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Al
Mas di Giulianova:
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“Ruggero Savinio”
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Dal 28 marzo al 30 maggio 1999
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Opere dal 1986 al 1998
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Si ringraziano i collezionisti e le gallerie che hanno prestato le
opere per questa esposizione;
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Massimo Cacciari e l'editore
Marsilio per aver concesso il
testo L'ombra pubblicato
in catalogo;
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Roberto Schiavone, autore del
film Stanze prodotto da
Ferzaco;
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Enrica Mazzi per la gentile
collaborazione.
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Ruggero Savinio
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Stanze,
1997.
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Olio su tela, 120x100 cm.
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Collezione privata, Roma.
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Questo quadro fa parte di una serie iniziata
l’anno precedente nella casa di Capalbio.
La forma chiara sopra l’uscio è una
testa di gesso dell’Ercole Farnese che
l’autore si è trascinato dalla casa di
Milano nelle sue varie abitazioni.
L’interno con figure, in forza di un
colore acceso, giallo arancio che
riprende certe tonalità già praticate
dall’autore alcuni decenni prima, vuole
innalzare il sentimento d’intimità
domestica a una certa sacralità da
antica pittura. |
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Ruggero Savinio
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Spiaggia,
1998.
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Olio su tavola, 80x60cm.
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Collezione privata, Roma.
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Il personaggio rappresentato qui, sorta di
autoritratto, si muove su una spiaggia
vuota, ricordo delle spiagge maremmane
frequentate talvolta d’inverno. Il gesto
che compie, privo di un vero
significato, testimonia l’interesse del
pittore per i gesti che la pittura
rappresentava, e che, per una sorta di
ammutolimento moderno, non rappresenta
più tranne che in pochi artisti. Uno di
questi è un altro pittore segreto,
autore di una serie straordinaria di
autoritratti sulla spiaggia, a volte in
compagnia di un bambino: Christian
Bérard. Anche a lui si è voluto rendere
qui un omaggio. |
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Comitato
Direttivo del
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Museo d’Arte
dello Splendore di Giulianova -TE-
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Padre Serafino Colangeli
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Presidente Piccola Opera
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Antonio Ragionieri
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Presidente MAS
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Carlo Di Maurizio
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Vice Presidente MAS
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Osvaldo De Fabis
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Direttore
Responsabile
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Gabriella
Magazzeni
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Pubbliche
Relazioni
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Delegato della provincia
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P.P Cappuccini
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Gigino falconi
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Domenico Rega
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Consiglieri
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Antonella Basile
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Amalia Bianchetto
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Marialuisa De Santis
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Segreteria
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Comitato Scientifico |
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Enzo
Di Martino
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Direttore artistico
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Marilena pasquali
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Storico dell'arte e Responsabile Museo Morandi, Bologna
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Alfredo Paglione
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Operatore culturale
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Gianfranco Bruno
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Storico dell'arte e Direttore Accademia Ligustica, Genova
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Carlo Pirovano
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Storico dell'arte
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Con il patrocinio di:
Regione Abruzzo,
Provincia di Teramo,
Comune di Giulianova
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L'ombra
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Massimo Cacciari
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I pittori moderni — scriveva Hans von Marées a Konrad
Fiedler — considerando l’immagine un punto di partenza e
non d’arrivo perdono di vista l’essenziale e mettono in
primo piano l’inessenziale.
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E’ un’idea sulla quale Ruggero Savinio ritorna
costantemente — un’idea “di peso”, profonda, come,
appunto, le immagini di cui egli vuole essere “fabbro”.
Dalla forma, dalla immagine, attraverso la loro
analisi, attraverso la loro vivisezione, a
volte, via via risalendo il cammino della loro genesi,
sperimentando o immaginando le loro inattuate
possibilità (la “grande mole” dei tentativi falliti),
ricomponendole in modo “inaudito” o astraendole affatto
da ogni relazione col terreno, col “retinico” — sì, così
appare la poiesis della pittura moderna, o forse
dovremmo dire: la poiesis moderna tout-court.
Ma come produrre il contraccolpo? Come
invertire questa storia, che appare davvero destino? E’
pensabile, forse, un puro e semplice ritorno a quella
cultura artistica che von Marées rappresentava? Possiamo
dimenticare o mettere tra parentesi la
dissoluzione-analisi moderna della “terraneità”
dell’immagine? Fingere d’essere “ingenui” di fronte a
questo epocale processo? Impossibile, certamente. E da
qui nasce l’arrischio della pittura di Ruggero Savinio:
procedere, sì, all’immagine come essenziale punto
d’arrivo, ma attraverso la storia stessa del suo
dissolversi. Questa storia, in tutta la sua
drammaticità, va ritrovata, custodita, salvata
nella figura. La forma “finale” non ne rappresenta
affatto il superamento, e tantomeno la negazione. Può
darsi oggi immagine, spessore e sapore
dell’immagine, solo in quanto essa sappia esprimere il
dramma contemporaneo del proprio dissolversi, la via, e
il periculum, del proprio esistere sull’orlo
della catastrofe.
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A guardare bene, questa “dialettica” non era già affatto
estranea a von Marées, e ancor meno ad altri grandi di
quell’epoca e, direi, di quel “circolo toscano” che
Ruggero Savinio ama quanto li amavano il padre e lo zio
(basti pensare alla materia di cui son fatte
rovine e marine di Böcklin). E’ la stessa “dialettica”
che fin dalle origini intreccia “classico” e
“romantico”: il “classico” non è mai ingenua
rappresentazione dell’immagine compiuta, ma
rappresentazione della sua nostalgia; il
“romantico” non è mai semplicemente ironia che dissolve
la forma, ma vuol essere immagine, messa in immagine, di
una finalità della natura del tutto indipendente dal
soggetto — ovvero, paradossale immagine
dell’essere pura idea della conciliazione tra la
natura e le forme della soggettività.
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Sono, dunque, quelle di Ruggero Savinio, immagini e
figure che vanno interrogandosi, mai “al punto di
arrivo” — ma che si interrogano e procedono in quanto
mosse dall’idea del dichterisch wohnen,
dell’“abitare poeticamente”, dall’idea di un poter
abitare secondo un ritmo che accordi l’uomo e la
sua casa alla terra, al paesaggio, al cielo. Rammemorano
in sé, queste figure, tutta l’esperienza del proprio
dissolversi, tutta la fatica del proprio sgretolarsi.
Troppo disincantate, troppo “sapienti” per potersi
illudere di un “classico” che valga come risposta
al “romantico”. E tuttavia neppure potrebbero
interrogarsi, contraddirsi internamente, riflettersi, se
non presupponessero in qualche modo quella idea:
che può “accadere” l’abitare, che anche questo possibile
è dato — e che esso deve poter essere mostrato anche nel
peso, nelle risonanze, nei colori della pittura.
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E’ allora la stessa Musa a meditare sulla Rovina; è lo
stesso sguardo della dea che raccoglie le materie, le
luci, le voci delle forme disfatte. La malinconia
della dea non esprime semplicemente questo disfarsi, ma
lo ripone in sé e proprio così ricordandolo lo “salva”.
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La Rovina non è sola, abbandonata, ma meditata e
ricordata. La Musa attende ancora qualcosa dalla Rovina;
il silenzio della Rovina è per lei ancora una promessa.
La Conversazione tra Musa e Rovina riappare in
quella che uomini e donne arrischiano tra loro. Le
parole che si scambiano sono impercettibili. Solo quando
il loro viaggio è viaggio di nozze giungono
appena a sfiorarsi. La distanza ne misura i
rapporti. Ma proprio nella distanza le loro figure si
commisurano, tentano e ritentano (impossibili?) armonie.
Sognano, a volte, di età dell’oro. Sognano e
subito si “disincantano”. Ma il loro disincanto è sobrio
quanto lo era il sogno.
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Il paesaggio della Conversazione è agitato,
“sublime” a volte (il grande Albero!), e cioè
estraneo alla distanza che unisce e divide quelle figure
(l’opposto del paesaggio della Colazione sull’erba
di Manet, l’opposto metafisico del paesaggio
impressionista — quello della Tempesta, invece ?)
— eppure è anche Wunsch Landschaft, paesaggio che
non solo custodisce la memoria, la Rovina, ma la cui
visione rinnova il desiderio dell’accordo che manca,
di quel “poeticamente abitare” che non è dato e che
tuttavia ci “muove”.
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Serale è l’ora di queste figure. Quando fa
silenzio — e cioè le voci vanno spegnendosi, ma i loro
colori risuonano ancora. Quando la notte scende e se ne
avverte ancora il movimento, il suono. Questo è il tempo
dell’ascolto. E dedicate all’ascolto appaiono le
figure della Conversazione di Ruggero Savinio.
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Ma è anche il tempo dell’Ombra. E tutta l’opera di
Savinio ne è ascolto e ricerca, come testimonia anche il
suo scritto più bello, Dalla pane dell’ombra. E
non si tratta del gioco tra luce e oscurità, ma
dell’essenza chiaroscurale di ogni colore in sé;
non qui la luce e là l’ombra, ma l’ombra immanente alla
luce, “compromissione” reciproca — così come non si dà
parola se non dal silenzio, e non si dà ascolto se non
scende il silenzio.
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Nell’ombra convergono quel dissolversi dell’immagine che
la Musa “ricorda” e il desiderio di abitare che le
figure silenti indicano nella loro stessa distanza. Al
fondo dell’ombra è custodito questo possibile. E perciò
è necessario averne cura infinita.
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Potrebbe così essere segno di tutta l’opera di
Ruggero Savinio questa somma poesia di Paul Celan:
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Parla anche tu,
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parla per ultimo,
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di’ la tua sentenza.
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Parla—
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Ma non dividere il No dal Sì.
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Da’ alla tua sentenza anche il senso:
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dalle l’ombra.
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Dalle ombra bastante,
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dagliene così tanta,
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quanta sai attorno a te ripartita tra
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mezzanotte e mezzogiorno e
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mezzanotte.
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Guarda attorno:
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vedi, come diventa viva in giro—
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Presso la morte! Viva!
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Verità dice, chi dice ombra.
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Da Ruggero Savinio opere 1957-1997,
Venezia, Marsilio, 1997. 23
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