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LA GRANDE PIAZZA DI GIULIANOVA ALTA
di Giulio Di Michele
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Tutti i
giuliesi, a qualsiasi ceto appartengono, sono innamorati della loro Piazza
che è bellissima, molto vasta e contornata da costruzioni ottocentesche, se
si eccettuano la cabina dell'Enel ed un fabbricato quasi dirimpetto.
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Il
porticato, voluto e realizzato dai Signori De Bartolomeis, è anche un ottimo
parapioggia per le chiacchiere invernali mentre le rigogliose palme, che
contornano la Piazza, offrono l'ombra per quelle della primavera, estate e
parte dell'autunno.
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Giulia fu
edificata in alto, su questa collina bene adatta alle osservazioni dei
possibili movimenti nel mare e dei probabili colpi di mano dei pirati che
infestavano l'Adriatico.
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In tempi
lontani la Piazza non esisteva, era il punto d'ingresso nella cittadina per
chi veniva dal sud, poi, con il diminuire delle incursioni, si iniziò a
costruire e già all'arrivo di Vittorio Emanuele II°, il 15 ottobre del 1860,
aveva un aspetto ben delineato.
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Terminava
con il cosiddetto "lu mont" che si affacciava sul mare ma senza l'odierna
protezione della balaustra, che ha ancora bisogno di diversi anni di tempo
prima di essere convenientemente fissata e con le parti terminali ben
agganciate ai muri laterali.
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Sulla destra, in questa splendida veduta della Piazza, è possibile
osservare, con sufficiente chiarezza, come erano i lampioni nei
primi anni di questo secolo. Illuminavano poco ma davano
l'impressione che erano stati sistemati, con deliberato proposito,
per i giuochi dei ragazzi. Di moda, a quei tempi, la "pica",
"brigante e carabinieri", la "tana" ed altri ancora che avevano
bisogno di un appoggio per realizzarsi.
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Gli
odierni lampioni, installati nella piazza e altrove, vuoti come
sono, soffrono il vento e, per giunta, recano una scritta
incancellabile perché fusa nel metallo. Basta guardare la base per
leggere: "Comune di Giulianova 1878". Tutti sappiamo, anche i più
giovani, che questo tipo di illuminazione è stato realizzato
recentemente, circa dieci anni addietro, e non nel secolo scorso
quando sarebbe stato impossibile farlo funzionare con i fuochi a gas
acetilene che, inevitabimente, si sarebbero spenti con la odierna
posizione di testa in giù.
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A
titolo di cronaca informo il giovane lettore che "lu mont", con i suoi
avvallamenti e il suo dolce declivio, offriva un buon riparo per i
notturni bisogni corporali. Forse non tutti sanno che i primi "cessi",
con scarsi servizi igienici, ebbero ubicazione esterna, sui balconi, e
queste utili e nuove apparecchiature, tranne poche eccezioni, forse in
alto, lato ovest della Piazza, erano sistemate, in tal guisa,
all'interno della cittadina.
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Torniamo alla Piazza e ai nomi che, nel tempo, le sono stati imposti.
Ebbe subito la denominazione che, come tutte le cose originali, le era
congeniale: Piazza Belvedere.
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Il
panorama che si può osservare da "lu mont", ben sistemato e con la
ringhiera di protezione, è meraviglioso. Nei giorni di sole, senza
foschia, l'occhio spazia per decine di chilometri alimentando l'idea che
la vecchia Giulia è la più bella ed incantevole località marina.
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La balaustra, che si può osservare in tutta la sua lunghezza,
offre una piccola curiosità: la massiccia ringhiera di protezione è composta
da 124 archi, numerati 4x4, prima della messa in opera, con una punzonatura
a pallini, sino al blocco n. 6 compreso. I blocchi 7 e 8 con numeri arabi e
dal 9° al 28° con numeri romani. Fa eccezione la parte, quasi centrale, che
è composta da un solo blocco di 12 archi e contrassegnato con il numero XVI.
A prima vista tutti gli archi sembrano uguali, allora perché hanno tre
diverse punzonature? Possono essere stati commissionati a tre fonderie?
Penso di no altrimenti la balaustra avrebbe fatto la fine del lotto 0 (zero)
della Teramo-Mare e staremmo ancora qui ad aspettarla. Oppure i blocchi sono
stati punzonati da tre operai che operavano in maniera diversa? Comunque
sia la balaustra regge bene l'usura del tempo, anche se in qualche punto
avrebbe bisogno di ritocchi, ed offre, ancora oggi, la possibilità giuliese
dell'affacciata su un panorama ineguagliabile. Divertenti i due blocchi con
il numero nove; per IX sta VIIII e per XIX si può osservare un bel XVIIII. |
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Poi
arrivò Vittorio Emanuele II° e, in seguito, si ebbe l'idea di
immortalare l'episodio con un monumento commissionato al concittadino
Raffaello Pagliaccetti. Inaugurato il 26 agosto 1894 venne spontaneo
cambiare il nome di Piazza Belvedere in quello di Piazza Vittorio
Emanuele II°, così, tanto per completare l'opera.
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La
prima guerra mondiale non apportò modifiche ma la seconda …
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A
metà giugno del 1944, a bordo di una camionetta alleata, si fa per dire,
arrivò la libertà. Nessuno ricordava la sua vera fisionomia né di quali
panni era vestita. Di certo non poteva indossare "l'orbace", tanto caro
a quelli che se ne erano andati, il "rosso" non le si addiceva molto
perché era arrivato con i polacchi, non proprio innamorati di questa
tinta, il "tricolore" poteva andare bene ma aveva ancora al centro lo
stemma sabaudo e … allora che si fa? Per il momento, in attesa di un
nuovo abito, è meglio cambiare il nome alla Piazza chiamandola Piazza
della Libertà. Sempre meglio di niente!
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Il Re galantuomo, almeno così si disse, regnò dalla proclamazione
dell'Unità d'Italia, avvenuta al Parlamento Subalpino il 17 marzo
1861, sino alla morte che lo colse, a Roma, il 9 gennaio 1878.
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Che strana analogia con la falsa data dei lampioni!
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La Piazza vista da est con i lampioni funzionanti con la
nuova fonte di energia: l'elettricità ma … senza palme. La veduta parziale
di un autoveicolo ci aiuta a fare un passo indietro nel tempo. |
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Tutti
d'accordo, come lo furono per il monumento che, dopo un primo inutile
tentativo di prenderlo per il collo e tirarlo giù, si pensò di lasciarlo al
suo posto visto che l'esimio scultore Pagliaccetti lo aveva ben insediato
rendendolo inamovibile con i soli mezzi della corda e della forza delle
braccia di alcuni energumeni. |
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Le prime palme sono state messe a dimora da poco. Daranno
ombra e ristoro nei mesi caldi, agevolando i clienti dei sedili. Quella a
destra, su "lu mont", non finirà di crescere che dovrà far posto alla
fontana. |
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E Don
Vittorio, con il cappello in mano e nel suo festoso gesto di saluto,
incominciò a rendersi conto della nuova situazione quando vide nascere
ai suoi piedi palchi e palchetti destinati ai vari oratori delle tante
correnti politiche che crescevano a vista d'occhio.
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E
rimase impassibile, ma così impassibile che neanche si accorse, durante
un comizio, di aver fatto da appoggio ad un pappacione di passaggio che
gli si era posato su una spalla.
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Ecco la fontana regalata dall'Acquedotto del Ruzzo, in
occasione dell'avvenuto allaccio dell'acqua potabile. Sulla destra il
casotto rivendita di giornali della cara Signora Cecilia e la pompa di
benzina. |
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A
questo punto è necessario che spieghi cosa è il pappacione, raro uccello
non segnalato dai trattati di ornitologia.
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Si
ottenne, durante la guerra, realizzando un incrocio tra un pappagallo ed
un piccione viaggiatore. A differenza di quest'ultimo che, se abbattuto,
lascia nelle mani del nemico la notizia legata alla zampa, il pappacione
manda a memoria il messaggio, che trasmette al suo arrivo, e, se
colpito, l'informazione muore con lui. Chiaro?
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Ora
torniamo al pappacione che, con interesse, ascolta il comiziante e i
deliranti applausi della folla, tutta presa dalle vibranti e infuocate
parole dell'oratore di turno.
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Spicca il volo in direzione dei suoi, chiede urgente udienza al capo per
riferire, e, con entusiasmo, riporta tutto il discorso appena ascoltato
e tenuto in memoria.
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Il
vecchio saggio lo ascolta, lo guarda e con serio cipiglio lo ammonisce:
tu non sei un pappacione, tu sei un pappafregnone visto e considerato
che ancora oggi, dopo secoli di esperienze, ti lasci incantare da chi
pensa soltanto ed esclusivamente al suo benessere. Ciao, arrivederci
al prossimo numero!
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Aticolo tratto dalla
Rivista "Madonna dello Splendore" n° 16/1997 pag. 41-47.
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Le
cartoline di questo articolo, che sono riprodotte nel loro formato
originale, appartengono alla collezione di Pierino Santomo
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