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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 20
- Giulianova, 22
aprile 2001
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Stampato dalla Tipolito Braga
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di Giulianova Lido.
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L’effigie della Madonna dello Splendore
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Dall’unicità dell’evento alla molteplicità dell’immagine
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di Stefania SEGRETI
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Nella
lunga tradizione inerente il culto della Madonna dello Splendore il problema
dell’esatta datazione dell’avvenimento pone fondati interrogativi, crea
motivi di riflessione e di ricerca come é stato possibile ravvisare nella
più recente e consapevole indagine storica. La ripresa dell’interesse verso
tale argomento, da parte degli studiosi locali dell’ultimo ventennio, ha
posto in risalto la necessità di distinguere fra tradizione orale e più
circostanziate ricostruzioni cronologiche relative l’evento religioso.
Proprio a questo proposito, sulla scorta di documenti e precise fonti del
passato l’ormai lontana data del 22 aprile del 1557 appare
transitoria di un periodo che si protrae ancora più indietro nel tempo. Come
é noto, a questa data, Riccardo Cerulli fa risalire una particolare
congiuntura in cui vennero a convergere avvenimenti politici e bellici con
conseguenze, di non poco conto, anche sulle vicende religiose del
travagliato centro cittadino di quell’epoca, in cui lo stesso santuario si
vide inserito, molto probabilmente, su di uno sfondo sociale e culturale del
tutto nuovo rispetto al passato.
D’altro canto, anche la storiografia artistica, rispetto alla ricerca
storica o a quella più strettamente religiosa, notoriamente più interessati
ai riscontri cronologici come agli aspetti maggiormente salienti
dell’indagine, avverte non poche difficoltà, riposte principalmente nella
scarsa disponibilità dei materiali che meglio potrebbero avvalorare i
principali riferimenti visivi. Abbiamo tuttavia vari elementi per poter
condurre un’analisi che vorremmo far partire direttamente dall’intitolazione
(nella specifica accezione di “risplendente” e delle successive quanto più
possibili declinazioni offerte dal suo nome), non necessariamente connessa,
a prima vista, all’articolazione di una particolare periodizzazione
artistica. Il primo e più diretto suggerimento potremmo infatti trarlo dalla
specifica denominazione attribuita alla Madre di Gesù che richiama e
sintetizza con la vivacità di un traslato visivo lo sviluppo specifico del
racconto. Contemporaneamente l’appellativo di Splendore ne autorizza, quasi
in parallelo, anche la rappresentazione materiale e la peculiarità del
presupposto compositivo.
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Volendo
ora introdurre il tema dell’immagine sacra e, in particolare, della sua
relativa storia dovremmo, necessariamente, fare ricorso ad una importante
traccia visiva, che ne attesta ancora nei primi decenni del Novecento
l’esistenza in una forma differente a quella che noi oggi quotidianamente
percepiamo (fig. n. 1).
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(n.1)
L’altare in una
cartolina del 1924 |
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La
riproduzione fotografica ci offre, in questo caso, un aspetto visibilmente
notevole dell’ambito costruttivo che accoglieva il simulacro. Posto
sull’altare maggiore il manufatto ligneo, s’incastonava perfettamente in una
cornice architettonica che ne valorizzava la centralità orientandone
l’interesse, in un più complesso ed eloquente rimando artistico e al tempo
stesso storico-religioso. Se ne deduce dalla visione, sebbene mediata da una
riproduzione frontale e statica, che tale ambiente veniva ad interagire con
l’intero edificio di diversa pianta ed erezione, risultato di un preciso
intervento risalente agli anni della reggenza dei duchi Acquaviva d’Aragona.
Ad avvalorare questa dimensione visiva, a noi ormai estranea, interviene la
puntuale descrizione del celestino Pietro Capullo che nella nota cronaca
compilata nel 1657, ci fornisce una succinta descrizione dell’interno della
chiesa, soprattutto quando si sofferma sul manufatto che accoglie l’effigie
in questione. Capullo non tralascia, inoltre, di illustrare la navata che
accoglieva lungo le due pareti le quattro tele di Giacomo Farelli poste a
formare i quattro altari laterali, fornendoci in pochi ma sicuri tratti una
sintesi dell’intero edificio.
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Tornando,
tuttavia, al tema principale l’attento priore del santuario così ci
ragguaglia: «[...] l’Eccellentissimo Signore [Duca di Atri Giosia III
Acquaviva] fece rifare con moderne maniere l’Altare maggiore ove sta
collocata la statua della Gloriosa Vergine in una nicchia contornata da
raggi d’oro tra i quali compaiono graziosi angioletti; ai due lati due
colonne di stucco sopra le quali vi sono due statue sedute che sorreggono
l’una una ghirlanda l’altra un mazzo di fiori; vi sono poi, una per lato, la
statua di S. Benedetto e quella di S. Pietro Celestino, tutte e due in
stucco [...]».
Si può infatti ipotizzare con un più particolareggiato confronto una certa
affinità fra la descrizione data dal priore e l’immagine corrispondente
della foto. La collazione ci induce infatti a supporre che l’opera sia
pervenuta senza sostanziali modifiche fino al 1937, anno in cui venne
definitivamente demolita.
Diversa e per certi aspetti diametralmente opposta si presenta invece il
riferimento alla rappresentazione sacra vera e propria (fig. n. 2).
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(n.2)
Madonna dello
Splendore, porte centrale dell’altare
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Si nota
chiaramente come la vetusta immagine fosse ridondante di attributi
decorativi che meglio denotavano l’esposizione dell’episodio. Era presente
l’intreccio dei rami con il relativo fogliame del presunto olmo da cui
scaturì, secondo la tradizione, la celestiale visione. Non mancava inoltre
il personaggio Bertolino, inginocchiato in basso a destra vicino ad un
ceppo, prova tangibile dell’avvenuta epifania.
A delimitare l’imperturbabile narrazione che riuniva l’elemento divino e
terreno era posta un’ampia e imponente aureola. Questa, maestosamente, da
una parte evidenziava il gruppo, dall’altra irradiava con i propri
luminosissimi raggi l’intero altare. La raggiera o altrimenti detta,
splendente ovale in forma di mandorla dorata, ci fornisce il maggior indizio
per affermare l’appartenenza ad un preciso modello iconografico. Incontriamo
un determinato schema compositivo in una scultura tedesca dei primi decenni
del Cinquecento, precisamente denominata «Madonna della raggiera» (fig. n.
3).
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(n.3) Madonna cosiddetta della raggiera,
- 1520-21. Volkach, Franconia
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Anche se
abbellita dalla corona del rosario che cinge interamente la rappresentazione
e da ulteriori, non trascurabili elementi simbolici che aiutano la
decifrazione del significato, possiamo certamente stabilire una sorta di
paragone tra il nostro manufatto e la minuziosa opera d’oltralpe. La
configurazione di quest’ultima creazione derivava da una tipologia mariana
il cui sincretismo religioso e letterario di un mondo antichissimo, le
attribuiva il doppio ruolo della dea della fertilità e di divinità celeste.
Lo splendore del sole veste la regina del cielo, come più tardi la scorse
con un prodigioso abbaglio l’evangelista e veggente Giovanni, trascrivendone
direttamente nell’Apocalisse la paradisiaca visione. Ugualmente la “donna
apocalittica” che conforma tutte le regine del cielo a quest’ordine, é la
Madre capace di salvare il popolo di Dio in terra, metafora della Chiesa
vincitrice su Satana.
Sempre seguendo la traccia dell’iconografia religiosa apprendiamo come altri
appellativi si aggiungono via via alla maggiore definizione di questa
immagine sacra, rinnovata con singolare efficacia, anche dalla cultura
medievale ed umanistica. Nell’effigie della Madonna dello Splendore
ritroviamo l’inconfondibile e fiammeggiante conformazione del nimbo che
circondava il gruppo della Madre con il Bambino. Nella sfera pagana del
mondo antico venivano demarcate in tondo le figure di alte anche defunte o
di valorosi guerrieri. Tale si trasferì anche nell’arte cristiana per
accogliere in primis quella di Cristo. Con l’alone dorato, della
sfera luminosa celeste e della maestà divina la figura della Vergine viene
assimilata con pari e identica dignità, al Cristo vittorioso. Piuttosto che
al sole o agli altri elementi quali le stelle o la luna in forma di falce, o
alle altre e più complesse simbologie come il serpente o il drago -
attributi successivamente in diverse ma anche più specifiche immagini
sacrali della Vergine - la particolare versione del suggestivo modello
locale s’ispira alla Majestas Domini. In questa originale variante
giuliese lo sviluppo dell’aulico prototipo ribadisce l’univoca tipologia del
concetto mariano inteso come principale tema conduttore di tutto l’impianto
ligneo, dove la sagoma del contadino per la postura assunta, si presta ad
essere interpretata sia come figura privilegiata, nella fattispecie di
supremo spettatore, sia come esemplare trasposizione dell’uomo
contemplativo. La fortuna del menzionato schema ha riscontro in un’altra e
successiva immagine in cui protagonisti sono, ancora una volta, la Madonna
ed un ignaro contadino. La tela della Madonna dell’Alno, attribuita al
pittore locale Giacinto Ruffini, risalente al 1886, deve il suo nome
all’albero dell’alno, da cui si elevò la sacra immagine per mostrarsi al
bifolco Floro di Giovanni.
Conservata in una località chiamata Perdono, luogo non molto lontano dalla
cittadina di Canzano (Te) include, rispetto a quella di Giulianova una
variante bucolica, riscontrabile nella citazione dei buoi accanto al
campagnolo.
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BIBLIOGRAFIA
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anni 1807- 1808.
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Storia Ecclesiastica e Civile del Regno di Napoli, Teramo, G. Fabbri
Editore, 1891.
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apparizione della Madonna dello Splendore, Giulianova, Tip. del
Commercio, 1907.
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Antico tempio di S. Flaviano. La Madonna dello Splendore, S. Maria a Mare
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d’Arte”, 1919, n. l9, pp. 1-16.
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La
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dello Splendore a Giulianova e la festa del 22 Aprile,
a cura di
S. Di Diodoro, M. Orsini, P. Santomo, Giulianova, 1984, n. 3.
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PIETRANTONIO U., Il monachesimo benedettino in Abruzzo e nel Molise,
Lanciano, Editrice Rocco Carabba, 1988.
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Relazione
del restauro della scultura lignea della Madonna dello Splendore ad opera di
Maria Lucrezia Savini (1987- 1988),
in “La
Madonna dello Splendore a Giulianova e la festa del 22 Aprile”, a cura di S.
Di Diodoro, M. Orsini, P. Santomo, Giulianova, 1988, n. 7.
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SCHIMDT
H. - SCHIMDT M., Il linguaggio delle immagini. Iconografia cristiana;
Roma, Città Nuova Editrice, 1988.
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GALANTINI
S. ( a cura di), Il cerchio inconchiuso. Momenti di storia giuliese
attraverso le pagine della rivista “La Madonna dello Splendore”
(1982-1995), Teramo, Edizioni Demian, 1995.
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DI NICOLA
G., Canzano. Storia folclore turismo, S. Atto, Edigrafital, 1997.
NOTE
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Cfr. le relazioni raccolte su questo specifico
argomento in Il cerchio inconchiuso. Momenti di storia giuliese
attraverso le pagine della rivista "La Madonna dello Splendore”
(1982- 1995) a cura di S. Galantini, Teramo, Edizioni Demian,
1995, in particolare i molteplici e sempre informati interventi di
P. Candido Donatelli e Riccardo Cerulli.
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A questo proposito vedi il saggio di Riccardo Cerulli
dal titolo La data del miracolo. Particolarità della festa,
in “Il cerchio inconchiuso”, op. cit. pp. 22-24.
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Si tratta di una immagine pubblicata nelle pp. 22-23
della rivista de La Madonna dello Splendore, 1984, n. 3. Tale
riproduzione risalente al 1924, deriva da una delle molteplici
cartoline realizzate in occasione del decimo anno
dell’incoronazione.
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N. Palma, Storia ecclesiastica e civile del regno di Napoli,
Teramo, G. Fabbri Editore, 1891, vol. III, pp. 57-60.
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Sempre secondo il Palma fu l’artista camplese Vincenzo Baldati,
l’esecutore del restauro dell’altare maggiore, avvenuto nel 1815,
vedi in ”Storia ecclesiastica e civile del regno di Napoli”, op.
cit., p. 60. Questa data ci offre l’occasione per menzionare
alcune fonti d’archivio relative il primo decennio dell’Ottocento,
gli anni che videro l’attuazione delle leggi napoleoniche inerenti
le soppressioni degli ordini religiosi. Non sono emersi, a questo
proposito, dati illuminanti riguardo l’altare. Nei laconici
inventari destinati principalmente alla vendita degli oggetti o
degli stessi immobili, la compilazione delle suppellettili è scarna
e priva di un’adeguata descrizione. Riporto lo smilzo elenco
eseguito dalla Direzione dei Demani il 27 maggio 1807. Estratto
dell’inventano delle robe ritrovate nel soppresso monistero de’
Celestini. 1 stanza, 2 stanza. ALTARE MAGGIORE Vi è l’immagine della
Madonna con veste di drappo, e corona d’argento, come al bambino, di
peso circa once sei = tre tovaglie di tela ordinaria = un
tabernacolo con pisside e coppa d’argento, 2 ALTARE, 3 ALTARE, 4
ALTARE, 5 ALTARE Corpo della chiesa, Coretto, Sagrestia, Campanile,
in, Intendenza Francese, busta
190,
fasc. 4527, anni 1807 - 1808, Archivio di Stato di Teramo. In tempi
più recenti ai nostri e precisamente negli anni 1986-1987, la
piccola Statua della Madonna con il Bambino é stata restaurata
grazie all’interessamento dei PP. Cappuccini di Giulianova, con il
contributo dei Beni Culturali (Atti della Sovrintendenza B.A.A.A.S.,
dell’Aquila). Su tale intervento vedi anche la dettagliata scheda
Relazione del restauro della scultura lignea della Madonna dello
Splendore ad opera di Maria Lucrezia Savini (1987-1988), in “La
Madonna dello Splendore a Giulianova e la festa del 22 Aprile”, a
cura di S. Di Diodoro, M. Orsini, P. Santomo, Giulianova, 1988, n.
7, p. 15.
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Raffaele Pelagalli riporta la notizia della presenza
del tronco di olmo racchiuso nell’altare maggiore, nella sua
relazione Giulianova nella ricorrenza del VII centenario della
prodigiosa apparizione della Madonna dello Splendore, Giulianova,
Tip. del Commercio, 1907, p. 7.
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Cfr. la raffigurazione a p. 221 del testo di Schimdt
H. - Schimdt M., in “Il linguaggio delle immagini. Iconografia
cristiana”, Roma, Città Nuova Editrice, 1988.
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Per questa interpretazione vedi il capitolo dal
titolo Maria sulla falce lunare, Madonna della raggiera. Regina
dei cieli, in Schimdt H. - Schimdt M., op. cit. pp.
218-223.
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Cfr. il testo di Giulio Di Nicola, Canzano. Storia folclore
turismo S. Atto, Edigrafital, 1997 , p. 161.
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