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- Vincenzo
Cermignani
- (1902 - 1971)
- Vincenzo
Cermignani a 50 anni
- Gli "esuli"
- Vincenzo
cermignani
- Tiberio Albani
(al centro)
- Pasquale Di
Odoardo (a sinistra)
- Vincenzo
cermignani
- e il suo "sidecar"
- Vincenzo
Cermignani
- ad una esposizione
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"Il mago della
Luce" |
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di
Giovanni Bosica
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Vincenzo Cermignani nasce a Giulianova il giorno 19
del mese di luglio dell’anno 1902, in Via della
Rocca, da Florindo e da Maria Filippetta Antonia
Corda.
La sua infanzia trascorre come quella dei tanti
coetanei con una situazione economica generale non
certo rosea. Il mestiere di suo padre, orafo ma più
particolarmente “corallaro” (mestiere sì diffuso in
quel periodo a Giulianova), gli dà la possibilità di
entrare subito nel mondo dell’arte. Difatti
Vincenzo, dopo aver frequentato le scuole
elementari, la maggior parte del suo tempo lo
trascorreva nella bottega che il genitore aveva
lungo “il Corso” oppure nei mercati dei paesi
vicini. La nascita della prima sezione socialista in
provincia di Teramo, la posa della prima pietra
della Casa del Popolo, la posa della lapide “Ai
proletari vittime della guerra borghese”, sono
avvenimenti che fanno di Giulianova la culla della
sinistra.
Sono tutte cose che influenzeranno la formazione di
Vincenzo Cermignani. Diventa Segretario dei Giovani
Socialisti. Poco dopo parte per Milano, dove vuole
approfondire l’arte orafa.
Entra subito a far parte del Circolo anarchico di
Enrico Malatesta, iscrivendosi alla Sezione Italiana
della Lega per i Diritti dell’Uomo. Torna a
Giulianova, trova eccellenti maestri nel pittore
Clodomiro Iezzi e nello scultore Ulderico Ulizio, ma
all’arte alterna sempre il suo impegno di
antifascista.
È il 29 Agosto 1922. Una colonna di fascisti vuole
distruggere la lapide alle vittime della la
Guerra Mondiale e dare così la lezione all’ultimo
baluardo dell’antifascismo, Giulianova.
Un gruppo di antifascisti tra cui Lidio Ettorre1, Pasquale Di Odoardo2,
Tiberio Albani e lo stesso Cermignani resistono per
ben cinque ore, poi sono costretti alla resa.
Per loro non è più il caso di restare a Giulianova.
Alcuni si trasferiscono a Roma, altri come Vincenzo
Cermignani, Tiberio Albani e Pasquale Di Odoardo
partono da Pescara, aiutati da uno zio del Di
Odoardo dipendente delle Ferrovie e si dirigono
verso Milano, dove Vincenzo Cermignani contatta il
Malatesta. Raggiungono Ventimiglia ed un compagno di
fede, li aiuta a raggiungere la Francia.
Faranno la strada degli “spalloni”, dei
contrabbandieri, per evitare così il posto di
confine.
Nessuno sa dove i tre giovani si sono diretti, ma
una missiva del Di Odoardo alla propria famiglia fa
conoscere la loro condizione.
Sono già consci che rimettendo piede in Italia
saranno arrestati. Più tardi solo Di Odoardo
deciderà di tornare in Italia. A Madane sarà
arrestato e arriverà a Giulianova in manette. Per
Cermignani comincia un esilio che durerà sino al
1953, anno del suo primo ritorno a Giulianova.
I primi mesi sono duri, lavora come decoratore e la
sua è una vita che ricorda quella di tanti pittori
del periodo romantico.
A Parigi, si inserisce subito nell’ambiente
artistico, frequenta corsi di perfeziona mento
all’arte pittorica e partecipa, nel 1933, ad una
prima mostra ricevendo il suo primo riconoscimento
in terra straniera, un Diploma d’Onore ed una
Medaglia d’oro. Aderisce al movimento degli
“Artistes lndépendents” e si occupa del Sindacato
dei decoratori d’Arte.
Tra una mostra e l’altra non tralascia il suo
impegno politico occupandosi soprattutto degli
operai italiani isolati, spesso terrorizzati dai
vari consolati, raggruppandoli nel Sindacato.
Entra a far parte dei “maquis” diventando membro
della “Force unies de la Jeunesse patriotique”.
Nel 1940 lascia Parigi che pullula di Tedeschi e si
rifugia a Limoges, continuando a produrre opere e
dove Cermignani rappresenta “la natura in tutta la
sua verità, il Midi in tutto il suo splendore” ed è
colui che”...canta divinamente la luce e il colore
che sono i gusti della vita”.
Il 9 Dicembre 1940 sposa Germaine Alphonsine
Albertine Langlois da cui divorzierà quattro anni
più tardi. |
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Goélette italienne, 1935 -
olio su tavola, cm.70x90 |
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Porticato di Place de Biôt, s.d. -
olio su tela, cm 60x40 |
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Il suo è un continuo viaggiare alla ricerca di nuovi
stimoli, di nuovi paesaggi, organizzando mostre, per
far conoscere la sua abilità oltre che di
paesaggista anche di ritrattista, settore in cui
eccelle mirabilmente.
Tanti sono gli angoli suggestivi immortalati nelle
sue tele, ma nessun luogo comune. Va sempre alla
ricerca dell’angolo più particolare.
Ha una visione esatta delle atmosfere e in ogni suo
quadro traspare un fascino particolare.
Chi sarà quel vecchio “bohéme” che non si sentirà
emozionato guardando una tela di Place Pigalle, la
sua gaiezza mattutina, quel fascino prettamente
“montmartrois” in primavera o guardando un
acquerello, dai toni bagnati nella sua atmosfera
dove sale (come in una poesia di Verlaine) la
nostalgia grigia dei bordi della Senna, in contrasto
netto con i paesaggi incendiati dal sole di
marsiglia?
Rappresenta anche il dolore, la crudeltà e l’orrore
della guerra.
Nel 1944 è uno dei primi ad accorrere a Oradour Sur
Glane distrutta dai Nazisti, strage questa che viene
paragonata, per crudeltà, a quella di Marzabotto in
Italia e a Lidice in Iugoslavia.
Oltre alla bellissima tela “Vue de l’Eglise d’Oradour
S/Glanes aprés l’incendie par les Allemands”
(acquistata dalla Direction Generale des Arts et des
Lettres), ci lascia un minuzioso reportage
fotografico, corredato da didascalie cariche di
feroce ironia, che rispecchiano il suo stato d’animo
nel vedere calpestati la libertà ed il rispetto per
l’uomo.
La stessa drammaticità, mista a pietà, si percepisce
guardando le foto e la tela dell’internato di
Buchenwald. Alla fine della guerra riceve la prima
riconoscenza dall’Associazione dei Partigiani
Garibaldini, per la sua attività partigiana. Il 20
maggio 1947, a Parigi sposa M.lle Suzanne WOLTOCK.
Anche questo matrimonio si rivela un fallimento in
quanto divorzierà nel 1963. |
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Autoritratto, 1964 - olio su tela, cm.130x97 |
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La Goulette s.d. - olio su tavola, cm.55x46 |
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Papà Néstor, 1957 - olio su tavola cm.65x50 |
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Ritorna a Giulianova nel 1953 dove organizza una sua
personale al Kursaal. Espone anche a Chieti. È un
successo. Ma l’unico obiettivo di Cermignani è
quello di tornare nel suo paese natio, anche se
ormai in Francia è diventato a pieno titolo il “Mago
della Luce” e il più “Montmartois dei Parigini”.
È il 1967, Vincenzo Cermignani ha 65 anni e con la
sua fedele moto, una possente BMW con sidecar torna
nuovamente a Giulianova dove espone per la seconda
volta al Kursaal e al Circolo ENEL di Teramo,
predisponendo contemporaneamente il suo definitivo
rientro in patria. Ritorna in Francia per assolvere
agli impegni presi, con il proposito di rientrare
poi definitivamente a Giulianova perché il pensiero
che lo assilla maggiormente, come lui stesso
riferisce in una lettera ad un suo caro amico
giuliese, è che”...questo Paese (la Francia) che ha
assorbito la mia gioventù, non divenga la mia tomba
morale e fisica! Volerò verso la terra che mi fece
nascere, contando di terminare la mia esistenza fra
gli amici superstiti. Se mi spengo qui tutto il
sacrificio della mia vita artistica sarà manomesso
al beneficio di solite canaglie, che profittando
della mia scomparsa ignota faranno man bassa del mio
patrimonio artistico e dei miei beni intimi, senza
essere importunati da Voi amici veri, ai quali ciò è
destinato”. Dopo alcuni mesi provvede alla
spedizione, con due container, di tutto ciò che gli
è caro, nel suo nuovo alloggio giuliese concessogli
gentilmente dall’Avv. Riccardo Cerulli. Finalmente
il suo sogno si avvera, torna nel suo paese natale,
non per riposarsi ma, come afferma in una ennesima
lettera“...per propagare il meglio della mia opera
morale e materiale”.
Ed è ancora la sua fedele moto, “carica
all’inverosimile” come ricorda un amico, a
riportarlo nel suo ultimo viaggio verso il paese
natale, dove riceve a periodi alterni la visita di
una cara amica, molto più giovane di lui, tale
Simone Truxillo, conosciuta dall’artista nel 1965.
Ben presto il suo stato di salute comincia a destare
preoccupazione in chi gli resta vicino sino alla
morte, avvenuta il 14 Febbraio 1971.
Conscio della fine prossima, mantenne
quell’atteggiamento ironico che aveva
contraddistinto la sua vita, tanto che una delle sue
ultime frasi fu “è arrivata l’ora di ingoiare il mio
certificato di nascita.”
Subito dopo la sua morte, grazie anche alla
disponibilità dell’Avv. Cerulli, la sua abitazione
divenne Museo Comunale.
A pochi mesi dalla sua scomparsa, il 28 Agosto venne
allestita al Kursaal una mostra postuma.
Da allora la figura del Pittore Vincenzo Cermignani
è stata quasi dimenticata, anche se nei suoi più
cari amici vivo è rimasto il ricordo oltre che per
la sua bravura, per la sua dirittura morale e
politica.
Il suo testamento, una lettera indirizzata ai suoi
più cari amici, è uno specchio della sua idea:
“…essendo io ateo, desidero che il mio funerale abbi
un carattere schiettamente civile. Non desidero né
fiori, né corone, …………… nessuna setta religiosa
dovrà essere autorizzata ad appormi il marchio del
suo passaporto …………… nessuna allocuzione funebre
deve essere pronunciata sulle mie spoglie ……………
desidero indossare la mia camicia rossa di
garibaldino con la decorazione ottenuta nella
Campagna di Francia, combattendo contro le orde
nazifasciste …………… desidero essere accompagnato
dall’esecuzione della nona di Beethoven …………… sul
mio “sarcofago” dovrà essere chiaramente scritto “né
Dio, né Padroni” disponendovi la mia testa di marmo
bianco, come pure la testa di bronzo del mio caro e
fedele cane Willy”.
Purtroppo la sua tomba si trova relegata in un
angolo buio ed umido del vecchio Cimitero Comunale.
Sarebbe, almeno, giusto che venga traslata in un
posto più dignitoso, alla luce del Sole, a quella
luce e quella luminosità di cui i suoi quadri sono
pieni. |
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NOTE:
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1.
Pasquale Di Odoardo (1902-1980), meccanico: gli assidui studi in
Italia e in Francia, dove fu fuoriuscito (assieme a Cermignani e
Albani), gli permisero geniali invenzioni per il funzionamento e il
perfezionamento dei motori anche d’aereo; partigiano-combattente con
la Banda giuliese Garibaldi; primo segretario eletto dalla
ricostituita Sezione del PCI. di Giulianova; consigliere comunale
dal 1946 al 1951.
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2.
Lidio Ettorre (1893-1977). Ebanista di raro talento (presso la
vetrina dei suo negozio di Corso Garibaldi spesso esponeva disegni,
caricature e infiammare proteste riferiti a personaggi e situazioni
locali), fu tra i primissimi iscritti alla Sezione giovanile del
Partito Socialista, poi confluito in quello comunista. Espulso dal
partito nel 1922, aderì all’idea anarchica. Nell’immediato
dopoguerra, l’Ettorre era stato a contatto, a Torino, con il gruppo
dell’ordine Nuovo”. Aveva conosciuto Gramsci e, sempre nel
dopoguerra, riprese i contatti con gli amici Alfonso Leonetti, Pia
Carena, Andrea Viglongo. Autore del diario inedito Memorie di un
perseguitato politico antifascista, copia del quale è ora depositato
oltre che nell’Archivio dell’Istituto Abruzzese per la storia
d’Italia dal Fascismo alla Resistenza, presso le quattro biblioteche
di Giulianova.
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·Tratto dall'articolo Vincenzo Cermignani
"il mago della luce" di
Giovanni Bosica, rivista La Madonna dello Splendore
n°16.
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Giulianova è una terra che ha prodotto e produce
dei figli illustri, ai quali non sempre vengono riconosciuti i giusti
meriti da parte dei propri concittadini.
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L'affermazione “nemo propheta in patria” risulta
d’attualità. L’insensibilità nel valorizzare la ricchezza interiore
dell’uomo e la conseguenza dell’interesse per altri aspetti della vita
più facilmente palpabili.
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Però si ha la percezione che un passo avanti si
stia compiendo in tal campo, nel senso che una maggiore attenzione
sembra si voglia porre ai valori artistici e culturali che i cittadini
esprimono. Avviene che d’estate arrivino a Giulianova turisti stranieri
che vanno in cerca della tracce del violoncellista
Gaetano Braga, tutt’ora
più conosciuto in alcuni paesi d’Europa che nella sua terra d’origine.
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Così avviene anche per altri figli benemeriti,
che potremmo dire siano numerosi, fra i quali merita un posto di rilievo
lo scultore
Raffaello Pagliaccetti, trasferitosi come tanti altri giuliesi fuori degli angusti confini territoriali, dove pote’ meglio
sviluppare le sue qualità innate. Un ultimo caso, di un artista locale
ancora vivente, si è avuto nell’autunno scorso, allorchè, da Roma, in
cui temporaneamente risiede, piombò a Giulianova una giovane giapponese,
la Sig.ra Mackiko Akanegakubo, bruciata dall’ansia di raccogliere nel
luogo di nascita dello scultore
Venanzo Crocetti notizie inerenti alla
prima infanzia dell’insigne artista contemporaneo. Finì purtroppo per
raccogliere poco o nulla, tanto la popolazione non è sufficientemente
informata delle vette raggiunte in campo nazionale e internazionale, dal
Crocetti, il quale non ha avuto più contatti con la città d’origine, nè
sul posto esistono iniziative per riallacciare i rapporti con questo
figlio che s’è fatto onore (avvenuto il 2 Luglio del 2000, due anni e
mezzo prima della sua morte).
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Nel contesto di un tal discorso crediamo sia il
caso di fare un breve cenno intorno ad uomini. il cui riconoscimento,
per quanto sono riusciti a realizzare come messaggio artistico,
scientifico, letterario, è giunto magari troppo tardi. E’ tuttavia
importante che questo riconoscimento ci sia stato e che i posteri ne
possano conservar memoria. In proposito ci limitiamo ad una breve
elencazione con una succinta biografia di ognuno.
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