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ARALDICA - Lo stemma del Comune di Giulianova contiene un cavaliere medioevale a cavallo che rappresenta Giulio Antonio Acquaviva, il fondatore della città tardomedioevale. Lo stemma è sormontato da cinque torri che raffigurano le antiche fortificazioni quattrocentesche della città. Giulia Nova o Giulianova, che deve il suo nome, appunto, al fondatore, anticamente si chiamava Castrum Novum, colonia fondata dai romani sulle rive del Batinus, l'odierno Tordino. Dopo la caduta dell’Impero Romano, nel corso del Medioevo, le fu dato il nome di Catel S. Flaviano, in onore delle reliquie del martire che, secondo la leggenda, sarebbero state rinvenute, forse portatevi via mare, in quel sito.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Clodomiro Iezzi

Pittore

 

di Stefania Segreti

 

Per tutto l’Ottocento assistiamo proprio a Giulianova alla nascita di numerose figure tali da costituire, nel corso del secolo, un rilevante fenomeno culturale. Di questa situazione e delle diverse dinamiche che la resero possibile, siamo tuttavia, ancora oggi, poco informati. Come al solito il riferimento più diretto ce lo offre Vincenzo Bindi l’attento e infaticabile commentatore delle tante e lontane storie delle nostre vicende patrie. Egli stesso rintracciò una lunga linea di artisti nella quale inserì a poco a poco i contemporanei artefici giuliesi. Anche se alcuni di quest’ultimi non figurano tra le pagine delle sue molteplici pubblicazioni, possiamo ritrovare le loro tracce negli esemplari pittorici conservati nella sua ricca collezione di quadri, nella corposa corrispondenza epistolare intrattenuta con il mondo colto dell’epoca. Vogliamo, a questo proposito, ricordarne i nomi a partire dal più anziano Flaviano Bucci (1817-1906), figlio di Egidio, sindaco di Giulianova e ricco possidente (Comune di Giulianova, Registri di Stato Civile), impegnato principalmente nel genere della pittura di storia, che potremmo eleggere a capostipite autorevole di un lunga e interessante schiera di artisti.

 

 

Del loro soggiorno presso queste città, siamo tuttavia ancora oggi poco informati e ancora meno lo siamo nei confronti della loro attività, una volta rientrati nel rispettivo luogo d’origine. Sappiamo però con certezza che i loro lavori venivano inviati alle più importanti manifestazioni dell’epoca quali le Biennali, diverse le Promotrici e ai diversi premi istituiti anche nelle più lontane città del nord. In attesa di prove più ampie potremmo ipotizzare, tuttavia, un lungo filo che corre attraverso i decenni associando questi artisti in una sorta di indissolubile e lungo intreccio generazionale. In loro ravvisiamo gli interpreti decisivi di un preciso mutamento culturale che attraversa velocemente tutto il secolo e con esso anche la nostra silente provincia secondo, l’unificante lezione impartita dallo spirito romantico e risorgimentale. Questi artisti si muovono infatti come attenti operatori culturali occupati nell’importare e diffondere lontani modelli di illustre derivazione, nel divulgare per poi riprendere all’infinito e attraverso percorsi personali le mode e le diverse tendenze del momento.

 

 

L’anello di congiunzione di questi complessi e ancora poco chiari rapporti istituiti fuori del circuito locale, ci sembra ancora una volta rintracciabile nella persona di Vincenzo Bindi, grintoso esponente non solo di antiche e mute testimonianze del passato, ma anche delle più attuali esperienze figurative. Presente a Napoli dalla metà degli anni Settanta, protetto fin dal suo arrivo dalla notevole influenza del suocero Gonsalvo Carelli egli ci sembra un perfetto mediatore tra le aspettative dei giovani talenti, favoriti da una munifica e aristocratica committenza locale, e le occasioni del ricettivo ambiente napoletano. Dalla fine degli anni Settanta lo vediamo muoversi tra la sua città e quella di Napoli, tessendo relazioni anche con l’altra e non meno importante capitale romana dell’arte.

In questo complesso intreccio di figure vorremmo inserire una figura poco nota anche ai più attuali repertori locali che risponde al nome di Clodomiro Iezzi. Del pittore abbiamo poche notizie e quelle di cui ci serviremo appartengono a una pubblicistica collocabile, appunto, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del secolo successivo. Più soddisfacente ci sembra invece l’opera pittorica conservata presso gli attuali discendenti residenti a Giulianova e Potenza. Una parte di essa è ravvisabile nella raccolta della famiglia Montano che ospita un gruppo di opere ispirate a vari soggetti quali paesaggi, nudi femminili e ritratti di vario genere.

 

 

Andrea Clodomiro Iezzi nasce a Giulianova nel 1868 da Giuseppe e Vittoria Tentarelli (Comune di Giulianova, Registri di Stato Civile). Il padre nato anch’egli a Giulianova era figlio a sua volta di Andrea Iezzi, originario di Rapino in provincia di Chieti. Da antiche fonti apprendiamo come anche quest’ultimi svolgessero l’attività di pittori e fossero contemporaneamente impegnati, con risvolti piuttosto drammatici per le loro esistenze, nelle complesse vicende garibaldine (G. Di Leonardo-M.R. Bentivoglio, Garibaldini in Abruzzo (1860-1870). L’Abruzzo Ultra I, Mosciano S. Angelo, 2002, p. 124-125). Per il nostro artista ancora più concise appaiono le informazioni relative agli eventi caratterizzanti la sua vita personale. Sempre dai registri comunali apprendiamo che nel 1908 sposa  la conterranea Concetta Bucci e che dal 1935 è di nuovo a Giulianova dopo aver vissuto nella lontana città di Pieve di Cadore. Inoltre pare abbia alternato l’attività di pittore a quella di amministratore terriero (comunicazione orale fornita da Francesco Ciafardoni). Vincenzo Bindi lo definisce il “chiaro artista”, citandolo nella sua monografia dal titolo Giulianova. La Posillipo degli Abruzzi edita nel 1927, in veste allora di direttore della Regia Scuola Professionale “Raffaello Pagliaccetti”. Muore a Giulianova nel 1951.

 

 

Le più antiche informazioni sull’attività artistica di Clodomiro risalgono all’aprile del 1896, pervenuteci da un interessato pubblicista del Corriere Abruzzese. L’artista a questa data ha ventotto anni e l’autore della sintetica colonna giornalistica, ce lo presenta come una persona di talento, una giovane promessa del quale vale la pena seguire, proprio per le dimostrate capacità artistiche, l’evoluzione del suo percorso professionale. Egli ci offre infatti un profilo molto eloquente della recente carriera dell’artista, ragguagliandoci, nelle righe iniziali anche della formazione, avvenuta in anni precedenti nei vitalissimi ambienti di Napoli, Firenze e Roma.

 

 

Non conosciamo l’esatto ordine degli spostamenti attraverso le menzionate città, ma supponiamo fosse proprio il centro partenopeo ad ospitarlo come giovane allievo agli inizi degli anni Novanta, dove, secondo le dichiarazioni del puntuale estensore entra in contatto con Saverio Altamura e Giovanni Morelli entrambi professori dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ancora come diligente studente viene infatti ricordato da un altro pubblicista che lo incontra, all’epoca dei suoi studi, proprio nella città napoletana, precisandone la data intorno all’anno 1891 (L. Medori, L’arte in Abruzzo, in “L’Eco del Popolo”, 1 dicembre 1897), mentre in un altro e successivo articolo apprendiamo come l’artista fosse“…incoraggiato ed aiutato dai maestri e specialmente dal compianto Saverio Altamura, che più che insegnante gli fu amorevole padre visse qualche anno, studiando e lavorando, a Firenze ed ultimamente a Roma…” (Aloysius, Artisti abruzzesi. Clodomiro Iezzi, in “Il Centrale”, 14-15 settembre 1899).

 

 

In attesa di documenti comprovanti l’effettiva partecipazione ai corsi accademici potremmo assumere questa ulteriore precisazione come informazione valida per sostenere un effettivo rapporto con i due grandi maestri. Sappiamo infatti che Altamura muore nel 1897, mentre Morelli nel 1901. Egli ha dunque la possibilità di coinvolgersi come tante nuove leve del momento, nell’orientamento posto da quel preciso ambiente. Il poco più che ventenne Clodomiro li poteva ammirare, sul principio degli anni Novanta, appunto, come figure notevolissime, dalla consolidata fama acquisita nei decisivi anni centrali del secolo, quando iniziarono a farsi promotori di un rinnovato percorso pittorico e contemporaneamente, i principali artefici di un importante cambiamento nell’ambito dell’ Accademia napoletana.  Costoro, infatti, con la loro pittura travestono il presente secondo gli ideali antichi facendo muovere i personaggi in abiti cristiani, storici o letterari, in una sorta di simultanea ed eroica identificazione con il vissuto politico di quegli anni. Lo stesso Morelli sarà il principale divulgatore di un’arte nella quale secondo la sua definizione “figure e cose non viste, ma immaginate e vere ad un tempo” trovano la loro piena attuazione.

L’occasione della visita compiuta nel 1896 dal compilatore del Corriere Abruzzese nello studiolo giuliese dell’artista, è data dalla finitura di un’opera da qualche tempo iniziata e portata finalmente a termine dall’artista. Il quadro dalle proporzioni molto grandi si intitolava il Diogene, e viene dallo stesso redattore, auspicata come eventuale acquisto “da parte di qualche amatore della nostra provincia”. La descrizione resa dettagliatamente in ogni particolare ci indica come sia il lavoro più importante affrontato fino a quel momento dall’artista. Il filosofo di Sinope, viene rappresentato con un semplice mantello di colore blu mentre cammina con la sua lanterna, alla ricerca dell’uomo, quello che ha, appunto, raggiunto la virtù morale, secondo gli attributi riferiti a questa figura. Sullo sfondo ha il tempio del Partenone e l’esposizione dell’osservatore continua offrendoci attraverso le sue parole una bella immagine del dipinto. Egli conclude la descrizione dicendoci ancora che il lavoro più riuscito dell’artista è “nella luce difficilissima, che egli ha voluto tratteggiare, il Diogene è quasi in ombra, ha illuminata la regione clavicolare destra col braccio. La luce man mano che si scende diventa tangente sino al malleolo. La testa, veramente artistica è metà in ombra e metà illuminata. La massima luce la riceve nella fronte e quella luce così brillante si regge tanto bene in rapporto a tutti i passaggi di tono, che l’occhio riposa dolcemente in un assieme completamente armonioso”(G. C., Arte ed artisti, in “Corriere Abruzzese”, 22 aprile 1896).

Dell’opera non si ha notizia, come non si conosce l’ubicazione dell’altra dal titolo Tramonto. Il paesaggio, esposto anche a Roma, raffigura una veduta dei nostri dintorni giuliesi ripresa dalla foce del Tordino con sullo sfondo le montagne di Campli e Civitella.

Vorremmo concludere citando il nome di Giuseppe Ettorre, una personalità del tutto dimenticata, allievo, prima di intraprendere la sua carriera all’estero proprio di Clodomiro Iezzi.

 
 
 
 
Giulianova è una terra che ha prodotto e produce dei figli illustri, ai quali non sempre vengono riconosciuti i giusti meriti da parte dei propri concittadini.
L'affermazione “nemo propheta in patria” risulta d’attualità. L’insensibilità nel valorizzare la ricchezza interiore dell’uomo e la conseguenza dell’interesse per altri aspetti della vita più facilmente palpabili.
Però si ha la percezione che un passo avanti si stia compiendo in tal campo, nel senso che una maggiore attenzione sembra si voglia porre ai valori artistici e culturali che i cittadini esprimono. Avviene che d’estate arrivino a Giulianova turisti stranieri che vanno in cerca della tracce del violoncellista Gaetano Braga, tutt’ora più conosciuto in alcuni paesi d’Europa che nella sua terra d’origine.
Così avviene anche per altri figli benemeriti, che potremmo dire siano numerosi, fra i quali merita un posto di rilievo lo scultore Raffaello Pagliaccetti, trasferitosi come tanti altri giuliesi fuori degli angusti confini territoriali, dove pote’ meglio sviluppare le sue qualità innate. Un ultimo caso, di un artista locale ancora vivente, si è avuto nell’autunno scorso, allorchè, da Roma, in cui temporaneamente risiede, piombò a Giulianova una giovane giapponese, la Sig.ra Mackiko Akanegakubo, bruciata dall’ansia di raccogliere nel luogo di nascita dello scultore Venanzo Crocetti notizie inerenti alla prima infanzia dell’insigne artista contemporaneo. Finì purtroppo per raccogliere poco o nulla, tanto la popolazione non è sufficientemente informata delle vette raggiunte in campo nazionale e internazionale, dal Crocetti, il quale non ha avuto più contatti con la città d’origine, nè sul posto esistono iniziative per riallacciare i rapporti con questo figlio che s’è fatto onore (avvenuto il 2 Luglio del 2000, due anni e mezzo prima della sua morte).
Nel contesto di un tal discorso crediamo sia il caso di fare un breve cenno intorno ad uomini. il cui riconoscimento, per quanto sono riusciti a realizzare come messaggio artistico, scientifico, letterario, è giunto magari troppo tardi. E’ tuttavia importante che questo riconoscimento ci sia stato e che i posteri ne possano conservar memoria. In proposito ci limitiamo ad una breve elencazione con una succinta biografia di ognuno.
 
 

Webmasters: Alex e Umberto Raimondi - Giulianova (Te)

 
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