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La casa alla Montagnola in una
recentissima immagine (lato sud) |
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Giulio Antonio Acquaviva
D'Aragona, fondatore di Giulianova |
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Stemma degli Acquaviva |
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Alessandra D'Obrèscoff |
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Conte di Castellana. |
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Vittorio Emanuele II, fu loro
ospite nella Villa alla Montagnola durante la sua breve sosta a Giulianova |
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LA VILLA ALLA MONTAGNOLA
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di Riccardo Cerulli
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Lungo
il suo percorso, a metà circa della salita (via Giuliantonio Acquaviva)
che dal Largo da capo, porta al pomerio, esterno alla muraglia
occidentale, (già via delle fiere, oggi Amendola), la processione della
Madonna dello Splendore incontra, sulla destra, l'ingresso del viale di
accesso alla Villa alla Montagnola, dimora degli Acquaviva del ramo di
Conversano, fino agli inizi di questo secolo, (attualmente di proprietà
Migliori). È un complesso immobiliare di notevole estensione, anche se
ridotta rispetto alla originaria che, secondo una tradizione orale,
raccolta da Mario Montebello, sarebbe stata pari a quella della piccola
città-fortezza, fatta costruire da Giuliantonio Acquaviva, feudatario,
fondatore di Giulia, (o Giulia Nova), sul finire del Medioevo, su
disegno dell'artista senese Francesco di Giorgio Martini e non, (come si
era per secoli creduto), di un innominato ufficiale spagnolo in servizio
a Pescara. Il Montebello ha dimostrato nello scritto intitolato
"Francesco di Giorgio Martini, Giulia Nova e lo studiolo di Urbino" (bullettino
DASP 1993, vol. LXXXIII) e nel libro "Francesco di Giorgio Martini e
Giulianova" (ed. A. Ausilio, Padova 1994), con rigorosa analisi di
elementi biografici ed estetici che il progettista e (forse) direttore
dei lavori del nuovo munito abitato fu, appunto, il Martini, quando da
pittore e scultore, operoso e famoso in patria, si fece anche architetto
ed ingegnere militare, lontano però da Siena. Tra l'opera pittorica e
scultorea (Siena) e quella prevalente mente architettonica (Urbino) del
Maestro corse un non breve intervallo, finora privo di riscontri
soggettivi ed oggettivi. "Giulianova è l'anello mancante della
evoluzione e dei tempi martiniani" - scrive il Montebello - che include
nell'"anello" la probabile presenza del Martini a Pescara o, comunque,
nel Regno di Napoli, negli anni settanta del secolo XV° e l'altrettanto
probabile suo incontro con Giuliantonio Acquaviva, da poco reintegrato
nella potestà feudale dello Stato d'Atri da re Ferrante d'Aragona che ne
aveva privato il padre Giosia, "ribelle al trono" e ne aveva investito -
a compenso dei "militari servizi" prestatigli, il Matteo di Capua. Il
VII duca d'Atri e conte di S. Flaviano, nonché titolare di numerose
altre signorie in Abruzzo e in Puglia, avendo constatato che il
millenario castello, intitolato al santo patrono Flaviano, alla sinistra
dell'ultimo corso del Tordino, era in condizioni di estremo degrado,
"per turbinar di guerre … e per più avverso cielo", aveva deciso -
all'atto del suo insediamento, nei feudi appartenuti al genitore, - di
trasferire abitato ed abitanti sul vicino colle, sul quale sorge il
centro storico di Giulianova. Il prossimo capitano di guerra del monarca
aragonese che nel reintegrarlo nei benefici lo aveva "ascritto al regale
parentado", autorizzandolo ad inquartare la sua arma nell'arma del re,
voleva che la nuova "urbs" avesse carattere di forte presidio difensivo,
come sembra che fosse anche nei voti di Ferrante, in considerazione
della vicinanza della frontiera del Tronto, (ritenuta insicura). Simile
realizzazione postulava la guida di un esperto di costruzioni militari.
E L'Acquaviva scelse Francesco, non sappiamo per quali acquisite prove,
dirette ed indirette, del suo valore, come tecnico di fortificazioni
permanenti ed architetto. Nello "studiolo" urbinate, (nella città di
Federico da Montefeltro il Martini raggiunse la sua piena
individualità), alcune incisioni sul legno della libreria appaiono
riferite alle origini di Giulianova, più precisamente al luogo di
residenza, destinato dal feudatario alla comunità vassalla di Castel S.
Flaviano e al teatro della battaglia del Tordino, combattuta il 27
luglio 1460, tra le compagnie di ventura partitanti per gli Angiò, (per
l'esattezza per il "bon roi Renè"), e quelle schierate a favore degli
Aragona: scontro "duro aspero et crudelo" che "forsi forsi è uno
grandissimo tempo che non ne fu fatto il più aspro", scrisse Alessandro
Sforza che ne fu uno dei principali protagonisti. A tali incisioni è
affidato il ricordo di una delle prime manifestazioni della capacità di
Francesco nella ideazione di caposaldi bellici: nel contempo esse
pongono in relazione il combattimento in val Tordino e l'abitato sulla
collina, voluto da Giuliantonio, effetto delle rovine arrecate al
vetusto Flabianum ed adiacenze da drammatico confronto armato in una
fase peraltro non estrema, della lunga guerra tra Angioini ed Aragonesi
per il dominio del regno di Napoli e Sicilia.
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Sia
lode a Mario Montebello per aver ci fatto conoscere con dovizia di
particolari, tutti controllati, il dato più importante dei natali di
Giulianova: il nome dell'autore dell'intero piano urbano, (mura,
bastioni, vie, piazze, cattedrale, cupola).
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Sembra che gli Acquaviva del ramo primogenito disponessero, al centro
della Montagnola, di un "casino da caccia", come era nelle abitudini del
ceto nobiliare, nel periodo rinascimentale e postrinascimentale. Nel
primo Ottocento detto "casino" fu demolito ed in suo luogo elevato dai
Conversano il palazzo rettangolare e a tre piani, per buona sorte ancora
esistente. Occorre rivelare che i discendenti di quel Carlo ex gente
Cupersani comitum, nominato duca d'Atri nel 1790 da Ferdinando IV di
Borbone, (trenta anni dopo la morte di donna Isabella ultima dinasta
optimo iure) divennero proprietari, e non beneficiari, di generazione in
generazione, di persona in persona, della Montagnola, per trasferimento
mortis causa o per acquisto perfezionato in conformità del codice
civile, non per investitura feudale. Il feudalesimo era finito, grazie
alla normativa eversiva introdotta nel periodo franco-napoleonico. Nel
salone centrale al primo piano del palazzo erano conservate importanti
memorie della famiglia Acquaviva: un ritratto di Giuliantonio, il
fondatore di Giulia e suo denominatore; un altro ritratto della moglie
Caterina Ursini dei principi di Taranto: l'uno e l'altro ritratto a
grandezza naturale; mezzi busti dipinti di altre illustri personalità
della Serenissima Casa: Claudio Acquaviva, il famoso generale
dall'Ordine dei Gesuiti; Troiano il cardinale potente nelle corti di
Roma e di Spagna, Carlo che ottenne tra i conti di Conversano il titolo
di duca d'Atri. Il palazzo era il prediletto ritrovo dei rarissimi
intellettuali di Giulia e dei dintorni. Vi si svolgevano specialmente
"intrattenimenti musicali" in uno dei quali, (30 settembre 1839), il
giovanetto Gaetano Braga, allievo di un maestro Sassardi di Tolentino,
da qualche anno residente a Giulianova, dove dava lezioni di piano e di
canto, "con voce dolcissima e ben modulata" cantò alcune romanze. Alla
villa alla Montagnola il Braga sarebbe tornato nell'estate 1872, ormai
celebre violoncellista e compositore, per una soirèe concertistica,
insieme al fratello Giuseppe pianista e a Francesco Paolo Tosti, agli
inizi della sua carriera. Nel palazzo fu ospitato, pochi anni prima
della fine del regno il conte di Siracusa, Leopoldo di Borbone, fratello
discorde di Ferdinando II. Nel 1860 fu il punto di riferimento dello
Stato Maggiore dell'armata al comando del maresciallo di campo Pianell
che avrebbe dovuto far fronte ad una temuta irruzione dal Nord di
piemontesi o garibaldini o degli uni e degli altri. Si sapeva che il
Piemonte era tutt'uno con i patrioti di tutte le regioni. E Garibaldi
era attestato con alcune centinaia di volontari alla Cattolica. Indi
l'apprestamento di ingenti mezzi di difesa sul confine settentrionale
del Reame, obiettivo delle azioni belliche in preparazione da parte dei
fautori della unità d'Italia, da conseguire anche con la forza.
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Nel
palazzo fu ricevuto il 15 ottobre 1860 Vittorio Emanuele II che
cavalcava dalle Marche a Napoli, seguito dal suo Stato Maggiore e da
qualche uomo politico messogli a lato dal governo costituzionale:
Giuseppe de Vincenzi di Notaresco, Salvatore Tommasi di Roccaraso e
Francesco de Blasiis di Città S. Angelo, tutti e tre fiduciari di
Camillo di Cavour per le province abruzzesi. Ma per quanto riguarda
l'ospitalità di cui il "re galantuomo" fruì alla Montagnola, conviene
cedere la parola alla padrona di casa, a donna Alessandrina d'Obrèscoff,
letterata, musicologa, poliglotta, disegnatrice, figlia di un
diplomatico zarista, moglie di Carlo di Castellana, fratello minore di
Luigi il duca d'Atri.
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"Il
re d'Italia ha fatto il suo ingresso nel territorio napoletano il 15
ottobre 1860 ed è sotto il nostro tetto che egli si è fermato
ventiquattro ore … Farini, il generale Fanti, il generale D'Angrogna,
aiutante di campo, lo accompagnavano. Fino a Giulia non aveva accettato
l'ospitalità di nessuno, ma ha compreso che sotto il tetto di un
gentiluomo di alto lignaggio, quasi quanto il suo, si poteva gradire il
pane ed il sale e l'ha fatto con grazia cortese e franca che mi ha
incantato. Vittorio Emanuele è lungi dall'essere bello, ma è un
brillante cavaliere ed io ho trovato in lui la bonomia un pò brusca
di un soldato e il tono di un re. Con mia suocera e con me egli è
stato non solamente gentile, ma amabile e comprensivo. Mi aveva fatto
chiedere per il giorno del suo arrivo, il permesso di rendermi visita.
Io non potevo riceverlo in quella specie di fondaco dove noi ci eravamo
ritirati per fargli posto. Fui dunque io a recarmi da lui alle ore 6
della sera, con mia suocera e con mio marito: Io avevo lasciato gli
abiti da lutto per fargli festa e andavo all'udienza come si va a Corte,
in gran decolletèe di Taffetas con velluti neri orlati d'oro, un collier
di perle al collo, alla mano un ventaglio del tempo di Luigi XV. Il re
ebbe l'aria di comprendere che in tutte le mie azioni c'era
l'espressione del rispetto verso il sovrano accettato e riconosciuto;
sembrò che ne afferrasse la grazia! Mi fece sedere sul canapè e prese
una piccola sedia alla mia sinistra, guardandoci per una mezza ora
abbondante, e conversando con giovialità familiare ma di buon tono: Il
ministro della guerra, Farini e il generale d'Angrogna assistevano alla
scena. Nel lasciarci, dopo averci prima annunciato che sarebbe montato a
cavallo l'indomani alle sette, ci augurò la buona sera, senza dirci
addio, il che mi fece credere che contava di rivederci prima di partire
e mi decise di assistere a questa partenza, per mattutina che fosse. Io
rientrai dunque per riposare un pò, dopo una giornata di fatiche e di
vive emozioni detti l'ordine di svegliarmi alle 5 1/2. Un'ora più tardi,
malgrado un tempo umido e brumoso, traversai il giardino zuppo della
pioggia, caduta dopo la veglia della sera, ed entrai nella sola camera
del pianterreno che Carlo si era fatta riservare. Tutto era silenzioso
nella casa, ma la finestra del Re, completamente aperta, indicava che il
suo sonno era terminato. Poco a poco l'ambiente si riempì dei rumori e
dei preparativi della partenza. Cavalli vennero condotti innanzi alla
casa, gli ufficiali si avvicinarono per prendere ordini, i lacchè del re
cominciarono ad agitarsi tra loro con reti e casse da viaggio e la
musica della Guardia Nazionale intonò le fanfare dell'addio. Fu poco
dopo che qualcuno recò a noi l'invito di salire nel salone. Il re vi
entrò quasi nello stesso tempo che noi. Ci ricevette subito con in mano
il suo berretto, ci ringraziò cordialmente della nostra buona ospitalità
e ci strinse la mano dicendoci: «Arrivederci a Napoli.» Dal balcone noi
lo vedemmo slanciarsi con l’impetuoso ardore della giovinezza su un
magnifico piccolo arabo grigio e focoso, veritiera meraviglia del
deserto. Tutto il corteggio si mosse al suo seguito, mentre le fanfare
suonavano e le bandiere sventolavano al vento. Il sole era comparso e
tutta la natura assumeva gli splendidi colori del mattino. Arrivato al
cancello sul viale, Vittorio Emanuele, voltò bruscamente il suo cavallo
verso noi e scoprendo il capo ci fece il più cavalleresco dei saluti."
(Da Pensieri e Ricordi - Pensèes et souvenirs 1859. 60: donna
Alessandrina anticipa a mezzogiorno l'ingresso di Vittorio Emanuele a
Giulianova. Si era sempre detto che il re era salito dalla strada
litoranea, o nuova Salaria, al Largo di piedi, attuale Belvedere, alle
tre pomeridiane. Parimenti nel diario della contessa di Castellana la
partenza del corteo reale dalla Montagnola è fissata alle ore sette e
non alle undici. Va considerato che il brano trascritto è datato 17
ottobre, due giorni appena dopo l'evento, laddove il diverso orario dato
dal De Cesaris nel III, volume de "La fine di un regno”, (ore 15 del 15
ottobre, ore 11 del 16 ottobre) si fonda su informazioni attinte
dall'ufficiale della Guardia Nazionale Durango, più di 40 anni dopo. Il
breve ma convulso periodo del brigantaggio fu intensamente vissuto dalla
famiglia del conte di Castellana il quale come colonnello della G. N.
condusse di persona i reparti dei quali aveva il comando nel vasto
territorio teramano infestato dalla guerriglia, molto più criminale che
legittimista. Il patriottico comportamento mostrato in così rischiose
circostanze valse all'Acquaviva le insegne della croce mauriziana, motu
proprio di Vittorio Emanuele II, e la elezione alla Camera Subalpina. Il
mandato parlamentare fece sì che la Montagnola divenisse il centro del
partito moderato della Provincia. Importante la riunione che vi fu
tenuta dall'Associazione Costituzionale in vista delle elezioni del 1876
che portarono con la vittoria della Sinistra storica alla "rivoluzione
parlamentare" di quell'anno. Il manoscritto inedito della contessa di
Castellana che ci auguriamo venga prima o dopo pubblicato, è una fonte
storica veramente importantissima per la puntuale ornata narrazione
degli avvenimenti locali in una fase acuta della vita nazionale. Esso
però non è il solo journal lasciato dalla nobile scrittrice. Difatti le
sue notazioni quotidiane sono esposte in altri 10 gonfi quaderni,
riferiti alle date dell’11 luglio 1862, al 12 maggio 1869. Il 26
settembre 1868 è ricordato con straordinaria ampiezza di particolari per
una sfortunata esperienza natatoria dell'autrice: scesa al tratto di
spiaggia sottostante la Montagnola ed entrata in acqua si era
allontanata con poche bracciate dalla riva, quando fu "succhiata" in un
gorgo che stava per determinarne l'annegamento. Scampata alla morte per
l'intervento del contadino che l'aveva accompagnata in calesse e che si
era assentato, rientrata nel palazzo, fece subito avvertire i frati del
vicino convento perché celebrassero un Te Deum di ringraziamento per la
intervenuta sua salvezza. Di recente è stato pubblicato un romanzo di
Giovanna Ranzato, intitolato "La via del Duca", piacevole racconto in
chiave fantastica di vicende familiari degli Acquaviva di fine
Ottocento.
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