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[...] Il soggetto del papa è quindi
il primo passo di questa ricerca
sulla condivisione?
Anche. Ho sentito il bisogno di
tornare a lavorare su questo tema,
ne farei altri dieci... Il papa è un
luogo della collettività, uno dei
pochissimi in un’epoca in cui non
c’è più una società che ti porge
l’iconografia come avveniva una
volta, quando un committente poteva
chiedere una crocifissione. In
sostanza il papa come soggetto mi
permette di cogliere una grande
quantità di implicazioni emotive del
presente, ma anche del passato e
forse del futuro. La mobilitazione
delle passioni consente all’uomo e
al suo pensiero, per un attimo, di
sottrarsi alla dipendenza del tempo
lineare e alla sua consecutio: da
una parte c’è la morte, dall’altra
la vita, da un lato la libertà
dall’altra il limite. E invece è
importante poter accedere a una
dimensione in cui gli opposti,
inconciliabili nel tempo lineare,
trovano un punto di contatto se non
addirittura di sovrapposizione.
Guarda il lavoro su Pantani ad
esempio: in questo caso il trionfo e
la morte non si negano l’un l’altro.
Il trionfo appare sul filo del
rasoio con l’annientamento e quindi
sostanzialmente è un’immagine sulla
fragilità. Ecco questo è il
contenuto che regge all’erosione del
regime di relatività alto. [...]
Dato il processo, l’immagine del
papa è qualcosa che va al di là di
un semplice simbolo del nostro
tempo.
Io semplicemente mi pongo davanti al
papa, sento che devo dipingerlo.
Naturalmente non so il perché. Può
darsi pure che curvo com’è mi
ricordi mia nonna e non lo so. In
passato per esempio, partendo dal
volto di mia nonna ho dipinto il
ritratto di Adenauer e un sacco di
altri personaggi. Comunque anche la
formulazione di questo soggetto
rientra nella dinamica che ti ho
descritto: da quando entri in
simbiosi con gli oggetti esterni,
non li percepisci più. non li
controlli più, ti sfuggono. Ma
sfuggono anche alle categorie del
soggetto precedente che nel
frattempo non è sparito, si è
soltanto ridotto e specializzato
nella dimensione pragmatica della
società. Io sto parlando invece
della dimensione complessa. La
dimensione pragmatica non ha bisogno
di nulla: quello che ero sono e con
gli oggetti ho un rapporto d’uso e
non di scambio. Il problema si pone
nella dimensione complessa: perché
non riesco a fermare la mia mente su
un oggetto anche se quell’oggetto lo
vivo, lo uso? Perché l’oggetto è
entrato dentro e ha messo in moto
dei meccanismi che ignoro. Chi
dipinge, da questo punto di vista, è
un po’ come una donna che piange
perchè ha dei presentimenti. Poi c’è
l’opera, che di fatto, data la sua
definizione, appartiene alla storia.
Ma il problema vero di un’opera nata
così sta nel suo significato,
raggiungibile soltanto modificando i
codici di lettura. [...]
(Intervista all’artista, dal
catalogo della mostra Ennio
Calabria. La forma cerca forma -
verso le cose, Reggia di
Caserta, 2004). |