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Ireneo Janni risolve a suo modo un
contrasto davvero antico ed estenuante,
quello che concerne il rapporto tra la
pittura e la scultura. Anche nella sua
ultima opera [Il monumento alla
solidarietà di Silvi Marina], affiora
con notevole trasparenza come labile sia
ogni confine innalzato tra i codici
espressivi e impossibile sia in fondo
creare artificiosamente uno spartiacque
troppo rigido tra i variegati linguaggi
artistici.
Per Janni la scultura non esiste senza
disegno. Essa è, infatti, un’immagine,
certo senza i colori così abilmente
dosati della sua pittura, che si
distende lungo uno spessore spaziale
consistente. La sua scultura è
preceduta, dal punto di vista temporale
ma anche logico, da un quadro. Il
problema sarà allora quello di conferire
una densità esteriore alla figura, di
progettare la sistemazione in uno spazio
a delle immagini, di condensare in dei
corpi elementi di spiritualità.
Artista molto versatile e anche
inquieto, ma nient’affatto estraneo al
rigore della ragione critica, Janni non
si sottrae dinanzi all’esplicita
funzione monumentale, pubblica
dell’opera. Ciò comporta che gli
elementi pittorici, cui col tempo si è
sempre più affezionato (eros, da
ultimo), debbano convivere con la
costruzione di simboli, di significati
pubblici. Il suo sforzo risiede nel
veicolare idee in corpi sensibili. Il
tutto avendo ben presente che una
scultura, diversamente da un quadro, non
è indifferente al luogo dove è prevista
la sua dimora: la sua forma va concepita
in rapporto ad uno spazio determinato.
Un artista, come Janni, che evoca così
spesso il classico ma s’immerge con
curiosità nei richiami del primitivo,
deve misurarsi con la piazza e quindi
con l’incipiente richiesta di senso, con
ciò che di retorico implica lavorare per
fissare un qualche significato pubblico.
Questa richiesta di un esplicito
messaggio sociale per un’opera destinata
alla piazza espone ogni scultura al
rischio di accentuare il campo del
significato nell’impossibile
accostamento alla potenza espressiva del
linguaggio verbale. Parlare con un
corpo, evocare senso con delle immagini
materiali e spaziali: questa è, per
esempio, la vocazione della scultura di
Silvi Marina.
Consapevole dell’insidia retorica
contenuta in ogni scultura monumentale,
Janni se n’affranca coltivando con
maniacale pazienza le forme, le tecniche
semantiche specifiche della sua arte. Ma
non si arrende alle tante
anti-grammatiche che proclamano in forme
ormai retoriche l’impossibilità di
esprimere, la vacuità della ricerca di
sirnulacri di senso e suggeriscono la
necessità di ricadere nelle sabbie
dell’informale, dell’irreversibile
esplosione dei significati.
L’abilità di Janni sta dunque nel
raccogliere la sfida della destinazione
monumentale-retorica dell’opera cercando
di affinare le forme, la
spazializzazione delle immagini, le
modalità rappresentative, le linee, le
espressioni. La forzatura di senso, che
il quadro subisce quando diventa
scultura, viene da Janni raffreddata da
una spiccata attitudine alla costruzione
di forme, immagini, figure che esprimono
corpi capaci di comunicare sentimenti, e
perché no, idee sensibili.
Non c’è bisogno di scivolare nei luoghi
e nei codici del sacro per esprimere
un’istanza critica che emerge anzitutto
nella stratificazione semantica della
corporeità. Il corpo per Janni possiede
un’autonoma propensione all’apertura,
alla passione, all’approssimazione a
qualcosa d’universale. L’idea della
solidarietà viene fissata nella
raffigurazione di corpi che suggeriscono
azione e vitalità, evocano movimento e
reciproco riconoscimento, e così
trascendono l’immobilità della scultura.
È evidente che l’angelo in Janni non ha
valenza religiosa. Possiede anch’esso un
inconfondibile tratto mondano, corporeo,
sensibile. Proprio il corpo diventa il
veicolo della comunicazione tra
soggetti. Ed è solo attraverso la
corporeità che l’incisione prospetta
un’apertura temporale. Non c’è una
spiritualità diversa da quella prodotta
dal corpo e dalla sua concreta esistenza
reale accanto ad altri corpi. Il corpo
non si disperde nella sua collocazione
spaziale ma produce forma, diviene
valore.
Ciò che più lega la pittura di Janni,
così intrisa di segni pulsionali, di
dense vibrazioni nevrotiche, appena
addolcite dalla magia dei colori, e la
sua scultura, così affollata di
strutture spaziali che aprono scorci di
tempo, momenti di storia, è nient’altro
che il corpo. Il corpo è l’esistenza
reale che cerca interlocutori, spazi di
comunicazione. L’opera di Janni
rappresenta la presenza dell’altro
attraverso intrecci di sguardi, di
figure, di volti, di braccia, di gambe.
È una fisicità impregnata di valori
quella che irrompe dalle sue
raffigurazioni. Il corpo non è degrado,
perdita di forma, ma riscoperta di
significati, costruzione di legami
attraverso figure morbide, penetranti.
Nella sua lucida scrittura metallica,
Janni affida all’ingombranza del corpo
la possibilità di raggiungere forma, di
ricomporre soggettività nel tempo della
disserzione, della decomposizione
dell’io. Oltre ogni semplicistica
polarità tra corporeo e spirituale, la
ricchezza espressiva del corpo serve per
definire luoghi comuni. Janni suggerisce
con perizia che nella condizione
postmodema i possibili incontri possono
essere creati solo a partire dal
riconoscimento delle differenze e dalla
solenne gravità di individualità vive,
energiche, libere.
Non vale l’alibi dell’io diviso, del
soggetto assente, dell’esaurimento delle
metanarrazioni per proclamare l’opacità
irreversibile del tempo, la
precipitazione in una condizione
post-umana. E nemmeno risulta obbligante
il carico delle consuete ratifiche della
dissoluzione della struttura pittorica
per salutare l’incursione inevitabile
nella condizione della post-arte.
Il corpo è un codice a suo modo eversivo
che s’insinua nella postmoderna estetica
del caos e mostra la persistenza della
concretezza sensibile anche nell’età del
virtuale, rivela la consistenza dello
spazio pure nell’universo del non luogo,
dispiega l’essenzialità dell’altro
persino nella dimora del narcisismo.
Con simboli espressi in forme scultoree,
Janni s’interroga nelle sue
raffigurazioni sui grandi temi della
comunità, del soggetto, del tempo. Con
il linguaggio delle forme visive, egli
ricerca un senso oltre la contingenza di
un presente fortemente inospitale e
lacerato.
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* Docente Università “La sapienza” di
Roma, editorialista. |