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Un volto e il tempo
Ritratti e autoritratti di Ennio
Calabria
III
Non è affatto casuale che
contemporaneamente al ciclo dei
ritratti di papa Wojtyla, Ennio
Calabria si applicasse ad alcuni
autoritratti (uno dei quali,
felicissimo, La luce della mente
del 2003, è risultato però
impossibile avere in mostra): per
l’artista si è trattato quasi di uno
spontaneo trasferire ai propri
stessi lineamenti l’impietosa sonda
psicologica e i criteri strutturali
dell’immagine, già impiegati per
fissare quelli del pontefice.
In esposizione, una decina di
autoritratti fino al recentissimo
Viva la pittura (2007),
significativamente scelto come
immagine simbolo della presente
rassegna, attestano l’importanza che
l’artista ha sempre riconosciuto a
questo ambito operativo.
È quindi la volta degli altri:
si tratta di ritratti,
efficacissimi e anche drammatici,
pure dal punto di vista cromatico,
di personaggi pubblici (Benedetto
XVI, l’ex ministro Padoa Schioppa,
il temuto leader iraniano
Ahmadinejad) ma anche ritratti di
celebri figure del passato (Newton,
Berlioz, Croce) che sembrano
delineati quasi sulla base di
evocazioni medianiche. Il termine
non è casuale: questi ritratti
rivelano un fortissimo iato con
quelli degli anni ‘60 e ‘70; iato
che rende subito visibile il
mutamento nel frattempo verificatosi
nell’ambito dell’intera pittura di
Ennio Calabria. Se i primi
appartenevano ad un ambito,
nonostante tutto narrativo, nei più
recenti l’attitudine del pittore
richiama alla memoria quella di un
medium che metta a disposizione le
sue capacità tecniche, affinché
emerga l’immagine, che è la
protagonista della pittura.
Impressionante, anche qui per il
pathos dell’adesione del pittore
alla sua tragica vicenda
esistenziale, è il grande ritratto
di Edoardo Pantani, assunto da
Calabria — come notato da Gabriele
Simongini — alla stregua di una
sorta di icona cristica. L’atto
abituale di aprire le braccia al
traguardo. è trasformato da Ennio
Calabria in una posa da crocifisso.
Celebre trionfatore di gare
ciclistiche, Pantani è invece un
vinto della vita: e posto di fronte
a questa impietosa discrasia, ne
soccombe.
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Mao Pianeta,1968
– Olio su tela, 100x80 |
Un significato tutto particolare
Calabria affida ad un mannello di
ritratti di personaggi anonimi.
Questi si fanno portatori di una
sorta di ossimoro, consistente nella
convivenza di uno spasmodico sforzo
identificativo, attivato da parte
del pittore per catturare la
psicologia di personaggi assunti
appunto come anonimi, e
quindi convenzionalmente privati
proprio dell’identità psicologica,
entro la risacca delle infinite
immagini proposteci senza sosta dai
mezzi di comunicazione.
All’osservatore è dato di accedere,
mediante questi dipinti, nell’ambito
riservato dei lavori in corso; di
assistere ad un processo tuttora in
atto, nel laboratorio più segreto
dell’artista. Ma sarebbe un grave
errore ritenere che questi ritratti
facciano paragrafo a sé, come il
taglio della mostra potrebbe, del
tutto ingiustificatamente
d’altronde, indurre qualcuno a
ipotizzare; essi si inseriscono con
piena coerenza nel percorso
pittorico di Ennio Calabria, in
particolare del suo attuale snodo
operativo. Nel quale il pittore è
impegnato, per usare una sua
icastica espressione, nientemeno ad
una “infrazione del sistema
abecedario del corpo”.
L’osservatore avrà modo di
riscontrare in questi ritratti il
procedimento proprio di Ennio
Calabria, il carattere metamorfico
dell’immagine, a cominciare da
quella umana; il suo emergere
attraverso un darsi e
contemporaneamente un negarsi
all’osservatore. E avrà anche modo
di constatare l’attitudine
dell’artista a strutturare, o, per
meglio dire, a condensare,
l’immagine secondo il tracciato di
guizzi luminosi, di linee
energetiche, dalla cromia risoluta.
Non si tratta di corollari teorici
dell’operazione pittorica, ma del
nucleo stesso del lavoro di
Calabria, cui l’itinerario
speculativo — su cui egli torna ad
insistere con attitudine di loico
affabulatore — sta a cuore forse
addirittura più dello stesso esito
pittorico, e non soltanto perché
cronologicamente lo precede e lo
motiva. “L’identità di un artista
- insiste Ennio Calabria -
risiede nel processo, non nel
racconto”.
Valgano queste parole, che sarebbero
andate a genio al grandissimo Bacon,
da viatico per questa mostra. |