La nostra copertina: “MADONNA DELLO SPLENDORE” di Renato Coccia. Non conoscevamo sufficientemente l’opera pittorica di Renato Coccia, nato a S. Omero e residente a Genova. L’occasione per un approfondimento ce l’ha fornita la “Rassegna di Pittura, scultura, fotografia” tenutasi l’estate del 1998 a Giulianova, presso la Cripta della Chiesa di S. Flaviano, organizzata dal Gruppo di Opuscula. L’impressione riportata è stata veramente sorprendente, così come sono sorprendenti i suoi dipinti, che “scatenano, attraverso immagini, ataviche rimembranze e struggenti emozioni” (Egidio Colombo). Di quanto esposto nella Rassegna suddetta ci ha molto colpito il dipinto raffigurante S. Flaviano, Protettore di Giulianova. Ma l’opera di Renato Coccia non si ferma all’arte sacra. Ha illustrato, con successo, diverse fasi della Storia della provincia di Teramo, fra le quali il fenomeno del brigantaggio nel XVII secolo.
Rivista "Madonna dello Splendore n. 18
Giulianova, 22 aprile 1999
Stampato dalla Tipolito Braga
di Giulianova Lido.
 
 
 
Raffaele Carelli, ritratto del figlio
Gonsalvo, 1824, olio su tela
 
 
 
Kornelius krusemann, Ritratto di Gonsalvo Carelli, disegno su carta
 
 
 
Gonsalvo Carelli, autoritratto, acquerello.
 
La ritrattistica  della Pinacoteca Civica Vincenzo  Bindi.
 
di Stefania Segreti
 
Nel panorama artistico della pittura italiana del primo Ottocento, la produzione paesaggistica di area napoletana, inizia ad avere, simultaneamente a questa data, una diffusione molto veloce. Un fenomeno che favorisce una interessante ricezione da parte di un vasto ed eterogeneo pubblico, che si dimostra, quasi subito, come un entusiasta estimatore. Ciò anche per una precisa identità stilistica che la connota differenziandola dalle rispettive esperienze pittoriche sincrone di altri centri come Roma, Venezia o Firenze. Un clima favorevole che vede nascere e sviluppare nuove forme di collezionismo, fatto di veri e propri  cultori delle arti, non solo italiani ma anche stranieri. Questi ultimi -  costituiti da diplomatici, aristocratici, prelati, ma anche e soprattutto da artisti - educati da secoli, a compiere tour culturali nella nostra penisola, seppero nei primi decenni dell’Ottocento, rinnovare il  comportamento del visitatore, che in maniera sempre più disinvolta preferisce scegliere, il proprio itinerario, divergendo dai soliti schemi tradizionali del viaggio. Se della città eterna subiscono un consapevole e disarmante fascino per le grandiose rovine dell’antichità, in terra partenopea sono estasiati dalle bellezze dell’ambiente circostante, dalle coste, dal cielo, dal clima e dalla rigogliosa natura che fa da misteriosa cornice ai luoghi della sua storia, ritenuti mitici, avvolti, come vuole la leggenda in un alone di magia. Il risvolto turistico, se da un lato ha avuto il merito di veicolare le testimonianze figurative locali,  in una estensione geografica che potremmo definire di portata europea, dall’altro, ha innescato un meccanismo che minaccia queste ultime di scadere nello stereotipo, nella facile ripetizione del soggetto a scopo commerciale. A questo proposito, la raccolta bindiana ci offre, attraverso un preciso orientamento stilistico voluto dal suo ordinatore, una situazione che ricorda molto da vicino la fase sopra descritta. Nelle sue sale, le opere meglio rappresentate ed esibite fanno riferimento proprio alla cosiddetta scuola di Posillipo, che si distingue, anche per un interesse comune degli artisti, costituito dalla continua rielaborazione, attraverso svariate tecniche, dello stesso motivo, tanto da confondere, molto spesso,  i nomi dei molti rappresentanti del gruppo. Tuttavia, evidenziare solo questo aspetto finisce per farci perdere di vista la dimensione globale di questa raccolta,  poiché ad essa vanno annesse  altre e non meno importanti documentazioni artistiche. A questo proposito vorremmo citare le sculture, i bronzetti che, adempiono in modo particolare, ad una funzione decorativa della sua dimora, ma soprattutto il genere ritrattistico certamente meno manifesto, nella sua silenziosa partecipazione, a richiamare, nel fruitore, l’esuberanza attrattiva che invece è tutta dispiegata e a vantaggio soprattutto del filone principale. Alla “piacevolezza”, per certi versi fin troppo facile e scontata, suscitata in chi guarda questa ultima fascia di opere, si può infatti opporre, come controparte o meglio come elemento caratterizzante di tutta la collezione, la non piccola porzione di effigiati. Una parte questa, composta da più di sessanta esemplari fra olii, disegni a matita, all’acquerello e a penna alla quale, Vincenzo Bindi,  indubbiamente dedicò, nel corso della sua vita, un suo specifico interesse. E’ cosa ovvia che i ritratti rivelino, come ogni immagine del rappresentato, una dignità sia essa psicologica, di rispondenza fisionomica o di ruolo sociale, che rimanda a sua volta ad un effettivo referente,  alla considerazione del  “se” dell’individuo. Anche se per brevi accenni, si vuole fare riferimento proprio a questi aspetti  - senza peraltro soffermarsi su giudizi in relazione ad una presunta qualità stilistica - proprio perché  la loro esistenza ci permette di tratteggiare una connessione diretta fra ciò che è stato realizzato (le opere) e chi le ha realizzate (gli artefici). Una lettura didascalica operata da Bindi, che ci informa, per via di rimandi didattici, sulle opzioni che stavano alla base delle sue scelte e sulla sua area di interessi, come figura di collezionista. Si potrebbe ipotizzare, che tali opzioni evidenzino non solo le linee fondamentali dei diversi momenti pittorici, ma soprattutto la possibilità di fornire maggiori informazioni su di esse, tramite la resa visiva degli autori rappresentati. In questo caso, è implicita la potenzialità del ritratto come fonte biografica, in quanto si offre come esempio paradigmatico altro rispetto al  testo scritto.
Tale interpretazione diviene addirittura molteplice, quando consideriamo anche altri nominativi che compongono e definiscono la sua personale galleria di personaggi noti e meno noti, di figure maschili e femminili, anziane e giovanili, appartenenti alla sua famiglia, anche acquisita, o al contrario lontani nel tempo. Le due sfere, quella mondana fatta di personaggi  più in vista del suo tempo, e quella più privata che include anche le donne della famiglia, di certo, comprimarie, alla crescente fama della “artistica dinastia Carelli” sono di certo separate, ma tuttavia dialogano fra di loro. Entrambe infatti si dispiegano come un grande affresco, di antica memoria aristocratica, nella quale insieme al familiare si preferiva accostare l’immagine della personalità più in vista per cultura o per importanza finanziaria,  tale da innalzare il decoro sociale del possessore.  L’attenzione posta da Bindi compilatore ci illumina  ulteriormente sul personale criterio espositivo, che sembra piuttosto rispondere alla caratteristiche di una quadreria vera e propria. Deducibile anche da una foto d’epoca che focalizza un angolo della sua abitazione, ne abbiamo oggi perso in parte le tracce.  La quadreria ha infatti la peculiarità di sottolineare, nel voluto affastellamento delle opere, un preciso ordine visivo che privilegia, un percorso artistico rispetto ad un altro,  circoscritto  intorno ad una specifica situazione. E’ lo stesso Bindi ad informarci, tramite la fitta corrispondenza epistolare intrattenuta con Alfonso Migliori delle sue preoccupazioni artistiche ancora in tarda età, certe posizioni che vanno oltre la semplice e vuota celebrazione della figura di Gonsalvo. Queste infatti aderiscono alla volontà di offrire attraverso un corredo stilistico, di artisti diversi, le molteplici varianti di una immagine divenuta emblematica della sua intera raccolta. Così scrive all’amico sindaco “ […] vorrei se mi è permesso esprimerti un mio desiderio. Tu sai che nel mio testamento, oltre settemila e più volumi, vi ho disposto la mia collezione […] artistica per il Municipio di Giulianova . Di essa fanno parte circa 450 quadri […]. Una sala è destinata  solo alle opere del Carelli, le più belle che abbia eseguite; in un’altra si trovano quattro o cinque lavori del Morelli. Ora il ritratto che fece questo grande artista fece dell’altro [ Gonsalvo Carelli ], nella collezione starebbe bene al suo posto, e perché darebbe a me l’occasione di lasciare la copia fatta da Enrico, all’unico erede di Carelli e vedere l’originale tra gli altri dipinti eseguiti. (1)
1) Lettera in data 8 febbraio 1826, conservata nell’Archivio privato di Mario Orsini.     
 
Ringrazio per l’autorizzazione a riprodurre le foto Ludovico Raimondi, Responsabile della Pinacoteca e Biblioteca Civica Vincenzo Bindi, e Sandro Galantini, Direttore della Biblioteca P. C. Donatelli per avermi informato della corrispondenza Bindi – Migliori, da cui e stata tratta la lettera sopra citata.