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Rivista "Madonna
dello Splendore" n. 13
Giulianova, 22
aprile 1994
Stampato dalla Tipolito Braga
di Giulianova Lido.
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Il
Portico de’ Bartolomei e il
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Monumento a Vittorio Emanuele II
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di Riccardo Cerulli
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Un
documento di data certa, (12 settembre 1876): la “perizia e contratto
per la costruzione del Portico, nella Piazza di Belvedere in Giulianova”,
prova che il lato nord della Piazza stessa fu “sistemato” con
l’allineamento degli edifici preesistenti e dei nuovi, dopo la
realizzazione architettonicamente valida, del lato opposto. (Comprendeva
e comprende la Cappella San Gaetano, elevata dall’ingegnere Gaetano de
Bartolomei, in memoria di tre suoi defunti: “il controloro delle
retribuzioni dirette” e letterato Angelo Antonio Cosmo, l’agricoltore
Giovanni, il giovane Ufficiale della Guardia Nazionale Luigi -
rispettivamente zio paterno, padre e fratello del costruttore). In
precedenza si era ritenuto che il Portico fosse stato innalzato prima
che sorgesse l’antistante Cappella, portata a compimento sul finire
degli anni sessanta del secolo XIX, come risulta da una lettera di
Raffaello Pagliaccetti, autore dei monumenti funerari de Bartolomei,
(busti, statue e bassorilievi), nonché del primo disegno,qualificato “bozzettino”,
della pregevole opera d’arte. (Cfr. il n. 9 di questa rivista, pagine da
15 a 17). La relazione peritale in discorso consta del “progetto di un
Portico”, di cui precisa l’ubicazione ed avverte la necessità, (lato
nord “di questa nuova piazza di Belvedere”; eliminazione del “residuo
dello antico muro di cinta,… al presente... disgustevole figura, in
mezzo ai recentissimi e regolari fabbricati”). Il fascicolo, rinvenuto
tra le carte della famiglia de Bartolomei, include la “descrizione”
dell’erigendo Portico, il “calcolo e valutazione dei lavori”, “di terra”
e “di fabbrica” importanti una spesa complessiva di Lire 1.607,39, il
“capitolato di appalto” con il relativo contratto, stipulato, appunto il
12 settembre 1876, tra il dottore farmacista Pasquale De Martiis,
Sindaco, Gaetano de Maulo e Nicola Mazzone, assessori, l’ingegnere
Gaetano de Bartolomei, progettista e redattore delle note tecniche e
valutarie, allegate alla pratica, e Nicola Galantini, imprenditore,
proprietario, domiciliato a Giulianova. La partecipazione all’atto dei
tre autorevoli esponenti dell’Amministrazione si spiega con
l’appartenenza al Demanio Municipale del “residuo dell’antico muro di
cinta” da demolire, e del materiale di risulta da asportare. Le
fortificazioni protettive del “borgo murato” acquavivano, (muraglie e
bastioni), innalzate al cadere del XV secolo, erano da tempo considerate
nella piena disponibilità del Comune e gestite dai suoi Uffici. Ma si
erano rivelate, fin dagli inizi, mal costruite e pertanto inefficienti
allo scopo al quale erano destinate. Tanto vero che nel 1575/76, una
ricognizione, promossa e presenziata da Alberto Acquaviva d’Aragona,
primogenito di Giovan Girolamo, X Duca d’Atri, ed erede dei feudi della
“Serenissima Casa”, assistito da ufficiali del Genio Militare in
servizio nella fortezza di Pescara, e dai Signori del civico Reggimento
in carica, si era conclusa con l’ordine, impartito dai ricognitori a chi
di ragione, della immediata riparazione del tratto pericolante della
cinta, in prossimità del Convento dei Cordiglieri, (Minori Conventuali),
che includeva la chiesa di S. Antonio da Padova, (in precedenza dedicata
a S. Francesco d’Assisi). Giustificava la grande urgenza del restauro la
presenza costante in Adriatico, di naviglio saraceno, adibito alla
“guerra di corsa”. Gli “infedeli” sbarcavano all’improvviso da veloci
imbarcazioni ed assaltavano gli abitanti della costa ed anche
dell’interno, (questi ultimi se raggiungibili per via fluviale).
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Il Portico de’ Bartolomei, il Convento dei Cordiglieri e il
Monumento a Vittorio Emanuele II, alla fine dell’Ottocento |
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Il
saccheggio dei quasi sempre miseri alloggi, l’incendio delle Chiese e
delle case, la riduzione in schiavitù di parte degli aggrediti
concludevano le improvvise feroci aggressioni dei “nemici dell’Occidente
cristiano”. Naturalmente, le comunità, residenti nelle zone esposte, si
organizzavano a difesa: da posizioni fisse sorvegliavano, di giorno e di
notte, il territorio adiacente quando non mandavano in avanscoperta
mobilissime pattuglie; il fine perseguito era prevenire i mussulmani. A
Giulia, persone di tutte le classi sociali montavano di guardia sul
pomerio interno, (il corridoio al di qua dei merli di protezione delle
mura). Perfino il vecchio Notaio Felice Albano (o Albani), stava
all’erta nelle ore diurne e notturne del suo turno. Qualche secolo dopo
le “apprensioni”, dovute all’incessante veleggiare di flotte “turchesche”,
sarebbe stata - di nuovo - constatata la pericolosità della linea
fortificata, in corrispondenza dello stesso luogo. Questa volta, però,
non dovendosi più temere le irruzioni dei “seguaci del Profeta” e,
d’altro canto, difettando le finanze comunali dei mezzi occorrenti ad
adeguato restauro, il Municipio avrebbe deciso di eliminare, con il
totale atterramento, la verificatasi “ruina” e di creare la terza porta
del paese. (In aggiunta a Porta Napoli, sullo spigolo sud-ovest del
sistema difensivo e a Porta Madonna, la metà della muraglia nord). Di
Porta Sant’Antonio, così chiamata per volere del Decurionato, il popolo
giuliese si serviva come di tramite, in specie tra il quartiere della
Rocca e il Monte, (in futuro piazza Vittorio Emanuele II, per il momento
ancora “Largo da piedi”), spazio utilissimo in occasione di fiere,
mercati, feste, e - soprattutto - della celebrazione della ricorrenza
dell’apparizione di Maria SS. A Bertolino. La porta S. Antonio divenne
l’abituale passaggio delle vetture degli Acquaviva d’Aragona, dirette
alla “Montagnola”, o provenienti da tale località, dove gli ex dinasti
avevano costruito, nel primissimo Ottocento, una vasta dimora patrizia,
abitata nel 1860, da Carlo, Conte di Castellana, cadetto della storica
plurititolata famiglia dei Duchi di Atri, dalla consorte Alessandrina d’Obrèscoff,
e dai loro figli adolescenti. Della contessa, Vincenzo Bindi, nel
volume: “Gaetano Braga, dà ricordi della sua vita”, Napoli Editore
Giannini, 1927, forse l’ultimo della sua abbondantissima produzione,
così ebbe a scrivere: “...Giulianova era il centro intellettuale di una
società colta ed elegante che, da tutte le parti della Provincia,
conveniva, attratta dalla affascinante Signora, la Contessa di
Castellana d’Obrèscoff... una delle dame più ragguardevoli, per
bellezza, per ingegno, e per cultura, della società napoletana del
secolo passato...” - Del talento letterario della d’Obrèscoff è restato
-prova eccellente - il suo diario, in lingua francese, intitolato:
“Pensées et Souvenirs”, (Pensieri e Ricordi), interessantissimo per
quantità e per qualità di dettagli, riferiti agli avvenimenti locali del
1860: il primo diffondersi della notizia dello sbarco dei Mille a
Marsala; lo stanziamento a Giulianova di una armata napoletana agli
ordini del Maresciallo di Campo, Conte Giuseppe Salvatore Pianell, con
il compito di fronteggiare la prevista e temuta irruzione dal nord, o
dal mare, di Garibaldi, presente alla Cattolica; la stretta amicizia
nata tra gli Acquaviva e il medesimo Comandante; le complesse
esercitazioni militari, compiute tra il battente del mare, il largo da
piedi, Terravecchia e le colline di Mosciano S. Angelo; l’arrivo di un
dispaccio del Ministero della guerra napoletano, recante la disposizione
del trasferimento del Pianell, alla fortezza di Messina; (il
Maresciallo, recatosi subito a Napoli, avrebbe perorato ed ottenuto la
revoca del provvedimento ma non evitato la nomina a Ministro della
guerra nel Gabinetto presieduto da don Liborio Romano); il
sopraggiungere nel primo pomeriggio del 15 ottobre 1860 di Vittorio
Emanuele II, alla testa dell’Esercito sardo-piemontese, accompagnato da
uomini di governo e da generali; il pernottamento nella Villa della
Montagnola del Sovrano sabaudo, ospite dei Conti di Castellana.
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Tutti
argomenti dei quali si era perduta la memoria con la scomparsa delle
generazioni del Risorgimento. Il Diario di donna Alessandrina d’Obrèscoff
contiene anche il racconto di un suo passaggio “entro Giulia”, su una
“Vittoria”, tirata da una pariglia di cavalli bai, diretta a
Terravecchia, dietro invito del Pianell, per assistere ad una manovra,
durata dall’alba al tramonto, con l’impiego di tutti i reparti
dell’Armata: fanteria, cavalleria, artiglieria, sotto il diretto
controllo del Comandante e dello Stato Maggiore a lui fedelissimo.
Sull’appalto relativo al Portico conviene aggiungere che il Comune
interveniva alla stipula del contratto, come cedente dell’immobile,
(terreno e muro su esso insistente). Il de Bartolomei, invece, si
costituiva come cessionario ditale cespite e, nel contempo stazione
appaltante nei confronti dell’appaltatore Gaiantini.
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Viaggio del Re da Grottammare a Giulianova
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(da uno schizzo del sig. Pontremoli)
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Raccogliere le memorie di un fabbricato, da oltre un secolo, testimone
della varia vita cittadina e, precipuamente, della festa patronale dello
Splendore, significa ampliare la sfera della conoscenza degli eventi,
succedutesi sull’antico Monte: eventi molto numerosi, a partire dal
1876, o da qualche anno più tardi, (il tempo che ci sarà voluto per
eseguire il progetto). Tra i fatti più importanti debbono essere
ricordati: l’abbandono del Convento dei Cordigheri, divenuto in epoca
franco-napoleonico sede dell’Amministrazione comunale e del carcere,
(definito dal barone Gaetano Ciaffardoni, il Sindaco dell’Unità, “una
vera muda”): abbandono imposto dal crollo di alcune volte; lo
scoprimento del monumento a Vittorio Emanuele II, in ricordo del suo
ingresso nel Reame delle Due Sicilie, il 15 ottobre 1960, salutato
“enfaticamente” dal primo cittadino pro tempore, il patriota Gaetano
Ciaffardoni di salda fede democratica, magistrato e studioso di notevole
cultura; la costruzione al posto del Convento, dell’imponente edificio
scolastico, intitolato a Edmondo De Amicis, sorto dall’incontro delle
due volontà adamantine di Giuseppe de Bartolomei, ultimo Sindaco
prefascista e di Roberto de Vito, deputato del Collegio uninominale di
Giulianova; lo scontro a fuoco tra squadristi e “sovversivi” nella notte
sul sei ottobre 1922. A proposito del Monumento al “grande re”, non può
essere taciuto il netto dissidio, insorto tra Raffello Pagliaccetti,
scultore della statua in bronzo, e le autorità amministrative e
politiche: giunta e deputato Cerulli-Irelli. Si doleva l’artista della
sostituzione del piedistallo e precisamente del “gruppo di colonne
ioniche, strette in fascio a rappresentare i vari Stati
d’Italia”,sormontato dalla statua del Sovrano, appena sceso da cavallo,
la sinistra, fortemente stretta alla spada, la destra levata in alto, ad
“agitare” il berretto, in segno di saluto, “con gesto largo e solenne”,
alla popolazione e dietro l’aquila latina con le ali distese”. Ragioni
di bilancio avevano costretto il Comune, indebitato fino all’osso, a non
rispettare il progetto Pagliaccetti. (Anche il secondo bozzetto,
presentato dallo scultore: base più agile, figura più slanciata, non
veniva accettato, avrebbe importato gravi oneri), ma del diniego non fu
avvisato l’autore, invano denunciante il lettera aperta pubblicata sul
quotidiano fiorentino: “La Nazione”, “l’arbitrio consumato a danno
proprio e dell’arte”!
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“Re
Vittorio Emanuele II doveva sorgere a quasi sette metri e da quella
altezza doveva apparire all’osservatore quasi a grandezza naturale”.
“Oggi, invece, il basamento (posto in essere) per l’alta figura del re è
troppo basso, troppo privo di vita e non armonizzando con la fierezza
della figura toglie a questa ogni movimento, ogni slancio di vita, ogni
idea di bellezza”. Trincerato dietro i numeri passivi del disastroso
bilancio comunale, il Consiglio che il Pagliaccetti non esitò a
qualificare “sconsigliato”, non tenne conto delle critiche levatesi,
dall’Abruzzo e da Roma, e approvò la modifica del piedistallo, suggerita
ed attuata da “un tal negoziante di Carrara”. Il Monumento fu
solennemente inaugurato e, nelle attuali apparenze, divenne anch’esso
spettatore della processione e delle manifestazioni collaterali,
(musicali, mercantili, di svago).
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