La nostra copertina: “Roberto Macellaro”, pittore e scultore giuliese, è noto in campo artistico per la vasta produzione che lo pone attualmente tra i nomi più rappresentativi del momento nella nostra Regione. Presente a numerose collettive nazionali ed internazionali ha esposto anche in mostre personali che hanno riscosso notevoli consensi di pubblico e di critica. Per la copertina della nostra rivista ha inteso ritrarre in toni classici e tradizionalistici la Madonna dello Splendore, Bertolino e l’albero ormai famoso dal quale zanpillò limpida acqua.
Rivista "Madonna dello Splendore n. 3
Giulianova, 22 aprile 1984
 
Una entusiasmante fase del (Palio delle Contrade, del 1983; la Contrada Salinello conquistò l’ambito «Palio».
 
 
 
LA CORSA DEI CAVALLI
 
di Riccardo Cerulli
 
Delle competizioni che si svolgevano nel secoli scorsi, parte integrante della Festa giuliese dello Splendore, abolite, forse alla fine del Settecento, la corsa podistica degli ignudi e la sfida della « forma di cacio »., (ne è rimasta, sulla cinta di Villa dell’Immacolata, la pietra-segno del record, si disputa ancora la corsa dei cavalli, in precedenza nota come (gran) premio dei « berberi »., o dei « barbari ». Le origini e la ragione della primitiva denominazione di tale gara non sono testimoniata e chiarite da documenti, L’Archivio di Casa Acquaviva che era conservato nella « Reggia » dei Duchi di Atri, di fronte alla Cattedrale, fu incendiato dai « liberatori » francocisalpini, nel dicembre 1798. Con ogni probabilità, tra le migliaia di carte allora bruciate, c’erano quelle contenenti tutti i dati relativi al superstite spettacolo sportivo.
Anche il Vecchio Archivio Comunale avrebbe potuto fornire qualche utile elemento di conoscenza del tema, se non fosse andato in gran parte, distrutto tra il 1923 e il 1945. Pertanto, ad assicurarci che la nostra corsa attrae le folle dai tempi immediatamente successivi al Miracolo del 22 aprile, non abbiamo che la Cronaca dell’aquilano P. Capullo, seguita e confermata da Nicola Palma nel III volume della sua grande storia religiosa e civile della diocesi aprutina.
Il Oiaffardoni nel « Breve cenno di Castro e Giulia » non si discosta dai predetti autori e ripete che la Festa, istituita, con quasi certezza, da uno fra i primi successori del fondatore di Giulia, cioè da Andrea-Matteo III o da Giannantonio Donato, o da Giangirolamo I, era organizzata da un Capitano di nomina feudale, il quale — fra le altre incombenze — tutte piuttosto impegnative, doveva avere quella, non facile, dell’ingaggio dei cavalieri e dei cavalli, idonei alla partecipazione al (gran) premio. Va detto, però, che la « corsa » non fu mai riservata ai ceti superiori che gareggiavano, o torneavano, entro alti recinti: vide impegnati concorrenti « a pelo ., non « su sella.». Tre-quattro cento e più anni fa, cavalcavano « a pelo », anche a causa del costo non indifferente della sella, non certo i nobili e gli agiati, ma gli avventurieri, gli
albanesi e gli zingari. Il piccolo peculio, (qualche volta si trattava di generi alimentari), in palio, sollecitava l’interesse dei « berberi o barbari », raggiunti dalla buona nuova della corsa, (bandita dagli araldi della Università), oppure già informatine, stante il suo avversari, ogni 22 di aprile. Perché, poi, i suddetti peregrinanti fossero chiamati « berberi . o « barbari », (l’un nome — non si sa quale — corruzione dialettale dell’altro), non è possibile stabilire. Si suppone che « berberi » o « barbari » stessero a significare uomini provenienti da estreme lontananze, (dall‘Africa Settentrionale, o dal Nord-Europa). Tali erano non solo per i giuliesi, chiusi, o rinchiusi, dentro le possenti mura e i baluardi della fortezza acquaviviana, perfino gli albanesi, scampati ai turchi ed in via di insediamento nel Mezzogiorno continentale e in Sicilia, (un nucleo aveva fissato la sua dimora a Cologna, sul finire del Cinquecento), e le prime tribù zingare in arrivo dagli Altipiani dell’india, dopo avere risalito la penisola balcanica ed essere entrati in Val Padana dall’Istria e dal Veneto. (Pare che calderai, maghi, e cavallari zingari dessero saggio delle proprie capacità intorno a Bologna, nell’inoltrato Quattrocento: primissimi del loro etnos ad esibirsi in Italia).
Che i giuliesi non fossero gli unici ad identificare i berberi con i corridori a cavallo della Festa patronale, è provocato  dal fatto che Teramo, ancora nel 1787, bandiva un « pali (sic!) dei barbari, fatto da deputati in onore di S. Berardo », (era qualcosa di molto simile alla nostra corsa). Esempio tratto da così vicino, ma che potrebbe essere rinforzato da una pluralità di consimili, riguardanti i territori finitimi.
Quanto alle strade cittadine battute dalla corsa, è nostra opinione che ai primordi il via venisse dato a ridosso del tratto della cinta sul lato di mezzogiorno prospiciente la via del Corso. La Porta Marina si apriva più a levante, I cavalli uscivano dall’abitato da Porta Madonna sul Largo da Capo e galoppavano verso il Convento, per via dello Splendore, un sentiero — dapprima — una « carrareccia » in seguito, il lieto viale alberato, infine.