La nostra copertina: “Madonna dello Splendore” di Luigi Celomi. Luigi Celommi, pittore di Roseto, è cresciuto fra pennelli, colori, tele e cavalletti, a fianco del padre Raffaello, nello studio a pochi passi dal mare, fatto costruire dal nonno PASQUALE in stile falso medioevo. Si può dire, e non per sfidare il paradosso, che l’artista abbia imparato a dipingere prima ancora di apprendere a leggere e scrivere. D’altra parte gli insegnamenti del padre, del quale, a suo tempo, era stato fruitore come discepolo dell’arte del suo stesso genitore, non potevano non dare frutti di grande prestigio dopo una semina di tale notevole valenza. Corsi e ricorsi artistici e Luigi Celommi si é trovato a fare altrettanto con il figlio Riccardo dando vita a quella prodigiosa catena (Pasquale - Raffaello - Luigi - Riccardo) che nella sua metà iniziale usufruì dell’antica definizione di “pittori della luce” e che nella seconda metà, quella degli artisti viventi, é servita a percorrere la via dell’evoluzione mantenendo saggiamente alle spalle la staticità che si addice ai figli d’arte. Luigi Celommi, il secondo anello appunto della catena, si è sentito gratificato dalla richiesta di offrire l’immagine della Vergine agli organizzatori dei festeggiamenti in suo onore per un’edizione che si presenta con due caratteristiche eccezionali. La prima si riferisce all’anno giubilare e la seconda alla coincidenza con la Santa Pasqua. Nell’interno di questa rivista, nel testo di Luigi Braccili, è stata inserita una nota dell’artista rosetano con la quale ha voluto spiegare i fattori che lo hanno ispirato nel ritrarre, olio su tela, l’effigie della Vergine Maria venerata nel Santuario dello Splendore di Giulianova.
Rivista "Madonna dello Splendore n. 19
Giulianova, 22 aprile 2000
Stampato dalla Tipolito Braga
di Giulianova Lido.

 

 
 
L’Antico Tempio di S. Flaviano
 
di Ottavio Di Stanislao
 
Qualche tempo fa, scorrendo l’inventario del fondo Intendenza francese1— per motivi di lavoro, il titolo di un fascicolo attirò la mia attenzione: Giulia. Scavo di un tempio antico.
Immediatamente mi tornò in mente la vicenda, suggestiva e misteriosa, dell’antico tempio di S.Flaviano, l’importantissima chiesa esistita nel medioevo nell’abitato di Castel San Flaviano. In particolare ricordavo vagamente che Vincenzo Bindi aveva discettato proprio sulla sua ubicazione.
Il fascicolo citato si apre con una lettera del 22 ottobre 1815 del II eletto, facente funzioni di sindaco, all’Intendente, per informarlo che “Giuseppe Cornice uno dei concessionari delle terre demaniali di questo comune avendo avuta in sorte una quota in Terra Vecchia ha intrapreso ivi uno scavo (...) dopo qualche giorno di travaglio si è scoperto il fondamento di un tempio diruto con diverse colonne, le basi delle quali sono di pietra travertina ed altre pietre lavorate dalla natura”. Avutane notizia il I eletto aveva fatto fermare i lavori, si chiedevano quindi istruzioni sul da farsi, in particolare di chi fosse la proprietà dei materiali rinvenuti e se il lavoro di scavo poteva riprendere2.
La divisone in quote delle terre demaniali cui fa riferimento la lettera era avvenuta l’anno precedente, 1814, ai sensi della Legge 3 dicembre 1808 e dopo che una sentenza della Commissione Feudale aveva riassegnato al comune i fondi di Terravecchia, Piana della Marina, Filetto, Il prato, Beneficio di S. Donato e Beneficio dei Santi sette fratelli. Questi terreni furono divisi in 56 quote ed assegnati mediante sorteggio ad altrettanti cittadini indigenti che ne avevano fatto richiesta. Uno di questi assegnatari fu effettivamente Giuseppe Cornice che ebbe in sorte la quota n. 22, la prima delle 14 in cui era stato diviso il demanio di Terravecchia3.
Avvenne però che la quasi totalità degli assegnatari dopo pochissimo tempo cedettero le loro quote a persone più abbienti, tanto che già nel 1817 il Comune aveva rilevato il fenomeno e informato l’Intendente4.
     

Avanzi di capitelli trapezoidali del Tempio di san Flaviano

 

     
 
E’ possibile che tale fenomeno sia stato accentuato, se non provocato, dalla terribile carestia, coincidente con una epidemia di tifo petacchiale, del 1817 che decimò la popolazione della provincia di Teramo5. Anche Giuseppe Cornice, di 42 anni, sarto domiciliato nel rione di S.Francesco morì nell’ottobre di quell’anno, ma a quell’epoca aveva già venduto la sua quota ad Angelantonio De Bartolomeis con scrittura privata.
Nello stesso fascicolo si evince che i lavori di dissodamento in Terravecchia compiuti dopo la quotizzazione portarono alla luce altri reperti. Vi è infatti una lettera del canonico Francesco Saverio De Antoniis, maestro nella scuola primaria del Comune e cappellano della chiesa dell’Annunziata “ch’è sita nell’antica Castro nuovo, o sia Giulia vecchia, detto negli ultimi tempi Castel S.Flaviano”, inviata all’Intendente per accompagnare l’invio di alcune antiche monete rinvenute in quella zona ed entrate in suo possesso6.
La pratica del 1815 si chiude con la nomina di Giuseppe Albi, designato dal Cav. Michele Arditi, “Direttore Generale dei Reali Musei e degli Scavi di Antichità di tutto il Regno”, come proprio corrispondente con l’incarico di sorvegliare gli scavi che si stavano effettuando a Giulia, in località Terravecchia7.
Nei fondi archivistici Intendenza francese e Intendenza borbonica non ci sono altri fascicoli che trattano di questo argomento.
La quota in cui il Cornice rinvenne “il fondamento di un tempio diruto” entrò quindi in possesso di Angelantonio De Bartolomeis8, uno dei notabili più importanti della nostra provincia, “controloro” dei dazi a Teramo dopo la restaurazione, proprietario di un considerevole patrimonio immobiliare, nonchè studioso di letteratura e storia locale.
La vicenda delle quote e in particolare quelle di Terravecchia, si protrasse per gran parte del secolo scorso in quanto, nonostante fossero state reintegrate al comune a causa dell’abbandono degli assegnatari del 1814, continuarono ad essere possedute da persone che ne avevano acquistato i diritti commettendo anche abusi, dando così vita ad estenuanti vertenze giudiziarie con il Comune. Per ciò che attiene al nostro discorso è sufficiente sapere che, nel 1861, il Commissario demaniale recatosi a Giulianova trovò un accordo con alcune persone che occupavano quote o frazioni di queste senza titolo in località Terravecchia.
Furono concesse in affitto ai possessori contro il pagamento di un canone annuo. Tale accordo fu approvato e sanzionato da un decreto Luogotenenziale del 25 settembre 18619.
A questo punto si può ragionevolmente ipotizzare che quando nel 1861 Gaetano Ciaffardoni, con la sicurezza di chi afferma una convinzione consolidata, scriveva: “solo sull’eminenza di proprietà oggi del signor de Bartolomei, ravvisansi gli avanzi del tempio di San Flaviano, e gl’indizi de’ tempi posteriori”10, parlava di quello stesso fondo in cui Giuseppe Cornice trovò “il fondamento di un tempio diruto con diverse colonne”.
Erede testamentario di Angelo Antonio Cosimo fu il nipote Gaetano11, ingegnere, morto nel 1892. Quindi, quando Domenico de Guidobaldi, nel 1878 scriveva l’articolo Reliquie del distrutto tempio di San Flaviano, riferendosi ai reperti trovati dallo stesso ingegner De Bartolomei nei suoi terreni di Terravecchia, parlava della stessa località posseduta per breve tempo dal Cornice. Mentre però nel 1815 era ben riconoscibile quello che veniva definito senza esitazione “il fondamento di un tempio diruto con diverse colonne”, più di sessant’anni più tardi il de Guidobaldi vide solo un cumulo di vecchio materiale da costruzione e grandi lastre di travertino. Ciò fu però sufficiente a convincerlo di trovarsi davanti ai resti dell’antico tempio di S.Flaviano12.
Tale ipotesi fu però garbatamente stroncata da Vincenzo Bindi che riteneva improbabile quella localizzazione in forza di considerazioni topografiche. L’autorevole storico riteneva infatti che sia la poca distanza da S.Maria a Mare, sia la natura del terreno, “scosceso e dirupato”, che rendeva difficile realizzare in quell’area qualsiasi costruzione, deponevano a sfavore di questa ubicazione13.
Solo molti decenni dopo Riccardo Cerulli tornò sull’argomento per affermare che: “I resti del tempio, di recente asportati, stavano ad indicare che la sua sede era stata proprio l’eminenza, oggi spianata, appartenuta alla famiglia de Bartolomei di cui parlano gli scrittori contraddetti dal Bindi (Eminenza distante da S.Maria a Mare e dal Suburbio non pochi passi ma parecchie centinaia di metri in dislivello)”14. Purtroppo però, come lo stesso Cerulli scrive, gli ultimi, miseri avanzi furono distrutti da una ruspa negli anni cinquanta ed anche di alcuni capitelli, salvati nel corso dell’ottocento, non vi è oggi più traccia.
 
 
NOTE
1. Avviene frequentemente che dopo i cambiamenti di regime, per qualche tempo i documenti prodotti dai nuovi organismi siano catalogati ancora nel fondo archivistico che trae il nome dell’istituzione cessata. Non deve quindi meravigliare se, pur essendo avvenuta la restaurazione borbonica, il fondo Intendenza francese contenga documentazione relativa all’Intendenza borbonica.
2. Vedi Archivio di Stato Teramo (A.S.T.), Intendenza francese, busta 86, fasc. 2181.
3. Vedi A.S.T., Atti demaniali, Giulia, busta 61, fasc.6.
4. Alla fine di uno specchio riepilogativo della situazione delle quote si legge la seguente annotazione: “Tutte le suddette nel numero di 56 sono stati tutti rivenduti, ed i quotizzati sono morti per lo più senza eredi. Io Domenico Piccinini decurione fò le mie osservazioni, che le suddette quote sono stati tutti rivenduti ai proprietari, sin dal giorno in cui furono quotizzati con scrittura privata, chi per dodici, e chi per quindici docati, ed il mio sentimento, che se per accaso si ridasse di nuovo da capo in enfiteusi ad altri individui appena prenderebbe possesso sarebbe di nuovo da capo a rivenderseli per cui il comune farebbe molto vantaggio, che li dassero in affitti, perchè vantaggerebbe più di docati 500 annui andando a licitarsi, di quello che stà esigendo oggi in docati 168”. Nel 1832 nonostante ci fossero molte richieste di nuove assegnazioni da parte di persone che si dichiaravano “li veri poveri” o “miserabili”, “bracciali che non possegono altro che la vita”, il Decurionato deliberò di non procedere a nuove assegnazioni in concessioni
5. A Giulia nel 1817 si registrarono ben 777 decessi, oltre 500 dei quali concentrati nei primi sette mesi, cioè fino a quando non fu possibile disporre del nuovo raccolto. Poichè la popolazione nel 1810 era di 2779 abitanti (Atti demaniali, Giulia, busta 61, fasc.1, f.1) si può facilmente calcolare che la carestia provocò la morte di oltre 1/4 degli abitanti. L’enormità del fenomeno emerge anche confrontando il numero dei morti del 1817 con quello degli anni immediatamente precedenti e successivi. 117 nel 1813, 93 nel 1814; 87 nel 1815; 222 nel 1816; 777 nel 1817; 61 nel 1818; 45 nel 1819. Vedi A.S.T., Stato civile, Giulia, libro dei morti dei rispettivi anni.
6. “... essendo a sua cognizione uno scavo incominciato da uno de’ quozienti  de’ terreni di detta antica città, oggi chiamata Terra vecchia, si ha data la premura di raccogliere qualche residuo di antichità. Infatti gli è riuscito di acquistare da quei coloni alcune monete sì antiche, che de’ medi tempi , che lo stesso si fa un dovere umiliare a V. E. nel numero di nove, cioè cinque di metallo, e quattro di argento: supplicando V.E. di accolgierle come un’omaggio, che l’oratore presenta al Superiore della Provincia ... Giulia li 10 dicembre 1815".
7. La nomina di Albi era stata sollecitata dal Ministro dell’Interno, come si evince dalla lettera del 21 dicembre all’Intendente di Teramo: “Signor intendente rilevo d’ vostri rapporti de’ 30 ottobre e 15 dicembre che riducendosi a coltura le terre demaniali ripartite agli abitanti di Giulia nova e sian fuori dagli scavi oggetti di antichità, e in questi anche monete. Mentre accuso il ricevo di quelle, che mi avete trasmesso al n° di nove, che per altro non sono di alcun valore, essendo molto comuni, niuna particolare disposizione posso comunicarvi intorno agli scavi suddetti, se non che di prescrivere a’ proprietari di dover subito far conoscere tutti gli oggetti che saranno forse per rinvenirsi, e che in conformità del Decreto de’ 15 febb. 1808 provvisoriamente in vigore per ordine di S.M., vengano gli scavi suddetti sorvegliati da un soggetto che sarà per destinarsi il Direttore del Real Museo Cav. Arditi, cui ne ho date comunicazioni”.
8. Nei documenti da me consultati il nominativo appare in questa forma: con il nome di battesimo composto e la “s” finale nel cognome. Successivamente lo stesso sarà indicato con il nome di Angelo Antonio Cosmo (o Cosimo) e il cognome perderà la “s”.
9. Eccone il testo: “E’ approvata la transazione stabilita dal Commissario demaniale della provincia di Abruzzo ulteriore I con ordinanza del 9 luglio 1861, per la quale, rimanendo estinto il giudizio pendente tra il Comune di Giulia, ed i sigg.ri Saverio Lamolinara, Antonio Paolini, Pasquale Sebastiani, Angelantonio De Bartolomeis, Flaviano Buoni e Camillo Massei, per la reintegra di talune zone di terreno demaniale in contrada Terravecchia, da costoro aggregate a Fondi limitrofi di loro proprietà, le medesime della estensione complessiva di moggia legali venti e palmi 2660, sono concedute ad essi possessori per l’annuo canone netto e complessivo di Ducati 30.40.9 . (...) Napoli 25 settembre 1861 Firmato: Cialdini”. A.S.T., Atti demaniali, Giulia, busta 62, fasc.14, f.147. Vedi anche A.FINOCCHI, Resoconto dell’amministrazione del Municipio di Giulianova retta dal 5 gennaio al 26 febbraio 1866 dal delegato straordinario Antonio Finocchi, Teramo, Tip. Marsilii, 1866, pp.26-29.
10.     G.CIAFFARDONI, Cronaca. Breve cenno di Castro e Giulia, Teramo, Scalpelli, 1861, pp. 12-13.
11.     Vedi R.CERULLI, La cappella gentilizia di S.Gaetano, in S.GALANTINI, a cura di, Il cerchio inconchiuso, Teramo, Demian, 1995, p.55.
12.     Vedi D.De GUIDOBALDI, Reliquie del distrutto tempio di S.Flaviano, in “La scienza e la fede”, serie IV, vol.X, anno 1878.
13.     Vedi V. BINDI, Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi, Napoli, 1889, pp.66 e segg.
14.     R. CERULLI, Giulianova 1860, II ed.,Teramo, Abruzzo Oggi, 1968, pp.222-223, n.20.