In copertina: “Madonna dello Splendore” di Vincenzo Zanchiello. Vincenzo Zanchiello, pittore meritatamente affermato, vive e lavora a Martinsicuro. La sua opera, ricca di atmosfere classicheggianti, di colori magici e rarefatti, rappresenta le scene fondamentali dell’esistenza umana. Da noi invitato ad
Rivista "Madonna dello Splendore n. 16
Giulianova, 22 aprile 1997
Questo fascicolo è stato curato
da Mario Orsini e Pierino Santomo
Finito di stampare nell'aprile del 1997
dalla Tipografia BRAGA - Giulianova
 
 
 
Federico Maldarelli: Ritratto
di Vincenzo Bindi
(Pinacoteca V. Bindi Giulianova)
 
 
 
 
Giuseppe Cavalli: Ritratto
di Vincenzo Bindi
(Pinacoteca V. Bindi Giulianova)
 
UN GIULIESE INSIGNE … VINCENZO BINDI
di Mirella Bartolacci
 
Storico insigne dell'arte abruzzese, letterato, educatore. Vincenzo Bindi non ha bisogno di presentazioni e parlare di lui crea una sorta di "soggezione".
Modello di elevata sensibilità e perfetto gentiluomo, non ha bisogno di presentazione soprattutto come uomo. Bindi, più di ogni altra cosa, ha amato tanto. Tutta la sua vita è stata una testimonianza di grande e appassionato amore: amore per l'arte e per ogni cosa bella, per la sua terra nativa e per l'umanità. Si prodigò per gli altri nel rispetto profondo dei rapporti umani. Non cercò ampi orizzonti né mete incerte, ma visse nella tenerezza dei suoi affetti e impiegò la ricchezza delle sue energie a coltivare studi di lettere e di arti. Grande fu la sua passione per l'arte. Fin da giovanissimo amò i tesori nascosti della sua terra e si preoccupò di rimetterli in luce. E con la sua più poderosa opera "Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi" (tutti i municipi Abruzzesi la considerarono una reliquia) glorificò la nostra regione. Chiunque abbia intrapreso seri studi sulla storia artistica italiana e dell'Abruzzo, conosce profondamente la sua opera. La sua produzione artistica è vastissima, eppure egli operò nell'assoluta modestia. Il ministro della pubblica istruzione che aveva visto in lui un'intelligenza acuta, nel 1855 lo mandò a Parigi per consultare in quella Biblioteca Nazionale importanti documenti di storia italiana. Bindi fu pienamente consapevole delle sue virtù ma operò ripudiando le esteriorità del vanto. Parlò dei monumenti e degli uomini illustri della sua terra e sentì questa sua opera come un dovere e una missione da compiere. E anche negli ultimi tempi della sua vita, nel pieno delle sofferenze fisiche, continuò a lavorare per il suo Abruzzo ricercando ancora i suoi illustri sconosciuti.
Abruzzese nei sentimenti, nell'anima e nell'affetto, ci ha donato l'esempio del suo amore per la terra natia anche nell'ultimo gesto da lui compiuto con la donazione della sua magnifica biblioteca e della galleria alla città di Giulianova.
Ebbe il culto della Bellezza, ma il suo amore per l'arte non lo distrasse per un solo momento dalla vita. Contemplò la Bellezza, non solo per sé ma anche per gli altri. Per questo fu grande e generoso. Quando i concittadini giuliesi invocarono aiuto per la loro scuola industriale, Vincenzo Bindi rimarcò il bisogno della pubblica istruzione, specialmente di quella artistica e industriale, a beneficio dei figli del popolo così come fece sentire la sua voce a favore di giovani di umili origini, dotati, però, del dono dell'amore e dell'arte. "…essere necessario - così ammonì - che le pubbliche amministrazioni incoraggino i giovani volenterosi e d'ingegno che, sprovvisti di mezzi di fortuna si accingono a percorrere la via delle arti belle, che resero illustri i nostri antenati".
Quello per la Bellezza non fu un amore avulso dalla sua vita e anche quando la sventura lo colpì nei suoi affetti più sacri, elevò ai figli perduti, in un libro d'arte e di poesia un monumento che resistesse nel tempo dedicato alla loro memoria per cura del padre. Egli vagheggiò una Bellezza mai avulsa dalla Bontà. Figura austera, grande ma soprattutto nobile, questa di Vincenzo Bindi. Proprio quando aveva raggiunto la posizione di libero uomo delle lettere e scrittore d'arte, rinunciò alla sua gloria e alla sua indipendenza per dedicarsi a tempo pieno alla scuola perché seppe coglierne il valore e la grandezza del compito per il futuro dell'Italia. Con le pubblicazioni che aveva al suo attivo nel 1889, il Bindi avrebbe potuto aspirare ad ambiziosi posti nell'Amministrazione Superiore delle Belle Arti e proseguire così i suoi studi prediletti in una comoda posizione. Preferì invece la modesta e nobile missione di educatore e di propagatore dell'istruzione popolare, una posizione che gli comportò non poche fatiche. La sua attività didattica si svolse lontano dalla terra nativa, in Campania. Nel 1890 venne infatti nominato direttore titolare della Scuola Normale Femminile. La direzione della stessa gli era stata offerta precedentemente ed in seguito ripetuta. Vincenzo Bindi,  però, manifestò la grandezza del suo animo in tutte le scelte della vita e, per i vincoli di affetto e di amicizia con Bellentani e con il Professor Rinaldi, non volle togliere il primo dall'ufficio che tanto degnamente occupava anche se vecchio e ammalato, né privare la scuola degli utili servizi del secondo.
Nella scuola, alla quale dedicò per lunghissimi anni le sue energie morali e intellettuali, visse come in una famiglia e della scuola fece un nucleo di affetti. E pur nel dolore per la scomparsa dei propri figli continuò a prodigarsi, ad offrire la sua persona. "Un triste e terribile fato, ha messo a dura prova la mia stessa fede…". Così il Bindi recitò nel suo discorso in occasione della solenne cerimonia svoltasi a Capua per la consegna della gran medaglia d'oro dei benemeriti concessagli dal re nel 1911. "La morte mi ha tolto - così continuò - ciò che formava il mio orgoglio, la mia speranza, il conforto della mia vecchiaia, la ragione stessa del mio vivere! Anche l'ultimo ed unico dei miei figliuoli, il povero Alberto … ha lasciato me e la desolata compagna  mia a piangere soli sulla terra … Quale angoscia, quali giorni desolati e tristi, quante volte, assalito dai cupi pensieri e da sconforto ineffabile, ho temuto per la mia ragione! Ma voi mi avete salvato, la scuola mi ha ridato la forza e l'energia a sostenere l'aspra lotta fino alla fine… E la scuola mi ha ricordato che dovevo vivere, che avevo ancora dei doveri da compiere, che nella vita vi erano purtroppo altri infelici, forse più di me, che avevano bisogno di aiuto. E son vissuto e in voi ho ritrovato tante figliuole … Nulla perciò la scuola deve a me, ma tutto alla Scuola io debbo …" Forte in lui il senso del dovere e l'amore per gli altri. Operò tanto a favore dell'arte, ma anche al servizio della Scuola. Uomo di grandi passioni e di elevati valori, diresse i suoi sforzi all'incremento della cultura, dell'istruzione e dell'educazione popolare.
"Egli ebbe la virtù di comprendere - scrisse di lui Luigi Savorini - che lo storicismo e l'estetismo sono ben sterili cose, se avulsi o discompagnati dalla vita e anche i quadri, le statue anche dei sommi maestri sono sempre da meno delle figure vive della umana giovinezza, le quali, nella realtà, sono i prodotti di quell'arte immortale che ha le sue radici nella natura e trae le sue origini da Dio … Raggiungere la Bellezza Morale!… A questa idealità lo guidò l'amore per l'arte e per ogni cosa bella…"
Vincenzo Bindi fu profondamente amato. E per focalizzare ancora la figura dell'uomo, ci piace concludeere con le parole pronunciate dalle sue alunne in occasione delle solenni onoranze che gli furono rese dal rappresentante del governo Vicini, dalle autorità della provincia, del comune di Capua, dagli insegnanti, dalle alunne e dalle maestre. "Per questa festa - queste parole della sua allieva Ada Natali - che rappresenta il nostro orgoglio, la nostra felicità, le mie buone compagne vollero affidarmi l'incarico di esternarle i comuni sentimenti… Ella che sempre lesse negli animi nostri, come in un libro aperto, con quell'acume di scienziato e di padre, che forma la sua gloria, leggerà oggi, nell'animo mio quei sentimenti che dovrei esprimerle e dei quali le mie parole non sono, non possono essere se non un pallidissimo riflesso. Non è timidezza la mia: quando il cuore ribocca di affetto, quando l'anima è pervasa da fierezza che non ha confini, anche ai grandi oratori le parole difettano… Questa festa che governo e provincia vollero dedicarle, non è per noi solo la ricompensa ai suoi 35 anni di studi, di sacrifici per diffondere quella cultura civile… ma è anche il coronamento dei nostri più cari, più caldi, più intimi voti, perché governo, autorità, cittadini sanno quanto Ella è colto, ma solo noi sappiamo quanto è buono. Solo noi…che la vedemmo circondarci di cure amorose risolventisi ora in consiglio, ora in ammonizione più dolce del consiglio; che la vedemmo sacrificare a noi fino le cure di famiglia.. Solo noi possiamo dire quanto grande sia l'animo suo, come inarrivabile sia in lei lo spirito di educatore. Quella medaglia che per Lei rappresenta un premio, è per noi una lezione solenne, integrativa, che anche a Lei dobbiamo… è il bacio della riconoscenza più pura…che io le offro a nome di tutte, è il bacio dell'augurio che si moltiplichino in Italia educatori come Lei…"
"…Quando io entrai in collegio - concludiamo con le parole dell'alunna Angelina D'Ambrosio - vi entrai piangendo. Piansi nell'atrio e per le scale le gioie familiari che avevo lasciate. Tra breve ne uscirò e… piangerò per le scale  e nell'atrio, piangerò per la via e anche a casa mia, perché qui lascio un'altra famiglia, qui lascio un padre buono, affettuoso e valoroso, il cui ricordo mi accompagnerà per tutta la vita".