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IL BELVEDERE (LA BALAUSTRA)

Piazza della Libertà

 
 

Coordinate cartina: A-B - 3

     
IL BELVEDERE DI GIULIANOVA
 
di Riccardo Cerulli
 
Nel penultimo decennio dell’Ottocento, Giulianova, (più comunemente Giulia), aveva esteso il suo abitato fuori delle mura del borgo medievale. In breve volgere di tempo erano sorti i fabbricati che si fronteggiano, ai due lati di piazza della Libertà, (già Vittorio Emanuele II), quelli di via Giovanni Amendola, (già del Popolo) e gli altri a nord della cinta difensiva, sulla via intitolata al fondatore Giuliantonio Acquaviva d’Aragona, in vista della “Montagnola”, dove, tra la fine del XVIII secolo i gli inizi del XIX, avevano elevato la propria dimora, circondata da vasto giardino i conti di Conversano, titolari - per disposizione regia - dell’alta dignità ducale, ma non dei feudi dell’antica “serenissima” Casa d’Atri, estinta nel 1760, alla morte, “seguita in Roma”, di Isabella, vedova di Filippo Strozzi, duca di Bagnolo, XX dimasta, optimo jure, come tale onorata e protetta dal re Carlo III di Borbone. In detta dimora aveva trascorso poco più di venti ore, tra le 15 del 15 ottobre 1860 e le 11 dell’indomani, il sovrano sabaudo venuto nel Reame, in sfacelo, delle Due Sicilie, alla testa dell’esercito sardo-piemontese, per compiervi l’unità d’Italia. Evento che, sarebbe stato celebrato, dopo oltre un quarto di secolo, dalla locale Amministrazione Comunale, presieduta dal Sindaco Francesco Ciafardoni, con l’erezione, “ad perpetuam rei memoriam”, del monumento “al gran re”, “padre della famiglia italiana”, opera (maltrattata) dello scultore giuliese Raffaello Pagliaccetti.
L’espansione urbanistica del paese che non avrebbe conosciuto soste fino agli anni della prima guerra mondiale, (malgrado il rapidissimo sviluppo turistico-commerciale della spiaggia, derivato dall’inaugurazione, nel 1863, della Stazione ferroviaria, scalo del capoluogo della provincia, sperato terminale della ferrovia Roma Adriatico), postulava la sistemazione, nel senso della eliminazione, dello “spalto”, ovverosia, nella persistente toponomastica popolare, del “Monte”. Il “Monte” era la brulla sommità estesa alcune centinaia di mq. della collina, alta sessanta metri, (in più punti “tagliata” dalla “strada di circonvallazione”, oggi via XXIV Maggio), che con aspra pendenza saliva dal piano della marina al “Largo da piedi”, inglobato - dopo il 1860 - nell’ampia nuova piazza Vittorio Emanuele II, “il polmone, salutare e piacevolmente decorativo”, nella sua centralità, delle secolari, nonché delle recenti e recentissime, aggregazioni edilizie, tra le quali ultime merita particolare menzione, per l’imponenza del complesso - (palazzo e parco all’italiana) - la Villa Ciafardoni, realizzata subito a settentrione del Convento cinquecentesco dei Cappuccini, passato in proprietà dei patrioti Comi, nel decennio franco-napoleonico, più tardi acquistato dal Conte Bruno Scarampi di San Giorgio, coniuge di donna Vittoria, unica figlia del duca di Atri, Luigi Acquaviva d’Aragona, senatore del regno d’Italia. Da data remotissima, nella stagione invernale, i rari proprietari di barche da pesca, abitanti in Giulia, solevano “ritirare i legni di mare” sul “Monte”. Li preservavano, o credevano di preservali, così, dall’esposizione ai danni naturali o alle offese di malintenzionati. L’uso in parola, comportante improba fatica, fu abbandonato soltanto grazie allo straordinario incremento nel lido di fabbricati, compresi magazzeni, capaci di dare riparo a sciabiche e lancette, i due natanti in possesso della locale marineria. Va anche rilevato che sul “Monte” venivano accese “le macchine pirotecniche” il Venerdì Santo e il 22 aprile. Nell’Archivio Comunale qualche ingiallito documento serba memoria della partecipazione, in dette occasioni, alle vere e proprie gare che i maestri dei fuochi artificiali ingaggiavano tra loro, dei famosi Balocchi di Atri, uno dei quali sarebbe caduto a Palermo, nell’assalto al ponte dell’Ammiragliato, garibaldino dei Mille. Allorché fu affrontato il problema dell’assetto da dare al “Monte”, secondo criteri paesaggistici moderni, fu immediatamente esclusa la trasformazione in giardino privato di tutto, o di parte, lo spazio descritto in nero sfumato, in una planimetnia d’epoca (fig. 1), dovuta all’ing. Gaetano de Bartolomei, benemerito della “piccola patria”, per aver salvato dalla demolizione la Chiesa di Santa Maria a Mare, (“l’Annunziata”); per avere costruito, ad ornamento e decoro della nuova Giulia, la Cappella gentilizia, dedicata a San Gaetano, e i portici antistanti che portano il nome della sua storica famiglia, originaria di Montone; per avere - infine - preso parte rilevante a tutte le manifestazioni ed iniziative culturali ed amministrative, riguardanti Giulia, fino alla morte sopravvenuta nel 1892. (La sua lezione di civismo sarebbe stata compiutamente intesa dall’erede-nipote, Giuseppe de Bartolomei, nel lungo sindacato, interrotto - nel 1922- dalla violenza squadrista).
   

fig. 1 - Planimetria della Piazza Belvedere in Giulianova (1880)

 
 
In seguito fu negato l’exequatura un elaboratissimo disegno che prevedeva una balaustra in artistiche colonnine narmoree tra le case Cerulli ed Orsini, una cancellata al lato sud delle stessa balaustra, una gradinata aperta al pubblico, (ma non in tutte le ore), sulla strada di circonvallazione, la piantagione di molti platani in piano e a lato dei gradini. Avrebbe impegnato lo spazio delle grotte naturali esistenti nel “Monte” appena sotto il suo culmine). Negazione da imputare, non a mancanza di gradimento della disegnata opera, ma a penuria di mezzi. Tutti, amministratori e popolo ripiegarono sul progetto che approvarono e che fu poi rapidamente eseguito, che fece del “Monte” la terrazza belvedere di Giulianova.
   

fig. 2 - La palma ornamentale al centro del Belvedere (1910)

 

La ditta Iona di Ancona fornì, per il prezzo di £. duemila, la balaustra, per miracolo scampata alla campagna “ferro alla Patria” del 1940-41. Piante, resistenti ai venti “da mare” furono piantate sul lato sud della terrazza. Più avanti, si preferì di abbellire il gradevole luogo con una sola palma al centro, su aiuola delimitata da piccolo bordo in travertino (fig. 2), sostituita, negli inoltrati anni Trenta, da una fontana di stile e significato littorio (fig. 3).
   

fig. 3 - La Fontana in sostituzione della palma (1935-36)

 

Venne operato il raccordo con la “nuova” piazza, mediante il riempimento delle “fosse da grano”, da secoli scavate nella parte ovest del “Monte”, utilizzate dai proprietari dei prossimi fabbricati, agricoltori, conduttori di fondi rustici, coltivati prevalentemente a grano. (De Lucia, poi Cerulli, Trifoni, Orsini, Parere). Nella piazza che include il così trasformato “Monte”, si svolge, ai giorni nostri gran parte della festività religiosa e mondana del 22 aprile, dal primo mattino all’alta notte. La processione della Madonna dello Splendore vi scende dall’alto della piazza, dopo avere percorso via Amendola.
Una Messa solenne vi viene celebrata (spesso da prelati, locali o forestieri), in un artistico padiglione, aperto agli sguardi della folla che interviene alla suggestiva cerimonia. Prima di riprendere la via del ritorno al Convento, la processione, (in particolare la statua della Madonna, con Bertolino inginocchiato ai Suoi piedi), riceve l’omaggio della Spiaggia, espresso dallo scoppio, fragoroso e reiterato, di mortaretti.
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