La nostra copertina: “MADONNA DELLO SPLENDORE” di Renato Coccia. Non conoscevamo sufficientemente l’opera pittorica di Renato Coccia, nato a S. Omero e residente a Genova. L’occasione per un approfondimento ce l’ha fornita la “Rassegna di Pittura, scultura, fotografia” tenutasi l’estate del 1998 a Giulianova, presso la Cripta della Chiesa di S. Flaviano, organizzata dal Gruppo di Opuscula. L’impressione riportata è stata veramente sorprendente, così come sono sorprendenti i suoi dipinti, che “scatenano, attraverso immagini, ataviche rimembranze e struggenti emozioni” (Egidio Colombo). Di quanto esposto nella Rassegna suddetta ci ha molto colpito il dipinto raffigurante S. Flaviano, Protettore di Giulianova. Ma l’opera di Renato Coccia non si ferma all’arte sacra. Ha illustrato, con successo, diverse fasi della Storia della provincia di Teramo, fra le quali il fenomeno del brigantaggio nel XVII secolo.
Rivista "Madonna dello Splendore n. 18
Giulianova, 22 aprile 1999
Stampato dalla Tipolito Braga
di Giulianova Lido.
 
 
La Biblioteca Bindi e le testimonianze culturali
 
di Sonia Aloisi
 
Lettera di Giacomo Leopardi al Sig. Padre Monaldo, Bologna 8 Febbraio 1826
Fra i pregevoli tesori del lascito Bindi la nostra biblioteca annovera la lettera autografa, inserita nell'epistolario leopardiano, che Giacomo scrive al Sig. Padre Monaldo da Bologna nel 1826.
Prezioso documento letterario, essa è legata ad un momento chiave della storia umana e poetica dell'autore. Dopo la stagione degli idilli, delle illusioni giovanili e della cocente disillusione della parentesi romana, nel 1823 inizia la composizione delle Operette morali ed un lungo periodo di silenzio poetico. Due anni dopo, quasi trentenne, riesce a lasciare "il natio borgo selvaggio" e a mantenersi con il proprio lavoro, grazie a una serie di collaborazioni letterarie con l'editore milanese Stella. Soggiorna a Milano, Bologna, Firenze e Pisa dove, nella primavera del 1828, nasce "A Silvia". In una lettera da Pisa del 2 maggio 1828 alla sorella Paolina scrive: "HO FATTO DEI VERSI QUEST'APRILE, MA VERSI VERAMENTE ALL'ANTICA E CON QUEL MIO CUORE DI UNA VOLTA". Durante i tre anni, 1825-1828, di relativa tregua dagli assilli economici e dai malanni fisici, grazie anche all'orgoglio per il proprio lavoro e al confronto con i problemi del suo tempo, ritrova il fervore vitale da cui nasceranno canti pisano-recanatesi. La lettera al padre del 1826 si colloca, quindi, nel mezzo di esperienze significative che, dopo l'ultima parentesi familiare e l'allontanamento definitivo da Recanati nel 1830, favoriranno una svolta decisiva nella poetica e nei rapporti interpersonali dello scrittore. Sul foglio ingiallito la minuta grafia, al di là del contenuto contingente ed impersonale legato alla vendita di un immobile, registra un disagio inquietante che si esprime con una trama verbale dell'area semantica comandare-ubbidire. Alla realtà familiare arida ed autoritaria corrisponde l'ansia di apparire verbalmente conforme alla volontà del padre-padrone Monaldo. Ma il lunghissimo periodo centrale, pieno di incidentali concettualmente ripetitive, chiuso dal lapidario "non altrimenti", adombra l'epitaffio di un rapporto senza alternative, statico nel passato, nel presente e nel futuro. Se il tentativo di fuga del 1819 dalla "tomba dei vivi" si può leggere come una crisi di crescita adolescenziale, la lettera del 1826 testimonia una salda coscienza di sé e l'inizio di un iter spirituale verso il superamento di una profonda crisi esistenziale, superamento che nella consapevolezza del bisogno di rapporti veri e gratificanti trova l'elemento catalizzatore.