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- Almanacco Giulianova
’91 – Periodico Annuale – anno III – n. 3 – 1991. Reg. Tri. TE n° 292
del 10.10.1989 – Stampa e fotocomposizione: Edigrafital – S. Atto (TE);
Testi e interviste: Sergio Di Diodoro; Foto: Fernando Di Cola; Direttore
Editoriale: Elisa Strozzieri; Disegni: Marco Lacomba e Giovanna Priora;
Ufficio di redazione: Via Muzio Scevola n° 8 – Giulianova Tel. 085
8001636; Direttore Responsabile: Sergio Di Diodoro.
- Almanacco
Giulianova '91
- Gaetano Braga
in un medaglione in marmo, opera dello scultore milanese Antonio
Tandardini - 1872
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" Il 9 giugno del 1829
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nacque in questa allora più
modesta casa
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Gaetano Braga
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Gloria D'Italica melodia
-
il comune
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nella ricorrenza del 1°
centenario
-
pose
La casa natia,
oggi Casa-Meseo
- Il Monumento a
Gaetano Braga
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GAETANO BRAGA
- Gaetano Braga nacque a Giulianova il 9
giugno 1829.
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Compì i suoi studi nel Seminario di Teramo e poi si iscrisse al
Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli. Qui ebbe come maestro
Mercadante, il quale apprezzò le sue ottime qualità e lo incluse fra i
suoi migliori allievi.
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Nel 1853 scrisse un’opera semiseria, Alina, che raccolse un grande
successo di critica e di pubblico.
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Viaggiò molto e tenne concerti in molte parti del mondo sempre
entusiasticamente applaudito dalle platee.
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A Parigi ebbe modo di conoscere Rossini, Verdi, Gounod.
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Nel 1855 andò in tournée negli Stati Uniti e lì divenne «Il re del
violoncello». La stupenda «Leggenda Valacca» è la sua più bella
composizione.
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Morì a Napoli il 20 settembre 1907.
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Nel 1851, a Napoli,
Gaetano frequentava assiduamente la casa del signor Lablache, di cui era
divenuto intimo amico. La bella figlia di Lablache, Maria, spesso
suonava in trio con lui e con Ferdinando Pinto. Il giovane
violoncellista finì con l’innamorarsi pazzamente della bella ragazza, la
quale non si dimostrò affatto insensibile alle sue attenzioni.
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Quando egli le
dichiarò il suo amore, lei ne fu felice e, secondo la moda del tempo, lo
invitò a chiedere subito la sua mano al Padre.
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Il giovane non perse
tempo e, senza tenere conto delle sue precarie condizioni finanziarie e
del peso della sua famiglia, di cui costituiva l’unico sostegno, il
giorno dopo si presentò in casa Lablache.
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Il padre di Maria
sedeva davanti alla tavola in atteggiamento di assoluto riposo e, quando
vide l’amico, lo accolse benevolmente e lo invitò a sedersi.
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Gaetano, preso il
coraggio a quattro mani, sparò a bruciapelo la sua richiesta.
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Lablache, raggiunto
da quella inaspettata schioppettata, lo guardò stupito ed incredulo, ma
anche con una dolce espressione negli occhi, proprio come si fa con un
bambino che chiede la luna. Alla fine gli chiese se fosse diventato
pazzo e, riportando il giovane dal mondo dei sogni a quello di una dura
realtà, aggiunse: «Senza un quattrino, con la tua famiglia povera sulle
spalle, pretendi di sposare mia liglia?» Aggiunse poi paternamente che
gliel’avrebbe data volentieri perché gli voleva bene, ma che non poteva
concedergliela per non causare la rovina di tutti e due. Ridendo, poi, e
canzonandolo bonariamente lo invitò ad andarsene e a non tornare se
prima non avesse scritto una lettera di scuse.
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Gaetano se ne andò
col cuore pieno di amarezza e con la sensazione che il mondo gli fosse
crollato sopra.
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Rivide Maria, che
onnai si era sposata con il barone di Coters, a Parigi nel 1856, ma
dovette constatare che della ragazza che egli aveva tanto amata, ormai
non c’era più nulla: il matrimonio l’aveva profondamente cambiata.
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A Napoli il giovane
Gaetano era diventato un violoncellista celebre.
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Egli suonava spesso
presso una famiglia composta da una vedova e dalle sue tre belle figlie,
tutte entusiaste di lui e della sua musica.
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Un giorno la madre
delle ragazze gli disse all’improvviso: «Se mi domandate la mano di mia
figlia, io ve la concederò ed in più aggiungerò 200.000 ducati».
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Probabilmente la
proposta urtò la sensibilità del musicista, il quale rispose che proprio
alcuni giorni prima aveva giurato a se stesso di non sposarsi per poter
essere di maggiore aiuto alla sua famiglia che versava in gravi
ristrettezze economiche.
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La signora, però non
si scoraggiò e tranquillamente aggiunse che avrebbe provveduto lei a
dare una buona pensione mensile alla famiglia di lui.
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A questo punto il
giovane non riuscì più a contenere il suo sdegno e con fierezza esclamò
che egli non accettava la carità da parte di nessuno; poi furioso uscì
da quella casa, lasciando interdetta la signora che, certo a causa della
sua ricchezza, pensava di poter comprare tutto, compreso un marito per
la figlia, senza tenere minimamente conto della dignità e dell’orgoglio
ferito di chi le era davanti.
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Gaetano,
profondamente sdegnato, uscì furioso da quella casa, giurando in cuor
suo di non metterci più piede.
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In seguito, però,
sbollita la rabbia, fu pronto a dimenticare l’offesa ed a riallacciare
legami di amicizia con quella famiglia.
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Orchestra e maestro
erano impegnati nelle prove di un’opera. In quei tempi non c’erano i
pistoni nei corni e perciò i suoni dolci o striduli si ottenevano
cambiando allo strumento i «tortini» che ogni cornista doveva sempre
tenere pronti.
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Faceva parte
dell’orchestra un certo Mohor, eccellente solista di corno, il quale
aveva un’alta opinione di sé e certo in cuor suo riteneva di essere
superiore a tutti, non escluso il maestro.
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Durante le esecuzioni
delle prove non faceva altro che mormorare al suo vicino: «Non si scrive
così la musica per il corno! È orribile!» Gaetano, dando prova di grande
pazienza, per lungo tempo fece finta di non sentire, ma quando l’altro,
nel secondo atto, fece una nota stridula, che, invece, doveva essere
dolce, gridò, fermando l’orchestra:
-
«Io non ho scritto
quella nota stridula!»
-
Il cornista rispose
insolentemente che nello spartito era scritta così.
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Davanti a tanta
impudenza il maestro, mettendo da parte ogni buona maniera e tutto il
suo spirito di sopportazione, dette libero sfogo alla rabbia lungamente
repressa ed esplose gridando:
-
«È un’ora che mi
state insultando e che mormorate al vostro vicino che, peraltro, è mio
amico, che io non so scrivere musica per i corni. Siete pieno di boria!
Credete che non mi sia accorto che, per far vedere che siete bravo, non
avete mai cambiato il «tortino» necessario per ottenere il suono che io
voglio? Ora basta! Cambiate i «tortini» quando la musica lo richiede e
non permettetevi più di brontolare contro di me!»
-
Mohor capì che le
cose per lui si mettevano male e perciò tacque. E fece bene perché
Gaetano si era ripromesso che se avesse osato ancora aprire bocca, lo
avrebbe cacciato dall‘orchestra.
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Gaetano, prima per
motivi di studio, per esigenze di tournée era costretto a trascorrere
moltissima parte del suo tempo fuori dall’amata Giulianova, la quale era
stata la culla della sua fanciullezza, il luogo dove aveva mosso i primi
-
passi e balbettato le
prime parole.
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Ogni tanto, però,
appena gli era possibile, tornava al paesello natio, la cui immagine non
si era mai sbiadita nel suo cuore.
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Allora era contento di
camminare per le vie, di incontrare vecchie conoscenze di scambiare
qualche parola con i suoi concittadini, che tanto lo stimavano. Diceva
spesso che niente era più salutare dell’aria natia e che perciò andava
respirata a pieni polmoni.
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Nelle sue consuete
visite a Giulianova egli, in compagnia di un amico si recava spesso in
un posto da dove si godeva la vista di uno splendido panorama e lì
rimaneva incantato a guardare.
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Aspirava profondamente l’aria che,
diceva, sapeva di mare, e mormorava all’amico: «Ah! che bellezza! L’aria
del proprio paese è un’altra cosa! Senti che delizia!»
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Il suo compagno, però, non
certo rapito dall’incanto della terra che per lui era spettacolo di ogni
giorno, non era dello stesso parere e, arricciando il naso con evidente
disgusto, mormorava che proprio nelle vicinanze c’era una discarica
maleodorante.
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Gaetano era talmente preso
dall‘incanto del momento e dal piacere di essere nella sua terra che non
udiva nemmeno le proteste dell’amico né s’avvedeva della discarica.
Potenza dell’amore per il luogo natio!
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Articolo tratto dal Periodico Annuale “Almanacco
Giulianova '91” Anno III -
numero 3.
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