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La
chiesa di S. Antonio
di Manuel Bastioni
Questa chiesa, fino ad oggi classificata come barocca, in base alla
data di fondazione, il 1566, come si legge nell’iscrizione sopra il
portale, appare invece costruita con uno stile alquanto semplice ed
essenziale, tendente molto di più ad un rinascimentale arcaico, come
quello della chiesa di S. Anna.
La facciata è quasi completamente priva di sporgenze, fatta
eccezione per le due paraste laterali, che con il loro modesto
spessore sottolineano la delimitazione della parete; c’è una totale
assenza dei giochi volumetrici e i rigonfiamenti tipici del barocco,
qui tutto è dominato dalla linea retta, niente curve, nè nicchie;
sono la regolarità e la semplicità le vere regole formali del fronte
di S. Antonio, che d’altronde ben si accordavano con l’origine
della chiesa, nata come cappella di un convento francescano.
Nell’ingresso modesto, sottolineato dalla cornice in pietra, sono
ancora più evidenti queste caratteristiche di essenzialità
rinascimentale e nient’affatto barocche: la totale assenza di un
frontone, sostituito da un rigido architrave lapideo scanalato, la
semplicità delle modanature, lo scarso contrasto con il resto della
parete, tutto sta a sottolineare uno stile compositivo basato più
sulla proporzione, sul rettangolo, sulla geometria pura piuttosto
che sulla decorazione, sull’aggetto, sulla linea libera.
Direttamente collegate all’ingresso sono le due finestre
soprastanti, oggi murate;
esse condividono lo stesso stile, semplice ma anche estremamente
funzionale:
la chiesa originaria doveva essere sicuramente molto più luminosa di
quella attuale, grazie proprio a queste due aperture, che insieme ad
una terza costruita nell’abside e anch’essa oggi murata, dovevano
dare una gradevole luce durante tutte le ore del giorno.
La sommità della facciata è coronata da una modanatura in
laterizio, che come le paraste laterali delimita e conclude la
parete, evidenziando ancora di più le componenti orizzontali e
verticali.
Per quanto riguarda le pareti laterali il discorso si fa molto più
complesso: ci troviamo di fronte ad una serie di trasformazioni e
mutilazioni, sventramenti e ricuciture....
La parete est e la parete ovest, pur appartenendo allo stesso
organismo architettonico, hanno due storie strutturali differenti,
in quanto la prima è legata alle vicende della sagrestia vecchia, di
cui oggi rimane soltanto qualche traccia, insieme ad un’edicola
rappresentante una Deposizione, mentre la seconda condivide la
storia del convento francescano, anch’esso demolito nel secolo
scorso per lasciare il posto all’edificio che oggi ospita le scuole
elementari De Amicis.
Per completare il nostro esame del perimetro esterno, bisogna
esaminare la zona absidale, ossia la parte posteriore della chiesa.
Quello che si vede ai nostri giorni è un edificio rettangolare che
ospita sopra la sagrestia e sotto i bagni pubblici; si tratta della
costruzione edificata nel 1887 dall’ing. Gaetano De Bartolomei, in
sostituzione dell’antica sagrestia demolita.
Per mettere in comunicazione questo locale con la navata, egli
perforò il muro, aprendo la porta che si trova dietro l’altare.
In realtà questa realizzazione ha tolto alla chiesa gran parte del
suo fascino.
S. Antonio terminava infatti con un abside in mattoni, che sarebbe
oggi visibile dalla piazza della Libertà.
L’interno della chiesa non è di facile lettura.
Infatti, la navata originale era sicuramente più larga di quella
attuale e priva di tutti gli stucchi e le decorazioni che vi
sono oggi, ma in accordo con la facciata esterna e con lo stile di
vita dell’ordine francescano, doveva apparire in un composto stile
tardo rinascimentale.
In seguito con l’avvento del barocco, e probabilmente in occasione
di una favorevole congiuntura economica del convento, l’interno
venne praticamente ricostruito, creando una serie di paramenti
murari posti ad una distanza di qualche decina di centimetri dalle
pareti originali.
In alcuni punti però, in corrispondenza delle grandi nicchie che
ospitano le immagini dei Santi, il muro antico è stato
addirittura assottigliato, in modo da ottenenere un più marcato
contrasto volumetrico tra i vuoti ed i pieni.
I
danni maggiori subiti dalla chiesa furono causati dall’usura del
tetto, che in tempi relativamente recenti, finì per perdere
la sua impermeabilità, permettendo all’acqua piovana di
raggiungere la volta affrescata sopra l’altare; la zona
absidale interna cominciò quindi a dare pesanti segni di degrado:
distacco dell’intonaco, muffa, striature di umidità etc...
Fu appunto questo il motivo che rese necessario un pesante
intervento di restauro nel 1932, che comportò anche la demolizione
del vecchio campanile e la ricostruzione di quello che si vede oggi
sulla parete ovest.
Successivamente furono effettuati altri interventi di restauro, meno
radicali: infatti la chiesa, dopo la seconda guerra mondiale,
si trovò in uno stato di semi abbandono, e fu sottoposta ad un
lento, ma costante saccheggio che finì per svuotarla di tutti gli
arredi sacri.
Venne quindi trascurata per diversi anni, fino
al recente intervento di Roberto Macellaro.
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Articolo tratto dalla Rivista
"Madonna dello Splendore" n° 18/1999 pag. 57. |