La nostra copertina: “Madonna dello Splendore” di Piergiorgio Colautti (cortesia: Galleria Magazzeni - Giulianova). Piergiorgio Colautti nato a Roma e formatosi artisticamente negli ambienti figurativi della Scuola Romana, Piergiorgio Colautti che illustra la copertina di questo numero della Rivista, ricerca con assiduo impegno una sintesi tra il senso vero dell’arte e la fredda tecnologia moderna. A scapito di quest’ultima propone un simbolismo che fa leva sui sentimenti puri e autentici dell’uomo, quelli che nessuna macchina potrà mai intaccare. Pittore e scultore della tradizione, ma artista moderno nello stesso tempo, Colautti inserisce tra i suoi giochi cromatici il senso di un continuo procedere che ,pure, lascia intatti i valori primi dell’animo umano, mai schiacciati nelle morse dell’inarrestabile progresso informativo. Così negli schemi di una tecnologia dilagante trovano giusto spazio, sempre e comunque, ineffabili espressioni di sentimento, di passione, di amore universale, rappresentate nel loro variegato e spesso sconcertante vigore. S.D.D.
Rivista "Madonna dello Splendore n. 17
Giulianova, 22 aprile 1998
Stampato dalla Tipolito Braga
di Giulianova Lido.
 
 
S. ANTONIO, "La Chiesa
Dentro la Chiesa"
 
Testo di Manuel BASTIONI
Foto di Pierino SANTOMO
 
 
Nella storia di ogni città vi sono alcuni edifici "chiave", che vengono costruiti durante la giovinezza dell'abitato, e che poi condizionano in maniera radicale tutto il successivo sviluppo urbano.
E' importantissimo quindi uno studio approfondito di questi monumenti, per capire a fondo la genesi e l'evoluzione di qualsiasi centro abitato.
I punti fondamentali nell'antico impianto urbanistico giuliese sono il palazzo ducale, le torri, le piazze e gli edifici sacri; tra questi ultimi il più importante é senz'altro il Duomo, ma recenti studi hanno già dimostrato la valenza meno appariscente di altre chiese minori.

  Veduta della nuova torre campanaria costruita negli anni ’30

 

Affresco nella zona absidale
     
Il suo interno era molto diverso da come appare oggi, non solo per quanto riguarda le decorazioni, ma anche per le forme e le dimensioni; infatti questo edificio presenta una caratteristica molto rara, e senza dubbio affascinante ed enigmatica: ciò che noi ammiriamo dentro S. Antonio é una sorta una sorta di chiesa più piccola costruita dentro quella originale, cioè un meccanismo non diverso da scatola cinese o da una bambolina "matrioska", ma applicato a grande scala.
L'edificio iniziale, costruito prima dell'avvento del barocco, aveva una navata più spaziosa, larga all'incirca un metro-un metro e mezzo in più, senz'altro priva degli stucchi attuali e probabilmente anche di molte lesene e modanature, in un composto stile tardo rinascimentale.
Successivamente, forse in occasione di una favorevole congiuntura economica del convento, venne incamiciato tutto l'interno, cioè praticamente venne ricostruita, a distanza di qualche centimetro dal muro originale, tutta una nuova parete interna, corrispondente a quella che vediamo oggi.
Questa stratificazione è molto difficile da individuare senza appositi strumenti di indagine, tuttavia si vede sia da un passaggio oggi chiuso ed adibito a sgabuzzino, sia da altri punti meno accessibili, sopra l'ingresso nella zona dell'organo, o nella porticina da cui si saliva per suonare le campane, di cui parleremo più avanti.
Inoltre, nell'ingresso della sagrestia, si può osservare la sproporzionata profondità del muro dell'abside, e percuotendo la sezione si avverte chiaramente il suono cupo tra il muro antico e l'incamiciatura.
Rimane quindi il mistero di sapere se dietro a questo enorme paramento decorativo c'è ancora la chiesa originale, se magari vi sono ancora affreschi o sinopie importanti per la storia abruzzese, e se la chiesa più antica ricalchi la stessa traccia modulare che lega tutti i principali edifici giuliesi...
     

 
Ovviamente S. Antonio fu costruita in funzione del complesso francescano adiacente, ed anche nella sua conformazione attuale si possono vedere i due collegamenti principali con il convento, o meglio ciò che ne rimane; infatti, a destra di chi entra, verso la parte finale della navata, si scorgono due aperture di forma rettangolare, una trasformata in nicchia, l'altra in sgabuzzino; quest'ultima si vede prima della modifica nella pianta riportata in fig. 2, da noi indicata con la lettera "A", invece, davanti all'altro passaggio, che si trova spostato di circa cinque metri in direzione dell'ingresso della chiesa, era sistemato il pulpito in legno che oggi ritroviamo come altare, e in occasione della messa vi faceva il suo ingresso il frate, che vi accedeva direttamente dal convento.
L'attuale sgabuzzino poteve essere un ingresso utilizzabile anche dal pubblico, o forse conduceva in una zona più specifica del convento; purtroppo l'utilizzo di due passaggi a così poca distanza è ancora da studiare...

 

Figura 1

 

Figura 2

 
   
   

 

Sulla parete sinistra, posti simmetricamente rispetto alle aperture appena descritte, vi sono altri due ingressi. Il più meridionale, oggi utilizzato per la discesa in strada, portava alla vecchia sagrestia, sul lato opposto rispetto al convento, indicata in fig. 2 con la lettera "B".
A testimoniare l'esistenza di questo piccolo edificio, rimane sulla parte esterna di S. Antonio, un'edicola, purtroppo esposta a tutte le intemperie, rappresentante una deposizione (lettera "C"), ultima superstite degli ornamenti interni dell'antica stanzetta.
La posizione di questo vano era alquanto anomala, e come si osserva in figura, dava l'impressione di essere un "corpo aggiunto"; questa sensazione suggerirebbe l'ipotesi di una edificazione successiva all'elemento principale, magari per adeguare la chiesa ad un funzionamento autonomo; tuttavia in mancanza di altri dati non si può andare oltre una semplice supposizione; certo è comunque che quel piccolo blocco ostruiva il passaggio.
Finchè questo conduceva soltanto al pomerio, un percorso articolato e spigoloso non dava problemi, anzi, in caso di un'invasione nemica poteva addirittura creare delle zone "protette" da fuoco; quando però, nel XIX secolo, vengono demolite in parte le mura e realizzata la piazza del belvedere, la strada laterale alla chiesa diventa uno dei principali accessi, e la sagrestia diventa un vero e proprio ostacolo alla circolazione; l'influsso della mentalità risanatrice dello sventramento, assai in voga in quel periodo, non la risparmierà quindi dalla totale demolizione, con l'intento di ricostruirla inglobando la zona absidale.
Quindi la parte terminale di S. Antonio, che prima dall'esterno appariva semicircolare, con mattoni a vista, venne rinchiusa dalla struttura che si vede oggi, progettata nel 1887, dall'ing. Gaetano De' Bartolomei, che adibì il piano superiore a sagrestia, lasciando quello sottostante all'utilizzo comunale.
Egli mise in comunicazione la chiesa con il nuovo locale aprendo una porta alla fine dell'abside, dietro all'altare (lettera "D").
     

Figura 3

 

 
     
Nel frattempo il convento era stato trasformato in carcere, ed i due collegamenti di cui abbiamo parlato erano stati già chiusi.
La chiesa aveva quindi raggiunto l'attuale conformazione per quanto riguarda tutti i suoi elementi principali, tranne uno: il campanile. Questo infatti si trovava nella zona posteriore dell'edificio (fig. 3), sul lato est, disposto di taglio come quello attuale.
Sin dall'inizio del secolo, la copertura della chiesa cominciò ad accusare gravi segni di degrado: pericolosissime infiltrazioni di acqua piovana provenivano dal tetto, ed avevano provocato il parziale distacco dell'intonaco, nonchè la nascita di aggressioni micotiche sugli affreschi.
L'azione deleteria dovuta alla presenza di umidità si estendeva dal centro del soffitto dell'abside al muro perimetrale di levante fino a circa due metri al di sotto del piano d'imposta della volta.
Il compito di restaurare la chiesa venne affidato nel 1932 al geometra giuliese Bruno Ravagnoli, che riuscì facilmente ad individuare la causa del degrado.
Tnfatti, per suonare le campane, il parroco doveva compiere un ben arduo percorso: salito nella zona dove prendeva posto il coro, tramite una porticina posta all'estrema sinistra di chi entra nella chiesa, doveva accedere all'interno del muro di facciata, abbastanza spesso per ospitare un passaggio che, tramite una scala a pioli, portava nel sottotetto.
Da qui, calpestando soffitti e volte, il povero prete doveva percorrere tutta la lunghezza della chiesa, fino a giungere ad un'altra apertura, analoga a quella nel muro di testa, ma aperta nel muro perimetrale opposto, che gli permetteva di raggiungere il tetto dell'abside.
Camminando sopra le tegole, finalmente il parroco giungeva alla torre campanaria.
Questo percorso, ripetuto quotidianamente, aveva indebolito tutto il soffitto Est dell'edificio, ma, particolarmente aveva spaccato quasi tutte le tegole della zona absidale, dove infatti il degrado era massimo.
Non bastava quindi restaurare il tetto, ma bisognava trovare una soluzione che evitasse di calpestare le tegole.
Il geometra, piuttosto che ideare una soluzione che consentisse di suonare le campane dall'interno della chiesa, preferì demolire il vecchio castello campanario, per ricostruirne uno nuovo.
D'altronde, a quel tempo la mentalità di reperto storico quasi non esisteva, ed il campanile originale non era visto come "antico", bensì come "vecchio".
     
Particolare delle decorazioni:
si noti l’abbondanza delle dorature
 
Veduta dell’interno della Chiesa di S. Antonio
   
 

La nuova torre campanaria fu ricostruita, senza continuità stilistica, praticando un taglio nella falda di ponente del tetto della chiesa, e costruendo un ballatoio accessibile dal sottotetto mediante una porticina, tramite la quale il parroco poteva agevolmente suonare le campane, senza percorrere tutto il lungo e deleterio tragitto di prima (fig. 4).

  Figura 4
     
Figura 5
 
Lunetta all'esterno della Chiesa
 
Statua di S. Antonio
 
 
La nuova torretta è naturalmente quella che noi tutti oggi vediamo (fig. 5).
Lo stesso geometra, in quell'occasione notò, che a causa dei tetti sprovvisti di canale di gronda, l'acqua piovana aveva scavato nella strada che fiancheggia S. Antonio (priva di pavimentazione) un profondo canale che metteva in vista la muratura di fondazione della chiesa, che pensò di riparare con una protezione in calcestruzzo.
A questo punto le principali trasformazioni morfologiche dell'edificio possono dirsi concluse; tuttavia nel dopoguerra la chiesa subì un lento ma costante saccheggio, che finì per svuotarla completamente da tutti gli arredi sacri; il successivo stato di semi abbandono causò il deperimento superficiale delle pitture interne, annullando quindi completamente l'effetto di fastosa opulenza decorativa del barocco.
Recentemente, per porre rimedio a questo inconveniente, l'interno è stato ridipinto dal Pittore Roberto Macellaro, che nonostante abbia effettuato l'operazione privo di analisi chimiche-stratigrafiche-stilistiche indispensabili per un vero restauro, ha ridato alla chiesa la luminosità settecentesca; anzi, probabilmente S. Antonio non è mai stata così opulenta, considerando l'abbondare di dorature, che raggiungono il culmine nelle due statue dell'abside.
Contemporaneamente a questi interventi pittorici, sono state realizzate altre modifiche anche a livello di strutture e materiali, come la ricostruzione del palchetto per il coro posto sopra l'entrata, progettato dall'ing. Mario Branella e costruito in cemento armato rispettando esternamente la sagoma dell'originale in legno, ed il rifacimento della pavimentazione.
Il pavimento è stato infatti rivestito di moderne piastrelle in cotto, che con la loro regolarità e freddezza, hanno sostituito l'antico e pittoresco mattonato originale. Fortunatamente però, questo resiste ancora in piccoli ritagli laterali, offrendoci una rara testimonianza tipologica di pavimentazione giuliese, a dispetto del Duomo, ripavimentato in marmo, e di S. Anna, piastrellata all'incirca all'inizio del secolo.
Da quanto detto risulta evidente la grande potenzialità di S. Antonio, una chiesa che dovrà ancora essere studiata a lungo, depositaria di storia ed architettura stratificati e congelati nel tempo, dove convivono elementi di tutte le epoche; basti osservare, come esempio, una antica e piccola acquasantiera in marmo, probabilmente di epoca romanica, che emerge dal paramento settecentesco nella zona absidale, sulla parete destra, o si pensi alla moltitudine di ossa umane, rinvenute nel dopoguerra, durante alcuni lavori nella strada adiacente l'edificio, a testimoniare l'antica usanza di seppellire i propri defunti sotto le chiese, ed il ruolo non secondario che S. Antonio doveva avere nel sistema cittadino...
 
Voglio concludere questo articolo dicendo che tantissime notizie sulla nostra città, (comprese molte di quelle che ho raccolto su questa chiesa) spesso le più interessanti, non si trovano sui libri, ma fanno parte dei ricordi dei cittadini, e rischiano di andare perdute per sempre qualora non vengano scritte; per questo motivo invito chiunque abbia qualcosa da dire in proposito della nostra storia a contattarci, perchè è importante sapere tutto di Giulianova, che ha le stesse potenzialità di altre città (ad esempio in Toscana o nelle Marche) che basano la loro economia sul turismo storico; noi potremmo avere, se ben amministrati, sia il turismo storico, che quello balneare...
Grazie ad uno studente di Ingegneria Elettronica, Ivan De Cesaris, abbiamo aperto un sito Internet interamente su Giulianova: il lavoro è in continua espansione, vi si possono trovare molte informazioni sulla storia locale, e due indirizzi di e-mail con i quali potete contattarci.
 
L'indirizzo del sito è: www.gulliver.unian.it/~cesaris
Potete mandare le e-mail a: cesaris@gulliver.unian.it
oppure manuel_b@mail.advcom.it