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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 19
- Giulianova, 22
aprile 2000
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Stampato dalla Tipolito Braga
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di Giulianova Lido.
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L’Antico Tempio di S. Flaviano
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di Ottavio Di Stanislao
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Qualche tempo fa, scorrendo l’inventario del fondo Intendenza
francese1—
per motivi di lavoro, il titolo di un fascicolo attirò la mia
attenzione: Giulia. Scavo di un tempio antico.
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Immediatamente mi tornò in mente la vicenda, suggestiva e misteriosa,
dell’antico tempio di S.Flaviano, l’importantissima chiesa esistita nel
medioevo nell’abitato di Castel San Flaviano. In particolare ricordavo
vagamente che Vincenzo Bindi aveva discettato proprio sulla sua
ubicazione.
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Il
fascicolo citato si apre con una lettera del 22 ottobre 1815 del II
eletto, facente funzioni di sindaco, all’Intendente, per informarlo che
“Giuseppe Cornice uno dei concessionari delle terre demaniali di questo
comune avendo avuta in sorte una quota in Terra Vecchia ha intrapreso
ivi uno scavo (...) dopo qualche giorno di travaglio si è scoperto il
fondamento di un tempio diruto con diverse colonne, le basi delle quali
sono di pietra travertina ed altre pietre lavorate dalla natura”.
Avutane notizia il I eletto aveva fatto fermare i lavori, si chiedevano
quindi istruzioni sul da farsi, in particolare di chi fosse la proprietà
dei materiali rinvenuti e se il lavoro di scavo poteva riprendere2.
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La
divisone in quote delle terre demaniali cui fa riferimento la lettera
era avvenuta l’anno precedente, 1814, ai sensi della Legge 3 dicembre
1808 e dopo che una sentenza della Commissione Feudale aveva riassegnato
al comune i fondi di Terravecchia, Piana della Marina, Filetto, Il
prato, Beneficio di S. Donato e Beneficio dei Santi sette fratelli.
Questi terreni furono divisi in 56 quote ed assegnati mediante sorteggio
ad altrettanti cittadini indigenti che ne avevano fatto richiesta. Uno
di questi assegnatari fu effettivamente Giuseppe Cornice che ebbe in
sorte la quota n. 22, la prima delle 14 in cui era stato diviso il
demanio di Terravecchia3.
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Avvenne però che la quasi totalità degli assegnatari dopo pochissimo
tempo cedettero le loro quote a persone più abbienti, tanto che già nel
1817 il Comune aveva rilevato il fenomeno e informato l’Intendente4.
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Avanzi di
capitelli trapezoidali del Tempio di san Flaviano |
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E’
possibile che tale fenomeno sia stato accentuato, se non provocato,
dalla terribile carestia, coincidente con una epidemia di tifo
petacchiale, del 1817 che decimò la popolazione della provincia di
Teramo5.
Anche Giuseppe Cornice, di 42 anni, sarto domiciliato nel rione di
S.Francesco morì nell’ottobre di quell’anno, ma a quell’epoca aveva già
venduto la sua quota ad Angelantonio De Bartolomeis con scrittura
privata.
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Nello
stesso fascicolo si evince che i lavori di dissodamento in Terravecchia
compiuti dopo la quotizzazione portarono alla luce altri reperti. Vi è
infatti una lettera del canonico Francesco Saverio De Antoniis, maestro
nella scuola primaria del Comune e cappellano della chiesa
dell’Annunziata “ch’è sita nell’antica Castro nuovo, o sia Giulia
vecchia, detto negli ultimi tempi Castel S.Flaviano”, inviata
all’Intendente per accompagnare l’invio di alcune antiche monete
rinvenute in quella zona ed entrate in suo possesso6.
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La
pratica del 1815 si chiude con la nomina di Giuseppe Albi, designato dal
Cav. Michele Arditi, “Direttore Generale dei Reali Musei e degli Scavi
di Antichità di tutto il Regno”, come proprio corrispondente con
l’incarico di sorvegliare gli scavi che si stavano effettuando a Giulia,
in località Terravecchia7.
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Nei
fondi archivistici Intendenza francese e Intendenza borbonica non
ci sono altri fascicoli che trattano di questo argomento.
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La
quota in cui il Cornice rinvenne “il fondamento di un tempio diruto”
entrò quindi in possesso di Angelantonio De Bartolomeis8,
uno dei notabili più importanti della nostra provincia, “controloro” dei
dazi a Teramo dopo la restaurazione, proprietario di un considerevole
patrimonio immobiliare, nonchè studioso di letteratura e storia locale.
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La
vicenda delle quote e in particolare quelle di Terravecchia, si
protrasse per gran parte del secolo scorso in quanto, nonostante fossero
state reintegrate al comune a causa dell’abbandono degli assegnatari del
1814, continuarono ad essere possedute da persone che ne avevano
acquistato i diritti commettendo anche abusi, dando così vita ad
estenuanti vertenze giudiziarie con il Comune. Per ciò che attiene al
nostro discorso è sufficiente sapere che, nel 1861, il Commissario
demaniale recatosi a Giulianova trovò un accordo con alcune persone che
occupavano quote o frazioni di queste senza titolo in località
Terravecchia.
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Furono concesse in affitto ai possessori contro il pagamento di un
canone annuo. Tale accordo fu approvato e sanzionato da un decreto
Luogotenenziale del 25 settembre 18619.
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A
questo punto si può ragionevolmente ipotizzare che quando nel 1861
Gaetano Ciaffardoni, con la sicurezza di chi afferma una convinzione
consolidata, scriveva: “solo sull’eminenza di proprietà oggi del signor
de Bartolomei, ravvisansi gli avanzi del tempio di San Flaviano, e
gl’indizi de’ tempi posteriori”10,
parlava di quello stesso fondo in cui Giuseppe Cornice trovò “il
fondamento di un tempio diruto con diverse colonne”.
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Erede
testamentario di Angelo Antonio Cosimo fu il nipote Gaetano11,
ingegnere, morto nel 1892. Quindi, quando Domenico de Guidobaldi, nel
1878 scriveva l’articolo Reliquie del distrutto tempio di San
Flaviano, riferendosi ai reperti trovati dallo stesso ingegner De
Bartolomei nei suoi terreni di Terravecchia, parlava della stessa
località posseduta per breve tempo dal Cornice. Mentre però nel 1815 era
ben riconoscibile quello che veniva definito senza esitazione “il
fondamento di un tempio diruto con diverse colonne”, più di sessant’anni
più tardi il de Guidobaldi vide solo un cumulo di vecchio materiale da
costruzione e grandi lastre di travertino. Ciò fu però sufficiente a
convincerlo di trovarsi davanti ai resti dell’antico tempio di
S.Flaviano12.
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Tale
ipotesi fu però garbatamente stroncata da Vincenzo Bindi che riteneva
improbabile quella localizzazione in forza di considerazioni
topografiche. L’autorevole storico riteneva infatti che sia la poca
distanza da S.Maria a Mare, sia la natura del terreno, “scosceso e
dirupato”, che rendeva difficile realizzare in quell’area qualsiasi
costruzione, deponevano a sfavore di questa ubicazione13.
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Solo
molti decenni dopo Riccardo Cerulli tornò sull’argomento per affermare
che: “I resti del tempio, di recente asportati, stavano ad indicare che
la sua sede era stata proprio l’eminenza, oggi spianata, appartenuta
alla famiglia de Bartolomei di cui parlano gli scrittori contraddetti
dal Bindi (Eminenza distante da S.Maria a Mare e dal Suburbio non pochi
passi ma parecchie centinaia di metri in dislivello)”14.
Purtroppo però, come lo stesso Cerulli scrive, gli ultimi, miseri avanzi
furono distrutti da una ruspa negli anni cinquanta ed anche di alcuni
capitelli, salvati nel corso dell’ottocento, non vi è oggi più traccia.
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NOTE
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1.
Avviene frequentemente che dopo i cambiamenti di regime, per qualche
tempo i documenti prodotti dai nuovi organismi siano catalogati ancora
nel fondo archivistico che trae il nome dell’istituzione cessata. Non
deve quindi meravigliare se, pur essendo avvenuta la restaurazione
borbonica, il fondo Intendenza francese contenga documentazione
relativa all’Intendenza borbonica.
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2.
Vedi Archivio di Stato Teramo (A.S.T.), Intendenza francese,
busta 86, fasc. 2181.
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3.
Vedi A.S.T., Atti demaniali, Giulia, busta 61, fasc.6.
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4.
Alla fine di uno specchio riepilogativo della situazione delle quote si
legge la seguente annotazione: “Tutte le suddette nel numero di 56 sono
stati tutti rivenduti, ed i quotizzati sono morti per lo più senza
eredi. Io Domenico Piccinini decurione fò le mie osservazioni, che le
suddette quote sono stati tutti rivenduti ai proprietari, sin dal giorno
in cui furono quotizzati con scrittura privata, chi per dodici, e chi
per quindici docati, ed il mio sentimento, che se per accaso si ridasse
di nuovo da capo in enfiteusi ad altri individui appena prenderebbe
possesso sarebbe di nuovo da capo a rivenderseli per cui il comune
farebbe molto vantaggio, che li dassero in affitti, perchè vantaggerebbe
più di docati 500 annui andando a licitarsi, di quello che stà esigendo
oggi in docati 168”. Nel 1832 nonostante ci fossero molte richieste di
nuove assegnazioni da parte di persone che si dichiaravano “li veri
poveri” o “miserabili”, “bracciali che non possegono altro che la vita”,
il Decurionato deliberò di non procedere a nuove assegnazioni in
concessioni
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5.
A Giulia nel 1817 si registrarono ben 777 decessi, oltre 500 dei quali
concentrati nei primi sette mesi, cioè fino a quando non fu possibile
disporre del nuovo raccolto. Poichè la popolazione nel 1810 era di 2779
abitanti (Atti demaniali, Giulia, busta 61, fasc.1, f.1) si può
facilmente calcolare che la carestia provocò la morte di oltre 1/4 degli
abitanti. L’enormità del fenomeno emerge anche confrontando il numero
dei morti del 1817 con quello degli anni immediatamente precedenti e
successivi. 117 nel 1813, 93 nel 1814; 87 nel 1815; 222 nel 1816; 777
nel 1817; 61 nel 1818; 45 nel 1819. Vedi A.S.T., Stato civile,
Giulia, libro dei morti dei rispettivi anni.
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6.
“... essendo a sua cognizione uno scavo incominciato da uno de’
quozienti de’ terreni di detta antica città, oggi chiamata Terra
vecchia, si ha data la premura di raccogliere qualche residuo di
antichità. Infatti gli è riuscito di acquistare da quei coloni alcune
monete sì antiche, che de’ medi tempi , che lo stesso si fa un dovere
umiliare a V. E. nel numero di nove, cioè cinque di metallo, e quattro
di argento: supplicando V.E. di accolgierle come un’omaggio, che
l’oratore presenta al Superiore della Provincia ... Giulia li 10
dicembre 1815".
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7.
La nomina di Albi era stata sollecitata dal Ministro dell’Interno, come
si evince dalla lettera del 21 dicembre all’Intendente di Teramo:
“Signor intendente rilevo d’ vostri rapporti de’ 30 ottobre e 15
dicembre che riducendosi a coltura le terre demaniali ripartite agli
abitanti di Giulia nova e sian fuori dagli scavi oggetti di antichità, e
in questi anche monete. Mentre accuso il ricevo di quelle, che mi avete
trasmesso al n° di nove, che per altro non sono di alcun valore, essendo
molto comuni, niuna particolare disposizione posso comunicarvi intorno
agli scavi suddetti, se non che di prescrivere a’ proprietari di dover
subito far conoscere tutti gli oggetti che saranno forse per rinvenirsi,
e che in conformità del Decreto de’ 15 febb. 1808 provvisoriamente in
vigore per ordine di S.M., vengano gli scavi suddetti sorvegliati da un
soggetto che sarà per destinarsi il Direttore del Real Museo Cav.
Arditi, cui ne ho date comunicazioni”.
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8.
Nei documenti da me consultati il nominativo appare in questa forma: con
il nome di battesimo composto e la “s” finale nel cognome.
Successivamente lo stesso sarà indicato con il nome di Angelo Antonio
Cosmo (o Cosimo) e il cognome perderà la “s”.
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9.
Eccone il testo: “E’ approvata la transazione stabilita dal Commissario
demaniale della provincia di Abruzzo ulteriore I con ordinanza del 9
luglio 1861, per la quale, rimanendo estinto il giudizio pendente tra il
Comune di Giulia, ed i sigg.ri Saverio Lamolinara, Antonio Paolini,
Pasquale Sebastiani, Angelantonio De Bartolomeis, Flaviano Buoni e
Camillo Massei, per la reintegra di talune zone di terreno demaniale in
contrada Terravecchia, da costoro aggregate a Fondi limitrofi di loro
proprietà, le medesime della estensione complessiva di moggia legali
venti e palmi 2660, sono concedute ad essi possessori per l’annuo canone
netto e complessivo di Ducati 30.40.9 . (...) Napoli 25 settembre 1861
Firmato: Cialdini”. A.S.T., Atti demaniali, Giulia, busta 62,
fasc.14, f.147. Vedi anche A.FINOCCHI, Resoconto dell’amministrazione
del Municipio di Giulianova retta dal 5 gennaio al 26 febbraio 1866 dal
delegato straordinario Antonio Finocchi, Teramo, Tip. Marsilii,
1866, pp.26-29.
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10.
G.CIAFFARDONI, Cronaca. Breve cenno di Castro e Giulia, Teramo,
Scalpelli, 1861, pp. 12-13.
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11.
Vedi R.CERULLI, La cappella gentilizia di S.Gaetano, in
S.GALANTINI, a cura di, Il cerchio inconchiuso, Teramo, Demian,
1995, p.55.
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12.
Vedi D.De GUIDOBALDI, Reliquie del distrutto tempio di S.Flaviano, in
“La scienza e la fede”, serie IV, vol.X, anno 1878.
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13.
Vedi V. BINDI, Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi, Napoli,
1889, pp.66 e segg.
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14.
R. CERULLI, Giulianova 1860, II ed.,Teramo, Abruzzo Oggi, 1968, pp.222-223,
n.20.
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