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Al
Mas di Giulianova:
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“Ruggero Savinio”
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Dal 28 marzo al 30 maggio 1999
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Opere dal 1986 al 1998
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Si ringraziano i collezionisti e le gallerie che hanno prestato le
opere per questa esposizione;
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Massimo Cacciari e l'editore
Marsilio per aver concesso il
testo L'ombra pubblicato
in catalogo;
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Roberto Schiavone, autore del
film Stanze prodotto da
Ferzaco;
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Enrica Mazzi per la gentile
collaborazione.
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Ruggero Savinio
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Fortuna,
1987.
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Olio su tela, 170x137 cm.
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Collezione privata, Monza.
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Fa parte di una serie di quadri con figure
antiche, panneggiate e atteggiate,
spesso desunte, come anche in questo
caso, dalla statuaria antica. L’autore
ricorda le visite ai musei, a Roma, che
accompagnavano il lavoro su questi
quadri, ma vorrebbe allontanare un
sospetto: quello di una propensione
classicista assolutamente lontana dalle
sue intenzioni. Quello che compare in
questi dipinti è, semmai, forse un
fantasma del mondo antico. La corrosione
e la febbre sono moderne, ed esprimono
l’ansia di uno sguardo di oggi sopra un
mondo franato da secoli. |
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Ruggero Savinio
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Rovine,
1990.
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Olio su tela, 100x80cm.
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Collezione privata,
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Tronzano Vercellese
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Ancora un quadro d rovine. Il paesaggio è qui il
Ninfeo della Domus Flavia, sul Palatino.
Un personaggio astante, come i
riguardanti della pittura antica e
romantica, è una presenza frequente nei
paesaggi dell’autore, che raramente sono
vuoti di figure. Il grumo azzurro fra i
muri e il suolo riproduce un colpo di
luce sulla fotografia da cui il quadro è
tratto. Il caso ha suggerito la caduta
catastrofica di un lembo di cielo sulla
terra, quasi ad aumentare il senso di
rovina. |
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Comitato
Direttivo del
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Museo d’Arte
dello Splendore di Giulianova -TE-
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Padre Serafino Colangeli
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Presidente Piccola Opera
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Antonio Ragionieri
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Presidente MAS
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Carlo Di Maurizio
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Vice Presidente MAS
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Osvaldo De Fabis
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Direttore
Responsabile
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Gabriella
Magazzeni
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Pubbliche
Relazioni
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Delegato della provincia
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P.P Cappuccini
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Gigino falconi
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Domenico Rega
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Consiglieri
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Antonella Basile
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Amalia Bianchetto
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Marialuisa De Santis
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Segreteria
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Comitato Scientifico |
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Enzo
Di Martino
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Direttore artistico
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Marilena pasquali
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Storico dell'arte e Responsabile Museo Morandi, Bologna
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Alfredo Paglione
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Operatore culturale
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Gianfranco Bruno
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Storico dell'arte e Direttore Accademia Ligustica, Genova
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Carlo Pirovano
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Storico dell'arte
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Con il patrocinio di:
Regione Abruzzo,
Provincia di Teramo,
Comune di Giulianova
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Il fantasma della figura
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Gianfranco Bruno
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La figura, o le figure, si affacciano su di uno scenario
denso, congesto di materia risonante, simili a impronte
emergono come lancinanti presenze dalla partitura di uno
spazio affidato alle profonde qualità evocative della
pittura. La critica, attratta dalle straordinarie doti
letterarie di Ruggero Savinio, che in scritti di grande
intensità espressiva esplicita i motivi salienti della
sua poetica di pittore e rivela l’ampia cultura che vi
sta a fondamento, ne ha tratto motivo per un’esegesi
della sua arte prevalentemente incentrata su modalità
interpretative filosofiche o letterarie. Una lettura
suggestiva, che certamente la pittura di Savinio
ammette, proprio in virtù dello spessore che la
distingue; per il nascere la sua immagine, da una
dialettica continua tra natura e cultura, nello
sciogliersi, queste due grandi passioni di riferimento,
nell’autonomia di un linguaggio che è altro,
però, dai due termini, e scaturisce anzi dal loro
superamento.
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L’azione pittorica di Ruggero Savinio si presenta
infatti potentemente attrezzata al valico senza scampo
cui un’immagine di figura inderogabilmente oggi è
costretta.
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Natura e cultura appaiono in lui metamorficamente
mutuate nell’immagine. La prima è connessa alla
fisicità, all’essere nel mondo — scrive l’artista: “se
chiudiamo gli occhi e volgiamo le spalle alla natura e
alla sua offerta di motivi e di immagini, essa non cessa
però di riguardarci, perché non potremo mai separarcene
del tutto: è lei la linfa che scorre in noi, la forza
che attraverso la verde miccia sospinge il fiore, la
vita dove batte più fonda e muta” — ed è motivo al quale
la cultura oppone il linguaggio, “strumento”, secondo
Savinio, “del nostro trionfo e del nostro esilio” che,
“mentre pone i picchetti delle misurazioni e trascrive
in simboli gli accidenti del terreno su cui ci muoviamo,
desideroso di nettezza e precisione, spesso
s’intorbidisce e oscura, perché il fiato naturale lo
appanna. Quel tanto di naturale in noi rende esitante,
rotto e monco il linguaggio; lo consegna a volte
all’afasia, e così facendo salvaguarda in esso — al di
qua o al di là della sua vocazione simbolica — la
promessa di una vera umana comunicazione”.
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Ma in Savinio né la qualità raziocinante e astratta
della cultura, né il “sogno panico, empedocleo
d’incorporazione alla natura, alla materia del mondo”
rappresentano di per sé, e nemmeno in una loro ipotetica
simbiosi, un modo di superamento degli attuali,
difficili interrogativi della pittura. Troppo acuta,
immersa così a fondo nel terreno della cultura, la sua
arte, per giungere al “mescolamento” e alla “fusione”,
troppo forte in lui la coscienza dell’esilio perché
l’immagine vibri all’unisono — come in Wols o in
Morlotti — con i moti della materia. Forte è la
consapevolezza del distacco, potente la “nostalgia
dell’esilio”, e troppo preme l’ansia dell’identità di
una presenza che rifletta e viva la perduta “età
dell’oro”. Penso invece che nell’asciuttezza di una
condizione che spoglia l’immagine sia d’ogni lusinga
interpretativa sia d’ogni estetica suggestione della
forma risieda lo scarto di questa pittura, che
altro non vuoi essere che un referto di quel che di
poetico resta quando i due termini di natura e cultura
giungano al confronto con la disperante assenza che
l’odierna condizione umana manifesta. In Ruggero Savinio
la tenace ricerca di una certezza — presenza dell’essere
nell’incrociarsi delle due dimensioni, entrambe promesse
che dolorosamente arretrano in nostalgia — provoca un
sussulto creativo che sospinge il linguaggio in una zona
dove esse, come opposte onde l’una l’altra frangentesi,
danno origine a un magma indistinto da cui il pittore
trae la sua visione. La figura è infatti un fantasma, e
poco conta che i riferimenti tematici abbiano talora una
matrice autobiografica: proprio all’interno di una
realtà vissuta, di uno spazio apparentemente accertabile
perché quotidianamente calcato, s’addensa il mistero
della natura e dell’essere, la minaccia della precarietà
e dell’assenza.
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Che il linguaggio di Savinio muova nella zona
dell’oscurità e della luce e che entrambe le situazioni
siano non un fatto percettivo, ma di visione, è
attestato proprio dalla qualità della sua pittura. Il
colore non è mai tonale nè timbrico: piuttosto una
materia incandescente che sembra dilagare nel campo
della tela, talora circoscritto da una banda continua di
colore. Le magmatiche zone di materia che compongono
l’immagine, lo spazio insomma del quadro, esprimono la
figura, incalzandola dappresso col baluginare degli
azzurri, degli ori, dei verdi seco trascinanti in
un’allucinata luminosità d’eclisse la dilagante presenza
del nero che tutti, come originaria matrice del loro
sorgere, li contiene.
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Le figure sono dunque espressione dello spazio,
paesaggio splendente, che divora l’oggetto storico — la
rovina — e respinge in un’invalicabile distanza la
superstite icona dell’uomo. Non c’è iato tra le forme di
natura — blocchi di materia-colore o tracce dense di
pigmento affastellato in vibrazioni di cieli e di fronde
— immerse nella fluidità di una luce ultramondana,
“mitica” si direbbe a rifarsi alle granulate, irreali
luminescenze dei dipinti degli inizi degli anni Ottanta
sul tema dell’“età dell’oro”: e persino la rovina
arretra corrosa nel limbo di natura in cui l’intero
scenario è sprofondato. Non tanto però da non alludere,
per ombra che passi, o per quel senso d’attesa che
aleggia sui grandiosi spalti, al fantasma della figura.
Se ne avverte la presenza in una distanza
visualizzata poi, quando essa compaia, ancorché
gestisca, poiché il gesto è un’ulteriore conferma del
valico che ineluttabilmente la separa dalle roride forme
naturali.
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Dunque lo spazio di natura è un grande vuoto, mitico e
splendente, che in una perduta “età dell’oro” poteva
attrarre la figura, coinvolgerla in una luminosa vicenda
senza tempo di cui il presente può solo serbare
nostalgia. E fantasmi senza tempo sono le forme di
natura, le luci, i colori che inclinano su vespertini,
soffocati splendori, oppure hanno inusuali accensioni,
quasi la zenitale chiarità del giorno s’incontrasse con
il freddo lume della luna.
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Le figure sono impronte o ombre. Dilavate, leggere,
contornate da un segno luminoso che annuncia il loro
avvento da quel “suolo mitico e germinale” che è la
materia della pittura; o dense di pigmento, in una loro
articolata forma che suggerisce insieme precarietà e
persistenza.
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Agli occhi di Giacometti, dice Sartre, “la distanza, ben
lungi dall’essere un accidente, appartiene alla natura
intima dell’oggetto”. Le figure di Savinio vivono in una
distanza dal paesaggio, oppongono una distanza al
riguardante, e anche tra loro s’insinua invalicabile il
vuoto. Hanno identità e presenza, radicate a un terreno
che si avverte essere il campo di una certezza,
conoscitiva e poetica, in cui il pittore indaga il
recondito senso dell’esperienza. Ruggero Savinio stesso
ha parlato di un’iniziale compromissione dell’artista
“con l’oscurità, l’opacità, lo sporco, l’inconcluso”.
“La compromissione con l’ombra”, ha scritto, “è
condizione della nostra finitezza...” Ombra è il magma
inconcluso della materia, dove la luce è commista
all’oscurità nel fermento dell’informe da cui il pittore
trae le sue figure: ed esse sono lì, nel luminoso grembo
del quadro, ad affermare che ogni presenza ha la sua
ombra, e l’identità è scambievole poiché la certezza
dell’essere sta a mezzo tra la sua corporeità e la sua
effige. C’è un passo bellissimo, negli scritti di
Ruggero Savinio, in cui l’artista tesse l’elogio
dell’ora serale come la “più propria alla pittura, fra
quelle segnate dall’avventura della luce”. La luce dei
suoi quadri allude infatti a un prolungato crepuscolo o
a una nascente alba: in essi le figure sono presenze che
adombrano non tanto la loro individuata compiutezza
quanto il loro possibile disfacimento. Se la distanza
appartiene alla loro “natura intima”, ciò deriva dal
fatto che esse non esplicitano una volontà di
rappresentazione diretta di un’identità individuale, ma
affacciano — come evocative ombre di un’alba o di un
crepuscolo — i fantasmi della memoria e della mente.
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Non è mutato, in questi ultimi anni, il processo
costitutivo dell’immagine in Ruggero Savinio, sebbene
pressoché costante sia ora nei suoi quadri il ricorso a
soggetti strettamente autobiografici: il che potrebbe
sembrare un ritirarsi dell’immaginazione dell’artista da
quella zona di mitica invenzione che ha caratterizzato
la sua precedente pittura ed è invece, per quella sua
continua adesione esistenziale ai due fondamentali
nuclei di natura e cultura, un’ulteriore necessità di
verificare i contenuti della propria immagine sui dati
concreti del vissuto. Le cose hanno un respiro, le
persone un fiato di sensi e d’anima che ispira affetti,
lo spazio in cui tutto ciò si manifesta corre sul filo
di intensità vissute: ogni emozione che lì nasca tracima
nelle forme e ne impregna al profondo le trame. Dunque
l’immagine di Ruggero Savinio si colloca ancora al
valico estremo cui oggi una pittura di figura è
costretta — “la distanza, ben lungi dall’essere un
accidente, appartiene alla natura intima dell’oggetto” —
ma cerca sostanza in un legame con il mondo la cui
certezza poggia su ben riconosciute, e amate, alterità,
su spazi noti poiché in essi il tempo dell’esistere e
dell’identificarsi trova continuità e significato. La
pittura sembra essersi fatta più corsiva, rotta e
veloce: ma non inganni questa apparente immediatezza
d’espressione che nasconde invece un’insistente
stratificazione di materia e di gesti. Un lavorio
incessante che porta infine alla luce il fantasma. Ci
sovviene la pittura di Giacometti, in altre temperie,
con ben diverse connotazioni stilistiche, di sublime
esilità insieme e di forza, mentre questa di Ruggero
Savinio è un’immagine di scontro duro con la sostanza
delle cose: eppure c’è una segreta affinità in
quell’esperire il fantasma della figura, nel conferire
alla presenza il senso del suo sopravvivere malgrado e
oltre l’enorme estensione del vuoto.
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Proprio a questo vuoto Ruggero Savinio tenta con
inesausta insistenza di dar corpo: ne deriva, nei casi
di più pronunciato lirismo, ovvero quando il paesaggio è
rappresentato come una mitica landa oggetto di nostalgia
e di memoria — dell’infanzia, dell’arte?... —, che la
figura, o le figure, stiano in esso con la leggerezza di
un pensiero o di un’ombra. Precarie, tenacemente sospese
nel miracolo del loro apparire, tacite, ognuna a sé
stante ancorché tra queste immote presenze, nascenti
insieme nella luce di un paesaggio senza tempo, si
istituisca un muto colloquio. Esso è fondato su di un
rapporto sottilmente emozionale tra le figure,
scaturisce dalle loro reciproche posizioni nel campo del
quadro, segnate da balenanti chiarori, tracce di luce
che tra l’una e l’altra intessono legami del tutto
immateriali.
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Altre volte è il chiuso di una stanza, in cui le pareti
oppongono allo spazio aperto, che appare oltre il
balcone spalancato sul buio illuminato della notte,
l’intimità di un vano controllabile. Eppure anche in
questo circoscritto spazio addensato di materia le
figure si scavano a fatica una nicchia che preservi la
loro minacciata identità. Talvolta addossate, a
sconfiggere, con la perentorietà del loro apparire, il
vuoto; talaltra sbandate nel tormentato spazio che si
genera dall’esorcizzazione del vuoto per forza di
pittura.
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In certi quadri recenti la figura è colta al valico di
una soglia: la soglia è un’insidia ma anche la conferma
dell’appartenenza dell’apparizione al limite dei due
complementari luoghi dell’ombra e della luce. La cultura
dell’artista è profonda, e qui vengono alla mente certe
balenanti figure di Vuillard, fantasmi che improvvisi
appaiono nelle quinte d’ombra d’un colore che trepido e
intenso cade nelle inquiete stanze della sua
immaginifica visione.
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La componente fantasmatica è sempre decisiva nell’arte
di Ruggero Savinio: ed essa s’alimenta delle cadenze
evocative di un linguaggio che ha la sua origine là dove
la moderna pittura di colore s’ispessisce di materia e
sposa la contemplazione alla memoria.
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