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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 18
- Giulianova, 22
aprile 1999
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Stampato dalla Tipolito Braga
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di Giulianova Lido.
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La Biblioteca Bindi e le testimonianze culturali
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di Sonia Aloisi
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Lettera di Giacomo Leopardi al Sig. Padre
Monaldo, Bologna 8 Febbraio 1826
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Fra i pregevoli tesori del lascito Bindi la
nostra biblioteca annovera la lettera autografa, inserita
nell'epistolario leopardiano, che Giacomo scrive al Sig. Padre Monaldo
da Bologna nel 1826.
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Prezioso documento letterario, essa è legata ad
un momento chiave della storia umana e poetica dell'autore. Dopo la
stagione degli idilli, delle illusioni giovanili e della cocente
disillusione della parentesi romana, nel 1823 inizia la composizione
delle Operette morali ed un lungo periodo di silenzio poetico. Due anni
dopo, quasi trentenne, riesce a lasciare "il natio borgo selvaggio" e a
mantenersi con il proprio lavoro, grazie a una serie di collaborazioni
letterarie con l'editore milanese Stella. Soggiorna a Milano, Bologna,
Firenze e Pisa dove, nella primavera del 1828, nasce "A Silvia". In una
lettera da Pisa del 2 maggio 1828 alla sorella Paolina scrive: "HO FATTO
DEI VERSI QUEST'APRILE, MA VERSI VERAMENTE ALL'ANTICA E CON QUEL MIO
CUORE DI UNA VOLTA". Durante i tre anni, 1825-1828, di relativa tregua
dagli assilli economici e dai malanni fisici, grazie anche all'orgoglio
per il proprio lavoro e al confronto con i problemi del suo tempo,
ritrova il fervore vitale da cui nasceranno canti pisano-recanatesi. La
lettera al padre del 1826 si colloca, quindi, nel mezzo di esperienze
significative che, dopo l'ultima parentesi familiare e l'allontanamento
definitivo da Recanati nel 1830, favoriranno una svolta decisiva nella
poetica e nei rapporti interpersonali dello scrittore. Sul foglio
ingiallito la minuta grafia, al di là del contenuto contingente ed
impersonale legato alla vendita di un immobile, registra un disagio
inquietante che si esprime con una trama verbale dell'area semantica
comandare-ubbidire. Alla realtà familiare arida ed autoritaria
corrisponde l'ansia di apparire verbalmente conforme alla volontà del
padre-padrone Monaldo. Ma il lunghissimo periodo centrale, pieno di
incidentali concettualmente ripetitive, chiuso dal lapidario "non
altrimenti", adombra l'epitaffio di un rapporto senza alternative,
statico nel passato, nel presente e nel futuro. Se il tentativo di fuga
del 1819 dalla "tomba dei vivi" si può leggere come una crisi di
crescita adolescenziale, la lettera del 1826 testimonia una salda
coscienza di sé e l'inizio di un iter spirituale verso il superamento di
una profonda crisi esistenziale, superamento che nella consapevolezza
del bisogno di rapporti veri e gratificanti trova l'elemento
catalizzatore.
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