Da
Aligi Sassu a Giorgio Moranti
Conosco molte opere di Aligi Sassu e ciò che mi ha colpito è la
forza travolgente con cui aggredisce la realtà. Anche l’arte
religiosa di Sassu mi è parsa un’arte veristica dove la forza
vitale e la gioia di vivere si trasformano fino ad esprimere
l’altra faccia drammatica della realtà umana: la sofferenza e la
morte che hanno il punto culminante nella morte cruenta di
Cristo. Mi fermo un momento sulla Deposizione del 1966,
dove la immane tragedia esplode nel rosso acceso che domina la
composizione e che si gioca tutta nelle sfumature; e più ancora
nel corpo esanime di Cristo riverso sulla terra, nella
immobilità della morte.
Ho
pensato subito alla figura conturbante del Cristo Morto di
Holbein il Giovane, che però è privo di ogni luce di speranza.
Qui invece il corpo di Gesù è circondato dalla tenerezza
straziante della Madre e delle pie donne, coperto di un lino
bianchissimo. Quel panno bianco sta forse ad indicare che
l’innocenza non può essere annientata dalla ferocia umana, ma
continua ad essere presente nella storia drammatica dell’uomo, e
che niente può togliergli la nostalgia di Dio la quale solo può
farsi che la sorte dell’assassino e della vittima non sia la
stessa? E quell’angelo vicino al capo del Signore che con
l’indice della sinistra indica il corpo straziato e con l’indice
della destra invita a guardare in alto? E’ un gesto che Sassu ha
inserito lì consapevolmente, oppure è effetto dell’inconscio
dell’uomo che cerca una soluzione al suo dramma, ma in alto, al
di la della storia nell’attesa della Resurrezione? L’angelo con
l’indice puntato in alto mi richiama tanto l’ultima opera
incompiuta di Piero della Francesca: La Natività della
National Gallery di Londra: una capanna, il Bambino disteso per
terra, la Vergine in adorazione e un personaggio che indica con
la destra l’alto.
L’arte dell’ultimo Piero ci può introdurre alla mostra di
Giorgio Morandi. Conosco pochissimo, per visione diretta, la sua
produzione, però nella biblioteca c’è la sua opera intera,
pittorica e grafica, e l’idea che mi sono fatta è questa: la
pura e geometrica bellezza di Piero, che “astrae” dalla realtà
sensibile la più alta spiritualità, mi prepara ad accogliere
Morandi.
Certamente Morandi “recupera la fisicità delle cose di una
natura corposa e densa, riscoperta nell’ambiente quotidiano”;
però è lungi da lui una riproduzione fotografica se Giorgio De
Chirico ha potuto coniare per lui la famosa definizione «Metafisica
delle cose quotidiane»; e se è vero che dal 1937 i suoi
dipinti divengono sempre più “preziose gemme d’arte e sempre
meno brani di natura”.
Con un lungo, ininterrotto lavoro di semplificazione,
nell’ultimo scorcio della sua vita “raccoglie e condensa
attraverso una estrema economia di mezzi la sua musica più pura:
un discorso intimo e fervente”.
Ma, se mi è lecito condensare in una immagine la differenza che
io percepisco tra Sassu e Morandi è questa: il primo mi
introduce nel vasto e variegato teatro del mondo “che è bello
e meraviglioso, anche se drammatico e doloroso”. Quando
guardo le opere di Morandi mi viene spontaneo chiudere gli occhi
per essere introdotto nella contemplazione del paesaggio
interiore.
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Il Presidente del MAS
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Padre Serafino Colangeli