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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 15
- Giulianova, 22
aprile 1996
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Stampa: GRAFICHE RIUNITE
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Pagliare dei Tronto (AP)
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IANUA MUNDI IMAGINALIS
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Santa Maria a Mare di Giulianova
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di Maria Concetta Nicolai
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Foto di Bruno Colalongo
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Secondo recenti studi Santa Maria a Mare o dell’Annunziata, oggi
assorbita entro l’agglomerato urbano e quasi soffocata dal ponte
ferroviario che le corre davanti, fu edificata nella solitaria distesa
del litorale sottostante il Castello di San Flaviano prima del 1000,
affinché costituisse un punto di riferimento di pellegrini e viaggiatori
che da qui incominciavano a costeggiare il mare alla ricerca di imbarchi
meridionali. Ricostruita o per lo meno modificata nel dodicesimo secolo
divenne un centro di smistamento delle truppe crociate, in specie di
quelle provenienti dalla Marca spoletina. Di questa funzione si hanno
testimonianze frammentarie e trasversali, come quella costituita dal
Necrologio della Cattedrale di Teramo che ricorda che a San Giovanni
d’Acri morirono parecchi militi di Castel San Flaviano, o da una
leggenda locale di tradizione orale che riporta che nelle colonne
interne del tempio sono sepolti i resti di mitici paladini.
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Certo è che
quell’ospizio, sottostante al castello ed in mezzo alla spiaggia, dovette
avere un molo non secondario anche dopo la disfatta dei gesorolimitani, se
non altro per la costante presenza dei monaci e per lo scambio di
motivazioni religiose tra questo centro e quelli dell’interno, come San
Salvatore di Morrodoro e Santa Maria di Propezzano. Sorta come grancia
benedettina, in seguito rovinata e decaduta, fu ricondotta alle forme che
per alcuni aspetti ancora oggi conserva, dal restauro voluto tra il 1160 ed
1170, da Guido, il vescovo ricostruttore di Teramo, che, tornato dalla
Sicilia dove è probabile che avesse ottenuto da Guglielmo I la signoria
feudale della città, volle con questo atto ricompensare Castel S. Flaviano
che lo aveva ospitato e protetto durante i tristi giorni della distruzione.
L’edificio sacro dovette assurgere ad una certa importanza, tanto che un
secolo dopo si continuava ancora ad abbellirlo fino all’ornamento della
porta principale compiuta, probabilmente, durante i primi anni
dell’episcopato di Rinaldo Acquaviva (1300- 1314) da Raimondo del Poggio, il
maestro atriano che si era distinto nella costruzione della Cattedrale,
soprattutto per i portali laterali datati rispettivamente 1288 e 1303. Lo
scultore e architetto nativo, forse, di Poggio della Cona, si distingue
dalle maestranze coeve, oltre che per indubbie capacità costruttive ed
artistiche, anche per una certa propensione al valore simbolico e criptico
della decorazione, tanto che tutte le sue opere stimolano una lettura
interpretativa e metaforica dei particolari. La singolarità delle sculture
dell’ingresso, ben visibili sulla spoglia facciata in laterizio, ha
suscitato la curiosità di molti studiosi che si sono impegnati nel tentativo
di sciogliere i nodi del simbolismo delle figure che vi sono rappresentate.
A cominciare da Angelo Antonio Cosimo De Bartolomei, egregio e benemerito
autore delle storiche discipline e tenerissimo delle patrie memorie che
nel 1839 fissò l’attenzione principalmente sui diciotto quadretti del terzo
archivolto. Lo studioso, ricercando per il territorio aprutino le tracce di
Siculi e Liburni, si ingegna a dimostrare come i bassorilievi che ornano la
porta altro non siano che le ultime tracce di quei mitici popoli che, a
detta di Livio, furono gentes farae et magna ex parte latrociniis
maritimis infames. Né meno infondato è il giudizio di Niccola Palma,
convinto che l’artefice del portale costruito ne’ tempi bassi con molta
industria consegnò e seppe unire in questa sua opera lavori antichi di
diverse epoche e di diverse perfezioni, scelti, senza dubbio, tra gli avanzi
di Castro. Tutte le diciotto scolture, per il canonico di Campli, sono
recuperi di templi: tre esprimono cose oscenissime da far giudicare che
siano appartenute alle cornici di un tempio di Venere. Un Sileno ed una
donna che porta un’idra sulle spalle, scolpiti in altri due, fanno
congetturare altro fabbricato in onore di Bacco. Un interesse marginale
fu quello espresso da Cantelmo Cocchia nel Poliorama pittoresco e da
Gabriello Cherubini, convinti anch’essi che i bassorilievi siano avanzi di
edifici pagani. Migliore attenzione, viceversa, merita Vincenzo Bindi che
chiarisce, una volta per tutte che le decorazioni del portale non sono
accozzaglie di pezzi tolti da templi e per dileguare ogni benché minimo
dubbio in torno al carattere di queste scultore ed al tempo nel quale furono
eseguite riporta il giudizio di uno dei più celebri archeologi cristiani
di quei tempi Giovan Battista De Rossi, il quale, viste in fotografia le
sculture, afferma che esse sono senza dubbio del periodo dell’arte
meridionale italiana che precedette il Rinascimento. Altro merito di
Bindi è quello di aver centrato la chiave interpretativa del simbolismo
esposto, liberando il campo dai preconcetti che, fino ad allora, avevano
relegato la tematica tra le bizzarrie gratuite e ricercandone l’origine
nella cultura benedettina. Qualche anno dopo Ignazio Gavini attribuirà,
senza esitazione, l’opera alla scuola atriana, facendo leva sulla
presenza di due opere in pietra da taglio di diversa importanza, ma della
stessa maniera, che sono un capitello dell’aula ed il portale della
facciata, ed affermerà che l’autore è Raimondo del Poggio che qui, per
ragioni di spazio non poté tracciare l’opera sua in proporzioni
slanciate, e perciò riprodusse il portale atriano del 1302, con un insieme
ridotto informe speciali. Lo studioso nota le consonanze del portale con
quello pennese di Colleromano, particolari, del resto, già sottolineati da
Bindi, che, però, non si era spinto a ritenerli lavoro delle medesime
maestranze, e sempre in tema di similarietà osserva che a Giulianova la
lunetta, ridotta ad un segmento di cerchio, e quindi insufficiente a
sviluppare soggetti pittorici fu occupata, come a Colleromano, da una statua
rappresentante la Vergine in cattedra che affettuosamente stringe a sè il
Figlio. Giovanni Pansa, con la sottigliezza comparativa, fissa
l’attenzione soprattutto su tre delle diciotto scoltore che coronano il
fronte della chiesa e precisamente alla figura d’uomo con le parti deretane
scoperte in cui sporgono i genitali che egli addita con la mano, al talamo
insidiato in cui si vedono gli adulteri nell’atto di baciarsi dietro una
cortina ed il marito offeso che brandisce un pugnale per ucciderli, alla
figura di donna ignuda con le gambe divaricate che ella sostiene con le mani
e sotto la maschera con atteggiamento beffardo. Nella formella centrale
Pansa individua l’immagine della vecchia Bando, modellata sul tipo
convenzionale greco, nell’atteggiamento cioè osceno e grottesco che ha
riscontro negli amuleti. In tempi più recenti si sono occupati di Santa
Maria a Mare Mario Moretti, Giammario Sgattoni, Ezio Mattiocco e Pasquale
Rasicci, tutti però volti più al valore artistico, del resto rilevante, che
alle proporzioni ermetiche e simboliche dell’opera. Di non minore interesse
sono le pagine che Mario Montebello dedica alla chiesa, soprattutto quelle
relative alla interpretazione di un misterioso graffito che ricorderebbe la
morte di Giosia d’Acquaviva. |
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Le
decorazioni della facciata
Sulla
facciata costruita a mattoni lavorati e centinati, secondo una tematica già
sperimentata, Raimondo raccoglie principalmente nella zona dell’archivolto
le proposte simboliche, a cominciare dalla fioritura dei capitelli, entro i
quali nasconde un piccolo, ma stupefacente bestiario. Nel gruppo di
sinistra, tra i resti di figura ormai mutile ed indecifrabili, si notano
un’aquila con le ali spiegate ed una salamandra; in quello di destra sono
riconoscibili una colomba, un rapace ed un volto che si affaccia con un
ghigno faunesco tra le foglie. Quantunque l’intreccio, spesso confuso ed
eccessivo, di temi vegetali ed animali sia l’elemento preponderante della
decorazione romanica rispetto alla quale la scuola atriana non fa eccezione,
tuttavia sarebbe superficiale credere che queste figure, per quanto piccole
e nascoste, non abbiamo un significato preciso.
L’aquila
con le ali spiegate
L’aquila
è l’uccello della luce, l’epifania del sole, del fuoco, dell’altezza e della
profondità dell’aria. Secondo la Tradizione essa ritroverebbe la giovinezza
esponendosi, prima, alla combustione dei raggi eliaci e spegnendo, dopo, le
ali in una fonte di acqua sorgiva. Il mitologema ha il velo sottile: la
rinnovata giovinezza rappresenta lo stato di iniziazione alchemica che
prevede il passaggio attraverso il fuoco e l’acqua.
La
Salamandra
Esiste un
animale detto salamandra. Il Fisiologo ha detto che essa, se entra in una
fornace ardente la spegne. Sta scritto infatti: anche se cammini in mezzo al
fuoco la fiamma non ti brucerà.
Ma già
molto prima delle parole del Fisiologo questo animale era ritenuto dagli
antichi la manifestazione vivente del fuoco. Nella iconografia medioevale
rappresenta il giusto che non perde la pace dell’anima nelle tribolazioni.
In alchimia è il simbolo della pietra incandescente o, zolfo filosofale.
La
colomba
Al di
là delle note significazioni legate alla colomba, quale la rappresentazione
dello Spirito Santo o della purezza dell’anima fedele, qui essa potrebbe
indicare la condizione volatile della materia lavorata. Come simbolo della
ispirazione divina, la colomba, in questo caso, rappresenterebbe la
condizione che la teologia definisce come grazia attuale.
Il mostro
Il mostro
è il guardiano del tesoro, del luogo sacro e della divinità rivelata. In
tutti e tre i casi il volto che si affaccia tra le foglie ha una ragione di
essere. Il tesoro che qui starebbe a custodire è quello spirituale della
Verità che la natura umana acquisisce per rivelazione del luogo sacro. Oltre
alla funzione di custode il mostro ha quella di prova iniziatica che il
mista deve affrontare prima di addentrarsi nel Giardino della
Conoscenza.
I leoni
Se ogni
elemento, sia pure piccolo e nascosto ha la sua cifra nel discorso
simbolico, alla coppia di leoni è affidato il lemma più pregnante.
Appoggiati sulla mensola aggettata e retta dai capitelli esterni, quello di
sinistra adunghia un libro, quello di destra afferra tra le zampe un
serpente che in atteggiamento combattivo lo morde sul capo. Per Bindi l’uno
tiene il libro delle Scritture, l’altro affronta e vince l’eresia, ma la
spiegazione per quanto corretta e convincente lascia il campo anche ad altre
ipotesi.
Leone con
il libro.
Nella iconografia sacra il leone è l’animale più rappresentato. Ora
accucciato e vigile come prescrive il Fisiologo simboleggia la Chiesa perché
non sonnecchierà. né dormirà chi custodisce Israele, ora ringhiante
diviene l’attributo principale della Giustizia divina, ora rampante si
innalza come proposizione mistica, ora alato e con tra le zampe il libro
aperto dei Vangeli è la teria figura del tatramorfo, Rifacendosi ai
quattro Viventi ed all’effigie di San Marco Bindi vi identifica il custode
delle scritture, senza tener conto che rappresentando la metafora del verbo
rivelato il libro dovrebbe mostrarsi aperto. Ma il libro chiuso, come del
resto nelle cerimonie di laurea che ancora conservano una certa kermesse
ermetica, sta per la materia vergine ed inesplorata o, con un salto di
significato, per la Scienza nascosta. L’opera è espressa simbolicamente da
un libro ora chiuso a seconda che la materia sia stata lavorata o sia stata
appena estratta dalla miniera. Talvolta quando il libro è raffigurato
chiuso non è raro che sia anche sigillato da sette bande; sono il
segno delle sette operazioni successive che permettono di aprirlo, poiché
ciascuna di esse spezza un sigillo. Posto il libro come immagine della
Materia, il leone che con pacifica vigoria lo conserva tra le zampe
simboleggia la Regola trascendente.
Il leone
in lotta con il drago.
Accantonando l’accezione negativa e l’aspetto maledetto attribuiti
generalmente al serpente dal simbolismo cristiano, per il quale esso è
drago; serpens anticuus, qui vocatur diabolus et satanaqui seduci universum
orbe, il rettile può riacquistare il valore positivo che, del resto, non
gli nega l’interpretazione scolastica. La forza ofidica guaritrice trova gli
esempi più illustri ed antichi nel caduceo di Erme e nella verga di Aronne,
simboli dell’albero cosmico su cui si innalza ed espande la virtù ctonia.
Nel caso in questione la scultura più che rappresentare l’antagonismo tra il
bene-leone ed il male-serpente, è forse il geroglifico della lotta di
elementi diversi, ma non opposti, destinati a complementari vicendevolmente
in una trasmutazione. La natura solvente ed aggressiva del mercurio,
espressa nella immagine del serpente, morde e quindi stabilisce un contatto
penetrante con la forza aurea e leonina che domina e assicura la regola
stabile di tutta l’esperienza alchemica. |
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Decorazioni degli archi
Dai
pieditritti appoggiati ai capitelli e dietro le sculture dei leoni partono i
cinque giri che decorano l’archivolto con una ricchezza di particolari che
Raimondo attinge alla sua versatile e sperimentata esperienza.
Arco 1
Il primo
giro partendo da un fiore assai articolato, e riconducibile come forma ad un
calice a tre elementi, allo stesso modo di quello più lineare in cui si
conclude, si articola in 22 eleganti girali, un labirinto ripetitivo ed
uguale nel quale si addentra, al suo primo svolgersi, un’agile figuretta in
veste succinta nell’atto di aggrapparsi al bordo della decorazione. Il
motivo, in una soluzione assai simile, è proposto, quasi nella stessa
posizione nel primo giro della decorazione, a Colleromano di Penne. La
simbologia va interpretata nel segno numerico che, secondo la Cabala, è la
manifestazione dell’essere nello spazio e nel tempo. In questa ottica si
configurano i 22 capitoli della Apocalisse di San Giovanni ed i 22 Arcani
maggiori dei tarocchi. Qui, i ventidue girali e l’uomo che si addentra nella
prima voluta sono la rappresentazione dell’itinerario alchemico con le sue
due principali difficoltà: la ricerca della strada per raggiungere il centro
e l’impegno a ritrovarne l’uscita. Merita attenzione anche il calice
trinitario, in specie quello iniziale arricchito ai lati da due fiori a
campanula, omologo di vita divina da cui scaturisce ed in cui si riversa
ogni tempo ed ogni spazio nel quale l’archetipale rappresentante
dell’Umanità penetra faticosamente, ma con impegno volitivo assai ben
raffigurato.
Arco 2
Il
secondo giro esce da una infiorescenza binata che richiama il pennacchio
terminale della canna palustre e, ripetendo i valori del primo, in ventidue
volute assai eleganti nel centro di ognuna delle quali si pone un fiore a
cinque petali, oltre che un universo di uomini e piccoli animali fantastici,
si chiude nelle fauci di un leone. Se nel motivo iniziale è lecito
identificare la canna allora l’intera decorazione ha il significato della
fragilità umana che è rafforzata, attraverso inconoscibili disegni divini,
nella potenza solare della grazia. Ma il motivo di partenza potrebbe essere
anche una originale rappresentazione della tetraktys, il più sacro dei
numeri, espressione della creazione universale su cui prestavano giuramento
i pitagorici. La tetraktys è comunemente rappresentata da una piramide di
dieci punti: quattro alla base, tre al primo ordine, due al secondo, uno al
vertice. L’infiorescenza che si alza tra le foglie potrebbe essere nelle
intenzioni dell’artista il segno volutamente rafforzato dell’Uno apicale.
inteso come principio di tutte le cose. In questa ottica acquista maggior
comprensione anche il motivo conclusivo: il leone che volgendo il capo
all’indietro, con un risultato plastico notevole si pone come metafora di
forza e di vittoria, valori acquisibili dalla caducità umana a patto che
questa, perseverando nelle avversità raggiunga la meta.
Archi 4-5
Tralasciando per ora il terzo giro interno il quale va analizzato
particolarmente, si possono considerare il quarto ed il quinto di cornice.
Il penultimo è composto da 50 piccole stelle a punta di diamante, un
elemento decorativo tanto raffinato quanto diffuso nella tecnica ornativa
del periodo. Qualche riflessione merita il numero che evoca i significati
attribuitigli dalla scuola pitagorica: conforto, perdono e libertà. L’ultima
decorazione, stretta intorno alla scultura della Vergine, è formata da 28
palmette arricciolate in punta che la rovina del tempo e delle intemperie,
tranne che in pochi casi, ha reso mutile. Qui basterà ricordare che 28 è il
ciclo completo delle quattro fasi lunari. |
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La
decorazione del terzo archivolto
Quanti si
sono provati a chiarire il significato simbolico della porta di Santa Maria
a Mare, hanno fissato in particolare ed, in qualche caso, esclusivamente
l’attenzione alla decorazione del terzo giro, costituita da 18 formelle
quadrate. Effettivamente esso riassume e completa il discorso ermetico
altrove iniziato e condotto per accenni. Infatti se tutta la decorazione
sembra alludere alla condizione spirituale dell’Opera sottolineando i segni
più rappresentativi del solve et coagula, sia con il valore
cabalistico dei numeri, sia con la zoologia fantastica, il terzo arco
esprime le regole del calendario alchemico, come tempo e spazio metafisico
di un giro di ruota. Sulla scansione dello zodiaco solare l’artista svolge
in 18 immagini le fasi spirituali della trasmutazione, segnando i passaggi
della Nigredo, della Albedo e lasciando accennato quello
finale della Rubedo. |
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Quadro I |
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Quadro II |
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Quadro III
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e
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Quadro IV
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Quadro V |
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Quadro VI |
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Quadro VII |
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Quadro VIII |
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Quadro IX |
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Quadro X |
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Quadro XI |
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Quadro XII |
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Quadro XIII |
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Quadro XIV |
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Quadro XV |
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Quadro XVI |
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Quadro XVII |
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Quadro VIII |
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