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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 19
- Giulianova, 22
aprile 2000
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Stampato dalla Tipolito Braga
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di Giulianova Lido.
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La grande battaglia del 1460 a Castel S. Flaviano
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(poi Giulianova) e gli eventi che portarono ad essa.
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testi e fumetti di Manuel Bastioni
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Nel 1343 morì Roberto D’Angiò, signore di
Napoli, duca di Calabria, conte di Provenza e re della Sicilia
angioina.
- Subito iniziarono gli scontri per la successione al trono.
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I suoi discendenti iniziarono ad affrontarsi,
indebolendosi reciprocamente, fino ad offrire una appetitosa
occasione ad Alfonso D’aragona, già signore del Regno di Sicilia,
che aspettava solo il momento giusto per impadronirsi anche di
quello di Napoli.
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Come se non bastasse, l’autorità degli angioini
subì un ulteriore duro colpo nel 1433, quando il principale
successore, Luigi III , morì a Cosenza.
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La lotta per ristabilire il potere fu continuata
da suo fratello Renato, ma pochi anni dopo questi fu catturato dal
re di Borgogna, ed il dominio dei D’Angiò inizio a sfaldarsi ancora
più rapidamente: molti baroni, tra cui Giosia Acquaviva, non
riconobbero più il loro potere e si allearono con gli aragonesi.
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Il duca abruzzese, prevedendo il trionfo di
Alfonso, si schierò con questi: probabilmente sperava di recuperare
il trono di Teramo, che gli spettava come diretto discendente di
Antonio Acquaviva.
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A mostrare come la parentela in questo periodo
non avesse nessuna importanza vi era il fatto che Andrea Matteo
Acquaviva, suo nipote, scelse invece di schierarsi con gli angioini,
nell’ambizione di ottenere anche il dominio di Atri.
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La storia ci racconta che Giosia combatteva
valoroso al fianco del suo sovrano, insieme al quale fu però
catturato nel 1435, durante l’assedio di Gaeta, da una flotta
genovese mandata in aiuto agli angioini dal duca di Milano, Filippo
Maria Visconti.
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Tuttavia quest’ultimo, astuto politico, giudicò
più saggio accogliere i prigionieri come amici carissimi, e la
questione si risolse con la liberazione dell’Aragona, che anzi, si
ritrovò addirittura alleato del potente milanese.
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Catturare un uomo per farlo diventare il proprio
alleato può sembrare una cosa strana al giorno d’oggi, tuttavia nel
quattrocento questo genere di manovre politiche era del tutto
normale, tanto più che il Visconti in quel momento aveva
urgentemente bisogno di appoggi potenti, dovendosi guardare da
numerosi nemici, come le città di Venezia e Firenze, nonché da uno
dei quattordici figli di Muzio Sforza, che stava accumulando
rapidamente terreni e potere: lo scaltro ed ambizioso Francesco.
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E pensare che questi, fino a poco tempo prima,
combatteva come condottiero proprio al servizio di Filippo Maria, a
fianco di un altro importante uomo d’armi, Niccolò Piccinino.
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Anzi, il duca di Milano ammirava tanto lo Sforza
al punto di volergli concedere, sin dal 1432, la mano di sua figlia,
Bianca Maria (e con essa una buona possibilità di succedergli al
trono).
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Francesco dal canto suo si mostrò molto propenso
all’idea, tanto che fece annullare il primo matrimonio con la figlia
di Jacopo Caldora (un altro condottiero), di cui era rimasto vedovo,
dimostrando così di accettare di buon grado l’offerta milanese.
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Ma, al contrario di quel che ci si aspettava, il
matrimonio non ebbe luogo, poiché una serie di turbinosi eventi
sconvolsero i regni italiani: lo Sforza si sposerà solo dopo molti
anni , anni di guerre ed intrighi , nei quali fu coinvolto anche
l’Abruzzo, e fu distrutta la città da cui poi risorse Giulianova:
l’antico castel S. Flaviano.
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Infatti, negli anni tra il 1433 ed il 1435,
Francesco conquistò in nome di Filippo Maria una gran quantità di
territori marchigiani, sottraendoli allo stato della chiesa.
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Ma il Papa Eugenio IV, che temeva l’espansione
viscontea, gli propose di tradire il duca, lasciando i territori
alla Santa Sede, ma governandoli in prima persona con il titolo di
Vicario.
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Lo Sforza accettò, trasformandosi così di colpo
in una grave minaccia per lo stesso Visconti, e volle assumere il
controllo del territorio con un grado ancora più importante: quello
di Gonfaloniere della Santa Chiesa.
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Nessuna meraviglia, quindi, se Alfonso D’Aragona
da prigioniero venne a diventare un alleato: lui ed i suoi baroni,
particolarmente Giosia, operavano proprio nei territori più prossimi
ai possedimenti della Chiesa e Francesco.
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Adesso che Filippo Maria poteva contare su tale
appoggio, si decise finalmente a fermare lo Sforza e dal 1437 gli
avventò il più pericoloso (nonché il più fedele) condottiero ai suoi
servigi: il già citato Niccolò Piccinino.
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D’altronde questo condottiero era il più
indicato, poiché serbava già da tempo rancore personale nei
confronti dello Sforza, temendolo (giustamente) come avversario nel
conquistare i favori del Visconti (che non avendo figli maschi,
doveva ancora decidere a chi affidare il regno dopo la sua morte).
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Probabilmente Niccolò non riusciva a credere di
avere veramente l’occasione per affrontarlo e distruggerlo,
addirittura con gli elogi dello stesso duca !
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Così egli scese dalla Romagna, facendo mettere
in giro la voce di voler semplicemente raggiungere i bagni di
Petricciolo, nei dintorni di Siena, per curare la grave ferita alla
nuca che si era procurato durante la battaglia sull’Oglio del 1431,
e che lo avrebbe reso zoppo a vita.
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Ma, all’improvviso si unì alle ex-truppe
braccesche (1), che si muovevano per le campagne romane e grazie al
suo carisma riuscì a far sollevare contro il Papa l’intera
popolazione.
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Il 28 maggio il Piccinino entrò in Roma, ma il
pontefice, Eugenio IV, dopo essersi rifugiato a Castel S. Angelo,
riuscì a fuggire la notte del 4 giugno: disteso su una barca, si
allontanò protetto da un grande scudo, sotto una fitta sassaiola dei
romani stessi.
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La perdita di questo formidabile ostaggio rese
molto più difficile l’attacco a Francesco, che nel frattempo era
stato raggiunto anche dalle truppe alleate di Micheletto Attendolo
Sforza.
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La cosa si risolse quindi con un armistizio, ma
il Piccinino non avrebbe mai smesso di cercare la battaglia
risolutiva.
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In questa lotta incessante, molti scontri
avvennero in Abruzzo, nei possedimenti di Giosia, che quindi
acquistarono una grande importanza strategica.
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Il duca di Milano, per favorire la manovre del
Piccinino, nominò l’Acquaviva Luogotenente degli Abruzzi,
aumentandone quindi il potere, e lo esortò esplicitamente
(inviandogli anche del denaro) ad aiutare Niccolò, nonché ad
assalire e devastare le terre conquistate dallo Sforza.
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Dunque Giosia, per interesse ad accrescere i
propri possedimenti (in particolare egli mirava a conquistare
Ascoli) e a rafforzare il suo legame con Alfonso D’Aragona, in quel
momento alleato del Visconti, dopo un’iniziale esitazione, attaccò
le Marche con tutta la violenza di cui era capace.
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Ma egli, come anche il Piccinino, era ignaro del
sottile gioco in atto tra Francesco Sforza ed il duca di Milano, che
voleva solo ridimensionare l’espansione di quello che, tuttosommato,
era sempre il suo più probabile genero.
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Questi, d’altronde, guardava sempre con un
occhio alla possibile successione al trono di Milano, ed evitava
accuratamente di urtare il Visconti più di tanto.
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Tale comportamento tra i due portò ad una serie
di tregue, tradimenti ed accordi segreti, in cui , suo malgrado, si
trovò coinvolto anche l’Acquaviva.
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Ed ecco infatti che il Visconti, nel 1438, si
riappacificò improvvisamente con lo Sforza, e dopo avergli mandato
diverse truppe in rinforzo, rompendo anche l’alleanza con Alfonso
D’Aragona, lo spedì nel Regno di Napoli, in aiuto a Renato D’Angiò,
che era stato improvvisamente liberato dalla prigionia del re di
Borgogna.
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Contemporaneamente il Visconti, temendo che
Giosia, e lo stesso Alfonso, cercassero un’alleanza con il Piccinino,
richiamò questi ed il suo possente esercito a Nord, col pretesto di
proteggere Milano dagli attacchi di Firenze e Venezia.
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Qui giunse anche, poco dopo, la compagnia di
ottocento cavalli guidata dal giovane Federico II da Montefeltro,
che appena sedicenne si apprestava ad imparare l’arte della guerra
proprio da Niccolò Piccinino.
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Sforza, con i suoi nemici lontani, ebbe piena
libertà di movimento, e approfittò di questa occasione anche per
vendicarsi degli assalti di Giosia.
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Prima prese il castello di Acquaviva nelle
Marche e poi si spinse sino ad entrare a Teramo, da cui l’Acquaviva
era prontamente partito per chiedere aiuto ad Alfonso D’Aragona.
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(1) Il loro capo, il famoso Braccio da Montone,
fu ucciso proprio dal giovane Francesco Sforza, quando questi
combatteva per gli angioini, nel 1423, durante l’assedio
dell’Aquila; in quell’occasione lo Sforza lasciò salva la vita al
Piccinino, che, rimasto al comando delle truppe di Braccio, si
arrese per uscirne incolume e con il bottino, ma che con tale scelta
non sarebbe mai stato risparmiato da un altro capitano meno
corretto).
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Una volta dentro, i suoi soldati distrussero con
le lance ogni dipinto e scultura che rappresentasse l’emblema
acquaviviano, a partire da quelli di fronte alla cattedrale della
città. L’esercito sforzesco non si arrestò qui,e conquistò tutte le
altre terre di Giosia, giungendo sino a Civitella.
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Lo Sforza, non appagato da queste vittorie,
continuò ad ampliare il suo potere, cambiando continuamente
bandiera, e già dal 1439 combatteva al soldo di Venezia, di nuovo
contro il suo probabile suocero, il Visconti, che si affidò ancora
all’aiuto del Piccinino, a lui sempre fedele.
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Questi cercava non solo di difendersi, ma
addirittura di attaccare l’intera lega che si era coalizzata contro
il suo duca, sempre con la speranza di poter un giorno trarne una
grossa ricompensa, magari lo stesso trono di Milano.
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Con questa ambizione Niccolò scese in Toscana ed
in Umbria, saccheggiò città e bruciò borghi, sino alla grande
battaglia di Anghiari , dove però viene sconfitto da Micheletto
Attendolo.
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Tuttavia questo episodio non lo scoraggiò, e nel
1441, nel bresciano, riuscì finalmente ad accerchiare Francesco
Sforza.
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Era convinto di averlo in pugno, ma prima di
chiudere la partita mandò un messaggero a Filippo Maria,
chiedendogli un proprio regno da governare: la città di Piacenza.
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Dall’assenso o dal rifiuto del duca “poteva
forse dipendere il vincere o il perdere”.
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Ma al milanese non piacque quel tono di
minaccia: mandò segretamente degli ambasciatori allo Sforza, e per
raggiungere un accordo, gli rinnovò l’offerta di matrimonio con la
figlia.
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Francesco questa volta acconsentì, ed il
Piccinino, dopo tanti anni di fedele servizio, si ritrovò tagliato
fuori.
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Bianca Maria si sposò il 25 ottobre del 1441,
nella chiesetta di S. Sigismondo a Cremona, portando in dote, oltre
a Cremona stessa, anche Pontremoli.
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Mentre il condottiero con queste nozze si
avvicinava alla successione al trono di Milano, i suoi ufficiali
governavano per lui tutto il teramano, e almeno per certi aspetti,
si rivelarono più accorti e tolleranti di Giosia, tanto che Teramo
stessa, in questo periodo, godeva di una relativa floridezza.
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Ma il dominio sforzesco in Abruzzo non era
destinato a durare a lungo: sin dall’anno successivo al matrimonio
della figlia, il Visconti, che nonostante la parentela acquisita
non riusciva a tollerare la crescente potenza dello Sforza, dopo
aver recuperato la fiducia del Piccinino, si alleò di nuovo con il
papa Eugenio IV.
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Quindi il duca di Milano finse di licenziare il
Piccinino, che si diresse a Bologna, dove entrò nel 1442. Dal canto
suo, il papa dichiarò improvvisamente lo Sforza nemico della Chiesa,
e al suo posto nominò gonfaloniere proprio Niccolò.
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Contemporaneamente, da sud, Alfonso D’aragona
stava riconquistando il regno, e nel 1443 entrò vittorioso a Napoli:
Renato D’Angiò dopo essere stato sconfitto diverse volte ed
abbandonato da molti dei suoi baroni, era tornato in Provenza.
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Il Papa, che non riusciva più ad opporsi all’aragonese,
venne con lui ad accordi segreti, e lo aiutò nell’ascesa al potere.
Alfonso, in cambio promise di aiutarlo a riprendere i territori
conquistati dallo Sforza, e così fece: nominò il Piccinino anche
capitano di molte sue truppe, e questi, con tali rinforzi si volse
addosso agli sforzeschi; in pratica si era creata una sorta di lega
antisforza, che comprendeva il Visconti, il Pontefice ed il re .
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Stretto in questa morsa, Francesco Sforza,
cercò l’alleanza di Federico II da Montefeltro, a cui voleva
affidare anche trecento lance e trecento fanti.
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Questi, sapendo che in quel momento unirsi con
lo Sforza significava allearsi anche con Venezia e Firenze (che
potevano ben proteggere Urbino, la sua città), accettò, ma non
riuscì comunque a risollevare la posizione di Francesco, accerchiato
da troppi nemici perfino per lui.
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Quindi l’aragonese approfittava della sua
debolezza, e dopo aver ripreso Ascoli e Civitella, si accingeva a
recuperare tutto il territorio teramano.
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Finalmente Giosia, fedele all’aragonese nella
buona e nell’avversa fortuna (qualità davvero rara a quei tempi)
avrebbe potuto riavere i suoi tanto agognati possedimenti:
chiaramente egli si aspettava anche Teramo.
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Intanto riebbe subito S. Flaviano, che gli venne
reso dalle truppe sforzesche, senza tentare neppure di resistere.
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Nel frattempo Il Piccinino, dopo aver
conquistato e saccheggiato molti paesi dell’Umbria, senza rispettare
neanche i luoghi sacri, come il Santuario di S. Francesco ad Assisi
(2), stava mettendo in grave difficoltà Francesco Sforza, quando
ecco che di nuovo, segretamente, il Visconti decise di aiutare il
genero, impensierito anche dall’inaspettata espansione di Alfonso
D’Aragona.
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Così, oltre che esortare Venezia stessa a
mandare aiuti , nella primavera del 1444 egli richiama di nuovo il
Piccinino a Milano.
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Ma questa volta il condottiero intuisce
qualcosa, e risponde di non poter abbandonare il campo, sia per
motivi di salute che gli impedivano un lungo viaggio, sia perché
vicino alla vittoria finale; inoltre l’unico che veramente poteva
dargli quell’ordine era in effetti il Papa, di cui lui era
gonfaloniere.
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Non ci mise molto il Visconti a premere su
Eugenio IV che acconsentì facilmente al ritorno del condottiero.
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La scena del commiato alle truppe è stata
descritta da molti autori: tutti i principali cavalieri disposti a
cerchio, con le armature lucenti e bene in mostra, in un gran
cerimoniale; al centro lui, sul suo cavallo, tra le grida di evviva,
che chiama a sé il suo primogenito Francesco e lo esorta a
proseguire la sua opera. In realtà egli confidava anche nell’ardore
del suo secondo figlio, Jacopo, che in quegli anni, benché poco più
che ventenne, militava al comando di alcune truppe aragonesi.
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Con questa consolazione il vecchio condottiero
ritornò alla corte del Visconti, dove, dopo una solenne cerimonia di
benvenuto, fu messo da parte senza un incarico ben preciso; il
Piccinino, privato dell’ardore della battaglia si sentì svuotato e
si ritirò nella sua villa a Corsico, ma le sue condizioni
peggiorarono quando seppe della sconfitta subita a Montolmo dal suo
primo figlio il 19 Agosto del 1444, che ora si trovava nelle mani
del suo acerrimo nemico, Francesco Sforza.
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Niccolò morì il 16 ottobre dello stesso anno, ma
suo figlio Jacopo avrebbe dato del filo da torcere agli sforzeschi,
che affrontò in diverse battaglie, tra cui la più importante fu
quella di Castel S. Flaviano, da cui uscì vittorioso .
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Intanto Alfonso D’Aragona continuava la sua
riconquista, sempre con l’aiuto dell’Acquaviva, ma quando entrò in
Teramo, accolto dalle grida di gioia del popolo e dalle onoranze dei
capi del reggimento teramano, si trovò di fronte il principale tra
essi, l’audace Marco Raniero.
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Questi, per conservare la libertà appena
riconquistata dalla sua città, finalmente soggetta solo al potere
reale e non più alla volontà di qualche feudatario, decise di
parlare all’aragonese, per convincerlo a non donare la città a
Giosia.
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Per la verità tutti lo sconsigliarono a compiere
tale azione, poiché era molto difficile che il sovrano ascoltasse il
parere di un rappresentante del popolo anziché di un condottiero che
gli era stato sempre vicino.
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Ma Raniero, ricordando a questi che la fortuna
aiuta gli audaci , ebbe il coraggio di parlare ad Alfonso, e davanti
a tutta la cittadinanza fece le sue richieste di libertà.
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Il re, commosso dall’aspetto e dai modi
dell’anziano capo, nonché dalle lacrime dei presenti, dichiarò, di
fronte allo stesso Giosia, di voler accogliere la volontà del
popolo, e di avere intenzione non solo di conservare, ma addirittura
di accrescere le immunità di Teramo.
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L’affronto per l’Acquaviva fu intollerabile !
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I lunghi anni di fedeltà dimenticati, le sue
fatiche vanificate !
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Teramo ed Atri, città che egli aveva sacrificato
proprio combattendo al fianco di Alfonso, perdute irrimediabilmente!
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Non appena l’aragonese e le sue truppe furono
abbastanza lontani, Giosia, ormai invaso dallo sdegno e dal
desiderio di vendetta, con una mossa inaspettata chiese l’aiuto di
colui che era stato il suo principale avversario: nientemeno che al
conte Francesco Sforza, che non aveva certo rinunciato ai territori
ecclesiastici e napoletani.
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Questi mandò un esercito sotto il comando del
Triulzi, e l’Acquaviva, con tali aiuti, decise di prendere la tanto
agognata Teramo con la forza, cingendola d’assedio.
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La città, benché sorpresa, oppose una
validissima resistenza per mesi.
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Ma lentamente il cibo iniziò a scarseggiare, e
finita la farina, i teramani, non potendo ricevere scorte
dall’esterno, iniziarono a cibarsi di cani, gatti, topi, ortiche e
malve cotte, condite solo con il sale.
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Molti vecchi, privi di nutrimento, cadevano
all’improvviso morti per terra, davanti agli sguardi inermi dei
figli, e molti bambini spiravano tra le braccia delle madri.
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Ma l’ira del duca non si placava, e sempre con
l’aiuto degli sforzeschi, tentò di riprendersi anche Atri. Quando
Alfonso D’Aragona venne a sapere della violenta reazione del duca,
ordinò al conte di Tagliacozzo, G.A. Orsino, di correre in soccorso
a Teramo;
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l’Acquaviva non si arrese, e al contrario, dopo
aver allentato l’assedio, riunì gli uomini che prima erano impegnati
in quella operazione e mise insieme un esercito con il quale andò
incontro al al conte; nella primavera del 1446, presso Villa Bozza,
nei pressi di Atri, dopo un fierissimo scontro, l’Orsino venne
completamente sbaragliato.
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Dopo tale disfatta, ad Alfonso non rimase che
venire di persona negli Abruzzi, e giunto a Chieti, fu sul punto di
invadere l’Abruzzo Ulteriore, quando, grazie alla mediazione di
uomini illustri, decise più saggiamente di stipulare una pace con
Giosia.
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Così il 22 luglio del 1446, il sovrano firmava
un accordo con il quale il nipote dell’Acquaviva, Andrea Matteo II,
(che come già detto, aveva parteggiato per gli angioini) veniva
privato di tutti i suoi possedimenti in favore dello zio.
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Questi possedette quindi S. Flaviano, Cellino,
Bisenti, Basciano, Castagna, Penne, Roseto con li casali, Forcella,
Canzano, Castel Vecchio Trasmondo, Notaresco, Morro, Montone,
Tortoreto, Corropoli, Mosciano, Torano, S. Omero, Ripattoni,
Bellante, Latroja, Castiglione e Rocca Cantalice............ma non
aveva Teramo!!
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Tra il re e l’Acquaviva si creò così un rapporto
teso e fortemente instabile: l’antica amicizia aveva ormai ceduto il
passo a sentimenti di ingratitudine e odio da parte di Giosia e di
tradimento e timore da parte di Alfonso.
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L’anno successivo una notizia sconvolse l’intera
penisola: il 13 agosto 1447 era morto improvvisamente il duca di
Milano, Filippo Maria Visconti, e subito si era innescato un
processo caotico, che vedeva da una parte le città che volevano
essere libere, e dall’altra uomini ambiziosi che volevano sostituire
il duca: ma Niccolò Piccinino, l’unico avversario temibile per lo
Sforza era ormai morto, e dopo breve tempo questi divenne il nuovo
signore del Nord.
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Tuttavia questo avvenimento non mutò molto le
cose per Giosia, che non riusciva ancora ad accettare il
comportamento di Alfonso D’Aragona.
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Il desiderio di vendetta del duca non si era
certo placato, ma egli si rendeva conto che non avrebbe mai potuto
attaccare la città finche questa era sotto la protezione del
sovrano.
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Ma il 27 giugno del 1458 Alfonso D’Aragona morì,
e Teramo si trovò, seppure per un breve momento, senza l’appoggio
delle forze reali.
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Lo stesso Marco Raniero che aveva convinto il
defunto re a proteggere la sua città, doveva adesso chiedere la
stessa attenzione al suo successore: Ferdinando D’Aragona.
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Quindi, dopo breve tempo, l’eminente teramano,
insieme ad altri due ambasciatori uscì dalle mura per portare le sue
condoglianze alla corte napoletana: una mossa alquanto ingenua,
sebbene necessaria, perlomeno vista con il senno di poi.
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Giosia Acquaviva era notoriamente un uomo
vendicativo, risoluto e senza mezzi termini:
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da Cellino, dove dimorava, fu informato dalla
famiglia teramana dei Mazzaclocchi ( a lui fedeli, opposti alla
famiglia teramana degli Spennati) dello spostamento del Raniero,
rimasto ormai senza protezione.
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Le notizie erano molto precise, e riferivano
anche del percorso che i tre avevano scelto per aggirare Cellino:
così il duca poté mandare dei sicari, che ai primi di Luglio si
appostarono al guado del Vomano, sulla strada
Caprafico-Taverna-Montegiove, dove sorpresero la piccola carovana.
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Marco dopo essere stato ucciso con trenta
pugnalate, fu miseramente derubato, mentre i suoi compagni furono
lasciati fuggire.
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Gli assassini riportarono quindi a Giosia le
vesti insanguinate del Rainero, come prova dell’avvenuta esecuzione.
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Occorre dire che forse il duca non sapeva dove
era diretto l’ambasciatore, poiché nell’interpretazione di un
documento trovato nell’archivio di stato di Milano egli confessa di
avere “facto tagliare a pezzi un ser Marchetto da Teramo” solo per
vendetta e perché suo nemico.
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Il consiglio comunale di Teramo, saputo
l’accaduto dal racconto dei sopravvissuti, recuperò il corpo del
Raniero per dargli una degna sepoltura, dopodiché munì la città di
guardie che sorvegliassero la porta e le mura, ed elesse dodici
cittadini meritevoli che, insieme al magistrato, risolvessero il
problema delle richieste da fare al nuovo re.
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La commissione così creata agì in gran segreto,
e riuscì a mandare altri tre oratori, che tornarono con in mano un
nuovo accordo favorevole all’indipendenza della città.
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Sembrava quindi che Teramo fosse tornata
rapidamente sotto la protezione reale, ma si trattava solo di
un’illusione.
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Infatti Ferdinando non era ben voluto dai
baroni, e nemmeno dal papa che aveva sostituito Eugenio IV, Callisto
III.
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Si propose invece dalla sua parte Francesco
Sforza, duca di Milano, che l’ 8 luglio del 1458 mandò un suo
ambasciatore, detto Orfeo de Ricavo, per “via Aprucii” a Napoli, a
comunicare appunto la disponibilità delle forze milanesi.
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Tale viaggiatore si soffermò nelle dimore dei
principali signori, tra cui quella di Giosia Acquaviva, che egli
definisce “uno dei più infidi”.
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In questa occasione l’Acquaviva non nascose
l’odio per la casata aragonese, e si lamentò apertamente “per i
sinistri trattamenti che me ha facto indebite la Maestà del signore
re Alfonso”, chiedendo di riavere “quello che debitamente è mio et
indebite ne fui privato”.
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Con sottile astuzia Giosia fece capire che il
suo non era l’unico caso e che se Ferdinando avesse voluto “fermarsi
et stabilirsi in questo regno con gratia e benevolentia di populi e
di signori”, innanzitutto avrebbe dovuto preoccuparsi di alleggerire
“le gravezze insopportabili, quali per fin mo havevamo sopportate e
che non era possibile potessero resistere di più”.
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E non si dimentica certo di minacciare
velatamente il re, facendo riferimento alla possibilità che
l’inimicizia del Papa si trasformasse in un più vasto incendio “non
trovando riposati gli animi dei signori et populi”.
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C’era di che preoccupare il re, e anche se
questi riuscì a trarre un respiro di sollievo quando, il 6 agosto
del 1458, Callisto III morì e venne eletto Pio II, la sua autorità
rimaneva ancora gravemente minacciata dal comportamento di uno dei
più potenti signori a cui si riferiva Giosia: il temibilissimo
Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, che progettava la
detronizzazione del nuovo re a favore degli angioini.
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Quando l’Aragona seppe di questi progetti,
chiese al principe il motivo del suo malcontento:
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l’Orsini rispose senza mezzi termini che non
sopportava la mancata restituzione di Teramo e delle altre città a
Giosia Acquaviva, suocero della figlia (il figlio di Giosia,
Giuliantonio, che fonderà Giulianova, era sposato con la figlia
dell’Orsini) e non poteva tollerare lo stesso comportamento nei
riguardi del Santiglia, a cui erano state tolte Catanzaro e Crotone.
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Ferdinando, conoscendo la potenza del tarantino,
annullò con facilità l’accordo preso con i teramani, e finalmente
restituì Teramo all’Acquaviva.
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Il 18 maggio del 1459, Giosia fece il suo
ingresso solenne a Teramo, accompagnato da un grande corteo, con
molti cavalieri e condottieri: egli cavalcava fieramente, sotto un
baldacchino di velluto verde guarnito con frange d’oro, portato da
sei signori del reggimento, circondati da dieci palafrenieri, tra i
quali vi era Marco di Cappella, uno dei maggiori Mazzaclocchi.
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Il corteo venne avanti in processione, preceduto
dai preti che cantavano il Te Deum laudamus e da una
moltitudine di bambini che correvano con le palme in mano gridando:-
Duca, duca, viva il signore di Giosia !-.
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Giunto davanti alle scale della cattedrale, il
duca smontò da cavallo, camminò fino all’altare centrale e si fermò;
quindi si inginocchiò ed iniziò a pregare.
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In quel momento i signori del reggimento gli
diedero le chiavi della città, ed egli finalmente rimontò a cavallo
e si diresse verso la rocca .
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A nulla valse la resistenza degli abitanti, che
accusarono il re di fellonia e spergiuro, e Giosià si trovò
finalmente a capo del territorio che gli spettava.
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Quando gli ambasciatori teramani andarono a
replicare al re, con il mano i documenti da lui firmati, Ferdinando
gli spiegò di aver saputo che Giosia stava complottando per unirsi
agli angioini:
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se la città non gli fosse stata restituita, e
nel peggiore dei casi gli angioini avessero vinto, egli l’avrebbe
presa con la forza e con il sangue , ma ora che l’aveva riottenuta
pacificamente, quello non sarebbe mai accaduto, e se gli angioini
avessero perso, sarebbe stato egli stesso, il re , a punire Giosia
e liberare Teramo; bisognava solo aspettare. Nel frattempo gli
Spennati, avversi all’Acquaviva, furono banditi dalla città.
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Le informazioni che aveva ricevuto il sovrano
erano esatte: dopo meno di due mesi l’Acquaviva si schierò contro
Ferdinando, combattendo per conto dell’acerrimo nemico di questi,
Renato D’Angiò. I suoi continui attacchi avevano successo, e senza
paura egli giunse a minacciare anche i territori di Pio II.
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Si trattava del’attuazione del piano dell’Orsini,
che stava con successo sobillando tutti i baroni ad attaccare l’aragonese,
e a passare quindi dalla parte degli angioini.Il principe di Taranto
scrisse anche allo stesso Renato D’Angiò in Francia e a suo figlio
Giovanni D’Angiò, che in quel momento si trovava a Genova,
esortandoli a conquistare il reame e promettendo loro molti aiuti.
-
Nonostante fosse la mente della rivolta dei
baroni, l’Orsini fu l’ultimo a scoprirsi, quando ormai per gli
Aragona le cose iniziavano a mettersi male.
-
Così il re fu costretto a richiamare il suo
principale condottiero, Federico II da Montefeltro, che stava
combattendo insieme a Jacopo Piccinino contro Sigismondo Malatesta,
signore di Rimini.
-
Federico, che come già detto aveva appreso molto
proprio dal padre di Jacopo, stipulò una tregua con il Malatesta e
scese in aiuto di Ferdinando. D’altronde egli era contemporaneamente
anche al servizio del Papa, che comunque veniva disturbato
dall’agitazione che lambiva i confini del suo stato.
-
Insieme all’urbinate discese anche Alessandro
Sforza, signore di Pesaro, e da poco suocero di Federico, che ne
aveva sposato la figlia, Battista.
-
Inoltre il re, per chiudere meglio la difesa del
suo regno, aveva mandato in Abruzzo anche il famoso capitano Matteo
da Capua, che si era distinto nelle battaglie di Venezia contro il
duca di Milano.
-
Con tali forze Ferdinando credeva di essere
riuscito a mantenere l’ordine tra i baroni, senonchè Jacopo
Piccinino, rimasto da solo e fuori gioco a causa della tregua con
Sigismondo, fiutando la possibilità di grosse operazioni militari
nel sud, decise di mettersi al soldo del principe di Taranto, e
quindi degli angioini.
-
Il primo ordine di Ferdinando ai suoi capitani
fu quello di impedire assolutamente che il pericolosissimo
condottiero riuscisse a scendere nel regno e ad unirsi con gli
eserciti ribelli.
-
Ma il re non considerava che i suoi condottieri
possedevano i loro domini proprio nelle zone vicine alla posizione
in cui si trovava il Piccinino in quel momento, e che quindi avevano
interesse ad allontanarlo facendolo scendere a sud.
-
Così, con una serie di giustificazioni lo
lasciano passare; Federico supponendo (in maniera illogica) che
Jacopo preferisca percorrere la più scomoda via montana, si ritirò
addirittura ad aspettarlo nella zona di Camerino, scaricando poi la
colpa del passaggio ad Alessandro Sforza e all’ufficiale pontificio
che non avevano coperto in tempo la zona litoranea, dove vi era un
passo talmente impervio che sarebbe bastato un piccolo esercito di
villani con le loro donne per battere il Piccinino: “non tanto le
genti d’arme seriano state sufficiente a romperlo se lo havessero
giunto, ma li villani propri del paese, a discretione de li quali si
missi perchè era in loco dove havia a passare più de uno miglio
per pessima via, cavallo innanzi cavallo, come è le Grotte a Mare,
infra sassi terribilissimi et la marina è sotto la montagna, che le
femine li averia presi.
-
Et per fare questa giornata tale, scorticò multi
cavalli li quali , como si vedea fussero stracchi, li faceva amazare”;
e se Alessandro avesse fatto “come se remase d’acordo et come era
ordinato, arivavano a tempo et era disfacto el conte Iacomo perchè,
due ore fussero arrivati più presto, lo giongivano...”
-
Comunque Jacopo arrivò indenne sino a S.
Benedetto, e dopo aver passato il Tronto, giunse a Colonella, città
già appartente ai domini acquaviviani, dopo essere stata
riconquistata nell’autunno del 1458.
-
Sapeva che Giosia lo stava aspettando, e per
avvertirlo del suo arrivo nel modo più rapido e sicuro possibile,
fece preparare dai suoi uomini e dai villani del luogo delle enormi
fascine di legna secca, che vennero portate in un punto aperto e ben
visibile.
-
Durante la notte, con gran sbigottimento di
tutta la popolazione, il condottiero le fece incendiare creando
delle colonne di fuoco così alte che il duca da Castel S.Flaviano le
vide e capì che il grande esercito era vicino.
-
Due giorni dopo il Piccinino si trovava a
S.Flaviano, dove, grazie al porto, ricevette artiglierie e uomini
inviati via mare dalla Romagna.
-
L’esercito, adesso ancora più potente, poteva
riprendere il suo cammino verso il sempre più preoccupato re
D’Aragona.
-
Nella sua discesa il Piccinino sembrava
inarrestabile.
-
Cinse d’assedio Città S. Angelo, custodita da
Giacomo Padulio: la fortificazione non aveva mura in grado di
resistere alle nuove macchine da guerra, e dopo aver assistito
inermi alla demolizione delle proprie difese, gli abitanti dovettero
arrendersi; il giorno dopo si Jacopo prese Penne, senza bisogno
neppure dell’assedio, mentre giunto a Loreto dovette abbattere gran
parte delle mura a colpi di bombarda, prima che il signore della
città, il marchese Francesco D’Aquino, si arrendesse, perdendo tutti
i suoi territori in favore dei D’Angiò e pagando una somma di 4000
ducati d’oro.
-
Con facilità giunse fino al fiume Pescara, dove,
approntato un ponte mobile, fece attraversare tutte le sue truppe.
Qui Jacopo ricevette nuovi rinforzi, infatti Giulio da Camerino, che
recava con sé quattro squadre di cavalli, lo attendeva per unirsi ai
suoi ufficiali.
-
Ma ora il Piccinino doveva affrontare Matteo da
Capua, che ben protetto dalle mura di Chieti, anche se con un
numero inferiore di uomini e mezzi, si rivelò un valido avversario.
-
Jacopo iniziò l’assedio, ma ogni giorno Matteo
in persona usciva dalla città a capo di piccole squadre, attaccando
ripetutamente gruppi isolati di soldati; queste manovre rapide ed
agili, unite ad una violenta esecuzione, causavano comunque molto
disturbo all’organizzazione del Piccinino.
-
In questo modo Matteo da Capua prendeva tempo,
mentre Ferdinando aveva ordinato ai due eserciti di Alessandro
Sforza e Federico II da Montefeltro di inseguire il Piccinino
cercando di raggiungerlo, visto che non erano riusciti a fermarlo.
-
Così i due condottieri, obbedendo agli ordini,
iniziano la discesa verso sud, e giunsero sino a S.Flaviano.
-
Qui posero d’assedio la città, che pur essendo
fittissima di case, era in realtà poco abitata.
-
Bastarono le sole truppe montefeltresche per
espugnare le mura e saccheggiare le case dei contadini; ma per
completare l’impresa dovevano catturare gli uomini più illustri di
S. Flaviano, che si erano rifugiati nella rocca, l’ultimo baluardo
della città, formato da una grande torre a base quadrata di 20
braccia per lato.
-
A tentare questa estrema resistenza furono in
otto, ma si trattava di un’azione disperata; per espugnare la
piccola fortezza bastò un gruppo di uomini, guidati da Francesco da
Saxatello e Falameschia da Bagno: gli assalitori costrironouna
travata, ossia una di copertura mobile in legno, con la quale
riuscirono ad avvicinarsi alle mura senza essere colpiti dai lanci
dei nemici; una volta sotto, aprirono una breccia nel muro, e gli
otto difensori dovettero arrendersi per aver salva la vita.
-
Dopo la presa e la devastazione di S.Flaviano,
Alfonso D’Aragona incitava Federico ed Alessandro a continuare per
raggiungere Pescara e poi Chieti, dove avrebbero potuto finalmente
aiutare Matteo da Capua che nel frattempo teneva duro.
-
Ma il duca di Urbino preferì accamparsi alle
spalle della città appena conquistata, perché riteneva un pericolo
inutile passare vicino ad Atri, che aveva la possibilità di creare
dei seri problemi.
-
Così fece mettere le tende sulla riva sinistra
del fiume Tordino, nel quale ogni sera faceva abbeverare i cavalli.
Qui lo raggiunse un altro capitano, Bosio Sforza, che portava con sé
altri 700 destrieri.
-
La postazione da lui scelta era protetta dal
fosso di Mustaccio e dagli impaludamenti del fiume, ma questi ultimi
rendevano impossibile la manovra del pezzo forte del suo esercito,
la cavalleria.
-
Probabilmente egli non intendeva utilizzarla,
anzi forse egli non voleva neppure scontrarsi realmente con il suo
avversario, ma solo temporeggiare, per tenerlo lontano dai suoi
stati e al tempo stesso accontentare il sovrano con piccole
scaramuccie. O forse, semplicemente non si aspettava l’orgogliosa ed
improvvisa mossa del Piccinino che, saputo che i due eserciti si
erano accampati a S.Flaviano, lasciò perdere Chieti e ritornò
indietro per affrontarli.
-
Lungo la sua risalita radunò ancora altri
combattenti, reclutandoli tra i sudditi dei Caldora ( altri baroni
ribelli ), e con il contingente così accresciuto si accampò sulla
collina di Bozzino, a destra del Tordino, nell’attuale zona di
Cologna, ad un’altezza di 80-100 m, protetto alle spalle dal fosso
di S. Martino.
-
Si trovò così in una posizione vantaggiosa,
anche se non eccessivamente.
-
I due eserciti si trovarono così uno di fronte
all’altro, e si organizzarono come poterono, poiché la
conformazione del terreno non permetteva un reale spiegamento di
forze (si trattava di un totale di circa 20000 uomini! ).
-
Un lembo di terra, una sorta di isoletta che
sorgeva in mezzo al corso del fiume, fu scelta da entrambi gli
schieramenti come avanguardia, e vi prendevano posto a turno le
sentinelle dei due eserciti, che si spiavano a vicenda.
-
Tra le due forze avversarie vi era solo il corso
del Tordino, e ad una simile scarsa distanza, era inevitabile che si
giungesse spesso a piccole battaglie, frutto di reazioni impulsive
dei singoli individui e di reciproche provocazioni. Questi episodi
si risolvevano spesso con duelli, o tornei, e a volte erano sedate
dagli ufficiali, o anche dai capitani in persona.
-
E’ proprio in un’occasione del genere che
Federico, nel calmare gli animi, prese un brutto strappo alla
schiena, probabilmente a causa di uno strattone del cavallo: il
dolore non gli permise di cavalcare, e nemmeno di camminare, per
parecchi giorni.
-
Questa situazione di tensione si protrasse per
otto giornate, durante le quali gli uomini del Piccinino facevano
continue scorrerie nel campo nemico. Ma il duca di Urbino,
consapevole della difficoltà di manovra delle sue truppe in caso di
battaglia, cercava di non cedere alle provocazioni: egli ripeteva
che non era il caso “...per omne cavallo che venisse ad asaltare le
nostre vedette, o qualche saccomanno, fare armare et fare montare a
cavallo omne homo, perché questo era uno scorticare de homini et de
cavalli senza niuno utile...”
-
Ma la sera del 22 luglio 1460, uno degli
ufficiali del Piccinino, un tale Saccagnino, uscì dagli accampamenti
con due o tre squadre composte da pochi cavalieri ma con un discreto
numero di fanti; si trattava di una delle tante incursioni a danno
degli aragonesi: le truppe attraversarono il fiume e provocarono un
combattimento sulla riva sinistra del Tordino.
-
Federico da Montefeltro in quel momento era
nella sua tenda, impossibilitato a muoversi a causa dello strappo
alla schiena; il comando era quindi in mano ad Alessandro Sforza,
per niente impensierito, visto che comunque si trattava di un
episodio di routine, destinato a spegnersi in breve tempo.
- Senonchè due dei suoi logotenenti gli fecero notare che mentre gli
uomini del duca di Urbino avevano già compiuto delle belle imprese
(ad esempio la presa di S. Flaviano), i suoi soldati non si erano
ancora distinti in nessuna azione: “...quisti Feltrischi hanno facto
due o tre volte facto d’arme, e nui non havimo facto niente; mandate
a torre due o tre squadre, et damo una stretta a costoro come si
debba, che adesso non c’è el conte de Urbino et tucto lo honore serà
nostro”.
-
Alessandro mandò allora Marco Antonio Torello,
che assalì il Saccagnino con una tale violenza da respingerlo oltre
il fiume; ma nella foga di colpire, il capitano sforzesco si fece
troppo avanti, e si lasciò chiudere tra un canale di mulino ed un
pozzo.
-
La scena era seguita dall’alto dal Piccinino,
che subito decise di approfittare dell’occasione inviando Giulio da
Camerino, stavolta con uno squadrone di tutto rispetto; ma
Alessandro non rimase a guardare, e mentre faceva preparare tutto
l’esercito alla battaglia, inviò in aiuto del Torello sette squadre
di cavalli.
-
Allora Jacopo divise l’esercito in tre parti,
creando due ali ed un blocco centrale: mentre quest’ultimo, guidato
da Silvestro Licinio, fu scagliato adosso agli sforzeschi, le due
parti rimanenti vennero affidate una ad un certo conte Giovanni,
l’altra ad un tale Annechino, con l’ordine di appostarsi ai lati del
campo di battaglia e di chiudere l’avversario in una morsa a
tenaglia nel momento in cui questo si fosse ritirato verso il
proprio accampamento.
-
In breve tempo tutte le forze scesero in campo
ed il confronto, in un primo tempo, fu tra Silvestro Licinio ed
Alessandro Sforza.
-
I vari storici raccontano che Licinio cavalcava
con destrezza, muovendosi rapido per tutto il campo di battaglia,
urlando comandi e caricando i suoi uomini ricordando loro i successi
delle altre battaglie; andava sempre nei punti dove il combattimento
era più cruento e faceva trasportare fuori dalla mischia i feriti e
i soldati troppo stanchi, che sostituiva con squadre di uomini sani
e freschi: in questo modo infondeva coraggio nei suoi e
demoralizzava i nemici. Anche Alessandro si muoveva rapido tra i
suoi soldati, dimostrando grande forza ed esperienza: esortava i
militi, teneva quelli che volevano fuggire, faceva cenni con il
volto e con le braccia trasmettendo i comandi ai suoi ufficiali.
-
Si vedevano da entrambi le parti morire
miseramente molti uomini e cavalli, poiché la palude e la
vegetazione non rendevano possibile alcun tipo di manovra. Per
centinaia e centinaia di metri si udiva lo strepitare delle armi, il
nitrire dei cavalli e il grido delle genti. Tra questi rumori
qualche volta si avvertiva l’espressione soddisfatta di chi stava
vincendo, oppure il gemere e il rantolare dei feriti: tutto era
immerso in un clima di orrore e di spavento. La violenta battaglia
continuò per ore, e sopravvenne la notte; le due armate si
equivalevano, e il Piccinino che aveva spesso tentato inutilmente di
penetrare gli steccati nemici attraverso un “passo” lungo la marina,
decise che era giunto il momento di eseguire la manovra a tenaglia
che aveva progettato sin dall’inizio: con un cenno comandò al conte
Giovanni e ad Annechino di chiudere il nemico con le loro truppe.
La violenza di questo attacco fu tale che distrusse in parte
l’accampamento aragonese, e molti soldati sforzeschi e
montefeltreschi furono uccisi e catturati. Le perdite furono
talmente gravi che si diffuse la notizia della sconfitta e due
squadre di guardia ad un passo presso la marina fuggirono fin oltre
il Tronto. Nel frattempo Federico si era fatto portare nel luogo
più alto dei suoi alloggiamenti, per seguire la battaglia; egli
mandava in continuo delle staffette per informarsi su ciò che
accadeva, finché dal campo non giunse una disperata richiesta del
suo intervento personale. Il momento era così pericoloso che egli,
nonostante le sue condizioni fisiche, si fece issare sul cavallo
coperto solo con delle fasciature, poiché il dolore non gli
permetteva di indossare una corazza, e arrivò nel campo nell’attimo
stesso in cui i suoi soldati stavano per ritirarsi. In quel
frangente egli si prodigò e fece il possibile per incoraggiare i
suoi soldati e far giungere i rinforzi dove più occorreva, fermò e
riordinò i fuggitivi, riuscendo in tal modo a limitare i danni della
sconfitta. Solo per miracolo non fu colpito mentre il suo cavallo fu
invece ferito ed ucciso.
-
Le tenebre avanzavano, e giunti alle tre di
notte, quando ormai era quasi impossibile distinguere gli amici dai
nemici, la luna tramontò e divenne buio assoluto. La fatica e la
cecità fecero spegnere lentamente la battaglia, e senza alcun suono
di tromba le truppe iniziarono a ritirarsi: i cavalieri chiamarono
delle torce dai loro accampamenti, e con le schegge e i frammenti di
tante lance rotte fecero accendere dei grandi fuochi; facendo molta
attenzione a non illuminarsi alle spalle, ciascun soldato tornò al
proprio alloggiamento.
-
Il giorno dopo, all’uscire del sole, si vide nel
campo una grandissima strage di uomini e di cavalli, e non vi era
neppure un palmo di terreno, che non fosse coperto di morti, di
sangue e di armi. Per tutta la campagna non si udiva altro che il
lamento dei feriti, molti dei quali erano sul punto di morire; tra
quelli che rimanevano in piedi, alcuni piangevano la perdita o la
cattura dei loro amici, altri raccontavano le cose fatte nella
battaglia. Taluni soldati lodavano o criticavano il comportamento
dei loro capitani e tutti si lamentavano dei danni riportati.
-
Federico da Montefeltro ed Alessandro Sforza
nella paura che i nemici chiudessero loro la strada del ritorno e
dei rifornimenti, la notte seguente partirono in gran segreto con
tutto l’esercito, lasciando dietro a Castel San Flaviano tutte le
cose inutili che potevano appesantire i cavalli, ed in breve tempo,
varcato il Tronto, si fermarono nelle Grotte a Mare.
-
Il Piccinino li inseguì fino al Tronto, poi
ritornò indietro ad attaccare Matteo da Capua .
-
Sembrava che le cose per Ferdinando D’Aragona
volgessero verso il peggio ma non fu così: infatti l’astuto sovrano
qualche tempo dopo riuscì a riconciliarsi con Roberto San Severino,
figlio di Elisa Sforza. Inseguito a ciò il Principe di Taranto fu
costretto a richiamare nelle Puglie il Piccinino, che dovette quindi
lasciare l’Abruzzo.
-
Finalmente Matteo di Capua poteva vendicarsi
degli attacchi subiti e uscendo da Chieti recuperò per il Re molte
località Abruzzesi. Saputo questo, il Piccinino s’imbarcò a
Manfredonia, approdando di nuovo all’antico porto di San Flaviano.
Ma ormai il suo esercito si era molto ridotto a causa delle troppe
perdite subite nei continui combattimenti senza rinforzi, tanto che
dovette di nuovo abbandonare l’Abruzzo.
-
In questo momento anche Giosia si trovava
indebolito, e dopo la partenza di Jacopo, anche isolato: lo intuì la
famiglia teramana degli Spennati, che colse subito l’occasione per
eliminare l’Acquaviva e con lui i suoi odiati fautori, i
Mazzaclocchi.
-
Così alcuni Spennati partirono in gran segreto
per Chieti, dove giunsero al cospetto di Matteo da Capua: gli
proposero di togliere a Giosia la città di Teramo, garantendogli il
loro aiuto e quello di molti altri teramani.
-
E’ inutile dire che il condottiero accettò senza
indugiare, e così ordinò che calata la notte, per vie non praticate
calasse dalle montagne una gran quantità di gente del posto, armata,
da riunirsi a Castel S.Flaviano per poi marciare alla volta di
Teramo.
-
Così avvenne, e Matteo, cavalcando lungo la
salaria, si incontrò con i seguaci degli Spennati scesi dai monti:
gli abitanti di S.Flaviano, del tutto ignari, vennero sorpresi da
questa gente, e non riuscirono a difendersi; la cittadella fu
nuovamente depredata, gli uomini uccisi, gli edifici incendiati:
nulla venne risparmiato, le case private, gli edifici pubblici, le
chiese, tutto fu barbaramente travolto.
-
L’antica città, che per più di un millennio e
mezzo aveva resistito alle guerre e all’avversità, questa volta non
ce la fece: i sopravvissuti erano troppo provati per ricostruire le
mura e coltivare i campi, e presto tutto versò in stato di
abbandono; le paludi, la malaria, le malattie dovute alla
grandissima quantità di cadaveri che ormai coprivano tutta la zona,
fecero il resto.
-
Frattanto Teramo veniva conquistata e Giosia fu
costretto a fuggire; ma nonostante l’ampio svantaggio numerico
l’Acquaviva riuscì a vincere una grande battaglia, avvenuta nei
pressi di Basciano.
-
Tuttavia non fu sufficiente: buona parte delle
sue ricchezze erano ormai cadute nelle mani di Matteo, i suoi
sostenitori erano stati cacciati o catturati, suo figlio
Giuliantonio era troppo lontano per aiutarlo, e al vecchio
condottiero non rimase altro che rifugiarsi nella sua inespugnabile
fortezza di Cellino.
-
E li per più mesi oppose una validissima
resistenza, tanto che il da Capua cominciava a credere che non
sarebbe mai riuscito a prendere il suo avversario.
-
Ma nel 1462 le terre abruzzesi vennero sconvolte
da una grave carestia, e cui seguì una terribile epidemia di peste.
-
Il contagiò riuscì ad attraversare le mura di
Cellino, e Giosia vide morire prima la moglie, la duchessa
Margherita, poi i suoi stessi figli, ed infine i suoi più fedeli
servitori; la popolazione cellinese si ridusse rapidamente a metà,
finchè, il 22 agosto del 1462, lo stesso duca d’Acquaviva, ormai
troppo stanco per opporsi al destino, spirò.
-
Quando Matteo da Capua riuscì finalmente ad
entrare nel paese, fu però vittima dell’ultima orgogliosa beffa del
vecchio duca: quello che conquistò fu solo un “vasto sepolcro di
scheletri umani”, un’enorme, angosciante, desolata rovina!
-
Un finale veramente macabro per Giosia Acquaviva,
ma senza dubbio più combattuto e significativo di quello a cui andò
incontro l’ultimo dei Piccinino.
-
Jacopo infatti, grazie alla grande fama che si
era costruito, fu chiamato a Milano da Francesco Sforza, che dopo
molto tempo si era finalmente deciso ad offrirgli in moglie la sua
figlia naturale Druisiana.
-
Il condottiero accettò, ed il 12 agosto 1464
sposò la giovane Sforza, e con lei andò a risiedere a Pavia.
-
Ma nella primavera del 1465 fu improvvisamente
chiamato da Ferdinando D’Aragona, che voleva stranamente affidargli
il controllo degli Abruzzi con il titolo di vicerè.
-
Ed è proprio a Napoli che accadde un episodio
ancora bene da chiarire, e tuttora discusso dagli storici.
-
Il Piccinino fu accolto con tutti gli onori, ma
dopo circa un mese, a causa di una congiura, si ritrovò in carcere.
-
Druisiana, saputo ciò, fece di tutto per
salvarlo, scrivendo anche al padre, raccomandandogli di intervenire
per salvarlo.
-
Ma non servì a niente: il 14 luglio 1465 Jacopo,
dopo essere stato barbaramente torturato, venne fatto strozzare.
-
Nessuno crebbe alla versione secondo cui il
Piccinino cadde da una finestra del carcere; molti ritengono invece
che era stato tutto organizzato dallo Sforza sin dal matrimonio con
la figlia, che serviva solo come ignaro strumento per catturare la
fiducia del condottiero.
-
D’altronde Ferdinando era ben noto per la
crudeltà con cui eliminava i suoi nemici: non era un segreto la
terribile collezione di mummie umane, quasi tutti uomini,
accuratamente vestiti con i loro abiti usuali, catturati dal re con
i sistemi più subduli, ad esempio invitandoli pacificamente a
prendere parte al banchetto reale.
-
Da questo turbinare di eventi, Castel S.Flaviano
uscì come un cumulo di macerie: i pochi sopravvissuti che non
volevano abbandonare le loro vecchie case vivevano di stenti in un
ambiente ormai in totale decadenza; ogni tanto vi era la malaria, e
periodicamente approdavano i feroci saraceni, a saccheggiare un
ormai ben magro bottino.
-
La natura stava lentamente riprendendosi ciò che
le era stato tolto, e la vegetazione cresceva sopra le mura e sopra
i tetti.
-
Sembrava che il paese fosse destinato a divenire
una semplice terra di passaggio, un banale crocevia, ma così non fu.
-
Il figlio di Giosia, Giuliantonio, tornato in
possesso degli averi paterni, venne a visitare la città che per così
tante generazioni era stata della sua famiglia.
-
In quel periodo in Italia avevano forte eco le
operazioni architettoniche ad Urbino, a Pienza e a Ferrara, in cui
importanti casate immortalavano la propria fama dando forma ad
intere porzioni di città; confrontando il suo nome a quello degli
altri grandi, Giuliantonio decise di fare qualcosa di magnifico, più
importante di quello che aveva fatto Pio II a Pienza e di quello che
aveva fatto Federico da Montefeltro ad Urbino: egli avrebbe ridato
vita a S. Flaviano, costruendo una città totalmente nuova, spostata
di poco più in su per renderla inespugnabile, anche dalle moderne
armi da fuoco, e lontana dalle esalazioni delle paludi.
-
Secondo la sua visione, il paese doveva essere
straordinario, ed ogni edificio progettato secondo le proporzioni
degli antichi, che in quel tempo si andavano riscoprendo. Una città
moderna e funzionale, che rispondesse anche alle esigenze
rappresentative degli Acquaviva.
-
Per far ciò egli si rivolse ad un architetto
toscano, che fu incaricato di disegnare una città degna di prendere,
per tutto il tempo a venire, il nome di Giulioantonio: così fu
iniziata la costruzione di Giulianova, che doveva racchiudere in se
la grandezza degli Acquaviva e la sapienza neoplatonica, ma questa è
un’altra storia.......
-
-
NOTA IMPORTANTE:
Queste notizie e gli studi più importanti effettuati su Giulianova
sono presenti (o in corso di trasferimento) su internet al sito
www.advcom.it/giuliantica.
-
A tal proposito vogliamo ringraziare il
Sig.Giancarlo D’Agostino della ADVCOM di Alba Adriatica che
ci ha gentilmente concesso, gratuitamente, solo per amore della
cultura, tutto lo spazio necessario per la pubblicazione sul web.
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Invito tutti ad usare al massimo questo nuovo
sistema di comunicazione, e a partecipare attivamente per migliorare
il sito.
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