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Pittore |
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di
Stefania Segreti
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Per tutto l’Ottocento assistiamo proprio a
Giulianova alla nascita di numerose figure tali da
costituire, nel corso del secolo, un rilevante
fenomeno culturale. Di questa situazione e delle
diverse dinamiche che la resero possibile, siamo
tuttavia, ancora oggi, poco informati. Come al
solito il riferimento più diretto ce lo offre
Vincenzo Bindi l’attento e infaticabile commentatore
delle tante e lontane storie delle nostre vicende
patrie. Egli stesso rintracciò una lunga linea di
artisti nella quale inserì a poco a poco i
contemporanei artefici giuliesi. Anche se alcuni di
quest’ultimi non figurano tra le pagine delle sue
molteplici pubblicazioni, possiamo ritrovare le loro
tracce negli esemplari pittorici conservati nella
sua ricca collezione di quadri, nella corposa
corrispondenza epistolare intrattenuta con il mondo
colto dell’epoca. Vogliamo, a questo proposito,
ricordarne i nomi a partire dal più anziano Flaviano
Bucci (1817-1906), figlio di Egidio, sindaco di
Giulianova e ricco possidente (Comune di Giulianova,
Registri di Stato Civile), impegnato principalmente
nel genere della pittura di storia, che potremmo
eleggere a capostipite autorevole di un lunga e
interessante schiera di artisti. |
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Del loro soggiorno presso queste città, siamo
tuttavia ancora oggi poco informati e ancora meno lo
siamo nei confronti della loro attività, una volta
rientrati nel rispettivo luogo d’origine. Sappiamo
però con certezza che i loro lavori venivano inviati
alle più importanti manifestazioni dell’epoca quali
le Biennali, diverse le Promotrici e ai diversi
premi istituiti anche nelle più lontane città del
nord. In attesa di prove più ampie potremmo
ipotizzare, tuttavia, un lungo filo che corre
attraverso i decenni associando questi artisti in
una sorta di indissolubile e lungo intreccio
generazionale. In loro ravvisiamo gli interpreti
decisivi di un preciso mutamento culturale che
attraversa velocemente tutto il secolo e con esso
anche la nostra silente provincia secondo,
l’unificante lezione impartita dallo spirito
romantico e risorgimentale. Questi artisti si
muovono infatti come attenti operatori culturali
occupati nell’importare e diffondere lontani modelli
di illustre derivazione, nel divulgare per poi
riprendere all’infinito e attraverso percorsi
personali le mode e le diverse tendenze del momento. |
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L’anello di congiunzione di questi complessi e
ancora poco chiari rapporti istituiti fuori del
circuito locale, ci sembra ancora una volta
rintracciabile nella persona di Vincenzo Bindi,
grintoso esponente non solo di antiche e mute
testimonianze del passato, ma anche delle più
attuali esperienze figurative. Presente a Napoli
dalla metà degli anni Settanta, protetto fin dal suo
arrivo dalla notevole influenza del suocero Gonsalvo
Carelli egli ci sembra un perfetto mediatore tra le
aspettative dei giovani talenti, favoriti da una
munifica e aristocratica committenza locale, e le
occasioni del ricettivo ambiente napoletano. Dalla
fine degli anni Settanta lo vediamo muoversi tra la
sua città e quella di Napoli, tessendo relazioni
anche con l’altra e non meno importante capitale
romana dell’arte. |
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In questo complesso intreccio di figure vorremmo
inserire una figura poco nota anche ai più attuali
repertori locali che risponde al nome di Clodomiro
Iezzi. Del pittore abbiamo poche notizie e quelle di
cui ci serviremo appartengono a una pubblicistica
collocabile, appunto, tra la fine dell’Ottocento e i
primi anni del secolo successivo. Più soddisfacente
ci sembra invece l’opera pittorica conservata presso
gli attuali discendenti residenti a Giulianova e
Potenza. Una parte di essa è ravvisabile nella
raccolta della famiglia Montano che ospita un gruppo
di opere ispirate a vari soggetti quali paesaggi,
nudi femminili e ritratti di vario genere. |
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Andrea Clodomiro Iezzi nasce a Giulianova nel 1868
da Giuseppe e Vittoria Tentarelli (Comune di
Giulianova, Registri di Stato Civile). Il padre nato
anch’egli a Giulianova era figlio a sua volta di
Andrea Iezzi, originario di Rapino in provincia di
Chieti. Da antiche fonti apprendiamo come anche
quest’ultimi svolgessero l’attività di pittori e
fossero contemporaneamente impegnati, con risvolti
piuttosto drammatici per le loro esistenze, nelle
complesse vicende garibaldine (G. Di Leonardo-M.R.
Bentivoglio, Garibaldini in Abruzzo (1860-1870).
L’Abruzzo Ultra I, Mosciano S. Angelo, 2002, p.
124-125). Per il nostro artista ancora più concise
appaiono le informazioni relative agli eventi
caratterizzanti la sua vita personale. Sempre dai
registri comunali apprendiamo che nel 1908 sposa la
conterranea Concetta Bucci e che dal 1935 è di nuovo
a Giulianova dopo aver vissuto nella lontana città
di Pieve di Cadore. Inoltre pare abbia alternato
l’attività di pittore a quella di amministratore
terriero (comunicazione orale fornita da Francesco
Ciafardoni). Vincenzo Bindi lo definisce il “chiaro
artista”, citandolo nella sua monografia dal titolo
Giulianova. La Posillipo degli Abruzzi edita nel
1927, in veste allora di direttore della Regia
Scuola Professionale “Raffaello Pagliaccetti”. Muore
a Giulianova nel 1951. |
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Le più antiche informazioni sull’attività artistica
di Clodomiro risalgono all’aprile del 1896,
pervenuteci da un interessato pubblicista del
Corriere Abruzzese. L’artista a questa data ha
ventotto anni e l’autore della sintetica colonna
giornalistica, ce lo presenta come una persona di
talento, una giovane promessa del quale vale la pena
seguire, proprio per le dimostrate capacità
artistiche, l’evoluzione del suo percorso
professionale. Egli ci offre infatti un profilo
molto eloquente della recente carriera dell’artista,
ragguagliandoci, nelle righe iniziali anche della
formazione, avvenuta in anni precedenti nei
vitalissimi ambienti di Napoli, Firenze e Roma. |
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Non conosciamo l’esatto ordine degli spostamenti
attraverso le menzionate città, ma supponiamo fosse
proprio il centro partenopeo ad ospitarlo come
giovane allievo agli inizi degli anni Novanta, dove,
secondo le dichiarazioni del puntuale estensore
entra in contatto con Saverio Altamura e Giovanni
Morelli entrambi professori dell’Accademia di Belle
Arti di Napoli. Ancora come diligente studente viene
infatti ricordato da un altro pubblicista che lo
incontra, all’epoca dei suoi studi, proprio nella
città napoletana, precisandone la data intorno
all’anno 1891 (L. Medori, L’arte in Abruzzo, in
“L’Eco del Popolo”, 1 dicembre 1897), mentre in un
altro e successivo articolo apprendiamo come
l’artista fosse“…incoraggiato ed aiutato dai maestri
e specialmente dal compianto Saverio Altamura, che
più che insegnante gli fu amorevole padre visse
qualche anno, studiando e lavorando, a Firenze ed
ultimamente a Roma…” (Aloysius, Artisti abruzzesi.
Clodomiro Iezzi, in “Il Centrale”, 14-15 settembre
1899). |
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In attesa di documenti comprovanti l’effettiva
partecipazione ai corsi accademici potremmo assumere
questa ulteriore precisazione come informazione
valida per sostenere un effettivo rapporto con i due
grandi maestri. Sappiamo infatti che Altamura muore
nel 1897, mentre Morelli nel 1901. Egli ha dunque la
possibilità di coinvolgersi come tante nuove leve
del momento, nell’orientamento posto da quel preciso
ambiente. Il poco più che ventenne Clodomiro li
poteva ammirare, sul principio degli anni Novanta,
appunto, come figure notevolissime, dalla
consolidata fama acquisita nei decisivi anni
centrali del secolo, quando iniziarono a farsi
promotori di un rinnovato percorso pittorico e
contemporaneamente, i principali artefici di un
importante cambiamento nell’ambito dell’ Accademia
napoletana. Costoro, infatti, con la loro pittura
travestono il presente secondo gli ideali antichi
facendo muovere i personaggi in abiti cristiani,
storici o letterari, in una sorta di simultanea ed
eroica identificazione con il vissuto politico di
quegli anni. Lo stesso Morelli sarà il principale
divulgatore di un’arte nella quale secondo la sua
definizione “figure e cose non viste, ma immaginate
e vere ad un tempo” trovano la loro piena
attuazione.
L’occasione della visita compiuta nel 1896 dal
compilatore del Corriere Abruzzese nello studiolo
giuliese dell’artista, è data dalla finitura di
un’opera da qualche tempo iniziata e portata
finalmente a termine dall’artista. Il quadro dalle
proporzioni molto grandi si intitolava il Diogene, e
viene dallo stesso redattore, auspicata come
eventuale acquisto “da parte di qualche amatore
della nostra provincia”. La descrizione resa
dettagliatamente in ogni particolare ci indica come
sia il lavoro più importante affrontato fino a quel
momento dall’artista. Il filosofo di Sinope, viene
rappresentato con un semplice mantello di colore blu
mentre cammina con la sua lanterna, alla ricerca
dell’uomo, quello che ha, appunto, raggiunto la
virtù morale, secondo gli attributi riferiti a
questa figura. Sullo sfondo ha il tempio del
Partenone e l’esposizione dell’osservatore continua
offrendoci attraverso le sue parole una bella
immagine del dipinto. Egli conclude la descrizione
dicendoci ancora che il lavoro più riuscito
dell’artista è “nella luce difficilissima, che egli
ha voluto tratteggiare, il Diogene è quasi in ombra,
ha illuminata la regione clavicolare destra col
braccio. La luce man mano che si scende diventa
tangente sino al malleolo. La testa, veramente
artistica è metà in ombra e metà illuminata. La
massima luce la riceve nella fronte e quella luce
così brillante si regge tanto bene in rapporto a
tutti i passaggi di tono, che l’occhio riposa
dolcemente in un assieme completamente armonioso”(G.
C., Arte ed artisti, in “Corriere Abruzzese”, 22
aprile 1896).
Dell’opera non si ha notizia, come non si
conosce l’ubicazione dell’altra dal titolo Tramonto.
Il paesaggio, esposto anche a Roma, raffigura una
veduta dei nostri dintorni giuliesi ripresa dalla
foce del Tordino con sullo sfondo le montagne di
Campli e Civitella.
Vorremmo concludere citando il nome di Giuseppe
Ettorre, una personalità del tutto dimenticata,
allievo, prima di intraprendere la sua carriera
all’estero proprio di Clodomiro Iezzi. |
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Giulianova è una terra che ha prodotto e produce
dei figli illustri, ai quali non sempre vengono riconosciuti i giusti
meriti da parte dei propri concittadini.
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L'affermazione “nemo propheta in patria” risulta
d’attualità. L’insensibilità nel valorizzare la ricchezza interiore
dell’uomo e la conseguenza dell’interesse per altri aspetti della vita
più facilmente palpabili.
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Però si ha la percezione che un passo avanti si
stia compiendo in tal campo, nel senso che una maggiore attenzione
sembra si voglia porre ai valori artistici e culturali che i cittadini
esprimono. Avviene che d’estate arrivino a Giulianova turisti stranieri
che vanno in cerca della tracce del violoncellista
Gaetano Braga, tutt’ora
più conosciuto in alcuni paesi d’Europa che nella sua terra d’origine.
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Così avviene anche per altri figli benemeriti,
che potremmo dire siano numerosi, fra i quali merita un posto di rilievo
lo scultore
Raffaello Pagliaccetti, trasferitosi come tanti altri giuliesi fuori degli angusti confini territoriali, dove pote’ meglio
sviluppare le sue qualità innate. Un ultimo caso, di un artista locale
ancora vivente, si è avuto nell’autunno scorso, allorchè, da Roma, in
cui temporaneamente risiede, piombò a Giulianova una giovane giapponese,
la Sig.ra Mackiko Akanegakubo, bruciata dall’ansia di raccogliere nel
luogo di nascita dello scultore
Venanzo Crocetti notizie inerenti alla
prima infanzia dell’insigne artista contemporaneo. Finì purtroppo per
raccogliere poco o nulla, tanto la popolazione non è sufficientemente
informata delle vette raggiunte in campo nazionale e internazionale, dal
Crocetti, il quale non ha avuto più contatti con la città d’origine, nè
sul posto esistono iniziative per riallacciare i rapporti con questo
figlio che s’è fatto onore (avvenuto il 2 Luglio del 2000, due anni e
mezzo prima della sua morte).
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Nel contesto di un tal discorso crediamo sia il
caso di fare un breve cenno intorno ad uomini. il cui riconoscimento,
per quanto sono riusciti a realizzare come messaggio artistico,
scientifico, letterario, è giunto magari troppo tardi. E’ tuttavia
importante che questo riconoscimento ci sia stato e che i posteri ne
possano conservar memoria. In proposito ci limitiamo ad una breve
elencazione con una succinta biografia di ognuno.
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