Al Mas, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, dal 14 dicembre 1997 al 15 febbraio 1998, "Giorgio Morandi", pittore e incisore, ideazione e progetto della mostra, Giuseppe Bonini.
 
 
Al Mas di Giulianova:
“Giorgio Morandi”
pittore e incisore
dal 14 dicembre1997
al 15 febbraio 1998

Giorgio Morandi

Si ringraziano per la preziosa collaborazione Alfredo Paglione e tutti i collezionisti e le gallerie che con il prestito delle opere hanno consentito la realizzazione di questa mostra.
In particolare il Comune di Forlì, i Sigg. Astoree Andraghetti, Elsa e Pier Paolo Cimatti, Raffaele Siervo.
 
 
 
 
Torquato Raimondi
Giorgio Morandi
Ritratto di Torquato Raimondi, 1926.
Acquaforte su rame,
mm. 103x84 (inciso), 459x324 (foglio).
 
 
 
Giorgio Morandi
Giorgio Morandi
Paesaggio con il grande pioppo, 1927.
Acquaforte su rame,
mm. 324x235 (inciso),
344x245 (foglio incollato su altro).
 
 
 
Giorgio Morandi
Giorgio Morandi
Gelsomini in un vaso a strisce, 1931.
Acquaforte su rame,
mm. 317x248 (inciso),
491x354 (foglio).
     
Comitato Direttivo del
Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova -Teramo-
Padre Serafino Colangeli
Presidente Piccola Opera
Antonio Ragionieri
Presidente MAS
Carlo Di Maurizio
Vice Presidente MAS
Osvaldo De Fabiis
Direttore Responsabile
 
Delegato della provincia
dei P.P Cappuccini
Consigliere
Domenico Rega
Consigliere
Piera Fagnani
Segreteria
Comitato Scientifico
Enzo Di Martino
Direttore artistico
Marilena pasquali
Storico dell'arte e Responsabile Museo Morandi, Bologna
Alfredo Paglione
Operatore culturale
 
Gianfranco Bruno
Storico dell'arte e Direttore Accademia Ligustica, Genova
Carlo Pirovano
Storico dell'arte
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Ideazione e progetto della mostra
Giuseppe Bonini
Collaboratori
Piero Amaretti
Marco Pettina'
Progetto Grafico
Giorgio Fioravanti, G&R Associati
Assicurazioni
Lloyd's of London - Lonham Broker Italia s.r.l.
Segreteria della mostra
Giovanna Giottolo
Ufficio Stampa
Marta Paraventi
 
Catalogo
Giuseppe Bonini
Organizzazione
Studio Appiani Arte Trentadue - Milano
Fotografie
Giorgio Liverani, Forlì
Studio Perotti, Milano
Sarath Pitigala, Trezzano s/N
Fotolito
Fotolito Galli Thierry, Milano
Litografia
Galli Thierry Stampa, Milano
Trasporti
Soc. Lareg 2-Mosciano S. Angelo
Giorgio Moranti
un silenzioso canto poetico
 
La notizia della morte di Giorgio Morandi, se non ricordo male, giunse improvvisa, nel mese di giugno del 1964, durante i frenetici giorni di vernice della Biennale di Venezia, quella nella quale venne assegnato il Gran Premio per la pittura a Robert Rauschenberg e fece sbarcare in Europa la Pop Art americana.
Ricordo molto bene la sensazione di sgomento che la notizia provocò tra i critici e gli addetti ai lavori di ogni parte del mondo che in quei giorni affollavano i Giardini di Castello a Venezia.
E ricordo anche una sorta di considerazione unanime, che pareva quasi concordata: scompariva l’artista più silenzioso” proprio mentre veniva celebrato il movimento più “rumoroso” dell’arte.
Oggi a distanza di oltre trent’anni, quel ricordo pare assumere la connotazione di una metafora attorno ai cui significati risulta ancora difficile elaborare una opinione chiara e definitiva.
Ma è tuttavia evidente che il sovrapporsi di quei due eventi così importanti e significativi, configura in definitiva un segnale fortemente simbolico di tutte le contraddizioni che hanno caratterizzato la ricerca artistica del nostro secolo.
Giorgio Morandi è un artista che nel corso della sua solitaria e straordinaria avventura espressiva ha utilizzato pochissimi motivi ispirativi: il paesaggio di Grizzana, la finestra di via Fondazza e le polverose bottiglie conservate nello studio.
Si tratta a ben vedere di “pretesti visivi” di cui l’artista si è servito per l’esercizio del linguaggio della pittura e che, ancor più di ogni altra considerazione critica e riflessiva, “dichiarano” con tutta evidenza i riferimenti storici ai quali Morandi si è costantemente richiamato. Mentre infatti le numerose declinazioni del paesaggio emiliano, così diverse e così ossessivamente uguali a se stesse, richiamano alla memoria il monte Sainte Victoire di Cèzanne, le variegate ed impolverate bottiglie e caraffe dello studio altro non sono che il terreno di “ritrovamento” di una pittura quattrocentesca, della ricerca di uno spazio metafisico e della sua luce che sembra provenire dall’interno stesso della pittura mentre si fa forma. Naturalmente le bottiglie — che deliberatamente Morandi non voleva venissero mai private dell’accumulo della polvere — significano anche altro e l’esercizio della critica ha creduto di vedervi molti significati simbolici, non ultimo quello del tempo che passa.
Rimane il fatto che mai era accaduto di constatare nella storia della pittura un così esiguo numero di elementi ispirativi per la manifestazione di una così grande, intensa e poetica visione del mondo.
Come per Dürer e Rembrandt e forse per Picasso, non esiste una gerarchia dei linguaggi espressivi nell’opera di Giorgio Morandi.
La pittura e l’incisione calcografica risultano nel suo mondo immaginativo dotati di una uguale “dignità formale” — lo stesso mercato dell’arte lo ha del resto “registrato” — ed entrambi i linguaggi appaiono come indipendenti, l’uno sovrapponendosi all’altro, a volte precedendolo, altre seguendolo docilmente.
Forse perché Giorgio Morandi perseguiva, sia con il colore che con il segno inciso, lo stesso risultato formale, l’identica intenzione di svelare la “spiritualità” segreta delle cose e della natura.
Non possedeva un segno “potente” come quello di Picasso in grado di “nominare” immediatamente le forme e le figure.
E tuttavia il suo era un segno vivo e vibrante, intimo ed ubbidiente si potrebbe dire, in grado di intrecciarsi in ordinati reticoli chiaroscurali che non negavano mai la luce ma, anzi la esaltavano.
Un segno attraverso il quale avveniva, miracolosamente, una sorta di trasformazione alchemica della materia e delle forme in apparizioni simboliche.
Si potrebbe riflettere e scrivere molto sul segno di Morandi in considerazioni che, a ben vedere, risultano parallele a quelle sulla sua pittura perché in entrambi i casi l’intenzione dell’artista è quella di disvelare il “segreto” di una proposizione immaginativa che appare a prima vista “silenziosa”, quasi l’esito di una lunga attesa, di una osservazione lenta, una meditazione, e che risulta poi, in definitiva, un canto poetico resistente e persistente.
E non è poi vero, come si è spesso detto, che quel canto silenzioso non fosse stato pienamente avvertito quando l’artista era in vita.
Certo non era un “canto popolare”, ma il Gran Premio per la pittura alla Biennale di Venezia del 1948, e quello per l’incisione alla Biennale di San Paolo in Brasile del 1953, lasciano invece intendere che il suo voler “concentrare l’universo spirituale nella forma visibile di un utensile, di un fiore” era in effetti giunto al cuore ed alla mente delle persone più sensibili, prima di divenire, come è poi avvenuto, patrimonio poetico della cultura figurativa del nostro tempo.
E dunque con la consapevolezza di proporre una mostra di grande significato storico che il Museo dello Splendore di Giulianova ospita l’esposizione dedicata a Giorgio Morandi.
Nella convinzione che proprio in un momento nel quale i “simulacri” delle immagini sembrano aver preso il sopravvento nella coscienza intellettiva e collettiva della gente, una proposizione poetica così intensa e motivata come quella di Giorgio Morandi potrà indurre ad atteggiamenti più fondatamente riflessivi sull’arte e sul ruolo dell’arte nella nostra vita quotidiana
 
                                                         Enzo di Martino
     

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