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Al
Mas di Giulianova:
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“Aligi Sassu”
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Il
Sacro
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Dipinti, acquerelli, disegni 1930-1994
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I Promessi Sposi
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58 acquerelli 1943-44
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dal 27 luglio al
30 settembre 1997
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Con il patrocinio di:
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Regione Abruzzo, Provincia di Teramo, Comune di Giulianova,
Comune di Pescara e Comune di Ortona.
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Si ringraziano per la preziosa collaborazione Museo Basilio
Cascella - Pescara, Pinacoteca Cascella - Ortona, Torcular -
Milano - Appiani Arte Trentadue - Milano e Gianna Cascella
Montani - Spoltore (PE).
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Aligi Sassu
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La Madonna dello Splendore, 1994,
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acrilico/cartone, 36x27 cm.
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LA MOSTRA
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Museo d’Arte
dello Splendore di Giulianova -Teramo-
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Curatore:
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Alfredo Paglione
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Apparati:
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Giuseppe Bonini
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Organizzazione:
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Studio Appiani Arte 32, Milano
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Grafica:
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Giorgio Fioravanti, G&R Associati, Milano
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Foto:
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Alfio Bovolenta, Milano
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Walfrido Chiarini, Milano
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Nino Molino, Milano
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Studio Perotti, Milano
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Assicurazione:
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Lloyd's Londra - Loham Broker Italia
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Ufficio Stampa:
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Marta Paraventi
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Trasporti:
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Soc. Lareg 2 - Mosciano
S. Angelo
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Aligi Sassu: il sacro e la pittura
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Alcuni
anni orsono ho scritto che “al di là dei temi figurali di volta in volta
affrontati, le intenzioni espressive, le suggestioni emotive di Sassu, e
perfino la sua probabilità esistenziale di artista, sono sempre state
affidate al linguaggio della pittura”.
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Alle sole
capacità evocative e memorative di questo linguaggio, voglio dire, ed
aggiungevo che nel suo caso questo fatto “assume un aspetto perfino
clamoroso” perché pare che “l’artista si sia in effetti confrontato con il
‘rosso’ e il ‘verde’ oltre che con gli uomini, i miti ed i paesaggi”.
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E’
tuttavia non si può fare a meno di notare che, a partire dalla “Ultima cena”
del 1929 — quando l’artista aveva dunque solo diciassette anni — i temi
“sacri” entrano prepotentemente nel mondo immaginativo di Aligi Sassu per
non uscirne mai più, segnando anzi il suo percorso espressivo con una
presenza che risulta per certi versi “ossessiva”, come egli stesso ha
affermato, specie se si tiene conto — è stato già notato — della sua “ferma
coerenza ideologica laica”.
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Si
potrebbe allora pensare che forse Aligi Sassu non si è nemmeno posto il
problema del sacro che è entrato spontaneamente nel suo mondo, ma si sia
semplicemente interrogato sul significato della vita e della morte, cercando
naturalmente le risposte con i mezzi a lui più congeniali, quelli della
pittura, dunque dell’arte e della poesia immaginativa.
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La
“Deposizione” del 1932 e il “Cristo risorto” dello stesso anno, dichiarano
con tutta evidenza questo suo atteggiamento ed egli stesso ha dichiarato una
volta che, a partire da quella deposizione, il tema della morte di Cristo
era divenuto stabilmente “centrale” nella sua ricerca espressiva.
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Con gli
occhi e l’animo rivolti ai suoi “riferimenti storici” formalmente più
coinvolgenti — penso a Delacroix ed Ensor — è allora evidente che per Sassu
“lo spirituale nell’arte può coincidere con la stessa rappresentazione del
sacro”.
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Si tratta
in effetti di un interrogativo che affiora in maniera assillante in tutta
l’arte di questo secolo che ha perduto la “centralità” di un tempo, quando
essa “raccontava” i grandi eventi della storia civile e religiosa e dava nel
contempo volti “credibili” ai suoi protagonisti.
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Nella
“rappresentazione visiva” della straordinaria vicenda del Cristo non vi è
però alcuna intenzione “teatrale” da parte dell’artista — come pure qualcuno
ha scritto — perché è evidente che Aligi Sassu assume quella tragedia come
la “tragedia universale dell’uomo”.
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La figura
del Cristo in croce si presenta infatti, nelle opere di Sassu, con le
sembianze drammatiche “dell’uomo sofferente ed eroico”, dunque nella
dimensione di una tragedia cosmica ed irreparabile.
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La
connotazione “scenografica” — di cui certo Sassu ha subito in alcuni casi la
fascinazione — è semmai riscontrabile nei “Concili”, a partire da quello
“scandaloso” del 1941-42 per finire con quello del 1972 altrettanto
disturbante.
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In questi
dipinti per davvero Aligi Sassu “mette in scena” una rappresentazione
barocca nella quale, ancora una volta, è però la pittura l’unica e vera
protagonista dell’immagine.
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Lo è
anche nelle crocifissioni, naturalmente, ma in questi casi è però evidente
l’accentuata partecipazione emotiva dell’artista all’evento rappresentato,
sebbene egli ricerchi consapevolmente in ogni occasione le diverse, più
accese e drammatiche suggestioni espressive che la “scena” suggerisce ed
immette nella sua pittura.
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Riflettendo sulla presenza del sacro nella pittura di Sassu, bisogna dunque
riflettere, contemporaneamente, anche sulla espressività della sua pittura
nell’immaginazione del sacro, perché è evidente che nel suo caso i due
termini non possono essere disgiunti, considerati separatamente come fossero
indipendenti l’uno dall’altro.
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La verità
è che essi, come è sempre accaduto nella grande storia dell’arte, entrano in
una relazione di interdipendenza misteriosa e segreta, istintiva, di cui lo
stesso artista forse non sa dar conto, non ha consapevolezza.
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Naturalmente alcuni temi — quale la rappresentazione della morte di Cristo
come metafora della morte dell’uomo — contengono inevitabili ed inquietanti
interrogazioni alle quali l’artista non può sottrarsi, non può assolutamente
sfuggire.
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Bisogna
tuttavia anche osservare che, nel caso di Aligi Sassu, questo avviene con la
stessa intensità emotiva — sebbene in un arco di tempo più circoscritto —
anche in alcuni temi figurali laici come la drammatica “Fucilazione delle
Asturie”.
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La sua
“Deposizione” del 1972, però, contiene molti elementi figurali e formali in
comune con quella del 1941-42, quasi che l’artista, a trent’anni di
distanza, continui ad interrogarsi disperatamente sullo stesso angosciante
ed irrisolto problema.
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La figura
del Cristo ha continuato cioè per un lungo tempo a “provocare” Sassu con una
dualità immaginativa che “vede” nello stesso momento — e nella stessa
“scena” — da un lato l’urlo e la disperazione, dall’altro la dolorosa
rassegnazione, l’inevitabile accettazione del destino dell’uomo.
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La verità
è che il lavoro di Sassu ha certamente molto a che fare con “l’uomo senza
contenuto” del nostro tempo, ed essa reclama perciò una forte sacralità per
esistere e resistere, per riaffermare per tale via la centralità
esistenziale ed espressiva dell’artista e dello stesso uomo.
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Ma è qui,
allora, che l’opera di Aligi Sassu risulta per davvero “scandalosa e
disturbante”, giocata sulla pelle dell’uomo e dell’artista, connotata di
sacralità, gridata com’è con il solo silenzio della pittura, con la sola
fede nell’arte.
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Venezia, 4 giugno 1997
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Enzo Di Martino
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