-bibliografico del
Sechini, si rimanda a F.
Barberini, Sechini Saverio, in Dizionario
storico del Movimento cattolico in Italia 1860-1980, III/2,
Casale Monferrato, Marietti, 1984, p. 796. Cfr. utilmente anche
A. Aiardi,
Movimento Cattolico e Partito Popolare Italiano. Origini,
attività e promotori in Abruzzo e nel teramano, in A.
Aiardi, A. Marino,
L’impegno politico dei cattolici nel teramano. Tra
Partito Popolare Italiano e Democrazia Cristiana, Teramo,
Demian, 1995, p. 68.
-
[51]
V. D’Alessandro,
Porto di Giulianova. Bonifica di litorale, in “L’Abruzzo”,
a. II (1921), n. 1-2, p. 70. Solo nel febbraio del 1915, dopo
anni in cui le relative pratiche erano rimaste inevase e
giacenti nei meandri della burocrazia e tra gli infiniti
intralci della politica, il Consiglio Superiore di Sanità aveva
espresso parere favorevole per la classifica in 1a
categoria del tratto litoraneo giuliese compreso tra il
Salinello ed il Tordino, che gli argini della ferrovia e della
strada provinciale, ostacolando il deflusso delle acque, avevano
trasformato in acquitrini malsani, causa di morbosità infettiva
sia nella parte alta del paese che per l’agglomerato della
borgata “Marina”, di circa 1300 abitanti (cfr. la relativa
documentazione in Archivio
Centrale dello Stato, Ministero dell’ Interno,
Sanità, 1910-1920, b. 578, nonché C.
Felice, Il disagio di vivere. Il cibo, la casa, le
malattie in Abruzzo e Molise dall’Unità al secondo dopoguerra,
Milano, Franco Angeli, 1989, p. 157).
La bonifica della spiaggia di Giulianova avrebbe
restituito alle coltivazioni 282 ettari di terreno ben
appoderati, resi irrigui con acqua tratta dal sottosuolo e, di
conseguenza, messi a coltura orticola intensiva, ma, per
converso, non avrebbe inciso favorevolmente nei confronti della
zona centrale, laddove cioè insistevano i caseggiati della
borgata . In argomento cfr. E.
Grottanelli De’ Santi,
Interventi di bonifica in Abruzzo e Molise tra l’età
della Restaurazione e il primo dopoguerra: progetti e
realizzazioni, in “L’Ambiente storico”, fasc. 8-9
(1985-1986), p. 115; A. Provenzale, La bonifica integrale nel compartimento degli
Abruzzi e Molise, in
Sindacato Provinciale dei tecnici agricoli d Pescara,
Problemi dell’agricoltura abruzzese, Teramo, Casa editrice
tipografica teramana, 1934, p. 187.
-
[52]
Il porto di Giulianova. Il completamento del molo nord. Tre
milioni e mezzo di lavori, “Il Giornale d’Italia”, 3 gennaio
1933.
-
[53]
Cfr. “L’Italia Centrale”, 15-16 settembre 1926.
-
[54]
“L’Italia Centrale”, 17-18 agosto e 17-18 ottobre 1926.
-
[55]
Cfr. “Il Popolo Abruzzese”, 16 febbraio 1928.
-
[56]
Per il nostro porto, “L’Italia Centrale”, 21 marzo 1931.
-
[57]
S. Sechini,
Problemi pescherecci d’Abruzzo. Difendiamo la vita dei pescatori,
“Il Giornale d’Italia”, 1 febbraio 1931.
-
[58]
Cfr. in proposito gli Atti del Consiglio Provinciale di
Teramo, seduta del 14 agosto 1916 e
G. De Benedectis, Al Consiglio Provinciale, “Il
Giornale d’Italia”, 18 agosto 1916. Per una ricognizione
relativa all’attività politica svolta dal Bindi, si rimanda a
S. Galantini,
Note sulla presenza di Vincenzo Bindi nel Consiglio Provinciale
di Teramo, in Vincenzo Bindi, a cura di A. Marroni,
Giulianova, Centro di Servizi Culturali della Regione Abruzzo,
1991, pp. 45-46 e in «Rivista Abruzzese», a. XLV (1992), n. 3,
pp. 217-219.
-
[59]
Cfr. in proposito Per il porto di Giulianova, “Il
Giornale d’Italia”, 20 febbraio 1930.
-
[60]
Cfr. la Tav. LXXIX allegata a La Provincia di Teramo nei suoi
valori economici. 1928-1932, Teramo, Casa Editrice
Tipografica Teramana, 1934, e U.
Toschi, I porti
dell’Abruzzo e della Puglia, Bologna, Nicola Zanichelli
Editore, 1942, p. 11 nota 1.
-
[61]
L. Ciarletta, Il
piano regolatore del porto, cit., p. 8.
-
[62]
S. Galantini,
Giulianova com’era, Pescara, Paolo de Siena Editore, 2001,
p. 181.
-
[63]
In argomento G. De Sanctis,
L’industria della pesca a Giulianova che si prospetterà in
efficace sintesi alla Ia Mostra Ittica, in “la
riviera abruzzese”, a. III (1939), n. 3, pp. 4-5.
-
[64]
Cfr. “Il Solco”, 27 gennaio 1940.
-
[65]
G. De Sanctis,
L’industria della pesca, cit., p. 5.
-
[66]
“Il Solco”, 12 ottobre 1940.
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