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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 18
- Giulianova, 22
aprile 1999
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Stampato dalla Tipolito Braga
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di Giulianova Lido.

- Raffaele Carelli, ritratto del figlio
- Gonsalvo, 1824, olio su tela
Kornelius krusemann, Ritratto di Gonsalvo Carelli, disegno su carta
Gonsalvo Carelli, autoritratto, acquerello.
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La ritrattistica della Pinacoteca Civica Vincenzo Bindi.
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di Stefania Segreti
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Nel panorama artistico della pittura italiana
del primo Ottocento, la produzione paesaggistica di area napoletana,
inizia ad avere, simultaneamente a questa data, una diffusione molto
veloce. Un fenomeno che favorisce una interessante ricezione da parte di
un vasto ed eterogeneo pubblico, che si dimostra, quasi subito, come un
entusiasta estimatore. Ciò anche per una precisa identità stilistica che
la connota differenziandola dalle rispettive esperienze pittoriche
sincrone di altri centri come Roma, Venezia o Firenze. Un clima
favorevole che vede nascere e sviluppare nuove forme di collezionismo,
fatto di veri e propri cultori delle arti, non solo italiani ma anche
stranieri. Questi ultimi - costituiti da diplomatici, aristocratici,
prelati, ma anche e soprattutto da artisti - educati da secoli, a
compiere tour culturali nella nostra penisola, seppero nei primi decenni
dell’Ottocento, rinnovare il comportamento del visitatore, che in
maniera sempre più disinvolta preferisce scegliere, il proprio
itinerario, divergendo dai soliti schemi tradizionali del viaggio. Se
della città eterna subiscono un consapevole e disarmante fascino per le
grandiose rovine dell’antichità, in terra partenopea sono estasiati
dalle bellezze dell’ambiente circostante, dalle coste, dal cielo, dal
clima e dalla rigogliosa natura che fa da misteriosa cornice ai luoghi
della sua storia, ritenuti mitici, avvolti, come vuole la leggenda in un
alone di magia. Il risvolto turistico, se da un lato ha avuto il merito
di veicolare le testimonianze figurative locali, in una estensione
geografica che potremmo definire di portata europea, dall’altro, ha
innescato un meccanismo che minaccia queste ultime di scadere nello
stereotipo, nella facile ripetizione del soggetto a scopo commerciale. A
questo proposito, la raccolta bindiana ci offre, attraverso un preciso
orientamento stilistico voluto dal suo ordinatore, una situazione che
ricorda molto da vicino la fase sopra descritta. Nelle sue sale, le
opere meglio rappresentate ed esibite fanno riferimento proprio alla
cosiddetta scuola di Posillipo, che si distingue, anche per un interesse
comune degli artisti, costituito dalla continua rielaborazione,
attraverso svariate tecniche, dello stesso motivo, tanto da confondere,
molto spesso, i nomi dei molti rappresentanti del gruppo. Tuttavia,
evidenziare solo questo aspetto finisce per farci perdere di vista la
dimensione globale di questa raccolta, poiché ad essa vanno annesse
altre e non meno importanti documentazioni artistiche. A questo
proposito vorremmo citare le sculture, i bronzetti che, adempiono in
modo particolare, ad una funzione decorativa della sua dimora, ma
soprattutto il genere ritrattistico certamente meno manifesto, nella sua
silenziosa partecipazione, a richiamare, nel fruitore, l’esuberanza
attrattiva che invece è tutta dispiegata e a vantaggio soprattutto del
filone principale. Alla “piacevolezza”, per certi versi fin troppo
facile e scontata, suscitata in chi guarda questa ultima fascia di
opere, si può infatti opporre, come controparte o meglio come elemento
caratterizzante di tutta la collezione, la non piccola porzione di
effigiati. Una parte questa, composta da più di sessanta esemplari fra
olii, disegni a matita, all’acquerello e a penna alla quale, Vincenzo
Bindi, indubbiamente dedicò, nel corso della sua vita, un suo specifico
interesse. E’ cosa ovvia che i ritratti rivelino, come ogni immagine del
rappresentato, una dignità sia essa psicologica, di rispondenza
fisionomica o di ruolo sociale, che rimanda a sua volta ad un effettivo
referente, alla considerazione del “se” dell’individuo. Anche se per
brevi accenni, si vuole fare riferimento proprio a questi aspetti -
senza peraltro soffermarsi su giudizi in relazione ad una presunta
qualità stilistica - proprio perché la loro esistenza ci permette di
tratteggiare una connessione diretta fra ciò che è stato realizzato (le
opere) e chi le ha realizzate (gli artefici). Una lettura didascalica
operata da Bindi, che ci informa, per via di rimandi didattici, sulle
opzioni che stavano alla base delle sue scelte e sulla sua area di
interessi, come figura di collezionista. Si potrebbe ipotizzare, che
tali opzioni evidenzino non solo le linee fondamentali dei diversi
momenti pittorici, ma soprattutto la possibilità di fornire maggiori
informazioni su di esse, tramite la resa visiva degli autori
rappresentati. In questo caso, è implicita la potenzialità del ritratto
come fonte biografica, in quanto si offre come esempio paradigmatico
altro rispetto al testo scritto.
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Tale interpretazione diviene addirittura
molteplice, quando consideriamo anche altri nominativi che compongono e
definiscono la sua personale galleria di personaggi noti e meno noti, di
figure maschili e femminili, anziane e giovanili, appartenenti alla sua
famiglia, anche acquisita, o al contrario lontani nel tempo. Le due
sfere, quella mondana fatta di personaggi più in vista del suo tempo, e
quella più privata che include anche le donne della famiglia, di certo,
comprimarie, alla crescente fama della “artistica dinastia Carelli” sono
di certo separate, ma tuttavia dialogano fra di loro. Entrambe infatti
si dispiegano come un grande affresco, di antica memoria aristocratica,
nella quale insieme al familiare si preferiva accostare l’immagine della
personalità più in vista per cultura o per importanza finanziaria, tale
da innalzare il decoro sociale del possessore. L’attenzione posta da
Bindi compilatore ci illumina ulteriormente sul personale criterio
espositivo, che sembra piuttosto rispondere alla caratteristiche di una
quadreria vera e propria. Deducibile anche da una foto d’epoca che
focalizza un angolo della sua abitazione, ne abbiamo oggi perso in parte
le tracce. La quadreria ha infatti la peculiarità di sottolineare, nel
voluto affastellamento delle opere, un preciso ordine visivo che
privilegia, un percorso artistico rispetto ad un altro, circoscritto
intorno ad una specifica situazione. E’ lo stesso Bindi ad informarci,
tramite la fitta corrispondenza epistolare intrattenuta con Alfonso
Migliori delle sue preoccupazioni artistiche ancora in tarda età, certe
posizioni che vanno oltre la semplice e vuota celebrazione della figura
di Gonsalvo. Queste infatti aderiscono alla volontà di offrire
attraverso un corredo stilistico, di artisti diversi, le molteplici
varianti di una immagine divenuta emblematica della sua intera raccolta.
Così scrive all’amico sindaco “ […] vorrei se mi è permesso esprimerti
un mio desiderio. Tu sai che nel mio testamento, oltre settemila e più
volumi, vi ho disposto la mia collezione […] artistica per il Municipio
di Giulianova . Di essa fanno parte circa 450 quadri […]. Una sala è
destinata solo alle opere del Carelli, le più belle che abbia eseguite;
in un’altra si trovano quattro o cinque lavori del Morelli. Ora il
ritratto che fece questo grande artista fece dell’altro [ Gonsalvo
Carelli ], nella collezione starebbe bene al suo posto, e perché darebbe
a me l’occasione di lasciare la copia fatta da Enrico, all’unico erede
di Carelli e vedere l’originale tra gli altri dipinti eseguiti. (1)
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1) Lettera in data 8 febbraio 1826, conservata
nell’Archivio privato di Mario Orsini.
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Ringrazio per l’autorizzazione a riprodurre le
foto Ludovico Raimondi, Responsabile della Pinacoteca e Biblioteca
Civica Vincenzo Bindi, e Sandro Galantini, Direttore della Biblioteca P.
C. Donatelli per avermi informato della corrispondenza Bindi – Migliori,
da cui e stata tratta la lettera sopra citata.
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