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ARALDICA - Lo stemma del Comune di Giulianova contiene un cavaliere medioevale a cavallo che rappresenta Giulio Antonio Acquaviva, il fondatore della città tardomedioevale. Lo stemma è sormontato da cinque torri che raffigurano le antiche fortificazioni quattrocentesche della città. Giulia Nova o Giulianova, che deve il suo nome, appunto, al fondatore, anticamente si chiamava Castrum Novum, colonia fondata dai romani sulle rive del Batinus, l'odierno Tordino. Dopo la caduta dell’Impero Romano, nel corso del Medioevo, le fu dato il nome di Catel S. Flaviano, in onore delle reliquie del martire che, secondo la leggenda, sarebbero state rinvenute, forse portatevi via mare, in quel sito.
 
 
Eusebio Caravelli - Nato il 22 Maggio 1781 e m. il 19 Maggio 1845, fu medico e filosofo valentissimo, ricercatore indefesso de’ fenomeni naturali, cultore della musica e delle arti belle, e, nelle nostre contrade, il primo a sostenere le idee dell’Hanemann sulla omeopatia. Molte opere dette alla luce, tra cui il Ravvedimento di un contadino Abruzzese e la Macchina armonica, opera assai curiosa e rara, da me posseduta.
Copertina del Libro
"MACCINA ARMONICA"
ovvero l'armonia prodotta dall'aria elastica sui corpi sonori.
Applicata alla dimostrazione approssimantiva de' vari fenomeni del corpo umano secondo la dottrina dei simili Dal Dott. D. Eusebio Caravelli di Giulianova. Teramo 1838

 

 

Eusebio Caravelli - Nato il 22 Maggio 1781 e m. il 19 Maggio 1845, fu medico e filosofo valentissimo, ricercatore indefesso de’ fenomeni naturali, cultore della musica e delle arti belle, e, nelle nostre contrade, il primo a sostenere le idee dell’Hanemann sulla omeopatia. Molte opere dette alla luce, tra cui il Ravvedimento di un contadino Abruzzese e la Macchina armonica, opera assai curiosa e rara, da me posseduta.
Copertina del Libro
"MACCINA ARMONICA"
La di cui teoria porta quindi gradatamente alla teoria dell'organizzazione umana e delle sue morbosità curate omeopaticamente.
Dal Dott. D. Eusebio Caravelli di Giulianova.
Chieti - Tipografia Vella -
 
 
 

Eusebio Caravelli

Medico e filosofo

 

        Nato il 22 Maggio 1781 e m. il 19 Maggio 1845, fu medico e filosofo valentissimo, ricercatore indefesso de’ fenomeni naturali, cultore della musica e delle arti belle, e, nelle nostre contrade, il primo a sostenere le idee dell’Hanemann sulla omeopatia. Molte opere dette alla luce, tra cui il Ravvedimento di un contadino Abruzzese e la Macchina armonica, opera assai curiosa e rara, da me posseduta.

Si deve attribuire ad Orazio Delfico - nato, come si sa, a Giulianova il 12 maggio 1769 - il diritto di primogenitura tra gli esponenti della intellettualità locale accostatisi alle discipline scientifiche tra Sette ed Ottocento e, forse, il merito di aver contribuito a far maturare analoghi interessi in altri studiosi a lui successivi.

Trascurando Delfico, la cui attività si riannoda ad un periodo segnato da una straordinaria effervescenza culturale per l’intero Teramano che farà conseguire alla classe intellettuale abruzzese un ruolo assai prestigioso nel Regno, l’intellettuale giuliese che più da presso raccoglie l’eredità di quell’illustre “caposcuola” inserendosi nell’alveo degli interessi scientifici è Eusebio Caravelli.

Ancora oggi poco si conosce di questo attivissimo studioso, e meritano indubbiamente indagini approfondite i legami che lo avvinsero - in una sorta di rapporto solidaristico, qualificato da un proficuo interscambio di personali acquisizioni e condivisioni - ad altri due importanti esponenti di quella emergente classe intellettuale che si imporrà decisamente a Giulianova nei decenni a venire: Angelo Antonio Cosmo De’ Bartolomei e Livio De Dominicis.

Caravelli nasce da un’agiata famiglia il 22 maggio 1781 e assorbe quindi l’atmosfera di vivacità scientifica che ancora impregna ed anima il piccolo ambiente di Giulianova, città che Vincenzo Comi - vero antesignano del rinnovamento politico, scientifico ed economico del Regno - sceglie, il 30 ottobre 1811, come luogo di abituai dimora (acquistando l’estesa struttura dell’ex convento dei Cappuccini) e nella quale impianta, utilizzando parte del suo nuovo immobile una importante fabbrica. È forse attribuibile alla dimestichezza di rapporti col quasi coetaneo De’ Bartolomei, oppure alla relazioni parentali instaurate col fratello di Ignazio Rozzi, quel Bartolomeo - giudice e carbonaro, pure membro della Società economica - padre di Rachele andata in sposa al dottor Celio, figlio di Eusebio, l’ingresso di quest’ultimo nella Società Economica del I Abruzzo Ultra di Teramo, impegnata, com’è noto, a promuovere studi accorti e dall’ampia latitudine relativamente all’agricoltura ed all’industria, importante centro di raccordo per numerosi e prestigiosi esponenti della intellettualità provinciale e vera fucina di ricercatori.

Il suo nome appare dunque nell’elenco dei soci corrispondenti della Società a partire dal 2 febbraio 1819, data della nomina (ma la candidatura a socio è del 23 novembre 1818). Da questo momento si dischiudono ad Eusebio Caravelli inedite e proficue opportunità ch’egli riuscirà a far fruttare. Anzitutto, diviene possibile interloquire - grazie all’indubbia capacità catalizzatrice della Società economica - con le migliori intelligenze della sua epoca, oltre ad entrare a far parte di intreccio umano e culturale di grande significato. Poi la opportunità di una circolazione di dati culturali certamente meno angusta - fondamentale è il ruolo ricoperto dall’organo della Società, “Il Gran Sasso d’Italia”, rivista nella quale confluiscono i più avveduti approdi degli scienziati dell’epoca - in grado di occasionare plurimi interessi e veicolare nuove idee. Nel 1837 appare, per i tipi della teramana Scalpelli, la prima opera del Caravelli: Opuscolo sul metodo di costruire i pavimenti a marmo artificiale od i così detti a musaico alla veneziana compilato dal dott. fisico Eusebio Caravelli socio corrispondente della società economica di Teramo, consigliere provinciale, con dedica all’intendente Bonaventura Palamolla (solertissimo funzionario sotto Ferdinando II, poi sostituito dal marchese di Spaccaforno, cui Teramo deve pure la costruzione del viale alberato oggi Viale Bovio, ma del quale si ricorda il nome per avere egli nominato e presieduto la Commissione  - simbolo della reazione borbonica - costituita in seguito al governo provvisorio “costituzionale” nato a Penne con la ribellione del 23 luglio 1837), segnalando così una discrepanza rispetto al suo sostenuto orientamento politico incline ai sentimenti di libertà. L’anno dopo, sempre presso Scalpelli, lo scienziato giuliese pubblica lo studio certamente più interessante: Macchina armonica, ovvero l’armonia prodotta dall’aria elastica sui corpi sonori, applicata alla dimostrazione approssimativa dei vani fenomeni del corpo umano, secondo la dottrina dei simili escogitata dal dottor fisico E. Caravelli di Giulianova.

Già a partire dal titolo, evidente è la fascinazione subita dal giuliese nei confronti dell’omeopatia, una dottrina terapeutica che, nata sulle intuizioni del medico inglese Hunter, troverà sistemazione teorica grazie a Samuel Hahnemann, vero precursore dell’indirizzo individualistico della clinica, e, per quanto concerne l’Italia, avrà come centro di diffusione Napoli, città nella quale intorno al 1850 viene aperta una clinica omeopatica presso l’Ospedale della Trinità.

Dunque Caravelli può a ragione essere considerato uno dei primissimi studiosi - oltre ad un vero caposcuola - dell’omeopatia, la cui veicolazione nella capitale dapprima, nelle periferiche provincie del Regno e nel resto d’italia poi, si deve in buona parte ad abruzzesi. Si attribuisce ormai pacificamente al medico vastese Francesco Romani, infatti, la prima diffusione delle concezioni di Hahnemann nel Napoletano; a questi deve aggiungersi il conte - originario di Loreto Aprutino, allora nella provincia teramana - Quintino Guanciali, definito “vate dell’omeopatia” per avere scritto nel 1840 (tre anni dopo il lavoro del Caravelli), guarito omeopaticamente da una grave malattia, un poema, ch’ebbe grande fortuna tra i contemporanei, dal titolo Hahnemannus seu de Homoepathia nova medica scientia, con cui celebrava le nuove concezioni del creatore dell’omeopatia.

Da ricordare è anche il cellinese Rocco Rubini, allievo diretto del Caravelli, Socio corrispondente dell’Accademia Omiopatica di Palermo ed ordinario della Società Economica di Teramo (in questa veste partecipante al VII Congresso degli Scienziati Italiani in Napoli nel 1845), fondatore a Napoli nel 1852 di una speciale Farmacia Omeopatica e autore della Statistica dei colerosi curati omeopaticamente in Napoli nel R. Albergo dei Poveri nel 1854, oltre al silvarolo Pietro Spitilli, cui si deve, oltre all’applicazione pratica dell’omeopatia, la tenace difesa della validità dei metodi omeopatici contro i virulenti attacchi di Michele Bucceroni da Guardiagrele, esponente di primo piano trai maggiori detrattori della nuova dottrina terapeutica.

L’approdo di Caravelli alle teorie hahnemanniane si deve sicuramente all’interessante intreccio di rapporti maturati all’ombra della Società Economica (in alcune missive Melchiorre Delfico, motto legato ad Ignazio Rozzi, fa cenno della nuova teoria, ed a Teramo viene stampata una delle primissime traduzioni delle opere dell’Hahnemann); tutto suo è il merito di avere, con originalità, trattato e conseguentemente contribuito alla diffusione della rivoluzionaria disciplina che, occorre dire, stentava ad affermarsi negli ancora torpidi ambienti culturali del Regno, fortemente intrisi di cultura retorico-umanistica.

A questa prima segue qualche anno dopo una seconda edizione “totalmente rinnovata”, stampata stavolta a Chieti dalla tipografia Vella, dal titolo Macchina armonica, la cui teoria porta quindi gradatamente alla teoria dell’organizzazione umana e delle sue morbosità curate omeopaticamente, lavoro più articolato rispetto al precedente che, curiosamente, riporta in fine un sonetto di Angelo Antonio Cosmo De’ Bartolomd, come vedremo anch’egli coinvolto in passionati studi e nell’esperienza della Società economica.

Del 1839 - anno nel quale Caravelli compare anche tra i Soci corrispondenti della Società Economica del 20 Abruzzo Ultra de L’Aquila - è l’ennesima pubblicazione di Caravelli, altro volume che segnala già dal titolo la varietà e la vastità degli interessi culturali dello scienziato giuliese; pubblicato da Scalpelli, Il ravvedimento di un contadino abruzzese opera utile à proprietari risulta un interessante studio di sociologia e di tecnica agricola con il quale Caravelli mette in rilievo le astuzie cui i contadini teramani ricorrevano per “buggerare” i

padroni, recensito da un polemico Enrico Ruggeri ne “Il Gran Sasso d’Italia” per il quale, con pungente ironia, da buon allievo e parente (acquisito) del Rozzi, il buon trattamento d’istruzione «tramuterebbero i nostri servi della gleba il [corsivo è nel testo] in un popolo benemerito vigile industrioso ed utile a se stesso ed allo stato». L’eclettismo di Caravelli - peraltro comune a molti intellettuali di questo periodo - viene confermato, oltre che dall’indole dei suoi scritti, dalla sua presenza, a partire almeno dal 1847, tra i membri dell’aquilana Accademia de’ Velati, erede della gloriosa Aternina, nella quale si scorgono nomi legati prevalentemente all’attività letteraria.

Della stessa generazione del Caravelli - e insieme con lui coinvolti nell’esperienza della Società economica, parimenti cultori di studi ad ampio spettro, in una sorta di “solidarietà” a tre che non può non sottendere rapporti di amicizia e di interazione culturale - sono Angelo Antonio Cosmo De’ Bartolomei e Livio De Dominicis. Di antica famiglia patrizia, il De Bartolomei (nato a Giulianova nel gennaio 1788 da Biagio ed Annantonia Albj) rappresenta una tipica figura di erudito locale, partecipe dei vivaci fermenti culturali che agli inizi dell’800 si appercepiscono nella città adriatica. Uomo dai molteplici interessi, si impegna proficuamente nei settori storico-archeologico e letterario: della sua attività rimangono, oltre a molti inediti relativi alla storia non solo locale (tratta anche del Castello di Quintodecimo, nella provincia ascolana), all’arte e persino tragedie a sfondo storico (Antonello di valle, Giosia e Prodigiosa liberazione di Teramo,), il volume in folio Sulla nobilissima Famiglia Italiana degli Acquaviva, adottata nella R. Casa d’Aragona, ora Duchi di Atri e Conti di Conversano. Cenno Storico, pubblicato presso il tipografo Cardi di Ascoli Piceno nel 1840, una memoria archeologica scritta nel 1839 ma pubblicata postuma dal nipote Gaetano e alcuni carmi gratulatori, oltre ad una serie di memorie presentate in qualità di socio corrispondente - la nomina è del 3 ottobre 1817 - della Società economica del Primo Abruzzo ulteriore (una necrologia del socio Luigi Franchi presentata al IV comizio agrario, apparsa in sunto sul “Gran Sasso d’Italia” del 15 luglio 1844 e successivamente pubblicata per intero in volume; una relazione relativa all’abolizione del dazio sul carbone proveniente dallo stato pontificio, effettuata in collaborazione con Nicola Mezzucelli, Ignazio Rozzi e Francesco Tenerelli; un intervento, infine, presentato nella seduta generale del 30 maggio 1853, col quale questi “fa premura acciocché questa società riprenda il trasandato costume di occuparsi della bellissima delle arti, la poesia, affinché questa sala torni ad echeggiare delle lodi del nostro augusto sovrano”). Il suo nome compare anche tra i membri dell’accademia Truentina di Ascoli Piceno (della quale, sin dal 1820, è Socio corrispondente addirittura Mclchiorre Delfico), degli Erranti di Fermo, della Pontificia Accademia di Scienze e Belle Lettere di Roma, della Colonia Erculeo-Cimina e dell’Aternina de’ Velati (dove ricorre al nome pastorale di Abante Pretuziano), a segnalare spazi di intervento rilevanti e geograficamente non circoscritti alla regione, come peraltro confermano i rapporti di amicizia col Duca Litta di Milano, con Riario Sforza, Carlo Troya (che lo ricorda nel Codice Diplomatico Longobardo), e, rimanendo nel teramano, con Gregorio De Filippis-Delfico, al quale lo lega una intensa corrispondenza epistolare che si distende dagli anni venti sino alla metà degli anni quaranta dell’Ottocento. Assai interessanti sono pure l’opera e la figura di Livio De Dominicis (21 febbraio 1793 - 28 luglio 1856), avvocato civilista impegnato in politica e nel sociale (fu consigliere distrettuale e sindaco della città, non disdegnando di ricoprire nel 1855, su incarico del Decurionato cittadino che lo definiva individuo “religioso, zelante e probo” la carica di “deputato” preposto alle fiere ed ai divertimenti in onore di Maria SS.ma dello Splendore), anch’egli componente la R. Società Economica dell'Abruzzo Ultra - sorta, com’è noto, nel movimento riformatore meridionale e vera catalizzatrice delle migliori intelligenze dell’epoca-, della cui partecipazione rimane una singolare memoria sulla chenopodium scoparia, uomo di legge appassionato, come il De’ Bartolomei, delle antichità pretuziane tanto da venire elogiato dal Mommsen, nel volume IX del Corpus, per la ricca raccolta di lapidi concernenti l’antica Castrum, nonché prosatore e poeta - fu socio dell’Accademia Truentina di Ascoli Piceno, oltre che degli Erranti di Fermo e di quella dei Velati, in singolare condivisione col De’ Bartolomei e col Caravelli -, benché la sua produzione registri pochi sonetti, un’ode, con note illustrative, pubblicata a Teramo nel 1832 (Ode a laude del marchese di Spaccaforno, titolo che compare nell’elenco dei libri ricevuti da Ignazio Rozzi dal 9 novembre 1839 al giugno 1844) e un poemetto epitalamico in occasione delle nozze di Rocco Rubini (allievo del Caravelli) nel 1832, pubblicato in Teramo dalla Tipografia Angeletti a cura di Riccardo Comi. Col Caravelli prima - che, lo si è visto, segue da vicino gli interessi di Orazio Delfico -, il De’ Bartolomei e Livio De Dominicis poi, sembra innestare a Giulianova (dove proprio il De’ Bartolomei giocherà un ruolo di assoluto rilievo, nella sua veste di maestro teorico-pratico di agricoltura dipendente dalla Società con la nomina del 1843) una sorta di tradizione scientifica, che forse causalmente contribuirà a far maturare analoghi interessi in Raffaele Castorani prima - il quale, sposando Adelina Ruggieri, una delle quattro figlie del professor Enrico, si inserirà nell’ambito familiare di Ignazio Rozzi ed in quello culturale che ai due scienziati fa capo - e in Ignazio Ceno poi.

      ▪ Tratto dall'articolo EUSEBIO CARAVELLI «Dottor omiopatico» e cultura scientifica agiulianova nell'Ottocento di Sandro GALANTINI, rivista La Madonna dello Splendore n°16 dell'anno 1997

 
 
 
 
Giulianova è una terra che ha prodotto e produce dei figli illustri, ai quali non sempre vengono riconosciuti i giusti meriti da parte dei propri concittadini.
L'affermazione “nemo propheta in patria” risulta d’attualità. L’insensibilità nel valorizzare la ricchezza interiore dell’uomo e la conseguenza dell’interesse per altri aspetti della vita più facilmente palpabili.
Però si ha la percezione che un passo avanti si stia compiendo in tal campo, nel senso che una maggiore attenzione sembra si voglia porre ai valori artistici e culturali che i cittadini esprimono. Avviene che d’estate arrivino a Giulianova turisti stranieri che vanno in cerca della tracce del violoncellista Gaetano Braga, tutt’ora più conosciuto in alcuni paesi d’Europa che nella sua terra d’origine.
Così avviene anche per altri figli benemeriti, che potremmo dire siano numerosi, fra i quali merita un posto di rilievo lo scultore Raffaello Pagliaccetti, trasferitosi come tanti altri giuliesi fuori degli angusti confini territoriali, dove pote’ meglio sviluppare le sue qualità innate. Un ultimo caso, di un artista locale ancora vivente, si è avuto nell’autunno scorso, allorchè, da Roma, in cui temporaneamente risiede, piombò a Giulianova una giovane giapponese, la Sig.ra Mackiko Akanegakubo, bruciata dall’ansia di raccogliere nel luogo di nascita dello scultore Venanzo Crocetti notizie inerenti alla prima infanzia dell’insigne artista contemporaneo. Finì purtroppo per raccogliere poco o nulla, tanto la popolazione non è sufficientemente informata delle vette raggiunte in campo nazionale e internazionale, dal Crocetti, il quale non ha avuto più contatti con la città d’origine, nè sul posto esistono iniziative per riallacciare i rapporti con questo figlio che s’è fatto onore (avvenuto il 2 Luglio del 2000, due anni e mezzo prima della sua morte).
Nel contesto di un tal discorso crediamo sia il caso di fare un breve cenno intorno ad uomini. il cui riconoscimento, per quanto sono riusciti a realizzare come messaggio artistico, scientifico, letterario, è giunto magari troppo tardi. E’ tuttavia importante che questo riconoscimento ci sia stato e che i posteri ne possano conservar memoria. In proposito ci limitiamo ad una breve elencazione con una succinta biografia di ognuno.
 
 

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