La nostra copertina: “Madonna dello Splendore” di Luigi Celomi. Luigi Celommi, pittore di Roseto, è cresciuto fra pennelli, colori, tele e cavalletti, a fianco del padre Raffaello, nello studio a pochi passi dal mare, fatto costruire dal nonno PASQUALE in stile falso medioevo. Si può dire, e non per sfidare il paradosso, che l’artista abbia imparato a dipingere prima ancora di apprendere a leggere e scrivere. D’altra parte gli insegnamenti del padre, del quale, a suo tempo, era stato fruitore come discepolo dell’arte del suo stesso genitore, non potevano non dare frutti di grande prestigio dopo una semina di tale notevole valenza. Corsi e ricorsi artistici e Luigi Celommi si é trovato a fare altrettanto con il figlio Riccardo dando vita a quella prodigiosa catena (Pasquale - Raffaello - Luigi - Riccardo) che nella sua metà iniziale usufruì dell’antica definizione di “pittori della luce” e che nella seconda metà, quella degli artisti viventi, é servita a percorrere la via dell’evoluzione mantenendo saggiamente alle spalle la staticità che si addice ai figli d’arte. Luigi Celommi, il secondo anello appunto della catena, si è sentito gratificato dalla richiesta di offrire l’immagine della Vergine agli organizzatori dei festeggiamenti in suo onore per un’edizione che si presenta con due caratteristiche eccezionali. La prima si riferisce all’anno giubilare e la seconda alla coincidenza con la Santa Pasqua. Nell’interno di questa rivista, nel testo di Luigi Braccili, è stata inserita una nota dell’artista rosetano con la quale ha voluto spiegare i fattori che lo hanno ispirato nel ritrarre, olio su tela, l’effigie della Vergine Maria venerata nel Santuario dello Splendore di Giulianova.
Rivista "Madonna dello Splendore n. 19
Giulianova, 22 aprile 2000
Stampato dalla Tipolito
Braga di Giulianova Lido.
 
LA LAPIDE DI PORTA MARINA
 
di Maria Manetta
 
L’estate scorsa mi è capitato di leggere sulla rivista “La Madonna dello Splendore” del 1998 i due articoli riguardanti i recenti lavori di recupero della salita Monte Grappa, lavori che hanno restituito a Giulianova, sia pure attraverso interventi non sempre condivisibili, il passaggio pedonale più antico e caratteristico che da sempre collega il paese alla spiaggia.
Tra le vecchie illustrazioni poste a corredo, manca la riproduzione di un elemento architettonico che, a mio avviso, non andava trascurato. Parlo della lapide che faceva ormai parte di quel paesaggio, nobilitandolo. Murata sulla parete di un modesto fabbricato situato all’imbocco della discesa (la “neviera” di casa Di Michele, oggi Paolone) essa risale all’epoca della fondazione di Giulianova e reca incisi e versi latini del Campano, l’umanista Vescovo di Teramo Giannantonio De Teolis (1429-1476)1. Sormontata dallo stemma acquaviviano e posta sull’architrave della Porta da Mare, fu rimossa dalla sua sede originaria probabilmente nella seconda metà del secolo scorso2 al momento dell’ampliamento della strada e, come dice il Bindi3, “conservata per cura del benemerito cittadino Gaetano de’ Bartolomei” (1819-1892). Da allora è rimasta attaccata a quel muro fino a quando, negli anni Sessanta, fu trasferita al Municipio e più tardi sistemata nella sala Pagliaccetti, dove è tuttora custodita4.
     

O forestiero, qual tu sia, che giungi a queste aderte mura, ti sia noto che ogni casa mutò di luogo e nome poscia che fu, per turbinar di guerre, abbandonata, e per più avverso Cielo. E mira i campi, che un dì furon deserti dei fuggiaschi coloni, ed or con queste messi fan colma la nativa gioia.

(“O forestiero, qual tu sia, che giungi a queste aderte mura, ti sia noto che ogni casa mutò di luogo e nome poscia che fu, per turbinar di guerre, abbandonata, e per più avverso Cielo.
E mira i campi, che un dì furon deserti dei fuggiaschi coloni, ed or con queste messi fan colma la nativa gioia.”)
     
Una lettura occasionale, quindi, ha risvegliato in me a distanza di alcuni decenni tanti ricordi. Quante volte ho percorso la salita Monte Grappa e quante volte ho avuto modo di guardare quella lapide, magari distrattamente, e di leggere l’iscrizione che contiene. Da bambina, durante la guerra, con mia sorella Giovanna passavo le lunghe vacanze estive dalla Nonna nella casa in Piazza della Rotonda e si faceva quel percorso per andare al mare o a giocare nel giardino profumato di confetti del cuginetto Titi.
Su e Giù per quella scorciatoia anche da grande, negli anni in cui insegnavo a Giulianova paese e dovevo raggiungere la scuola o la stazione. La guerra era finita da un pezzo, ma i collegamenti sempre carenti costringevano a servirci di quel passaggio. La lapide stava là, apparentemente muta per quelli che come me erano presi dall’urgenza degli impegni di lavoro e dall’ossessione dell’orario. Per lunghi anni la Salita Monte Grappa è stata un percorso obbligato e la lapide rappresentava un elemento familiare e rassicurante. Poi le circostanze della vita hanno cambiato i miei itinerari, la lapide è stata rimossa ed è praticamente uscita dalla mia mente fino all’estate scorsa. I ricordi suscitati da quegli articoli hanno fatto si che io avvertissi prepotente il desiderio di rivedere quella pietra, di rileggerne l’iscrizione col suo messaggio vecchio di secoli, forse mai del tutto compreso e recepito. Così sono andata più volte alla Sala Pagliaccetti. Ho avuto modo di vivere l’emozione di una riscoperta. Grazie alla disponibilità del Direttore, Dottor Ludovico Raimondi, sia pure con difficoltà, sono riuscita a fotografare la lapide. Dalle mie modeste immagini la disegnatrice e pittrice Alida Mascitti ha tratto una perfetta riproduzione trascrivendo fedelmente anche le imprecisioni ortografiche frequenti nel Campano che “non faceva uso secondo il consiglio di Orazio del limae labor et mora5.
Dal raffronto tra i versi del Campano e la breve descrizione della fondazione di Giulianova di Niccola Palma, appare evidente come questa ricalchi quelli, almeno quanto ai motivi che hanno determinato Giuliantonio Acquaviva a trasferire Castel San Flaviano dalla terra vecchia in un sito più salubre su un’altura poco più a nord della foce del Tordino (1470). Dice il Palma:
         «Vediamo ora l’origine di Giulia stessa. La terra di San Flaviano, di cui tante volte ci è occorso di parlare, era quasi disfatta per effetto dei disastri di guerra sofferti, e dall’aria malsana. Giuliantonio Acquaviva, che fra i suoi titoli prendeva quello di Conte di San Flaviano, il quale era stato il primo a fregiare la nobile di lui famiglia, si accinse a rifabbricarla in sito migliore. Trascelta una deliziosa eminenza non così prossima al mare, quasi ad eguale distanza tra Salino e Tordino, ivi edificò il nuovo San Flaviano, appellato con ragione Giulia, e Giulianova, e vi introdusse gli abitanti della vecchia Terra. Quando la Chiesa Collegiata fu compiuta, vi si trasferirono le ossa del Santo Patriarca a perpetua memoria della traslocazione, s’incisero in pietra sopra la Porta verso il mare, i seguenti versi del Campano:
         Advena quis quis ad haec surgentia moenia pergis,
         Mutatas cognosce loco sic nomine sedes,
         Turbine bellorum, et Coelo graviore relictas.
         Arva vides, profugis quondam viduata colonis,
         Frugibus indigenas istis explere beatos6.
 
(“O forestiero, qual tu sia, che giungi
a queste aderte mura, ti sia noto
che ogni casa mutò di luogo e nome
poscia che fu, per turbinar di guerre,
abbandonata, e per più avverso Cielo.
E mira i campi, che un dì furon deserti
dei fuggiaschi coloni, ed or con queste
messi fan colma la nativa gioia.”)
[traduzione di Serafino Brigiotti]7
 
Lo storico, dunque, conferma quanto descritto dal Prelato umanista vari secoli prima, in “buoni esametri” scolpiti nella pietra, a memoria della fondazione del nuovo San Flaviano ovvero di Giulia.
 
NOTE
1        Niccola Palma, Storia della città e Diocesi di Teramo, ed. Cassa di Risparmio, Teramo, 1978, vol. II, cap. LIII, pag. 343.
2        Mario Montebello, La mappa del 1882: problematiche interpretative, in “Francesco di Giorgio Martini e il sogno epocale”, Giulianova, 1999.
3        Vincenzo Bindi, Giulianova la Posillipo degli Abruzzi. (serie “Le Cento Città d’Italia Illustrate”, Milano, fasc. 161).
4        Manuel Bastioi, La Madonna dello Splendore, 1999 pag. 56
5        Giuseppino Mincione, Giannantonio Campano a cinquecento anni dalla morte, ne “La Voce Pretuziana”, anno VI, n. III, 1977.
6        Niccola Palma, op. cit., pag. 343.
7        Riccardo Cerulli, Giulianova 1860, Teramo, 1968, pag. 7.