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[...] Neppure mancano, in questi
anni Sessanta, opere che dire
ritratti sembrerebbe riduttivo,
meglio potendole definire simboli
complessi nelle loro struttura
morfologico-compositiva. Facciamo
riferimento, ad esempio al
Ritratto di Stalin, di Nerhu,
di Adenauer, di De
Gasperi. Una scelta di
personaggi che è troppo reiterata,
nel suo specifico, per essere
casuale. Per tutti si dirà del
Ritratto di Stalin. È da poco
trascorsa l’epoca del XX congresso
che ha demonizzato le barbarie del
dittatore. E Ennio Calabria
interpreterà le sembianze di quello
come fossero di un demone.
Basterebbe osservare le
mefistofeliche protuberanze ai
limiti della fronte che certo non
sono della stessa natura di quelle
del michelangiolesco Mosè. Di
undici anni precedente il famoso e
discusso Ritratto di Stalin
di Picasso: artista col quale
volenti o nolenti, si debbono
obbligatoriamente fare i conti.
[...] In tal modo quel corpo
traccerà, per l’intera tela, una
obliqua (che, possiamo dire, sorta
di costante in quella creatività):
che il pittore rinvigorirà col gioco
delle luci e delle ombre, per questa
via evidenziando ogni perversa
latenza. Allo stesso modo in cui
l’ambiguità esistenziale verrà
suggerita dalle pulsioni deformanti
che Ennio Calabria avrà maturato e
mutuato, facendole proprie, dalla
recente esperienza figurativa
europea. Il volto evidenziandosi per
improvvisi rialzi timbrici, nella
costanza di un’ombra diffusa ed
avvolgente, mentre un chiarore
segnerà la robusta opulenza del
corpo. [...]
(Ennio Calabria. Un gioco nel vento.
1986
Edizioni della Luna, Galleria
Lombardi, 1986).
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