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Al
Mas di Giulianova:
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“Ruggero Savinio”
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Dal 28 marzo al 30 maggio 1999
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Opere dal 1986 al 1998
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Si ringraziano i collezionisti e le gallerie che hanno prestato le
opere per questa esposizione;
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Massimo Cacciari e l'editore
Marsilio per aver concesso il
testo L'ombra pubblicato
in catalogo;
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Roberto Schiavone, autore del
film Stanze prodotto da
Ferzaco;
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Enrica Mazzi per la gentile
collaborazione.
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Ruggero Savinio
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La Molla,
1990.
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Olio su tela, 160x139,5 cm.
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Collezione privata, Monza.
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E’ il primo di due quadri molto simili dipinti
nella casa di Cetona. La Molla è appunto
il nome della casa. Significa:
bagnata. All’autore, che viveva
nella casa in un periodo di ansia e
cambiamento, aveva fatto pensare allo
strumento meccanico. Dietro la finestra
aperta s’intravede il monte Cetona, che
è un po’ il nume tutelare dei luoghi. La
dedica a Vuillard vuole essere un
omaggio a un pittore che ha saputo
portare le immagini d’intimità domestica
a un’altezza monumentale e a volte al
vero e proprio dramma. |
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Ruggero Savinio
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La conversazione di Burano,
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o la Tempesta,
1995.
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Olio su carta intelata, 150x130
cm.
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Collezione privata, Roma.
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Ancora il tema della conversazione, ambientato
questa volta davanti al piccolo lago di
Burano, in Maremma, visto dalla casa che
l’autore abitava con la famiglia durante
l’estate. Il quadro porta memoria di
certi idilli di un pittore molto
amato dall’autore, Hans von Marées,
oltre che del capolavoro di Giorgione
alluso nel titolo. |
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Comitato
Direttivo del
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Museo d’Arte
dello Splendore di Giulianova -TE-
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Padre Serafino Colangeli
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Presidente Piccola Opera
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Antonio Ragionieri
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Presidente MAS
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Carlo Di Maurizio
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Vice Presidente MAS
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Osvaldo De Fabis
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Direttore
Responsabile
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Gabriella
Magazzeni
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Pubbliche
Relazioni
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Delegato della provincia
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P.P Cappuccini
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Gigino falconi
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Domenico Rega
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Consiglieri
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Antonella Basile
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Amalia Bianchetto
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Marialuisa De Santis
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Segreteria
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Comitato Scientifico |
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Enzo
Di Martino
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Direttore artistico
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Marilena pasquali
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Storico dell'arte e Responsabile Museo Morandi, Bologna
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Alfredo Paglione
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Operatore culturale
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Gianfranco Bruno
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Storico dell'arte e Direttore Accademia Ligustica, Genova
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Carlo Pirovano
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Storico dell'arte
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Con il patrocinio di:
Regione Abruzzo,
Provincia di Teramo,
Comune di Giulianova
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Terra e cielo
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Nicoletta Pallini
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Con gli Istmi, il ciclo di dipinti di questi
ultimi mesi ed esposti ora per la prima volta, il gesto
di Ruggero Savinio si è fatto più ampio, si è dilatato
in una promessa di infinito e in un desiderio di spazi
nuovi. L’artista è uscito all’aperto — e non solo in
senso figurato — ed è come se si fosse scoperto per
riuscire a scoprire altri frammenti di sé e di tutto
quanto lo circonda.
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Non vi è quel senso nostalgico del passato che si
avvertiva costante nei suoi lavori più antichi. In
queste opere si sente invece, fortemente, una energia
rinnovata dove persino il sentimento acuto di mistero,
di sospensione e di attesa a cui ci ha abituati nel
corso degli anni, appare in un certo qual modo attutito,
quasi pacato.
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Gli Istmi sono dipinti di luce e di ombre
colorate, più fluide, meno spesse e in un certo modo
meno inquietanti di quelle che hanno dato vita,
peraltro, a opere fondamentali della sua ricerca, come
La Molla di sera, le Rovine o il ciclo
stesso delle Conversazioni. Anche la tavolozza si
è fatta più netta, più chiara e luminosa, più diurna e
meno notturna, dominata come è da blu e da turchini
incandescenti che si sovrappongono in piani paralleli e
che danno il senso della incommensurabilità
dell’infinito di fronte al finito.
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Vi è una differente musicalità in questi olii e in
queste carte dove compaiono figure isolate su bracci di
terra che preludono al mare e di fronte alle quali,
accostandosi, si può persino avvertire l’eco del vento e
il fragore di onde lontane. Come avviene con certe
conchiglie raccattate sulla spiaggia.
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Altre muse dominano queste opere recenti e sono figure
femminili addormentate o in attesa o di spalle che
paiono sirene fatte di salsedine e che, nel loro stare
così immobili, non hanno abbandonato, per una sorta di
incantesimo, la loro fisica corporeità e la loro natura
più umana che mitica.
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E negli Istmi vi è ritratto naturalmente anche il
pittore, protagonista consapevole di un altro dialogo
dove i nuovi interlocutori sono la terra, il cielo,
l’acqua ma anche la scoperta di un altro senso, più
fisico che simbolico, più reale che platonico.
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Ora Ruggero Savinio si è sdraiato fuori, all’aperto, per
terra, e ascolta ancora più da vicino la natura. Ma non
si tratta solo di quella “natura naturante” che ha
invaso il suo cammino più volte e che spesso lo ha anche
costretto a voltarle le spalle, ma di quella “phusis”
interiore e nascosta, più privata e intima che balza
evidente nel semplice gesto di una totale accettazione.
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E’ la natura profonda della sua anima poetica.
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Ora Ruggero Savinio è come colui che sta, come il
viandante e Odisseo che dopo un lungo cammino, a piedi,
a nuoto, di corsa e ansimante, ha raggiunto il suo
porto, compiendo lo stesso percorso di un fiume che
infine trova il mare, scivolando fra l’erba alta di
sterpi essiccata dal sole, sgusciando e riemergendo fra
le zolle di terra che giacciono ai piedi di ulivi e di
mirti.
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Nelle opere di questi ultimi dieci anni, la pittura di
Ruggero Savinio sta compiendo il suo viaggio di
narratore solitario attraverso le ombre per arrivare
alla luce.
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Itinerario non certo facile se si pensa al valore che
l’artista ha sempre riconosciuto all’ombra come “luogo
stesso della pittura”.
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“Quello che si chiama ombra — ha scritto — e ammanta le
figure e da cui le figure emergono da una caligine
pronta a ringhiottirle nel suo nero, che ne mangia i
contorni e ne smussa la plastica certezza, è il luogo
stesso della pittura, il fondo mitico da cui le figure
si svincolano a fatica, per strade tortuose e difficili,
e dal quale non riusciranno mai, se non in modo
tendenziale e utopistico a svincolarsi del tutto.”
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In effetti, nei dipinti che precedono i suoi lavori
recenti, le figure, come anche i paesaggi, nascevano
proprio da queste ombre spesse e misteriose, in grado di
sprigionare intensi bagliori e di dilatare, con la loro
realtà fisica e materica, tangibile e consistente, cose
e persone, luoghi e paesaggi, di delinearne i contorni,
di sfumarne i lineamenti, di creare quella singolare
sospensione e incertezza. Sono ombre squarciate da neri
antichi e possenti, abitate da un pensiero senza tempo,
abissi di una realtà lontana popolata di poeti e di
muse, di eroi, di viandanti e di semplici mortali, di
rovine archeologiche in cui un sentimento soffuso di
irrefrenabile malinconia fa da costante sottofondo. Nei
lavori di allora, dei primi anni Ottanta, c’è un filo
sottile di una nostalgia antica, il sentimento acuto di
una assenza e di una perdita che solo la poesia e il
costante richiamo ad essa sembrava in grado di sanare.
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Nella pittura misteriosa e profonda di questo artista
singolare, sotto quei cieli gravidi delle sue splendide
Conversazioni sui colli romani e toscani che
ricordano i romantici tedeschi e dove si fondono assieme
al paesaggio rovine antiche e personaggi viventi, si
intuiva un senso di attesa, un desiderio forse non
ancora confessato di quiete.
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Oggi è lo stesso colore, caldo e brillante, fatto sempre
di una materia guizzante e polimorfa, densa di
sgocciolature, aggrovigliata e agglutinante come un
linguaggio antico dove segni, pensieri, stati d’animo si
rincorrono dettati automaticamente da una spinta
interiore, a invitare alle grandi aperture di uno spazio
infinito sotto il quale e nel quale Ruggero Savinio si è
collocato, sta e contempla, senza cessare di
interrogarsi sul senso profondo del tempo e della
memoria, ma senza chiudere gli occhi o schermarli per la
luce troppo forte del sole e del cielo.
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Ci sono meno urgenze in queste pose supine e naturali,
in questi gesti di quieto abbandono che potrebbero far
pensare ad Anselm Kiefer, l’artista tedesco che come
Ruggero Savinio ama la forza lucida di Rainer Maria
Rilke, la poesia di Hölderlin e di Novalis, la fisicità
della materia.
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Sembrerebbe raggiunto, ora, un percorso circolare che
rispecchia un aforisma di Friedrich Hölderlin caro
all’artista: “l’arte è il passaggio dalla natura alla
cultura e dalla cultura alla natura”.
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E tale passaggio, nel tempo, è avvenuto armoniosamente,
quasi come una conseguenza logica e naturale di fronte
all’irrompere di nuove emozioni e di sentimenti mai
provati. Si potrebbe allora dire che nel caso di Ruggero
Savinio l’arte è dunque il passaggio dalla natura alla
cultura e dalla cultura alla natura attraverso la vita.
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Prima di intraprendere il suo viaggio verso gli
Istmi, il pittore ha dovuto attraversare altri
spazi, abbeverarsi ad altri paesaggi, ha dovuto
soffermarsi all’interno di numerose Stanze
grondanti bagliori aranciati e illuminate da giocattoli
abbandonati dove immobili figure di numi tutelari
governano una intimità privata e domestica. E’ rimasto
folgorato e quasi attonito di fronte alla solarità di
Giardini profumati e rigogliosi dove campeggia la
figura del bambino innocente e trionfante. Ha aperto di
fronte a sé altre Porte che a loro volta
introducono a oscurità e luce, a nuovi misteri e ad
altri silenzi. Ha varcato numerose soglie.
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Ed è arrivato qui, sull’istmo, su questa striscia di
terra che invita al passaggio.
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