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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 19
- Giulianova, 22
aprile 2000
- Stampato dalla Tipolito
- Braga
di Giulianova Lido.
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LA LAPIDE DI PORTA MARINA
di Maria Manetta
L’estate
scorsa mi è capitato di leggere sulla rivista “La Madonna dello Splendore”
del 1998 i due articoli riguardanti i recenti lavori di recupero della
salita Monte Grappa, lavori che hanno restituito a Giulianova, sia pure
attraverso interventi non sempre condivisibili, il passaggio pedonale più
antico e caratteristico che da sempre collega il paese alla spiaggia.
Tra le
vecchie illustrazioni poste a corredo, manca la riproduzione di un elemento
architettonico che, a mio avviso, non andava trascurato. Parlo della lapide
che faceva ormai parte di quel paesaggio, nobilitandolo. Murata sulla parete
di un modesto fabbricato situato all’imbocco della discesa (la “neviera” di
casa Di Michele, oggi Paolone) essa risale all’epoca della fondazione di
Giulianova e reca incisi e versi latini del Campano, l’umanista Vescovo di
Teramo Giannantonio De Teolis (1429-1476)1.
Sormontata dallo stemma acquaviviano e posta sull’architrave della Porta da
Mare, fu rimossa dalla sua sede originaria probabilmente nella seconda metà
del secolo scorso2
al
momento dell’ampliamento della strada e, come dice il Bindi3,
“conservata per cura del benemerito cittadino Gaetano de’ Bartolomei”
(1819-1892). Da allora è rimasta attaccata a quel muro fino a quando, negli
anni Sessanta, fu trasferita al Municipio e più tardi sistemata nella sala
Pagliaccetti, dove è tuttora custodita4. |
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(“O forestiero, qual tu sia, che giungi a queste aderte mura, ti sia
noto che ogni casa mutò di luogo e nome poscia che fu, per turbinar
di guerre, abbandonata, e per più avverso Cielo.
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E
mira i campi, che un dì furon deserti dei fuggiaschi coloni, ed or
con queste messi fan colma la nativa gioia.”)
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Una
lettura occasionale, quindi, ha risvegliato in me a distanza di alcuni
decenni tanti ricordi. Quante volte ho percorso la salita Monte Grappa e
quante volte ho avuto modo di guardare quella lapide, magari
distrattamente, e di leggere l’iscrizione che contiene. Da bambina,
durante la guerra, con mia sorella Giovanna passavo le lunghe vacanze
estive dalla Nonna nella casa in Piazza della Rotonda e si faceva quel
percorso per andare al mare o a giocare nel giardino profumato di
confetti del cuginetto Titi.
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Su e
Giù per quella scorciatoia anche da grande, negli anni in cui insegnavo
a Giulianova paese e dovevo raggiungere la scuola o la stazione. La
guerra era finita da un pezzo, ma i collegamenti sempre carenti
costringevano a servirci di quel passaggio. La lapide stava là,
apparentemente muta per quelli che come me erano presi dall’urgenza
degli impegni di lavoro e dall’ossessione dell’orario. Per lunghi anni
la Salita Monte Grappa è stata un percorso obbligato e la lapide
rappresentava un elemento familiare e rassicurante. Poi le circostanze
della vita hanno cambiato i miei itinerari, la lapide è stata rimossa ed
è praticamente uscita dalla mia mente fino all’estate scorsa. I ricordi
suscitati da quegli articoli hanno fatto si che io avvertissi prepotente
il desiderio di rivedere quella pietra, di rileggerne l’iscrizione col
suo messaggio vecchio di secoli, forse mai del tutto compreso e
recepito. Così sono andata più volte alla Sala Pagliaccetti. Ho avuto
modo di vivere l’emozione di una riscoperta. Grazie alla disponibilità
del Direttore, Dottor Ludovico Raimondi, sia pure con difficoltà, sono
riuscita a fotografare la lapide. Dalle mie modeste immagini la
disegnatrice e pittrice Alida Mascitti ha tratto una perfetta
riproduzione trascrivendo fedelmente anche le imprecisioni ortografiche
frequenti nel Campano che “non faceva uso secondo il consiglio di Orazio
del limae labor et mora”5.
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Dal
raffronto tra i versi del Campano e la breve descrizione della
fondazione di Giulianova di Niccola Palma, appare evidente come questa
ricalchi quelli, almeno quanto ai motivi che hanno determinato
Giuliantonio Acquaviva a trasferire Castel San Flaviano dalla terra
vecchia in un sito più salubre su un’altura poco più a nord della foce
del Tordino (1470). Dice il Palma:
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«Vediamo ora l’origine di Giulia stessa. La terra di San
Flaviano, di cui tante volte ci è occorso di parlare, era quasi disfatta
per effetto dei disastri di guerra sofferti, e dall’aria malsana.
Giuliantonio Acquaviva, che fra i suoi titoli prendeva quello di Conte
di San Flaviano, il quale era stato il primo a fregiare la nobile di lui
famiglia, si accinse a rifabbricarla in sito migliore. Trascelta una
deliziosa eminenza non così prossima al mare, quasi ad eguale distanza
tra Salino e Tordino, ivi edificò il nuovo San Flaviano, appellato con
ragione Giulia, e Giulianova, e vi introdusse gli abitanti
della vecchia Terra. Quando la Chiesa Collegiata fu compiuta, vi si
trasferirono le ossa del Santo Patriarca a perpetua memoria della
traslocazione, s’incisero in pietra sopra la Porta verso il mare, i
seguenti versi del Campano:
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Advena quis quis ad haec surgentia moenia pergis,
-
Mutatas cognosce loco sic nomine sedes,
-
Turbine bellorum, et Coelo graviore relictas.
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Arva vides, profugis quondam viduata colonis,
-
Frugibus indigenas istis explere beatos6.
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(“O forestiero, qual tu sia, che giungi
- a
queste aderte mura, ti sia noto
-
che ogni casa mutò di luogo e nome
-
poscia che fu, per turbinar di guerre,
-
abbandonata, e per più avverso Cielo.
- E
mira i campi, che un dì furon deserti
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dei fuggiaschi coloni, ed or con queste
-
messi fan colma la nativa gioia.”)
- [traduzione
di Serafino Brigiotti]7
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Lo
storico, dunque, conferma quanto descritto dal Prelato umanista vari
secoli prima, in “buoni esametri” scolpiti nella pietra, a memoria della
fondazione del nuovo San Flaviano ovvero di Giulia.
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NOTE
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1
Niccola Palma, Storia della città e Diocesi di Teramo, ed. Cassa
di Risparmio, Teramo, 1978, vol. II, cap. LIII, pag. 343.
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2
Mario Montebello, La mappa del 1882: problematiche interpretative,
in “Francesco di Giorgio Martini e il sogno epocale”, Giulianova, 1999.
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3
Vincenzo Bindi, Giulianova la Posillipo degli Abruzzi. (serie “Le
Cento Città d’Italia Illustrate”, Milano, fasc. 161).
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4
Manuel Bastioi, La Madonna dello Splendore, 1999 pag. 56
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5
Giuseppino Mincione, Giannantonio Campano a cinquecento anni dalla
morte, ne “La Voce Pretuziana”, anno VI, n. III, 1977.
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6
Niccola Palma, op. cit., pag. 343.
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7
Riccardo Cerulli, Giulianova 1860, Teramo, 1968, pag. 7.
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