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[...] Parli di una nuova identità
come se si trattasse di una seconda
nascita, mi pare di capire. Questa
ricerca comprende anche l’incontro
spirituale con Giovanni Paolo II, di
cui hai fatto straordinari ritratti?
Si tratta, in qualche modo, di un
primo approdo. Per me il papa ha
rappresentato uno spazio in cui sono
caduto dentro e che assume valore
iconografico. Non riguarda soltanto
me, naturalmente...
Perché è legato alla statura del
pontefice?
Giovanni Paolo II è portatore di una
verità inconfutabile, secondo me,
che è rappresentata da questa
trasversalità usurata del corpo, dei
gesti. Si tratta di un momento di
verità umana in mezzo alla finzione,
perfino alla finzione del rito, in
qualche modo... In sostanza, io l’ho
sentito come un autentico
riferimento iconografico condiviso
collettivamente e che non ha un
rapporto esterno, di tipo
istituzionale, ma che salda una
comunicazione interna profonda. La
società, attraverso il volto del
papa, mi ha offerto una iconografia
per cominciare a dipingere di nuovo
la realtà. Ho sempre dipinto
ritratti di questo tipo e li ho
sempre sentiti come uno spazio che
raccoglieva milioni di persone.
Ricordo la mostra alla Galleria
Lombardi in via del Babbuino a Roma
e la successiva conferenza
all’Archivio centrale dello stato.
C’è una straordinaria poesia nella
tua maniera di rappresentare la
sofferenza del pontefice, un lirismo
ricco d’interiorità e di
drammaticità...
Proprio in questi giorni, sto
elaborando un’immagine che è
rappresentativa di questo percorso.
Quando dipingevo i ritratti dei
grandi leader dell’umanità, politici
e spirituali, come Giovanni XXIII,
Mao Tsedong, Antonio Gramsci, Albert
Einstein, Ho Chi Min, Ernesto Che
Guevara, io li sentivo come grandi
contenitori degli umori della
società. Mi identificavo con il
sentimento popolare, capisci. I
ritratti di Giovanni Paolo II sono
un ritorno a quell’esperienza, ma
vissuta all’inizio della mia nuova
condizione. Marcel Proust diceva:
“Non liquidate la cattiva musica
eseguita da milioni di persone”,
perché quando una melodia è
canticchiata, fischiettata per le
strade e sui luoghi di lavoro è
qualcosa che appartiene a tutti.
Proprio in queste parole esiste la
sintesi di quello che io chiamo
fattori collettivi. Bisogna rifarsi
ai pilastri portanti, a quei
soggetti che rappresentano una
sintesi dell’umanità per entrare in
comunicazione con il proprio tempo.
[...]
(Intervista all’artista Ennio
Calabria, teorico e pittore della
realtà, “L’Albatros”,
Luglio-Settembre 2005) |