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- Rivista "Madonna
dello Splendore n. 3
- Giulianova, 22
aprile 1984
Una entusiasmante fase
del (Palio delle Contrade, del 1983; la Contrada Salinello conquistò
l’ambito «Palio».
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LA
CORSA
DEI
CAVALLI
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- di Riccardo Cerulli
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Delle
competizioni che si svolgevano nel secoli scorsi, parte integrante della
Festa giuliese dello Splendore, abolite, forse alla fine del Settecento,
la corsa podistica degli ignudi e la sfida della « forma di cacio ».,
(ne è rimasta, sulla cinta di Villa dell’Immacolata, la pietra-segno del
record, si disputa ancora la corsa dei cavalli, in precedenza
nota come (gran) premio dei « berberi »., o dei « barbari ». Le origini
e la ragione della primitiva denominazione di tale gara non sono
testimoniata e chiarite da documenti, L’Archivio di Casa Acquaviva che
era conservato nella « Reggia » dei Duchi di Atri, di fronte alla
Cattedrale, fu incendiato dai « liberatori » francocisalpini, nel
dicembre 1798. Con ogni probabilità, tra le migliaia di carte allora
bruciate, c’erano quelle contenenti tutti i dati relativi al superstite
spettacolo sportivo.
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Anche
il Vecchio Archivio Comunale avrebbe potuto fornire qualche utile
elemento di conoscenza del tema, se non fosse andato in gran parte,
distrutto tra il 1923 e il 1945. Pertanto, ad assicurarci che la nostra
corsa attrae le folle dai tempi immediatamente successivi al Miracolo
del 22 aprile, non abbiamo che la Cronaca dell’aquilano P. Capullo,
seguita e confermata da Nicola Palma nel III volume della sua grande
storia religiosa e civile della diocesi aprutina.
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Il
Oiaffardoni nel « Breve cenno di Castro e Giulia » non si discosta dai
predetti autori e ripete che la Festa, istituita, con quasi certezza, da
uno fra i primi successori del fondatore di Giulia, cioè da
Andrea-Matteo III o da Giannantonio Donato, o da Giangirolamo I, era
organizzata da un Capitano di nomina feudale, il quale — fra le altre
incombenze — tutte piuttosto impegnative, doveva avere quella, non
facile, dell’ingaggio dei cavalieri e dei cavalli, idonei alla
partecipazione al (gran) premio. Va detto, però, che la « corsa » non fu
mai riservata ai ceti superiori che gareggiavano, o torneavano, entro
alti recinti: vide impegnati concorrenti « a pelo ., non « su sella.».
Tre-quattro cento e più anni fa, cavalcavano « a pelo », anche a causa
del costo non indifferente della sella, non certo i nobili e gli agiati,
ma gli avventurieri, gli
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albanesi e gli zingari. Il piccolo peculio, (qualche volta si trattava
di generi alimentari), in palio, sollecitava l’interesse dei « berberi o
barbari », raggiunti dalla buona nuova della corsa, (bandita dagli
araldi della Università), oppure già informatine, stante il suo
avversari, ogni 22 di aprile. Perché, poi, i suddetti peregrinanti
fossero chiamati « berberi . o « barbari », (l’un nome — non si sa quale
— corruzione dialettale dell’altro), non è possibile stabilire. Si
suppone che « berberi » o « barbari » stessero a significare uomini
provenienti da estreme lontananze, (dall‘Africa Settentrionale, o dal
Nord-Europa). Tali erano non solo per i giuliesi, chiusi, o rinchiusi,
dentro le possenti mura e i baluardi della fortezza acquaviviana,
perfino gli albanesi, scampati ai turchi ed in via di insediamento nel
Mezzogiorno continentale e in Sicilia, (un nucleo aveva fissato la sua
dimora a Cologna, sul finire del Cinquecento), e le prime tribù zingare
in arrivo dagli Altipiani dell’india, dopo avere risalito la penisola
balcanica ed essere entrati in Val Padana dall’Istria e dal Veneto.
(Pare che calderai, maghi, e cavallari zingari dessero saggio delle
proprie capacità intorno a Bologna, nell’inoltrato Quattrocento:
primissimi del loro etnos ad esibirsi in Italia).
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Che i
giuliesi non fossero gli unici ad identificare i berberi con i corridori
a cavallo della Festa patronale, è provocato dal fatto che Teramo,
ancora nel 1787, bandiva un « pali (sic!) dei barbari, fatto da deputati
in onore di S. Berardo », (era qualcosa di molto simile alla nostra
corsa). Esempio tratto da così vicino, ma che potrebbe essere rinforzato
da una pluralità di consimili, riguardanti i territori finitimi.
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Quanto alle strade cittadine battute dalla corsa, è nostra opinione che
ai primordi il via venisse dato a ridosso del tratto della cinta sul
lato di mezzogiorno prospiciente la via del Corso. La Porta Marina si
apriva più a levante, I cavalli uscivano dall’abitato da Porta Madonna
sul Largo da Capo e galoppavano verso il Convento, per via dello
Splendore, un sentiero — dapprima — una « carrareccia » in seguito, il
lieto viale alberato, infine.
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