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Francesco Manocchia
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L'impegnata vicenda di Francesco Manocchia, |
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Scrittore e giornalista (*) |
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Nel
1890 Giulianova, con i suoi oltre 6 mila abitanti1,
è una località ancora profondamente agricola e conserva tenacemente il
proprio ruolo egemonico in collina, sebbene sia percorsa da una forte
trasformazione e non manchino significativi esempi di modernizzazione,
soprattutto nella sua parte litoranea. «Questo Comune – dichiara infatti
al Consiglio Francesco Ciafardoni il 26 novembre 1890 in occasione della
sua riconferma a sindaco disposta dal re – si è trasformato e si va
trasformando ogni giorno, migliorando se stesso per forza di espansione,
insita in ogni progresso»2.
Mentre la locale intellighenzia, dopo la breve ma gloriosa
stagione del “Doctor Faust”, è tornata a coagularsi intorno a Francesco
Contaldi, che insieme con l’avvocato e letterato Battista De Luca aveva
dato vita nel 1888 alla “Rivista Minima”3,
nuovo tentativo di attivare da Giulianova un proficuo dialogo con la
migliore cultura coeva, la minuta ma non insignificante maglia di
attività imprenditoriali conosce un momento di interessante vivacità.
Accanto ed in aggiunta alle tradizionali attività di Erminio Orsini (che
dal suo stabilimento ancora ubicato nella parte alta della città produce
una serie di liquori ampiamente diffusi e ricercati, dal tradizionale
doppio arancio al mandarino, dagli alchermes alle anisette), dei
fratelli Valentini, che oltre alla produzione di gassose associano la
lavorazione di cappelli in paglia, dello ‘speziale’ e chimico Pasquale
De Martiis (il cui Stabilimento chimico-farmaceutico, realizzato sullo
scorcio del 1879, si è di molto ampliato), del conte Girolamo Acquaviva
d’Aragona, con la liquirizia prodotta dagli impianti dell’ex conceria
dei Comi (dove ora è la Casa Maria Immacolata)4,
accanto a queste attività dicevamo, proprio il 13 giugno del 1890 il
dinamico Luigi Crocetti costituisce una società anonima in nome
collettivo con capitale di 15 mila lire per la costruzione di una
fornace Hoffmann, una delle primissime in Abruzzo, destinata alla sua
fabbrica di mattonelle in cemento realizzata nel 1888 in un’area a circa
500 metri a settentrione della stazione ferroviaria, a valle
dell’attuale via Montello.
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Ebbene è in questo contesto che il 6 marzo del 1890, dal calzolaio
Pasquale Manocchia e da Lucia Macellaro, nasce Francesco.
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La
modesta condizione sociale ed economica della famiglia tuttavia non
inibisce a Francesco Manocchia di percorrere un ‘iter’ biografico
estremamente peculiare, ricco com’è di irrequietezze culturali e di
autonome acquisizioni. Non sarà l’impianto scolastico di base, con i
tradizionali (e certamente carenti) insegnamenti a fertilizzare la sua
operosa vicenda, tanto più che a interrompere drammaticamente gli studi
del giovane Francesco saranno alcune gravi disgrazie di famiglia. Sarà
piuttosto un endogeno desiderio di conoscenze, guidato e sovente
alimentato proprio da quel Battista De Luca voluto dal Contaldi al suo
fianco nella direzione della “Rivista Minima”, ad emanciparlo dalle
strette di una cultura pedissequamente attestata su posizioni di
retroguardia e a stimolare una serie di precoci ‘conquiste’ sul versante
giornalistico prima, e letterario in seguito.
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Risale al 1908 la prima qualificata partecipazione di Francesco
Manocchia all’attività giornalistica. A soli diciotto anni il Manocchia,
che pure dirige la casa editrice pescarese “Industrie Grafiche
Abruzzesi”, è redattore capo de “La Provincia”, il settimanale
politico-amministrativo-commerciale di Chieti diretto da Vincenzo Vicoli
che dopo aver cessato le pubblicazioni nel 1907 aveva ripreso la sua
attività il 16 dicembre 19085.
Due anni dopo il Manocchia è a Genova, sottufficiale di Fanteria. Nella
città ligure accanto ad un’intensa attività militare – qui infatti vince
il concorso ginnico-militare facendo conseguire al suo reggimento ben
tre medaglie d’oro nelle gare di scherma, di salto e di lotta
greco-romana – ha modo di collaborare col quotidiano locale “Il Caffaro”,
al quale continuerà ad inviare i suoi scritti in qualità di
corrispondente di guerra all’indomani della sua partenza per la Libia,
volontario in un reggimento misto agli ordini del colonnello Luigi
Gonzaga. Tornato da Tobruk e dopo una breve permanenza a Genova – dove,
sempre dalle pagine de “Il Caffaro”, sostiene una dura polemica in
difesa del generale Pecori Girali – passa prima a Cremona, qui legandosi
in rapporti di affettuosa amicizia con il dotto latinista canonico
Angelo Berenzi, e quindi a Vicenza, dove conosce il celebre prof.
Caldara e inizia le sue collaborazioni prima con il locale “Corriere
Vicentino” e poi con “l’Adige” di Verona.
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Sin
da ora appare agevole intuire come attività giornalistica ed impegno
militare si fondano in un solido avviluppo nella vicenda biografica di
Francesco Manocchia. Ma anche la successiva attività editoriale e quella
politica del Nostro saranno coerentemente connotate da un sistema
valoriale alimentato da questo, chiamiamolo così, ‘retroterra’. Non deve
stupire infatti se alla vigilia della Grande Guerra il nostro Manocchia
è tra i più attivi interventisti, inserito in quell’embrione di gruppo
nazionalista che a Pescara si raccoglie intorno ai tre fratelli Cascella,
cioè Basilio Michele e Tommaso, a Valentino Mirra e Ludovico D’Anchino6.
Sarà proprio a fianco di Mirra, di Vicentino Michetti e di uomini ora
interventisti ma sino a poco tempo prima esponenti di primo piano
dell’estrema sinistra – nello specifico il ‘sovversivo’ Verildo
Sorrentino e l’ex socialista Ettore Manetti – che Francesco Manocchia
tiene il 7 marzo del 1915 un applaudito comizio al teatro Michetti di
Pescara7.
Il 22 maggio successivo Manocchia, dopo essere tornato otto giorni prima
nella sua Giulianova per riabbracciare la madre, è di nuovo a Pescara, a
concludere una defatigante serie di infiammati discorsi di chiaro sapore
nazionalista e interventista tenuti un po’ ovunque nell’Abruzzo costiero
e nel chietino con l’ennesimo comizio dal balcone del Circolo Aternino,
stavolta avendo al suo fianco – oltre ai soliti Mirra e Sorrentino – un
nome emblematico della locale militanza repubblicana, quello di
Salvatore Capuani, oratore di rara efficacia scopertosi anche lui
interventista in queste ‘radiose giornate di maggio’8.
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Tornato ad indossare la vecchia divisa, Manocchia lascia l’Abruzzo per
Porto San Giorgio, aggregandosi al 17° Fanteria in partenza per il
fronte. Nel giugno 1915 sulla collina del Seltz merita, per atti
d’eroismo, un encomio solenne e la nomina ad ufficiale, da lui
rifiutata. Lo stesso Maresciallo d’Italia Cadorna coglie più volte
l’occasione di tributargli sentimenti di sincera stima. Per tutta la
durata della guerra Francesco Manocchia invierà resoconti al “Giornale
d’Italia”, all’”Adige” di Verona, al “Corriere Vicentino”, alla
“Provincia” di Arezzo, al “Caffaro” di Genova, e per la sua regione ai
chietini ”L’Indipendente”9 e
“La Provincia” e al settimanale teramano “L’Attualità” diretto da G. Di
Orazio10,
cui si aggiungeranno, quando il Nostro verrà trasferito in Trentino con
il 70° Fanteria, le corrispondenze per il “Piccolo” di Venezia e per il
prestigioso “Corriere della Sera”.
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Uno
straordinario attivismo che fa pendant con le iniziali produzioni
letterarie. E’ il 1916 quando, per i tipi de “La Fiorita” (la nota
rivista teramana diretta da Croce Crucioli) esce, con prefazione del
maggiore Ugo Bibolini, Scene di guerra: dramma in un atto e monologo,
un bozzetto drammatico rappresentato alla Casa del Soldato di Ascoli
Piceno, dove il Manocchia si trovava in licenza a seguito di una
malattia. Da Ascoli il Nostro ritorna in trincea, combattendo alla guida
del suo plotone di soldati abruzzesi – i diavoli gialli – in una
serie di sanguinosi attacchi guidati dal capitano Aprosio. Per le ferite
riportate il giornalista e soldato giuliese – che in questo periodo
oltretutto perde l’unica sorella Ida – viene dapprima ricoverato in un
ospedale da campo, passando poi a Vicenza e infine, per la
convalescenza, ad Arezzo. Nella città toscana ha modo di legarsi ad
affettuosa amicizia con il vescovo locale Giovanni Volpi e tiene, su
incarico del generale comandante del presidio aretino, un ciclo di
conferenze al Deposito del capoluogo e poi, una volta chiamato al
Comando della divisione di Firenze, presso i distaccamenti militari di
Empoli, Savigliana, S. Giovanni Valdarno, Montevarchi, Vinci e
Montepulciano. Frutto di questo suo impegno è un opuscolo di evidente
carattere patriottico, I comandamenti del 1918, che l’Editore
Benucci di Arezzo stampa in quell’anno in ben 25 mila esemplari, ed un
libretto – al momento per noi introvabile – dal titolo Al nostro Re
Soldato.
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Di
ben altro spessore è la commedia in tre atti , elaborata dal
Manocchia durante la sua permanenza in terra toscana e ispiratagli da
una giovane ragazza di origini senesi, Filomena Spaducci, che il
giuliese sposerà a Torrita di Siena il 7 giugno 1920. La commedia, in
seguito stampata in 5 mila esemplari dalla milanese Società dei Giovani
Autori11
e
quindi rappresentata con successo a Genova e Giulianova, vale al
Manocchia il secondo posto su 210 concorrenti nel Concorso Drammatico
Italiano di Roma insieme con il lusinghiero giudizio della commissione
esaminatrice composta da due giganti della letteratura come Luigi
Pirandello e il crepuscolare Fausto Maria Martini, nonché dal celebre
critico Adriano Tilgher, per i quali l’opera del neppure trentenne
scrittore giuliese è un favola «tenue e graziosa, svolta con garbo e
naturalezza, con grazia delicata sottile di dialoghi, con dolcezza di
tocchi».
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Agli
inizi del 1919, ormai congedatosi, il Manocchia è a Milano dove respira
il clima violento del primo dopoguerra. Nella capitale meneghina
collabora per un breve periodo con il neonato “L’Italia antibolscevica”12 e
poi, entrato in relazione con il Vicentini, segretario di redazione del
“Popolo d’Italia” (il noto quotidiano di Benito Mussolini che a partire
dal gennaio 1919 andava coagulando i futuristi e gli arditi in funzione
antisocialista e controrivoluzionaria), ottiene da Arnaldo Mussolini
l’incarico di corrispondente per la provincia di Teramo.
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Tornato nella primavera del ’19 a Giulianova, il Manocchia si inserisce
a pieno titolo e con la passione che gli è propria nella vivace vita
politica cittadina, destinata di qui a non molto a radicalizzarsi in
feroci e violente giustapposizioni tra socialisti e nazionalisti13.
Insieme con l’avvocato e giornalista Livio De Luca e coadiuvato da
alcuni esponenti della Società Operaia di mutuo soccorso ed ex
consiglieri durante il primo sindacato De’ Bartolomei, Serafino Morganti,
Giulio Di Michele, Giulio De Luca e Celio Caravelli, Francesco Manocchia
costituisce nell’ottobre 191914
–
dopo che il solito Vicentini con una lettera del 27 settembre gli aveva
sconsigliato di partire alla volta di Fiume per raggiungere D’Annunzio
- la locale sezione combattenti, della quale assume la segreteria
politica, e contestualmente, a sue spese, stampa un bisettimanale dal
titolo “La libera parola”, dalle cui colonne attaccherà con vigore
l’opposto schieramento sostenendo la candidatura di Giacomo Acerbo15
.
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Nel
1921 sarà proprio Acerbo, ora deputato al Parlamento e di qui a non
molto potentissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, a
firmare la Prefazione a Salmi della Patria. In memoria dei nostri
eroi, una raccolta di versi dedicata da Francesco Manocchia ai
giuliesi morti nella Grande Guerra uscita in volume nel settembre di
quell’anno presso la Tipografia del Commercio di Francesco Pedicone.
-
«Questi deliziosi e forti Salmi […], dal sapore veramente biblico, dalla
fattura letterariamente squisita, hanno una potenza suggestiva che non
può non far fremere d’amore le ossa dei Morti e d’orgoglio gli spiriti
dei Superstiti, che ricordano; dei Superstiti – continua iperbolico
l’Acerbo nella Prefazione -, che hanno compreso e che comprendono».
Sempre nel 1921 lo scrittore giuliese inizia a collaborare alla rassegna
letteraria mensile “Il Compendio” con alcuni suoi brevi racconti,
novelle e poesie (è in questa rivista che viene ospitata una
anticipazione del lavoro Quando c’era la guerra, in seguito
pubblicato in volume16
),
mentre sul versante più squisitamente giornalistico si impegna in una
serie di corrispondenze per il “Mattino” di Napoli, “L’Ordine” di Ancona
e per altri organi di stampa stranieri, come “L’Unione” di Parigi ed il
quotidiano statunitense “New York Herald”. Pure in quest’anno ha modo di
evidenziare le sue doti di organizzatore come responsabile dell’Ufficio
stampa per l’Esposizione artistica regionale organizzata nell’odierna
Pescara da Luigi Caporale, primo nucleo di quella che sarà la celebre
Settimana Abruzzese organizzata in quella città a partire dal 1923 dal
giornalista di Loreto Aprutino e direttore de “L’Idea Abruzzese” Zopito
Valentini in collaborazione con Ettore Moschino, Basilio Cascella e
Luigi Antonelli17.
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La
sua adesione al Fascismo – che risale al 14 ottobre 1922, l’anno in cui
il Manocchia collabora con racconti e poesie a “L’Abruzzo”, la rivista
ad indirizzo storico-letterario fondata da Giuseppe Javicoli e diretta
da Ernesto Capuano18,
ma anche col settimanale politico “L’Aquila” diretto dal mutilato
Archimede Ruggieri, del quale è il corrispondente da Giulianova19 –
conclude e, bisogna ammetterlo, suggella coerentemente tutta una vicenda
connotata da quelle tappe fondamentali che, seppure in maniera cursoria,
sono state comunque sin qui evidenziate. Da questo momento in poi il
Manocchia sostanzialmente abbandonerà la politica attiva – volendo
eccettuare l’incarico di capo ufficio stampa conferitogli nell’agosto
1923 da Giacomo Acerbo in occasione della venuta a Castellammare
Adriatico di Mussolini, ed altri adempimenti svolti a favore
dell’associazioni combattenti - per dedicarsi esclusivamente
all’attività giornalistica e soprattutto a quella letteraria. D’altronde
il fascismo di Manocchia non è un fascismo violento e squadrista, né
tantomeno un fascismo ‘interessato’, affaristico, da ‘pescicani’
insomma, invece spessissimo presente nei prodotti di quel trasformismo
che per il nostro Riccardo Cerulli (ma chiaramente non solo per lui) è
un approdo tipicamente italiano. Il suo è piuttosto, per mutuare una
espressione cara a Raffaele Colapietra, un ‘fascismo onesto’, né più né
meno come quello di Vincenzo Bindi, la cui adesione è del 1923, lontano
dai giochi di potere e dalle camarille. La sua coerenza, praticata con
l’ingenua costanza propria dell’intellettuale, ad un ben definito
sistema valoriale – che poi rimanda ad una certa visione diremmo
‘romantica’ della vita tanto diffusa nell’ambiente militare – non
porterà il Manocchia a ricoprire cariche pubbliche, né in questa prima
fase del fascismo, né durante (e difatti il suo nome non compare tra i
candidati del Fascio Giuliese di Combattimento per le elezioni della
primavera 1925), ma neppure dopo. Gli unici incarichi che il Manocchia
assumerà, saranno infatti quelli tutto sommato ‘indolori’ ed innocui
legati al mondo dei combattenti, dal quale egli proviene e al quale è
fortemente legato. Nel 1924, rimessosi da una grave malattia che gli
comprometterà per sempre il polmone destro, il Manocchia – dall’anno
precedente insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Corona
d’Italia – torna alla sua congeniale attività di scrittore pubblicando
per la TALIA di Giulianova (la Tipografia Artistica Libraria Industriale
Abruzzese impiantata nel febbraio del 1920 da Giulio Braga, nipote del
musicista Gaetano, e dal ventitreenne Mario Leone, figlio del musicista
e compositore Luigi, apprezzato direttore della gloriosa banda
cittadina, nonché fratello del più noto Leo20)
un suo nuovo lavoro, Quando c’era la guerra, una fortunata
raccolta di scritti di guerra – alcuni dei quali peraltro già pubblicati
nella rivista “L’Abruzzo”21-
che può vantare la prefazione di Ettore Moschino, poeta e bibliotecario
della Provinciale “S. Tommasi” dell’Aquila e già direttore de “Il
Rinascimento”, una raffinata rivista nata a Milano nel 1905 che aveva
coagulato i più bei nomi della cultura coeva22.
-
Insieme con alcuni medaglioni su personaggi locali pubblicati nel
bisettimanale “Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise”, in una nuova rubrica
che ospita oltre alla sua le illustri firme di Luigi Illuminati, Amedeo
Finamore, Luigi Bologna, solo per citarne alcune23,
altri lavori letterari il Manocchia pubblica sempre nel 1926 in “Terra
Vergine”, il quindicinale montoriese di carattere culturale diretto dal
giovane avvocato Goffredo Martegiani. Sulle pagine della bella ma
sfortunata rivista che, tra gli altri, raccoglie anche gli interventi di
un altro giuliese ben più noto, il professor Vincenzo Bindi (ma vanta
altri importanti collaboratori, come Carlo d’Aloisio da Vasto e Luigi
Brigiotti), compare nel numero del marzo 1927 il racconto Luce
nell’ombra24,
col quale il Manocchia aveva conquistato in quello stesso mese il primo
posto nel concorso indetto dalle Accademie di Genova e Trieste di
scienze e lettere su oltre duecento concorrenti.
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A
fronte di un impegno intensissimo, sia sul versante giornalistico (dal
’27 aggiunge alle numerose testate alle quali collabora anche “L’Italia
Centrale”, il noto periodico teramano diretto da Giovanni Fabbri),
quanto su quello più squisitamente culturale (e non andrebbero
dimenticate le tante conferenze che lo vedono protagonista, compresa
quella che, in occasione dei festeggiamenti per la Madonna dello
Splendore del 1928, tiene nel piazzale del convento su “La Verna e Santo
Francesco”25),
nel periodo che si distende tra la prima metà degli anni Venti ed i
Trenta il Manocchia, che pure avvia una autonoma attività economica
aprendo al Paese una sua Cartoleria, raccoglie una serie fittissima di
riconoscimenti. Viene così nominato Presidente della sezione abruzzese
della Società dei Giovani Autori di Milano, poi della stampa locale;
quindi viene insignito della carica di Vice-Presidente Generale
dell’Accademia Scienze e Lettere di Genova presieduta dal prof. Della
Vecchia e, in seguito, di Ispettore onorario per l’Abruzzo dell’Istituto
Culturale “Ausonia” di Milano. Nel gennaio del 1928 per volere
dell’onorevole Carlo Del Croix, Francesco Manocchia – che di qui a un
mese tornerà a riorganizzare la sezione combattenti di Giulianova dietro
incarico del presidente della Federazione Giacomo Franchi26,
per poi lasciarne la presidenza al locale Commissario del Fascio
Domenico Trifoni27 -
viene nominato fiduciario per la provincia di Teramo della casa editrice
Vallecchi di Firenze28.
Sempre nel 1928, nel mese di dicembre, il Senato Accademico della
Università Schönbrunner Schlob di Vienna – che tra i suoi docenti
annovera il prof. Giorgio Giuseppe Ravasini - con suo decreto conferisce
allo scrittore giuliese la qualità di Membro Onorario della Vald
University29,
cui segue, nel 1930, la nomina come “Membro a vita” della Società
Acadèmique d’histoire internazionale di Parigi, una delle maggiori
istituzioni accademiche francesi30.
Proprio nell’estate del 1930 escono quasi contemporaneamente due
periodici di cronaca balneare diretti dal Manocchia: “Il Kursaal Lido” e
“Il Lido”31,
entrambi di Giulianova. Il primo, di poco anteriore, viene stampato
dalle Arti Grafiche Braga e, nel suo numero d’esordio del 15 agosto, si
propone come Organo...ufficiale dei bagnanti giuliesi, precisando
nel Saluto che «A questi villeggianti, qui riversatisi da ogni parte
d’Italia, il nostro Numero Unico sente il dovere di porgere il suo primo
saluto ospitale [...]. Il nostro compito è quello di segnare sulla carta
tutte le bellezze, i sogni, le speranze passanti per la nostra spiaggia
in questa estate di sole». Aderente agli obiettivi perseguiti, “I1
Kursaal” contiene rubriche dedicate alla corrispondenza dei lettori
(“lettere”), ai “Dialoghi colti al volo” e a piccoli aneddoti scherzosi
su noti personaggi locali che animavano le spensierate serate estive
(“Colpi di lingua! Ciò che si vede e non si vede al Kursaal”).
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Non
dissimile appare “Il Lido di Giulianova”, anch’esso di quattro pagine -
nelle quali, tuttavia, compaiono caricature e disegni -, stampato dalla
tipografia T.A.L.I.A. e nato con intenti sostanzialmente ludici e di
disimpegno, come agevolmente si coglie nella Presentazione: «Nella vita
breve l’anima è satibonda, bisogna perciò farla correre per abbeverarla
di freschezza e di sorrisi. Questo vogliamo noi procurarvi, lettori e
lettrici gentili, con espressioni di pensieri informati al bello e al
Buono; con aneddoti allegri, con spunti di spirito, con gentili tocchi
su persone di buon senso e di buon gusto; senza litigi, snelli e
leggeri, prendendo dalla sorgente del vero». Anche qui gli aneddoti
vengono affidati ad una rubrica, “A punta di penna del prof. Scocco”.
Nonostante l’inciso scherzoso che accompagna l’esordio del foglio estivo
giuliese (Numero più unico che raro), quello de “Il Lido” è un
esperimento giornalistico che verrà riproposto almeno sino al ‘39.
Modificando parzialmente il titolo, numeri “unici” del foglio balneare
vengono pubblicati nell’estate del 1931 (dapprima, conservando
l’originaria testata, come numero unico del 14 luglio, poi “Il Lido
Abruzzese”, secondo numero unico della stagione del 29 luglio; “I1 Lido
Adriatico”, terzo numero unico della stagione del 20 agosto; “II Lido
Illustrato”, uscito il 27 settembre 1931, tutti stampati presso lo
stabilimento delle Arti Grafiche Braga), nell’agosto del ‘32 e
nell’estate del ‘36 con un ritorno a “Il Lido” e, infine, come “I1 Lido
Estivo” (stampato a Teramo dalla Tip. Economica ne1 ‘39). Intanto nel
1935 la casa editrice “Sorrisi d’Arte” di Gravina di Puglia con una
presentazione di Saverio Fineo ripropone in seconda edizione la commedia
La signorina Bonella insieme con il bozzetto La via dell’anima32,
mentre pressoché contemporaneamente per l’editore Giuseppe Intellisano
di Catania esce Figli migliori di nostra terra, una serie di
“medaglioni” agiografici relativi a noti esponenti della vita cittadina
giuliese che il Manocchia raccoglie in volume dopo essere stati
pubblicati su varie riviste, soprattutto nel “Risorgimento d’Abruzzo e
Molise”.
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Il
tracciato esistenziale e creativo del Manocchia, come abbiamo visto
ricco di risultati di non poco momento e di non trascurabile interesse –
se non altro perché sinora totalmente disconosciuti o affatto ignorati
–, termina tragicamente alle ore 12,45 di martedì 29 febbraio 1944,
quando una formazione di aerei statunitensi riversa sull’agglomerato di
case del centro di Giulianova Paese un enorme quantitativo di bombe di
grosso calibro, con violenza assolutamente superiore rispetto alle
precedenti 48 incursioni. In uno scenario da inferno dantesco dominato
sinistramente da scheletri di case con resti di muri in bilico e persone
piangenti, il tenente dei Carabinieri Osvaldo Tentarelli, comandante
interinale della Compagnia giuliese, qui subito accorso insieme con i
suoi militi, estrae dalle macerie ancora fumanti di polvere di alcune
abitazioni situate alle spalle dell’attuale edificio comunale i corpi
delle prime tre di una lunga serie di vittime. Tra quei poveri corpi
senza vita, quello del cavalier Francesco Manocchia.
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NOTE
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*
Il presente intervento sviluppa e meglio definisce la parte relativa
alla intensa e poliedrica attività di Francesco Manocchia contenuta nel
nostro recente lavoro intitolato Dalla redingote all’orbace. Giornali
e giornalisti a Giulianova dalla fine dell’800 al Ventennio,
pubblicato nel volume degli Atti del Convegno Nazionale di studi
organizzato dall’Università di Chieti Giornali e riviste in Abruzzo
tra Otto e Novecento, a cura di Gianni Oliva, Roma, Bulzoni, 1999,
pp. 156-159.
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L’Autore ringrazia, per la gentile collaborazione riservata, il dott.
Ludovico Raimondi - il cui aiuto è stato preziosissimo - ed i signori
Pasquale Chiappini e Leo D’Angelo, rispettivamente Direttore e
bibliotecari della Biblioteca Civica “V. Bindi” di Giulianova, oltre ai
dottori Luigi Ponziani, Fausto Eugeni e Marcello Sgattoni,
rispettivamente Direttore e bibliotecari della Biblioteca Provinciale
“M. Delfico” di Teramo.
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1
Cfr.
in proposito Servizio Studi della Camera di Commercio, Industria,
Agricoltura e Artigianato di Teramo, Popolazione residente ai
censimenti nei comuni della provincia, sub Giulianova
-
2
Riccardo Cerulli, Giulianova 1860, Teramo, “Abruzzo Oggi”, 19682,
p. 316
-
Sul Contaldi, oltre al sintetico profilo bio-bibliografico contenuto in
Sandro Galantini, Le “difficili conquiste”. Cultura umanistica, arte
e storia a Giulianova tra Seicento e Ottocento, in Centri
dell’Abruzzo, Sulmona, Premio “Filomena Carrara”, 1996, pp. 48 e ss.,
cfr. i due recenti interventi di Leo Marchetti, Francesco Contaldi
traduttore e poeta, in Poeti traduttori esteti, a cura di Leo
Marchetti, Giulianova, Centro di Servizi Culturali, 1998, pp. 7-22 e
Francesco Contaldi traduttore di S.T. Coleridge, estratto da “Traduttologia”,
1999
-
3
Sulla
“Rivista Minima” e sul suo ideatore Francesco Contaldi si rimanda da
ultimo a Sandro Galantini, La stampa periodica a Giulianova dal
periodo postunitario alla prima metà del Novecento. Note e indicazioni,
in “Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria”, a. LXXXV
[1995], pp. 440-447. Battista De Luca, avvocato civilista e, dal 1881,
Vice-presidente della Banca mandamentale cooperativa di Giulianova, come
poeta aveva esordito pubblicando nel 1873 una raccolta di versi
intitolata Triste dramma (Napoli, V. Basile e C., 1873), e sempre
in qualità di letterato avrebbe poi collaborato con la prestigiosa
“Rivista Abruzzese”.
-
4
Per
una panoramica in extenso sulle attività produttive a Giulianova
in questo torno di anni si rimanda all’ancora preziosa indagine di
Pasquale Ventilii, Industria, in Monografia della Provincia di
Teramo, volume III, Teramo, Giovanni Fabbri Editore, 1893, p. 259 ss.,
ora disponibile nella ristampa realizzata nel 1995 dalla Edigrafital SpA
di S. Atto
-
5
Su
questa rivista cfr. la scheda in Ugo De Luca, Mario Zuccarini,
Catalogo dei periodici abruzzesi posseduti dalla Biblioteca Provinciale
«A.C. De Meis» di Chieti, Chieti, s.e., 1971, p. 179. E’
interessante notare che questo settimanale, di vocazione interregionale,
sosterrà fervidamente la prima guerra mondiale, come successivamente la
lista fascista nelle elezioni politiche del 1924. Qui oltretutto compare
la firma di quell’Ettore Moschino che – lo vedremo in prosieguo –
firmerà la prefazione ad un lavoro del Manocchia. Altri utili rilievi in
Carmelita Della Penna, La stampa abruzzese di informazione nell’età
giolittiana, in Giornali e riviste in Abruzzo tra Otto e
Novecento, Atti del convegno a cura di Gianni Oliva, Roma, Bulzoni,
1999, p. 330. Quanto al ruolo del Vicoli nella cultura napoletana e
chietina cfr. Raffaello Biordi, Gabriele D’Annunzio e la terra
d’Abruzzo, Roma, Palombi, 1967, pp. 99-102
-
6
Il
gruppo si era costituito ufficialmente ai primi di marzo del 1915. Cfr.
“L’Italia Centrale”, 8-9 maggio 1915 e Filippo Paziente, I socialisti
abruzzesi e il problema della guerra (1911-1917), in “Rivista
Abruzzese di Studi Storici dal fascismo alla Resistenza”, a. III [1982],
n. 2, spec. p. 262
-
7
Cfr.
“La Provincia di Chieti”, 14 marzo 1915 e Raffaele Colapietra,
Pescara 1860-1960, Pescara, Costantini Editore, 1980, p. 272
-
8
Cfr. “L’Indipendente”, 23 maggio 1915 e Raffaele Colapietra, Pescara,
cit., p. 273
-
9
Su
questo settimanale di politica, scienza, arte e letteratura – come
recita il sottotitolo – diretto da Andrea Saviello, insieme col nostro
Manocchia scrivono e scriveranno alcuni importanti giornalisti
dell’epoca, come Teodorico Marino e Maturino De Sanctis, ma anche poeti
di vaglia come Luigi Dommarco, Rosmunda Tomei Finamore e Domenico
Tinozzi. Anche questo periodico sposerà l’interventismo e diverrà
manifestamente fascista a partire dal 1922, dopo aver sostenuto in
occasione delle elezioni politiche del maggio 1921 la lista dei
combattenti della quale facevano parte, tra gli altri, Giacomo Acerbo.
In argomento cfr. ancora Ugo De Luca, Mario Zuccarini, Catalogo dei
periodici abruzzesi, cit., pp. 121-123
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10
Luigi
Ponziani, Due secoli di stampa periodica abruzzese e molisana,
Teramo, Interlinea, 1990, p. 57 ad nomen
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11
Milano, Società dei Giovani Autori, 1920
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Su
questo periodico che muterà in seguito la testata in “L’Indipendente”,
cfr. Associazione Italiana Biblioteche, Catalogo dei periodici delle
biblioteche lombarde, vol. III, Milano, Comune di Milano, 1967, p.
300 ad nomen
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Su “Il Popolo d’Italia” si rimanda all’ampia indagine di Valerio
Castronovo, La stampa italiana dall’Unità al Fascismo, Bari,
Laterza, 1970, pp. 55-273
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Sugli avvenimenti giuliesi di questo periodo si rinvia al sintetico ma
penetrante saggio di Tito Forcellese, Giulianova tra reazione e
rivoluzione. Note e appunti, in Vincenzo Cermignani. Vita
d’Artista, Giulianova, Comune di Giulianova (Assessorato alla
Cultura) – Centro di Servizi Culturali della Regione Abruzzo, 1997, pp.
63-75. Un inquadramento generale è in Luigi Ponziani, Lotte agrarie
nel primo dopoguerra: la nascita del fascismo a Teramo, in “Rivista
Abruzzese di Studi Storici dal fascismo alla Resistenza”, a. I [1980],
n. 3, pp. 87-108
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“Il
Risorgimento d’Abruzzo”, 25 ottobre 1919
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Sul
ruolo giocato da Acerbo in seno alla costituzione dell’Associazione
Combattenti abruzzese e della Federazione provinciale di Teramo, della
quale Acerbo sarà il delegato, e sulle elezioni del 1919 si rimanda a
Luigi Ponziani, Le elezioni del 1919 a Teramo. Lotte politiche e
sociali, Teramo, Libera Università Abruzzese degli Studi “G.
d’Annunzio”, 1977.
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Francesco Manocchia, Quando c’era la guerra, in “Il Compendio”,
a. IV [1921], n. 3
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17
In
argomento cfr. Filomena Di Cicco, Laura Salvatori, Carmelina Tordone,
La «Settimana abruzzese» a Pescara nel 1923,
in “Rivista Abruzzese di Studi Storici dal fascismo alla Resistenza”, a.
II [1981], n. 3, spec. p. 55 e ss.
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18
Per una scheda di questa rivista cfr. Luigi Ponziani, Due secoli di
stampa periodica, cit., p. 30 ad nomen e, per altri utili
rilievi, Umberto Russo, Le riviste abruzzesi, un patrimonio di
cultura e storia, in Almanacco abruzzese 1994, Pescara,
Ediars-Oggi e Domani, 1993, pp. 371-372. A “L’Abruzzo”, che dopo le
prime due annate nel 1922 trasferirà la sua redazione a Città S. Angelo,
collaborarono importanti nomi della cultura regionale come Cesare De
Titta, Luigi Illuminati, Ettore Allodoli, Giovanni De Caesaris ed altri.
Il direttore Ernesto Capuano era uno dei membri, insieme col prof.
Davide De Berardinis, Umberto Lombardi, Mario D’Alessandro e Nino Nanni
del Comitato provinciale dei fasci di combattimento del 1921. Su questi
personaggi e sul ruolo da loro giocato nell’espansione del fascismo
nella provincia teramana si rimanda a Luigi Ponziani, La scissione
del partito socialista e la violenza squadristica: il fascismo in
provincia di Teramo, in “Rivista Abruzzese di Studi Storici dal
fascismo alla Resistenza”, a. II [1981], n. 2, p. 28 e ss.
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19
Su
questo periodico aquilano che nell’estate del 1922, dopo vivaci
polemiche redazionali, si orienta verso un nazionalismo antifascista e
anticlericale, così caratterizzandosi come una voce eterodossa
nell’ambito del contemporaneo giornalismo regionale, si rimanda a Walter
Capezzali, Giornali aquilani dall’Unità d’Italia alla Repubblica,
L’Aquila, Editoriale Abruzzo, 1976, p. 69 e a Luigi Ponziani, Due
secoli di stampa periodica, cit., p. 51 ad nomen. Vedasi
anche, per altri pertinenti rilievi, Luigi Ponziani, Notabili
combattenti e nazionalisti. L’Abruzzo verso il fascismo, Milano,
Franco Angeli, 1988, pp. 230-231
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Mario
Leone, alla fine del 1930 trasferitosi per difficoltà economiche a
Ortona, dove impianterà una propria tipografia, verrà arrestato nel 1931
perché accusato di attività antifascista. Cfr. la sezione “documenti”
in “Rivista Abruzzese di Studi Storici dal fascismo alla Resistenza”, a.
III [1982], n. 2, p. 315 ss.
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21
E’ il
caso del racconto Sergio il Montanaro che compare su questa
rivista nel numero 1-2 del gennaio-febbraio 1922, insieme con la sua
poesia intitolata Dormiveglia (pel bimbo mio)
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22
In
argomento Carmine Chiodo, La rivista della Libreria Editrice Lombarda:
« Il rinascimento» di Ettore Moschino, in Giornali e riviste
in Abruzzo, cit., pp.357-394. Ettore Moschino (1867-1941), aquilano,
legato da affettuosa amicizia a Gabriele d’Annunzio, ebbe personalità
varia e complessa: giornalista apprezzatissimo, drammaturgo,
librettista, narratore, saggista, bibliotecario, conferenziere. Alla
morte, che lo colse a Roma, la stampa nazionale ebbe per lui parole di
grande ammirazione. Sulla sua attività letteraria cfr. Vittoriano
Esposito, Parnaso d’Abruzzo, Roma, Edizioni dell’Urbe, 1980, pp.
69, 79.
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23
La rubrica è “Nell’angolo del focolare”, inaugurata nel dicembre 1924.
In argomento cfr. Luigi Ponziani, Due secoli di stampa periodica,
cit., p. 150 ad nomen
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Relativamente alle vicende genetiche ed alla rete di collaborazioni di
“Terra Vergine” cfr. Fausto Eugeni, Tentativi di rifondazione della
“Rivista Abruzzese” (1923-1927), in Don Giulio Di Francesco.
Sacerdote Insegnante e Storico Teramano. Testimonianze e
Contributi, a cura di Adelmo Marino, Teramo, Centro Abruzzese di
Ricerche Storiche, 1994, pp. 166-171
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24
Cfr.
“Terra Vergine”, a.II [1927], n. 22, pp. 6-13
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25
Se ne veda il sintetico resoconto apparso ne “L’Italia Centrale”, 3-4
maggio 1928
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26
Cfr.
“L’Italia Centrale”, 23-24 febbraio 1928
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27
Cfr.
“L’Italia Centrale”, 28-29 luglio 1928
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28
Cfr. “L’Italia Centrale”, 20-21 gennaio 1928
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29
In
argomento cfr. ancora “L’Italia Centrale”, 19 dicembre 1928
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30
Cfr.
“L’Italia Centrale”, 17 marzo 1930
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31
Su
ambedue le testate si rimanda a Sandro Galantini, La stampa periodica
a Giulianova dal periodo postunitario alla prima metà del Novecento.
Note e indicazioni, cit., pp. 471-472
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32
Gravina di Puglia, Casa ed. “Sorrisi d’arte”, 1935
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Cfr. in argomento Giulio Di Michele, Giulianova 1943/1944 – Piccola
cronistoria, in “La Madonna dello Splendore”, 11, 1992, p. 65, ora
anche ne Il cerchio inconchiuso. Momenti di storia giuliese
attraverso le pagine della rivista «La Madonna dello Splendore»
(1982-1995), a cura di Sandro Galantini, Teramo, Demian Edizioni,
1995, p. 84. E’ appena il caso di rilevare che la data segnalata da Di
Michele appare la più fededegna, essendo confermata dal certificato di
morte del Manocchia conservato negli atti di stato civile del Comune di
Giulianova, nonché dal rapporto redatto dal primo capitano Giulio
Rosignoli della Guardia Nazionale Repubblicana, Gruppo ex Carabinieri di
Teramo, in data 20 marzo 1944 (n. 66 di Prot. Div. II^) ed inviato al
Comando della 135^ Legione Guardia Nazionale Repubblicana la cui
fotocopia è conservata nella Biblioteca “P. Candido Donatelli” in
Giulianova.
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Giulianova è una terra che ha prodotto e produce
dei figli illustri, ai quali non sempre vengono riconosciuti i giusti
meriti da parte dei propri concittadini.
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L'affermazione “nemo propheta in patria” risulta
d’attualità. L’insensibilità nel valorizzare la ricchezza interiore
dell’uomo e la conseguenza dell’interesse per altri aspetti della vita
più facilmente palpabili.
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Però si ha la percezione che un passo avanti si
stia compiendo in tal campo, nel senso che una maggiore attenzione
sembra si voglia porre ai valori artistici e culturali che i cittadini
esprimono. Avviene che d’estate arrivino a Giulianova turisti stranieri
che vanno in cerca della tracce del violoncellista
Gaetano Braga, tutt’ora
più conosciuto in alcuni paesi d’Europa che nella sua terra d’origine.
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Così avviene anche per altri figli benemeriti,
che potremmo dire siano numerosi, fra i quali merita un posto di rilievo
lo scultore
Raffaello Pagliaccetti, trasferitosi come tanti altri giuliesi fuori degli angusti confini territoriali, dove pote’ meglio
sviluppare le sue qualità innate. Un ultimo caso, di un artista locale
ancora vivente, si è avuto nell’autunno scorso, allorchè, da Roma, in
cui temporaneamente risiede, piombò a Giulianova una giovane giapponese,
la Sig.ra Mackiko Akanegakubo, bruciata dall’ansia di raccogliere nel
luogo di nascita dello scultore
Venanzo Crocetti notizie inerenti alla
prima infanzia dell’insigne artista contemporaneo. Finì purtroppo per
raccogliere poco o nulla, tanto la popolazione non è sufficientemente
informata delle vette raggiunte in campo nazionale e internazionale, dal
Crocetti, il quale non ha avuto più contatti con la città d’origine, nè
sul posto esistono iniziative per riallacciare i rapporti con questo
figlio che s’è fatto onore (avvenuto il 2 Luglio del 2000, due anni e
mezzo prima della sua morte).
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Nel contesto di un tal discorso crediamo sia il
caso di fare un breve cenno intorno ad uomini. il cui riconoscimento,
per quanto sono riusciti a realizzare come messaggio artistico,
scientifico, letterario, è giunto magari troppo tardi. E’ tuttavia
importante che questo riconoscimento ci sia stato e che i posteri ne
possano conservar memoria. In proposito ci limitiamo ad una breve
elencazione con una succinta biografia di ognuno.
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