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[...] Il movimento discendente de
La città che scende, cumuli di
brandelli pietrificati dallo sguardo
meduseo della malinconia il cui
riferimento sotteso — lo stesso moto
di inerzia — è ugualmente
quello del Nudo che scende le
scale con cui Marcel Duchamp
irrideva alla mitologia della
macchina. La medesima logica anima i
ritratti, si tratti di Stalin o di
Adenauer, di Rockfeller o di Mao, i
cui volti si delineano “come
fantasmi della storia” a cui
“occorre dare tutte le dimensioni,
lo spessore e le contraddizioni che
i rotocalchi mistificano riducendoli
ad una sola faccia”. Quasi una
vanitas barocca del potere, che
si vorrebbe accostare alla
contemporanea fissità delle icone di
Warhol solo per evidenziarne il
procedere opposto: di riduzione alla
immobilità seriale dello stereotipo
per il primo, di restituzione della
complessità sfaccettata dei
personaggi per il secondo. [...]
(Il pro e il contro. Una situazione
dell’arte italiana negli anni
sessanta,
presentazione al catalogo della
mostra, Convento del Carmine,
Marsala, 2003 electa Napoli).
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