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Nato il 22 Maggio 1781 e m. il 19 Maggio 1845, fu medico e filosofo
valentissimo, ricercatore indefesso de’ fenomeni naturali, cultore della
musica e delle arti belle, e, nelle nostre contrade, il primo a sostenere le
idee dell’Hanemann sulla omeopatia. Molte opere dette alla luce, tra cui il
Ravvedimento di un contadino Abruzzese e la Macchina armonica,
opera assai curiosa e rara, da me posseduta.
Si deve
attribuire ad Orazio Delfico - nato, come si sa, a Giulianova il 12 maggio
1769 - il diritto di primogenitura tra gli esponenti della intellettualità
locale accostatisi alle discipline scientifiche tra Sette ed Ottocento e,
forse, il merito di aver contribuito a far maturare analoghi interessi in
altri studiosi a lui successivi.
Trascurando
Delfico, la cui attività si riannoda ad un periodo segnato da una
straordinaria effervescenza culturale per l’intero Teramano che farà
conseguire alla classe intellettuale abruzzese un ruolo assai prestigioso
nel Regno, l’intellettuale giuliese che più da presso raccoglie l’eredità di
quell’illustre “caposcuola” inserendosi nell’alveo degli interessi
scientifici è Eusebio Caravelli.
Ancora oggi
poco si conosce di questo attivissimo studioso, e meritano indubbiamente
indagini approfondite i legami che lo avvinsero - in una sorta di rapporto
solidaristico, qualificato da un proficuo interscambio di personali
acquisizioni e condivisioni - ad altri due importanti esponenti di quella
emergente classe intellettuale che si imporrà decisamente a Giulianova nei
decenni a venire: Angelo Antonio Cosmo De’ Bartolomei e Livio De Dominicis.
Caravelli
nasce da un’agiata famiglia il 22 maggio 1781 e assorbe quindi l’atmosfera
di vivacità scientifica che ancora impregna ed anima il piccolo ambiente di
Giulianova, città che Vincenzo Comi - vero antesignano del rinnovamento
politico, scientifico ed economico del Regno - sceglie, il 30 ottobre 1811,
come luogo di abituai dimora (acquistando l’estesa struttura dell’ex
convento dei Cappuccini) e nella quale impianta, utilizzando parte del suo
nuovo immobile una importante fabbrica. È forse attribuibile alla
dimestichezza di rapporti col quasi coetaneo De’ Bartolomei, oppure alla
relazioni parentali instaurate col fratello di Ignazio Rozzi, quel
Bartolomeo - giudice e carbonaro, pure membro della Società economica -
padre di Rachele andata in sposa al dottor Celio, figlio di Eusebio,
l’ingresso di quest’ultimo nella Società Economica del I Abruzzo Ultra di
Teramo, impegnata, com’è noto, a promuovere studi accorti e dall’ampia
latitudine relativamente all’agricoltura ed all’industria, importante centro
di raccordo per numerosi e prestigiosi esponenti della intellettualità
provinciale e vera fucina di ricercatori.
Il
suo nome appare dunque nell’elenco dei soci corrispondenti della Società a
partire dal 2 febbraio 1819, data della nomina (ma la candidatura a socio è
del 23 novembre 1818). Da questo momento si dischiudono ad Eusebio Caravelli
inedite e proficue opportunità ch’egli riuscirà a far fruttare. Anzitutto,
diviene possibile interloquire - grazie all’indubbia capacità catalizzatrice
della Società economica - con le migliori intelligenze della sua epoca,
oltre ad entrare a far parte di intreccio umano e culturale di grande
significato. Poi la opportunità di una circolazione di dati culturali
certamente meno angusta - fondamentale è il ruolo ricoperto dall’organo
della Società, “Il Gran Sasso d’Italia”, rivista nella quale confluiscono i
più avveduti approdi degli scienziati dell’epoca - in grado di occasionare
plurimi interessi e veicolare nuove idee. Nel 1837 appare, per i tipi della
teramana Scalpelli, la prima opera del Caravelli: Opuscolo sul metodo di
costruire i pavimenti a marmo artificiale od i così detti a musaico alla
veneziana compilato dal dott. fisico Eusebio Caravelli socio corrispondente
della società economica di Teramo, consigliere provinciale, con dedica
all’intendente Bonaventura Palamolla (solertissimo funzionario sotto
Ferdinando II, poi sostituito dal marchese di Spaccaforno, cui Teramo deve
pure la costruzione del viale alberato oggi Viale Bovio, ma del quale si
ricorda il nome per avere egli nominato e presieduto la Commissione -
simbolo della reazione borbonica - costituita in seguito al governo
provvisorio “costituzionale” nato a Penne con la ribellione del 23 luglio
1837), segnalando così una discrepanza rispetto al suo sostenuto
orientamento politico incline ai sentimenti di libertà. L’anno dopo, sempre
presso Scalpelli, lo scienziato giuliese pubblica lo studio certamente più
interessante: Macchina armonica, ovvero l’armonia
prodotta dall’aria elastica sui corpi sonori, applicata alla dimostrazione
approssimativa dei vani fenomeni del corpo umano, secondo la dottrina dei
simili escogitata dal dottor fisico E. Caravelli di Giulianova.
Già a
partire dal titolo, evidente è la fascinazione subita dal giuliese nei
confronti dell’omeopatia, una dottrina terapeutica che, nata sulle
intuizioni del medico inglese Hunter, troverà sistemazione teorica grazie a
Samuel Hahnemann, vero precursore dell’indirizzo individualistico della
clinica, e, per
quanto concerne l’Italia, avrà come centro di diffusione Napoli, città nella
quale intorno al 1850 viene aperta una clinica omeopatica presso l’Ospedale
della Trinità.
Dunque
Caravelli può a ragione essere considerato uno dei primissimi studiosi
- oltre ad un vero caposcuola - dell’omeopatia, la cui veicolazione nella
capitale dapprima, nelle periferiche provincie del Regno e nel resto d’italia
poi, si deve in buona parte ad abruzzesi. Si attribuisce ormai pacificamente
al medico vastese Francesco Romani, infatti, la prima diffusione delle
concezioni di Hahnemann nel Napoletano; a questi deve aggiungersi il conte -
originario di Loreto Aprutino, allora nella provincia teramana - Quintino
Guanciali, definito “vate dell’omeopatia” per avere scritto nel 1840 (tre
anni dopo il lavoro del Caravelli), guarito omeopaticamente da una grave
malattia, un poema, ch’ebbe grande fortuna tra i contemporanei, dal titolo
Hahnemannus seu de Homoepathia nova medica scientia, con cui
celebrava le nuove concezioni del creatore dell’omeopatia.
Da
ricordare è anche il cellinese Rocco Rubini, allievo diretto del Caravelli,
Socio corrispondente dell’Accademia Omiopatica di Palermo ed ordinario della
Società Economica di Teramo (in questa veste partecipante al VII Congresso
degli Scienziati Italiani in Napoli nel 1845), fondatore a Napoli nel 1852
di una speciale Farmacia Omeopatica e autore della Statistica dei
colerosi curati omeopaticamente in Napoli nel R. Albergo dei Poveri nel 1854,
oltre al silvarolo Pietro Spitilli, cui si deve, oltre all’applicazione
pratica dell’omeopatia, la tenace difesa della validità dei metodi
omeopatici contro i virulenti attacchi di Michele Bucceroni da Guardiagrele,
esponente di primo piano trai maggiori detrattori della nuova dottrina
terapeutica.
L’approdo
di Caravelli alle teorie hahnemanniane si deve sicuramente all’interessante
intreccio di rapporti maturati all’ombra della Società Economica (in alcune
missive Melchiorre Delfico, motto legato ad Ignazio Rozzi, fa cenno della nuova
teoria, ed a Teramo viene stampata una delle primissime traduzioni delle
opere dell’Hahnemann); tutto suo è il merito di avere, con originalità,
trattato e conseguentemente contribuito alla diffusione della rivoluzionaria
disciplina che, occorre dire, stentava ad affermarsi negli ancora torpidi
ambienti culturali del Regno, fortemente intrisi di cultura
retorico-umanistica.
A questa
prima segue qualche anno dopo una seconda edizione “totalmente rinnovata”,
stampata stavolta a Chieti dalla tipografia Vella, dal titolo Macchina
armonica, la cui teoria porta quindi gradatamente alla teoria
dell’organizzazione umana e delle sue morbosità curate omeopaticamente,
lavoro più articolato rispetto al precedente che, curiosamente, riporta in
fine un sonetto di Angelo Antonio Cosmo De’ Bartolomd, come vedremo
anch’egli
coinvolto in passionati studi e nell’esperienza della Società economica.
Del 1839 -
anno nel quale Caravelli compare anche tra i Soci corrispondenti della
Società Economica del 20 Abruzzo Ultra de L’Aquila - è l’ennesima
pubblicazione di Caravelli, altro volume che segnala già dal titolo la
varietà e la vastità degli interessi culturali dello scienziato giuliese;
pubblicato da Scalpelli, Il ravvedimento di un contadino abruzzese opera
utile à proprietari risulta un interessante studio di sociologia e di
tecnica agricola con il quale Caravelli mette in rilievo le astuzie cui i
contadini teramani ricorrevano per “buggerare” i
padroni,
recensito da un polemico Enrico Ruggeri ne “Il Gran Sasso d’Italia” per il
quale, con pungente ironia, da buon allievo e parente (acquisito) del Rozzi,
il buon trattamento d’istruzione «tramuterebbero i nostri servi della
gleba il [corsivo è nel testo] in un popolo benemerito vigile
industrioso ed utile a se stesso ed allo stato». L’eclettismo di Caravelli -
peraltro comune a molti intellettuali di questo periodo - viene confermato,
oltre che dall’indole dei suoi
scritti, dalla sua presenza, a partire almeno dal 1847, tra i membri
dell’aquilana Accademia de’ Velati, erede della gloriosa Aternina, nella
quale si scorgono nomi legati prevalentemente all’attività letteraria.
Della
stessa generazione del Caravelli - e insieme con lui coinvolti
nell’esperienza della Società economica, parimenti cultori di studi ad ampio
spettro, in una sorta di “solidarietà” a tre che non può non sottendere
rapporti di amicizia e di interazione culturale - sono Angelo Antonio Cosmo
De’ Bartolomei e Livio De Dominicis. Di antica famiglia patrizia, il De
Bartolomei (nato a Giulianova nel gennaio 1788 da Biagio ed Annantonia Albj)
rappresenta una tipica figura di erudito locale, partecipe dei vivaci
fermenti culturali che agli inizi dell’800 si appercepiscono nella città
adriatica. Uomo dai molteplici interessi, si impegna proficuamente nei
settori storico-archeologico e letterario: della sua attività rimangono,
oltre a molti inediti relativi alla storia non solo locale (tratta anche del
Castello di Quintodecimo, nella provincia ascolana), all’arte e persino
tragedie a sfondo storico (Antonello di valle, Giosia e Prodigiosa
liberazione di Teramo,), il volume in folio Sulla nobilissima Famiglia
Italiana degli Acquaviva, adottata nella R. Casa d’Aragona, ora Duchi di
Atri e Conti di Conversano. Cenno Storico, pubblicato presso il
tipografo Cardi di Ascoli Piceno nel 1840, una memoria archeologica scritta
nel 1839 ma pubblicata postuma dal nipote Gaetano e alcuni carmi gratulatori,
oltre ad una serie di memorie presentate in qualità di socio corrispondente
- la nomina è del 3 ottobre 1817 - della Società economica del Primo Abruzzo
ulteriore (una necrologia del socio Luigi Franchi presentata al IV comizio
agrario, apparsa in sunto sul “Gran Sasso d’Italia” del 15 luglio 1844 e
successivamente pubblicata per intero in volume; una relazione relativa
all’abolizione del dazio sul carbone proveniente dallo stato pontificio,
effettuata in collaborazione con Nicola Mezzucelli, Ignazio Rozzi e
Francesco Tenerelli; un intervento, infine, presentato nella seduta generale
del 30 maggio 1853, col quale questi “fa premura acciocché questa società
riprenda il trasandato costume di occuparsi della bellissima delle arti, la
poesia, affinché questa sala torni ad echeggiare delle lodi del nostro
augusto sovrano”). Il suo nome compare anche tra i membri dell’accademia
Truentina di Ascoli Piceno (della quale, sin dal 1820, è Socio
corrispondente addirittura Mclchiorre Delfico), degli Erranti di Fermo,
della Pontificia Accademia di Scienze e Belle Lettere di Roma, della Colonia
Erculeo-Cimina e dell’Aternina de’ Velati (dove ricorre al nome pastorale di
Abante Pretuziano), a segnalare spazi di intervento rilevanti e
geograficamente non circoscritti alla regione, come peraltro confermano i
rapporti di amicizia col Duca Litta di Milano, con Riario Sforza, Carlo
Troya (che lo ricorda nel Codice Diplomatico Longobardo), e,
rimanendo nel teramano, con Gregorio De Filippis-Delfico, al quale lo lega
una intensa corrispondenza epistolare che si distende dagli anni venti sino
alla metà degli anni quaranta dell’Ottocento. Assai interessanti sono pure
l’opera e la figura di Livio De Dominicis (21 febbraio 1793 - 28 luglio
1856), avvocato civilista impegnato in politica e nel sociale (fu
consigliere distrettuale e sindaco della città, non disdegnando di ricoprire
nel 1855, su incarico del Decurionato cittadino che lo definiva individuo
“religioso, zelante e probo” la carica di “deputato” preposto alle fiere ed
ai divertimenti in onore di Maria SS.ma dello Splendore), anch’egli
componente la R. Società Economica dell'Abruzzo Ultra - sorta, com’è noto,
nel movimento riformatore meridionale e vera catalizzatrice delle migliori
intelligenze dell’epoca-, della cui partecipazione rimane una singolare
memoria sulla chenopodium scoparia, uomo di legge appassionato, come
il De’ Bartolomei, delle antichità pretuziane tanto da venire elogiato dal
Mommsen, nel volume IX del Corpus, per la ricca raccolta di lapidi
concernenti l’antica Castrum, nonché prosatore e poeta - fu socio
dell’Accademia Truentina di Ascoli Piceno, oltre che degli Erranti di Fermo
e di quella dei Velati, in singolare condivisione col De’ Bartolomei e col
Caravelli -, benché la sua produzione registri pochi sonetti, un’ode, con
note illustrative, pubblicata a Teramo nel 1832 (Ode a laude del marchese
di Spaccaforno, titolo che compare nell’elenco dei libri ricevuti da
Ignazio Rozzi dal 9 novembre 1839 al giugno 1844) e un poemetto epitalamico
in occasione delle nozze di Rocco Rubini (allievo del Caravelli) nel 1832,
pubblicato in Teramo dalla Tipografia Angeletti a cura di Riccardo Comi. Col
Caravelli prima - che, lo si è visto, segue da vicino gli interessi di
Orazio Delfico -, il De’ Bartolomei e Livio De Dominicis poi, sembra
innestare a Giulianova (dove proprio il De’ Bartolomei giocherà un ruolo di
assoluto rilievo, nella sua veste di maestro teorico-pratico di agricoltura
dipendente dalla Società con la nomina del 1843) una sorta di tradizione
scientifica, che forse causalmente contribuirà a far maturare analoghi
interessi in Raffaele Castorani prima - il quale, sposando Adelina Ruggieri,
una delle quattro figlie del professor Enrico, si inserirà nell’ambito
familiare di Ignazio Rozzi ed in quello culturale che ai due scienziati fa
capo - e in Ignazio Ceno poi.
▪ Tratto dall'articolo
EUSEBIO CARAVELLI «Dottor omiopatico» e cultura scientifica agiulianova
nell'Ottocento
di
Sandro GALANTINI, rivista
La Madonna dello Splendore n°16 dell'anno 1997
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