Al Mas, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova: “Ruggero Savinio, opere da 1986 al 1998 A cura di Nicoletta Pallini Clemente. Dal 28 marzo al 30 maggio 1999.
 
 
Al Mas di Giulianova:
“Ruggero Savinio”
Dal 28 marzo al 30 maggio 1999

Ruggero Savinio

Opere dal 1986 al 1998
Si ringraziano i collezionisti e le gallerie che hanno prestato le opere per questa esposizione;
Massimo Cacciari e l'editore Marsilio per aver concesso il testo L'ombra pubblicato in catalogo;
Roberto Schiavone, autore del film Stanze prodotto da Ferzaco;
Enrica Mazzi per la gentile collaborazione.
 
 
Opera di Ruggero Savinio
Ruggero Savinio
Porta, 1998.
Olio su tela, 160x110 cm.
Collezione privata, Roma.

Il tema della porta, trattato dapprima per accompagnare la raccolta poetica Chi varca questa porta di sua moglie Annelisa Alleva, è stato accostato dall’autore a certe immagini di false porte viste nelle tombe egiziane, e, soprattutto, ad alcuni quadri di Joseph Sima sul tema del passaggio, intitolati Orphée. A Sima, grande pittore segreto, l’autore ha voluto dedicare questo quadro.

Comitato Direttivo del
Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova -TE-
Padre Serafino Colangeli
Presidente Piccola Opera
Antonio Ragionieri
Presidente MAS
Carlo Di Maurizio
Vice Presidente MAS
Osvaldo De Fabis
Direttore Responsabile
Gabriella Magazzeni
Pubbliche Relazioni
 
Delegato della provincia
P.P Cappuccini
Gigino falconi
Domenico Rega
Consiglieri
Antonella Basile
Amalia Bianchetto
Marialuisa De Santis
Segreteria
Comitato Scientifico
Enzo Di Martino
Direttore artistico
Marilena pasquali
Storico dell'arte e Responsabile Museo Morandi, Bologna
Alfredo Paglione
Operatore culturale
 
Gianfranco Bruno
Storico dell'arte e Direttore Accademia Ligustica, Genova
Carlo Pirovano
Storico dell'arte
Con il patrocinio di:
Regione Abruzzo, Provincia di Teramo, Comune di Giulianova
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Istmo
 
Ruggero Savinio
 
Disegnando a caso col pennarello, senza nessuna predeterminazione, l’istinto mi porta a scandire lo spazio, a chiuderlo, a raccoglierlo. Lo spazio è, stavolta, uno spazio aperto, non è più quello chiuso delle Stanze, dove la sola apertura era, in un caso, l’apertura di una porta sul buio di un interno, e nell’altro quella di una finestra sul buio della notte. Uscire all’aperto è un bisogno quasi fisico. Abbandonare i luoghi chiusi domestici, togliermi di dosso il loro vischio dolce e tremendo. Però la scansione e la chiusura dello spazio di nuovo rinserrano le figure.
Sono figure nel paesaggio; anzi, figura, perché questa volta evito di riunirle a coppie, a gruppi. Nessuna conversazione si svolgerà qui, ma solo una muta contemplazione del paesaggio. Lo spazio del paesaggio, per un ordine che presiede al mio modo di tracciarlo, è scandito in quattro piani sovrapposti. Il primo piano, dove si trova la figura; una striscia mediana molto scura e addirittura nera — striscia di mare? Così l’immagino, infatti ; una striscia di terra e una striscia di cielo sovrastante. Uno spazio semplificato, appiattito, ridotto alla sua nuda superficie. Un modo inconsapevole, forse dettato da un mio naturale primitivismo, di evitare profondità e circonvoluzioni. Eppure, anche su questa scena così priva di illusionismo, una recita si svolge. Una figura sta isolata su una proda davanti al mare, in vista di un altro mare da cui la separa una striscia di terra. Per nominarla, penso alla parola istmo. La rigiro nella mente. Istmo vuol dire lingua di terra che unisce e separa, un duro ostacolo che bisogna passare per arrivare di là. Credo che la parola, con quel tanto di greco e di sentimentale, sia presente in Hölderlin, forse come titolo. Non la trovo, ma in ogni modo mi fa pensare a lui. Il pensiero di Hölderlin, forse, presiede alla scelta del colore, un colore netto, chiaro e luminoso, seppure nei disegni solo immaginato, e nei quadri contaminato di cromatismi più forti e barbari.
In ogni modo, la parola istmo racchiude senso e situazione dell’immagine, e le dà il titolo. Sono contento del titolo, che promette una lunga serie di dipinti orientati. Mentre insisto sul terna, dipingo un quadro dopo l’altro il primo, quello che ha dato avvio alla serie, tratto da una fotografia scattata da Anna: io sdraiato su una spiaggia sassosa in una posa mia abituale, supino, una gamba poggiata sopra l’altra flessa; dietro, il mare di Rodi chiuso in fondo dalla striscia della costa turca — mi visitano i pensieri connessi alla situazione rappresa nella parola istmo. Presenti in molte narrazioni e immagini, da Senofonte a Dario, seppure separazione e varco fosse qui il mare e non la terra. Chi frustava il mare per rabbia che gli fosse ostacolo? O penso a uno scrittore che amo, Julien Gracq di Le rivage des Syrtes. Così vado girando intorno alla parola che ha suscitato i quadri, e i disegni si accumulano, nascono l’uno dall’altro. Poi, un giorno, nel marasma dello studio, rimetto le mani su un quaderno sepolto, e risfogliandolo vedo una parola sanscrita appuntata con l’indicazione del suo significato: paramita: l’altra sponda raggiunta.
Dunque, passaggio. Ma se, più resistente alla suggestione delle parole, alla loro sonorità, in questo caso a quella della parola istmo alonata di tanti significati e memorie, fossi ricorso a un semplice canale — come d’altra parte mi capitò d’intitolare certi quadri molto molto giovanili, quando inseguivo un gioco di riflessi nei canali, appunto, di Viareggio — avrei tolto al passaggio un po’ del suo eroismo. La sponda che si vede di là dal mare, sebbene ignota, sarebbe un lembo di terra fidata su cui poggiare i piedi una volta raggiunta. L’altro mare invece, da cui l’istmo ci separa, avrà l’irrequietezza infida del mare, ci destinerà a una nuova insicurezza, nel caso estremo e più eroico, a una dantesca navigazione odisséa. E poi, se proprio voglio tenermi all’istmo, parola e immagine, dovrò aggiungere un piano ai quattro scalati sul quadre: quello del mare di là, che la figura guata dalla sua proda affacciata su questo mare qui.
Naturalmente, posso immaginarmi che dietro il lembo di terra in fondo, fra terra e cielo, invisibile, una striscia di mare ci sia, ma questo mi ricorda certi espedienti buffi, come quello del Passaggio del Mar Rosso, quando gli ebrei sono già passati, il mare si è ritirato e gli egiziani non sono arrivati ancora. Allora, penso, teniamoci questo titolo istmo, se questo titolo ci piace, e soprattutto ci dà un sentimento di pienezza sensata. Meglio non analizzarlo troppo, al di là della sua risonanza, per non incappare in insensatezze a inseguirne il senso, appunto, narrativo o simbolico.
Come conclusione, o al modo di una conclusione possibile, penso che le immagini non devono cercare una plausibilità narrativa o simbolica. La pittura non è né narrazione né simbolo. Se di fronte a questi quadri mi è venuta in mente la parola istmo, questa può contenerne a suo modo il senso. Seppure non è possibile darne una compiuta descrizione, il senso avrà a che fare con situazioni e sentimenti diversi e intricati. Sosta contemplativa e attesa; costrizione e anelito; fiducia e paura... Situazioni e sentimenti vari e forse inesauribili, come quelli che abitano in tante opere dipinte, e al di là di ogni enigma simbolico, rendono, per esempio, così misterioso un quadro come L’imbarco per Citèra. Situazioni e sentimenti emotivi, e anche sensibili, perché connessi alla presenza fisica dell’immagine, che, nel mio caso, ho creduto di riassumere, o meglio, rapprendere nella parola istmo.
Poi mi è successo di mostrare questi quadri a Zeno, venuto a Roma e condotto nel mio studio. Con naturalezza Zeno ha detto la parola che traduce al meglio le immagini, e senza nessun alone poetico o allontanamento mitico: stretto. Che queste immagini rappresentino, infatti, degli stretti lo avevo sempre pensato, ma, stranamente, me n’ero impedita la parola. Ad suo posto mi era venuta quella, più evocativa, istmo. Adesso, suggerito da Zeno, stretto mi sembrava più convincente, e proprio per la sua povertà. Sentivo la forza costrittiva della cosa e della parola che l’esprime: qualcosa che serra oltre a separare. Stretto, che stringe, e conduce, lungo una vertiginosa catena semantica, dalla necessità di ananke alla stretta dell’angoscia.
In questi quadri una figura sta, supina, seduta e vista di tergo, o bocconi, davanti a un paesaggio. Una striscia d’acqua scura chiusa da alte rocce. In tutti avevo caricato i colori fino al massimo dell’intensità, cercandone talvolta il risalto per una irradiazione da un fondo di velluto nero. Così il paesaggio, anzi quello che a chiamarlo paesaggio si confina in un che di naturalistico da cui sono lontane queste stesure di colore svincolate da ogni rappresentatività, ha senso solo come risonanza.
Ecco che mi ricorre ancora questa parola allusiva di una qualche musicalità, cioè di un linguaggio di suoni privo di ogni funzione denotativa, ma concluso nella sua propria manifestazione. Che cosa risuona, dunque, nella pittura? Il suo stesso significato, non portato da alcuna ulteriorità ma implicito nell’apparire stesso dell’immagine. Non tanto, allora, un quadro, prima di essere …ecc, sarà una superficie.. ecc..., ma esso sarà tanto più paesaggio, figura, interno ecc. quanto meno essi vi saranno descritti, ma di essi si udrà, per così dire, soltanto il suono. Ridurre la pittura a musica era un sogno della modernità, anzi il suo sogno. Ma qui non si dice di nessuna crescita di purezza per una crescente sparizione della figura. Proprio, invece, di massima vicinanza alla figura, spogliata dei connotati di mera descrizione. Infatti i pittori, nel loro linguaggio, dicono spesso descrittivo un che d’insoddisfacente per quanto sembra loro lontano dal punto di perfetta rassomiglianza che vogliono cogliere. Nessuna iconoclastia, ma anzi proprio l’icona. L’icona che non soltanto espone, ma contiene la presenza dell’Altro. E qui la maiuscola non vuole introdurre a nessuna trascendenza ma, anzi, riconoscere l’invalicabile assolutezza della nostra immanenza.
 
     
     

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