SPIGOLATURE GIULIESI
di Leo Marchetti
La storia
di Giulianova è più antica di quella descritta nell‘ottimo contributo
del Cerulli e ogni tanto se ne apprezza la giusta dimensione sia che si
guardi la pinacoteca sia che si passeggi per il reticolo stradale del centro
storico. Per non dire dei suggerimenti e delle suggestioni che il mondo
cartaceo ci riserva ogni volta che ci accingiamo a compiere qualche ricerca.
Del tutto
casualmente, nella biblioteca universitaria di Cambrige ho sfogliato il
libro di Carlo Campana “Un periodo di storia teramana” (1878) dove a
pag. 85 si legge: «Gli inglesi che correvano l ‘Adriatico lasciavano sui
nostri lidi agenti borbonici, il 21 agosto posero a terra, nella spiaggia di
Giulia, un drappello di armati; nessuna resistenza a quello si opponeva:
ruppe le porte dei magazzeni della Dogana e prese quello che di meglio
trovava tra le merci che vi erano depositate: ruppe e distrusse il resto e
tranquillamente fé ritorno sulle barche che l’aspettavano».
E’ un
episodio della guerra condotta dai francesi contro i borboni in esilio e gli
inglesi di Nelson nel 1810. Il rapporto degli abruzzesi con gli inglesi nel
periodo pre-unitario è più fecondo di quanto comunemente si conosca: ad
esempio Costanzo Angelini nel 1790 si trasferì a Napoli dove disegnò la
raccolta di vasi greci di proprietà di Lord Hamilton ed eseguì il ritratto
di Nelson e una “battaglia di Abukir”. Anche Filippo Rega (Chieti 1761)
eseguì i ritratti di Lord e lady Hamilton, del principe ereditario August e
del duca di Sussex. Con i Carelli e la scuola di Posillipo, dei quali è
ricca la pinacoteca Bindi, il cosmopolitismo dei giuliesi risulta arricchito
da contributi come quello di Jacob Philip Hackert che stabilitosi aNapoli
nel 1786 anticipa sia alcuni motivi del lamp black dei Carelli sia il
verismo successivo. Se Hackert è l’anello di congiunzione fra il chiaroscuro
e la brillantezza dei pittori di Posillipo, A.S. Pitloo stabilitosi a Napoli
nel 1816, inizia lo studio dal vero che tanta parte avrà nella
tecnica di giuliesi d’adozione come Raffaele Carelli. Amico del duca di
Devonshire questi consolida la portata internazionalista dell’arte nel Regno
di Napoli.
Nel 1884 si
trasferì a Giulianova Francesco Contaldi dove fu notaio e vice-Pretore. Non
è un personaggio di second’ordine né va ricordato soltanto per aver fondato
un giornale letterario-quindicinale, il Doctor Faust, la Rivista Minima
e la Rassegna Adriatica, ma anche per una pregevole serie di
traduzioni in lingue moderne dal tedesco (Goethe), dall’americano (Longfellow,
Bret-Harte, Poe, Witman) dall’inglese (Coleridge, Tennyson, Dickens, Shelley)
dal francese (Eugenia Grandet di Balzac), dallo spagnolo (José Zorrilla,
G.A. Becquen) dal danese (Niees Lihne di Jens Peter Jacobsen), dal norvegese
(Andreas Munch).
Edwanl Lear
nel suo “Viaggio illustrato nei tre Abruzzi” (1843-44) ci fornisce
una valida testimonianza sia in prosa sia iconografica, (per i pregevoli
disegni che accompagnano l’opera) del carattere pittoresco, isolato e
sublime della natura abruzzese: «Ancora una volta provai ad andare da Aquila
a Teramo e avevo stabilito con una guida di dormire a Pizzoli la prima notte
e a Montorio la seconda; ma, ahime!, quando giunse il mattino, una pioggia
torrenziale mi vietò, per l’ennesima volta, questo tentativo: triste
delusione, dopo aver speso tanto tempo e tanto denaro. Così, per non essere
ingannato di nuovo, affittai subito una carrozza per Rieti, e da qui
proseguii immediatamente alla volta di Roma».
Gli
Appennini sono agli occhi dei romantici inglesi persino più favolosi, gotici
e impressionanti delle Alpi. Un romanzo come The Italian or the
Confessional of the Black Penitents di Ann Radcliffe viene ambientato ai
margini del lago di Celano dove la scrittrice non era mai stata e di cui
aveva una visione esotica e misteriosa, degna cornice per una storia
terrificante. Tutta la natura abruzzese del primo Ottocento viene riferita
dai viaggiatori inglesi come il massimo esempio della nuova bellezza
romantica che si è sostituita alla tranquillitas dei classicisti.
All’entusiasmo del Keppel Craven (Excursions in the Abruzzi, 1837) si
sostituisce ai giorni nostri la delusione di una giovane coppia di studiosi
(una pubblicazione del British Council) che ha ripercorso fedelmente
l’itinerario, tra cui quello da Pescara a Giulianova, definendolo “cubes
after cubes” e di nessun valore estetico. I due avendo chiesto a un bambino
giuliese dove man giar bene e avendone avuto risposta così trascrissero nel
loro libro: “Bacchieccio” che non può che essere l’imperfetto spelling di “Beccaceci”.
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Articolo tratto da “Comunicare” pag. 8 e 9 -
Anno I numero 3 e 4 Luglio / Agosto 1990.