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Al
Mas di Giulianova:
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“Aligi Sassu”
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Il
Sacro
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Dipinti, acquerelli, disegni 1930-1994
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I Promessi Sposi
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58 acquerelli 1943-44
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dal 27 luglio al
30 settembre 1997
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LA MOSTRA
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Museo d’Arte
dello Splendore di Giulianova -Teramo-
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Curatore:
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Alfredo Paglione
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Apparati:
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Giuseppe Bonini
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Organizzazione:
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Studio Appiani Arte 32, Milano
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Grafica:
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Giorgio Fioravanti, G&R Associati, Milano
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Foto:
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Alfio Bovolenta, Milano
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Walfrido Chiarini, Milano
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Nino Molino, Milano
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Studio Perotti, Milano
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Assicurazione:
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Lloyd's Londra - Loham Broker Italia
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Ufficio Stampa:
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Marta Paraventi
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Trasporti:
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Soc. Lareg 2 - Mosciano
S. Angelo
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“I
promessi sposi”, secondo Aligi Sassu, di Giancarlo Vigorelli
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(Prima parte)
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Il
Manzoni da tempo si riprometteva una edizione illustrata de I
promessi sposi, sull’esempio e nel gusto delle edizioni “romantiche”
francesi; ed aveva anche tastato il terreno, nel 1837, con l’Hayez, che
abbozzò un don Abbondio e un don Rodrigo ma poi si sottrasse
all’impresa. Due anni dopo Massimo D’Azeglio gli presentò Francesco
Gonin, giovane pittore torinese già affermato, che accettò con
entusiasmo; e l’entusiasmo del Manzoni, così abbottonato nel dare
giudizi, andò invece oltre, quando ammirò le prime prove, e glielo disse
e scrisse trionfalmente in milanege: «Te disi che la va benon...».
L’edizione usci nel ‘40 con le sciacquature in Arno e il resto; il
Manzoni riconobbe sempre nelle vignette del Gonin lo specchio fedele del
suo romanzo, apprezzandone la corrispondenza popolare; ma l’avventura,
che ad ogni costo aveva voluto fare di testa e di tasca sua, fu tutta in
perdita, quasi ottantamila lire di allora.
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Nel
solco del Gonin vennero avanti numerosi illustratori, buoni artigiani
alcuni ma tutti lettori convenzionali del Manzoni d’altra parte; del
grande alto sublime libro del Manzoni, inflitto come penitenza
scolastica di generazione in generazione, tutti abbiamo concorso a farne
una pedante grammatica della lingua italiana invece di usarne come di un
codice di vita religiosa, morale, civile. Non per niente il Dossi, in
una “nota azzurra”, si augurava che gli italiani potessero e «possano
raggiungere un grado intellettuale da capir tutti e tutto Manzoni».
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Ma
per capire il Manzoni è giocoforza fare veramente un esame di coscienza,
ed ammettere intanto e prima di tutto che, come diceva lui, dobbiamo
sliricarci: uscire dalla irrealtà, dalle sentimentalerie, dalla “doppia
verità”; usare un po’ di più la ragione e fare un uso meno fatuo e
sporco del cuore («Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche
cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di
quello che è già accaduto».); entrare nella realtà, ma per oltrepassare
nella verità, nel «santo vero»; insomma, liberarci da «ogni finzione che
mostri l’uomo in riposo morale».
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Nessuna meraviglia, quindi, che siano da contare sulle dita neppure di
due mani gli artisti che variatamente ma in prima persona si siano
inoltrati nel mondo, semplice quanto profondo, evangelicamente naturale
e soprannaturale, dei Promessi sposi. Illustrare, sottintende
intendere, partecipare, condividere. Ed in fondo aveva ragione il
Fattori — quando Diego Martelli lo invitava a concorrere al bando
dell’editore Hoepli, nel 1895, per una nuova illustrazione dei
Promessi sposi — a recalcitrare, da anticlericale quale era, davanti
a quel romanzo cristiano, che a troppa mezza cultura di allora risultava
da sacrestia tra curati, frati, cardinali, pur consentendo a denti
stretti che era un bel libro scritto «da un uomo di cuore, e onesto».
Infatti il Fattori, che si era dato da fare a trovare i costumi per i
“bravi”, e che si era concentrato sull’episodio del rapimento di Lucia,
non andò avanti, da maremmano in quella storia lombarda, limitandosi a
quattordici carboncini; e Lucia, come commentò Antonio Balladini in una
sua “microscopia manzoniana”, arrivò addirittura a «figurarsela come una
vera villana, abbruttita dalla fatica, con le mani gonfie penzoloni con
gli scarponi da soldato d’una vera zappaterra. Una figura piuttosto da
svernante maremmana delle fuciniane Veglie di Neri o da
poveradiavola dei verghiani Malavoglia. Come poi una culincenere
di quella sorta avrebbe potuto far tanta gola al signorotto del paese,
che aveva tanta apertura nelle bisbocce cittadine coi suoi sozii di
Milano, non si capisce». Come non metterci nei panni del Manzoni, che
difendeva nella interpretazione del Gonin il volto limpido, trepido e
«quel car magòn di Lucia»?
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TAVOLA I. «Or bene,» gli disse il bravo,
all'orecchio, ma in un tono solenne di comando, «questo
matrimonio non s'ha da fare, ne' domani, ne mai»
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TAVOLA IV. I neri e giovanili capelli, spartiti
sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzata, si ravvolgevan, dietro il corpo, in cerchi molteplici di trecce,
trapassate da lunghi spilli d'argento, che si dividevano
all'intorno, quasi a guisa de' raggi d'un'aureola, come ancora
usano le contadine nel Milanese. |
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Il
concorso Hoepli fu vinto da Previati, e le sue ventiquattro tavole, a
mio parere, hanno prevalentemente il merito d’essere di preferenza
corali: più che essersi portato sui singoli personaggi, mai o quasi mai
in primo piano, Previati si è spostato, manzonianamente, sul coro
dei personaggi, sulla folla e, si direbbe oggi, sulle scene di massa,
dando oltretutto prova di essere entrato, con finezza di disegno e più
con nobiltà di intenti, nello spirito popolare, non elitario, dei
Promessi sposi. E intorno, l’aria è lombarda; l’Adda e le sue rive
per il ferrarese Previati, erano, senza fatica, virgiliane; il suo padre
Cristoforo, dopo la burrascosa visita a don Rodrigo, scende giù dal
castello, anzi da «quella casaccia», per una strada, solo nella
solitudine delle montagne alle spalle: «Così ruminando, alzò gli occhi
verso l’occidente, vide il sole inclinato, che già toccava la cima del
monte, e pensò che rimaneva ben poco del giorno»; infine la sua Monaca
di Monza è davvero «la sventurata» che risponde, prima ancora che ad
Egidio, a se stessa, alla sua vocazione imposta, alla sua natura
repressa e deviata: «Un rammarico incessante della libertà perduta, l’abborrimento
dello stato presente, un vagar faticoso dietro a desideri che non
sarebbero mai soddisfatti, tali erano le principali occupazioni
dell’animo suo. Rimasticava quell’amaro passato, ricomponeva nella
memoria tutte le circostanze per le quali si trovava lì; e disfaceva
mille volte inutilmente col pensiero ciò che aveva fatto con l’opera;
accusava sè di dappocaggine, altri di tirannia e di perfidia; e si
rodeva. Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava una
gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e invidiava, in
certi momenti, qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque
coscienza, potesse liberamente godersi nel mondo que’ doni».
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Dal
Gonin al Previati, lasciando indietro una schiera di vignettisti che
senz’altro concorsero a divulgare un’immagine abbassata di un Manzoni
benpensante, devoto e devozionale da Dio-patria-famiglia e da “addio
monti” e bella lingua toscana in bocca a tutti, e venendo ai nostri
giorni — anche per situare al posto giusto queste illustrazioni di Aligi
Sassu — vorrei mettere in campo tre nomi di diversa natura che si sono
misurati sul rischio Manzoni. Va detto subito, purtroppo, che a fallire
la prova, disgraziatamente e miserevolmente, è stato De Chirico, nel
1964, quando si buttò spavaldamente, o forse troppo candidamente, sui
Promessi sposi, in più di centoventi tavole, uscite in dispensa sul
settimanale «Tempo» di Tofanelli, raccolte poi in volume dal Palazzi. De
Chirico — a differenza del fratello Savinio, che in un capitolo di
Ascolto il tuo cuore, città (1944) diradò tanti equivoci sul Manzoni
(«La morbida dolcezza della sua prosa, l’ordine del suo periodare, il
manto letterario di quel sentimento naturale delle cose che lui chiamava
“buon senso”; il metallo tersissimo, la ritmica perfezione del suo
verso; il passo del suo pensiero, pacato e regolare come passo di
pellegrino, hanno steso una superficie non diremo falsa, ma ingannatrice
su quella vita tutti dirupi e scoscendimenti, tutta inferno e
paradiso... Manzoni è il più reticente dei nostri scrittori, il più
inibito...»), il pictor optimus non era proprio fatto, nè da
pittore nè da uomo, per capire il Manzoni, neppure per accostarlo; ai
drammi altrui, preferiva il proprio, avendo oltretutto imparato ad
addomesticare le sue “muse inquietanti”. Scommetto che avrà riletto i
Promessi sposi unicamente come divertimento — spesso le sue tavole
sono un teatrino —, correndo dietro a don Abbondio, alle sue paure, alle
sue noie, alla propria noia di adolescente invecchiato, sempre
addormentato ma anche lesto a svegliarsi di soprassalto se si affacciava
qualche divertimento ancora, qualche stanca tentazione. I promessi
sposi De Chirico li ha illustrati come una favola, della quale, per
non esserne disturbato, era soddisfatto di ignorare la morale.
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Mucchi e Guttuso sono gli altri due nomi. Mucchi lavorò ad illustrare il
Manzoni nel 1943, in piena guerra. Non sono stati pochi, anche lettori
comuni, che hanno riaperto quel romanzo, ed era come aprirlo per la
prima volta, durante la guerra, durante la resistenza. (Se è
permesso ricordano, io nel ‘42 avevo riproposto, quasi a sfida, La
colonna infame.) Anche Sassu passò il tremendo inverno tra il ‘43 e
il ‘44 su quelle pagine cosi severamente confortanti, e già aveva posto
mano, tra il ‘42 e il ‘43, ad alcune acqueforti a tema manzoniano per
l’editore d’arte Giampiero Giani. Aligi Sassu ricorda ancora, a distanza
di quarant’anni, l’emozione di quella lettura, che sullo sfondo di una
peste trascinava in altri flagelli del nostro tempo, e nelle
disavventure e nella separazione di Renzo e Lucia rimandava alla
desolazione di guerra e dell’occupazione nazista di quei giorni; e
d’altra parte — mi raccontava anche recentemente — il terrore e l’orrore
di quell’inverno si allontanava proprio rileggendo quelle pagine dove
gli “umili” vincevano sui “potenti”, la ragione sulla nequizia dei tempi
e degli uomini, e la pietà, la bontà, la speranza tornavano a rivivere
dalle rovine della terra e dalle macerie delle coscienze.
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Sono
centoventiquattro gli studi manzoniani di Sassu tra il ‘43 e il ‘44.
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TAVOLA V. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in
viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe,
a capo all’ingiù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da
tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. |
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TAVOLA XII. Chiesta poi licenza agli ospiti, s’avvicinò, in atto
contegnoso, al frate, che s’era subito alzato con gli altri; gli
disse: «eccomi a’ suoi comandi;» e lo condusse in un’altra sala. |
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Mucchi, pressappoco nel giro di quei mesi disperati ma anche di fede non
soltanto civile, precisamente tra il febbraio ed il giugno del ‘43, fu
il primo ad intervenire sul Manzoni, anzi a rivisitarlo alle origini
stesse del suo capolavoro, attingendo qualche episodio alla prima
stesura del Fermo e Lucia e di fatto esercitandosi, più che sui
Promessi sposi; proprio su Gli sposi promessi; che
l’editrice Bianchi-Giovini, nella persona credo di Ugo Dèttore, gli
aveva affidato di illustrare, e che pubblicò sulla fine del ‘43. Nel
marzo del ‘44, poi, l’officina grafica Muggiani di Milano replicò
un’edizione di 195 esemplari dei soli — sessanta — disegni. Il Manzoni
di Mucchi, stilizzato nella galleria dei personaggi, tende ad
attualizzarsi nelle scene dell’assalto al forno, dei tumulti, della
carestia, della peste e, con netta allusione, nel passaggio degli
Alemanni in Lombardia. Per il resto, Mucchi è andato più sul suo terreno
quando ha illustrato con icasticità il Candide di Voltaire nel
‘67, o quando nel ‘27 e nel ‘36 aveva interpretato Campanile e Zavattini:
umorismo, appunto, non l’ironia manzoniana.
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Di
Guttuso, sarebbe troppo facile dire che la rispondenza a Dante in lui è
visceralrnente superiore alla sua approssimazione a Manzoni. Inoltre
salta agli occhi la sproporzione tra i quasi mille disegni della selva
dantesca dal ‘59 al ‘61, e le trascelte cinquantasei tavole del Dante
di Guttuso del ‘70, contro i sedici disegni manzoniani; soprattutto
rilevando che le tavole sul Paradiso sono appena sei e di nessuna
teologia, e, una per l’altra sono laiche, senza alcuna imminenza della
Provvidenza, le tavole manzoniane. Comunque, in pochi segni e lampi
Guttuso ha ottenuto, e reso, e dato un suo Manzoni, quanto meno una
fulminea ricapitolazione dei Promessi sposi; persino con qualche
spalancatura sul paesaggio lombardo, come intravisto con improvvisa
mitezza dal suo studio estivo di Velate, sotto al Sacro Monte di Varese.
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Aligi
Sassu, da quel lontano 1943-’44 si è tirato dietro sino ad oggi una
lettura non interrotta dei Promessi sposi. Non soltanto perché
oggi — a fine 1982 — lascia finalmente venire alla luce la grande mappa
delle acqueforti, disegni, abbozzi della sua stagione manzoniana: ma
quella stagione, a vedere bene, in lui non si era arrestata, si è
protratta negli anni almeno come richiamo non appena pittorico. Anche
senza ripeterne la rappresentazione, sono certo che i personaggi
manzoniani rientrano spesso nella sua immaginazione. Se non fosse che
per una catena di situazioni e di passaggi di mano (perché a guerra
finita aveva dovuto vendere in blocco, per necessità di allora, tavole e
disegni; e, più tardi, io ricordo quante volte avevo sollecitato l’amico
Cerastico a farne uno dei suoi preziosi libri d’arte; ma per amore, per
gelosia, lui se li teneva sotto custodia), se non fosse stato che questa
“suite” manzoniana continuasse ad essere medita, quasi scomparsa e
svanita, io sono convinto che Sassu, in stagioni diverse, chissà quante
volte sarà stato tentato di tornare sul Manzoni, tanto quel suo mondo
gli era divenuto familiare.
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