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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 20
- Giulianova, 22
aprile 2001
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Stampato dalla Tipolito Braga
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di Giulianova Lido.
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L’arte organaria italiana
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Organi
e chiese d’Abruzzo
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di Enrico
BORGATTI
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Pur non
esistendo un’arte organaria abruzzese documentabile a tutt’oggi, mi accingo
con questo saggio breve di carattere generale ed introduttivo a preparare il
terreno per una ricognizione esauriente su quella decina di organi situati
in altrettante chiese d’Abruzzo che meritano illustrazione, con aspetti
storico-artistici ma anche letterario-musicali e sociali.
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È nota a
tutti l’importanza di questo sontuoso strumento — colto e popolare al tempo
stesso — ma qualsiasi introduzione non può che partire dal “significato del
termine”, che è di evidente origine greca: órganon. Attraverso il
latino órgãnum è passato, con adattamenti fonetici, a quasi tutte le
lingue moderne: francese orgue, spagnolo órgano, portoghese
órgão, arabo ‘udu, tedesco Orgel, inglese organ.
Bisogna aggiungere che il significato primitivo (etimo greco-romano)
indicava “strumento” o “macchina” in genere (in latino solitamente al
plurale orgãna); esso si restrinse al campo musicale nell’alto Medio
Evo e un’eco etimologico-primitiva rimane nel termine “organologia” che
significa appunto “scienza degli strumenti musicali”, Il primo strumento
identificabile col termine sembra essere il greco-egizio hydraulis
(poi orgãna Hydraulìca o Hydraulus nel mondo romanno), inventato
secondo la tradizione da Ctesibio di Alessandria. (sec. III a. C.) il
quale era uno scienziato eclettico: fra le sue invenzioni sono note una
clessidra perfezionata, una specie di fucile pneumatico, una pompa
aspirantepremente e chissà quant’altro. Lo strumento musicale che egli
concepì e realizzò era completamente nuovo per i suoi tempi: si componeva di
tubi sonori (aulói) multipli, alimentati da una soffieria a pompa, e
si suonava con l’aiuto di una tastiera. La funzione importante dell’acqua
nella compressione dell’aria spiega perché questo grande scienziato antico
lo chiamò órganon hydraulikon.
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L’invenzione non fu comunque una “cattedrale nel deserto”: proprio in quel
secolo la pratica musicale egiziana appariva notevole, giungendosi alla
formazione di un complesso costituito da 600 coristi (herwat), la
metà dei quali accompagnava il canto con arpe (benat) e telaio d’oro
su modelli sumerici assai precedenti.
Inoltre alcuni studiosi come Diego Carpitella e André Schaeffner
hanno osservato che forse si è data un’eccessiva importanza a Ctesibio: non
s’inventava un organo più di quanto non si possa inventare l’elettricità, il
teatro o la preghiera. L’organo fa parte di quelle cose composite e
complesse per la cui invenzione o il cui perfezionamento sono necessari un
certo percorso spazio-temporale, la collaborazione di alcuni popoli e di un
buon numero d’individui. La visione “restrittiva” di questi ed altri
musicologi porterebbe a dire (un po’ forzatamente, a mio parere) che
l’invenzione suddetta si limitò al fatto di aggiungere un meccanismo
idraulico all’organo già conosciuto come strumento portatile in Asia
centro-meridionale e in Cina
(fig. 1). V. Loret, riassumendo ciò che gli antichi hanno
riferito sul costruttore alessandrino, osserva che Ctesibio si compiaceva
nell’inventare macchine nella maggior parte delle quali l’acqua aveva un
ruolo importante,
ma anche ciò è restrittivo. È di tutta evidenza la connessione tra lo
sêng cinese (v. nota I) e l’organo bizantino di Pipino il Breve (di cui
parlo poco più avanti): Schaeffner ipotizzò che l’uno e l’altro
appartenessero a due linee genealogiche incrociatesi in qualche punto
dell’Asia, un pò come successe per le arpe.
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Fig. 1
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a
organo a bocca, bambù e zucca, Borneo -
b
organo a bocca, bambù e legno, Cina -
c
Sheng, bambù e metallo, Cina -
d
Sho, bambù e legno, Giappone |
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Oggi si è
ben informati sulle caratteristiche di questo strumento grazie alle
minuziose descrizioni offerteci da antichi autori come gli alessandrini
Erone il Vecchio (matematico, sec. I d. C.) e Filone Ebreo
(filosofo, 13 a. C. - 54 d. C.) nonché l’ingegnere-architetto romano M.
Vitruvio Pollione (sec. I a. C.). C’è poi la scoperta di resti ben
conservati di organi idraulici presso Budapest (l’antica Aquincum) e
a Pompei (fig. 2),
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Fig. 2
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Resti dell’idraulos di Pompei, simile all’organo ad acqua
inventato da Ctesibio di Alessandria intorno al 250 a. C. |
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nonché la
buona consevazione di modelli quale la terracotta (inizio sec. II d. C.)
conservata nel Museo S. Louis di Cartagine (Tunisia). Si noti però che lo
hydraulis era uno strumento profano, usato soprattutto nei circhi e per le
danze e sopravvissuto fino a Guido d’Arezzo (992-1050): ma
contemporaneamente si andava sviluppando un nuovo tipo d’organo non più
alimentato con l’ausilio della pressione idrica, che dava l’avvio
all’evoluzione dell’organo moderno (fig. 3).
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Fig. 3
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3a:
Un organo bizantino, tratto dall’obelisco di Teodosio
del IV secolo d. C.. Due uomini sono addetti alle canne
e due ai manlici.
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3b:
Un organo idraulico del VI secolo raffigurato nel
salterio di Utrecht. Quest‘organo funzionava su
principio simile a quello ideato da Ctesidio 800 anni
prima.
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In
Oriente esso conservò il carattere di strumento profano, in Occidente fu
accolto dalla Chiesa tanto da diventare lo strumento liturgico per
eccellenza.
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La prima
testimonianza dell’impiego dell’organo in chiesa risale forse al 757: in
quell’anno l’imperatore d’Oriente Costantino V Coprònimo (718-775)
inviò a Pipino il Breve (re dei Franchi) uno strumento che fu collocato
nella chiesa di S. Cornelio a Compiègne (la romana Compendium), nella
Francia nordorientale.
Dall’alto Medio Evo l’organaria fu prerogativa dell’Europa e si estese agli
U.S.A. nel ‘700.
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In
Italia, l’opera dei singoli artefici e delle varie Scuole organarie ci
tramanda i nomi a partire dal sec. XIV, e sono tutti di area
centrosettentrionale fino alla metà del ‘700: Maestro Zucchetto
(primo organista della cappella) e Maestro Jacobello (di cui non si
sa altro) rinnovarono gli organi di S. Marco a Venezia rispettivamente nel
1316 e nel 1364; Lorenzo “ab Organis” (Padova 1316, Treviso 1363-4)
(fig. 4); Fra Domenico sotto la direzione di Francesco Landino e Fra’
Andrea dei Servi costruì l’organo della chiesa della SS. Annunziata (Firenze
1379).
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Fig. 4
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Organo positivo da una tavola del 1372 |
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L’opera
della Scuola organaria toscana fu di grande importanza anche nel sec. XV,
con centro a Prato: quivi emersero Matteo da Prato e Lorenzo di Giacomo
(Basilica di S. Petronio, Bologna 1470-75).
Nel Cinquecento anche l’arte organaria lombarda ebbe un particolare
sviluppo, con centro principale a Brescia: vanno notati G. B. Facchetti
e la celebre famiglia Antegnani, Il capostipite di questa Bartolomeo ebbe 5
figli dei quali il più celebre fu Gian Giacomo Antegnati (organo del
Duomo Vecchio, Brescia 1536): Costanzo Antegnali uno degli ultimi
discendenti, fu organaro, organista e compositore, autore del prezioso
trattato “L’Arte Organica” ( Brescia 1608)
(fig. 5).
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Fig. 5
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Organo del XVI sec, Roma. San Giovanni in Laterano |
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E nella
prima metà del sec. XVI che appaiono contatti concreti (probabilmente i
primi) dell’arte organaria padana con l’Abruzzo: i maestri organari
veneziani Andrea e Jacobo Vicentino furono chiamati nel 1542 a
Lanciano dagli amministratori della fabbriceria per dotare di un organo la
cattedrale. I fratelli Vicentino affidarono a loro volta la costruzione
della parte lignea ai concittadini Sante De Borghis e Benedetto
Campanelli nonché ad Angelo Cipriani di Monterotondo (Roma). Il
fatto conferma anche in campo organistico d’influenza esercitata da Venezia
sul bacino dell’Adriatico, rivelando al contempo come il gusto dei
Lancianesi fosse più sensibile allo stile veneto che a quello napoletano,
nonostante che in Campania non mancassero maestri di qualità. Ma già nel
1557, a Lanciano, nella chiesa di S. Maria Maggiore vi era un altro
organista di probabile origine veneta: Alessandro Grandevo. Tutto
questo induce a ritenere che i Lancianesi abbiano imparato dai veneti l’arte
organaria, riconoscendola anche nei secoli successivi allorché — ormai
dismesso tale mestiere — chiamarono ancora dal Veneto un altro organista. Si
aggiunga poi il fatto che il maestro Camillo Sabino, massimo
organista lancianese del Cinquecento, si dichiarasse veneto.
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L’evoluzione e l’arricchimento timbrico dell’organo italiano si debbono all’
importante attività di organari stranieri nella Penisola: il tedesco
Caspar Zimmermann (Basilica di S. Maria Maggiore, Trento 1532-36); il
fiammingo Vincenzo Fulgenzi (2 grandiosi organi, S. Pietro di Gubbio
1578-98 e Duomo di Orvieto 1591-1600); sull’esempio transalpino Domenico
Benvenuti e Francesco Palmieri costruirono un organo in S. Maria
Ara Coeli (Roma 1585). Anche nel sec. XVII fu importante l’attività degli
stranieri: il gesuita fiammingo Guglielmo Hermans (1601-83) lavorò in
Italia dalla Lombardia alla Sicilia (Duomo di Como 1650, S. Maria di
Carignano a Genova 1657-60, S. Spirito a Pistoia 1669) ed una sua ventilata
presenza nel Teramano mi riservo di verificare e precisare in futuro; il
tedesco Eugenio Casparini (così egli stesso italianizzò il cognome
Caspar) operò in Veneto e Alto Adige nel periodo 1656-95 e suo è il
rifacimento del celebre organo di S. Maria Maggiore (Trento 1686-87),
ulteriormente restaurato da Giuseppe Bonatti di Desenzano (1701)
(fig. 6).
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Fig. 6
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Organo del sec.XVII in Anna dei Lombardi (Napoli) |
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Giuseppe
Bonatti
(1668-1752) è il capostipite di un famiglia di cui si conoscono una ventina
di organi; essa fu innovatrice dell’arte organaria italiana e attenta
all’opera degli stranieri (specie di Casparini) soprattutto per quanto
riguarda i registri. Su di essa si fondò la Scuola
gardesana-veronese cui appartennero anche le famiglie Benedetti (Desenzano),
Doria di Bogliaco (Brescia), Zavarise e Sona (Verona).
Da un punto di vista più generale e nazionale, il sec. XVIII vede nella
prima metà la prevalenza della Scuola veneta fondata dall’organaro
dàlmata Pietro Nacchini, allievo del veneziano G.B. Piaggia e seguace
del Casparini; nella seconda metà del secolo l’organaria lombarda arricchì
sempre più i registri e il ripieno: la famiglia Serassi
di Bergamo dominò la scena fino al 1850. La tipica fisionomia dell’organo
italiano ottocentesco (ance sgargianti e flauti squillanti) deve in gran
parte la sua precisazione a Giuseppe Serassi il Vecchio (1694-1760) e
ai suoi 14 discendenti;
con accanto altre famiglie come i Rossi (Bergamo), i Tonoli (Brescia, i
Carrera (Legnano) gli Amati (Pavia) ed altre ancora.
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Un’evoluzione parallela seguirono gli organi dell’Italia Centrale (spiccano
tra questi i pistoiesi Filippo e Antonio Tronci), mentre nell’Italia
Meridionale l’esempio del napoletano Donato del Piano (organo della
chiesa di S. Nicola l’Arena, Catania 1755-67) fu seguito in Sicilia da
Francesco La Grassa (chiesa di S. Pietro, Trapani 1836-46).
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Ovunque
in Italia, nonostante lo sviluppo dei registri da concerto ed il
gusto organistico molto influenzato dall’operismo, l’ideale sonoro
autentico dell’organo italiano non si è perso di vista fino all’ultimo
decennio del sec. XIX(figg.
7-8).
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Fig. 7
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Fig. 8
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- Consolle
ad una tastiera del 1805 a Calceranica (Trento)
- Consolle a
due tastiere del 1860 (Vicenza)
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NOTE
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Un organo a bocca estremo-orientale (cinese
sêng) era noto come strumento di danza già verso il 1000 a. C.
(A. Lanza in DEUMM: Lessico vol. III p. 489, UTET TO 1984: A.
Schaeffner Origine degli strumenti musicali pp. 331-2,
Seilerio ed. PA 1987) (fig. 1).
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Rizzoli-Larousse. Enciclopedia Universale vol.
IV p. 705, Rizzoli Ed. MI 1967.
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L.
Cammarota. Storia della musica vol. I pp. 11-12, Ed Laterza
BA 1989.
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A.
Schaeffoer, op. Cit. nota 296. V. anche nota (1).
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L. F.
Tagiiavini in DEUMM/Lessico vol. III pp. 477-89, op. cit,:
Rizzoli-Larousse, op. cit. vol. VI 1968 eXV 1971.
-
Diagram Group, Gli strumenti
musicali di ogni epoca e paese, pp. 78 e 82. Fabbri Ed. MI, 1979 (flg.
1).
-
F.
Testi, Storia della musica italiana (Medio Evo e Rinascimento)
vol, 1 p. 344, Bramante Ed. Busto A (VA); L. F. Tagliarmi,
op. cit., p. 479.
-
L. E
Tagòiavini, op. cit., p. 480.
-
C. Marciani, Organi lancianesi nel 1504) in
RIVISTA ABRUZZESE n. 3 pp. 66 e segg., 1968.
-
E. Girardi/R. Lunelli/E. Meli/O. Mischiati, bibl. in
DEUMM/Biografle vol, I p. 607, op. cit. 1985.
-
G. B. Castelli/G. B. Cremonesi/G. Locateili/R.
Lunelli e altri. bibl. in DEUMM/Biografie vol. VII pp.
230-31, Op. cit. 1988.
-
L. F. Tagliavini, op. Cit. pp. 480-81.
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