Almanacco Giulianova ’91 – Periodico Annuale – anno III – n. 3 – 1991. Reg. Tri. TE n° 292 del 10.10.1989 – Stampa e fotocomposizione: Edigrafital – S. Atto (TE); Testi e interviste: Sergio Di Diodoro; Foto: Fernando Di Cola; Direttore Editoriale: Elisa Strozzieri; Disegni: Marco Lacomba e Giovanna Priora; Ufficio di redazione: Via Muzio Scevola n° 8 – Giulianova Tel. 085 8001636; Direttore Responsabile: Sergio Di Diodoro.
Almanacco Giulianova ’91 – Periodico Annuale – anno III – n. 3 – 1991. Reg. Tri. TE n° 292 del 10.10.1989 – Stampa e fotocomposizione: Edigrafital – S. Atto (TE); Testi e interviste: Sergio Di Diodoro; Foto: Fernando Di Cola; Direttore Editoriale: Elisa Strozzieri; Disegni: Marco Lacomba e Giovanna Priora; Ufficio di redazione: Via Muzio Scevola n° 8 – Giulianova Tel. 085 8001636; Direttore Responsabile: Sergio Di Diodoro.
Almanacco Giulianova '91

 

Gaetano Braga in un medaglione in marmo, opera dello scultore milanese Antonio Tandardini - 1872

 

 

" Il 9 giugno del 1829 nacque in questa allora più modesta casa Gaetano Braga Gloria D'Italica melodia il comune nella ricorrenza del 1° centenario pose.
" Il 9 giugno del 1829
nacque in questa allora più modesta casa
Gaetano Braga
Gloria D'Italica melodia
il comune
nella ricorrenza del 1° centenario
pose

 

 

Casa-Museo “G. Braga” (Museo Civico): costruita nella seconda metà dell’800, quando il musicista decise di riedificare ex-novo sullo stesso sito la sua casa natale, ancora più modesta. Oggi è adibita a casa-museo: vi sono conservate diverse opere d’arte (quadri, disegni, sculture) sulla figura e la vita del musicista, di P. Montegny, P. Chardin, S. Schaeppi, A. Malaspina, A. Tantardini, A. Tentarelli (illustre scultore giuliese), inoltre lettere, illustrazioni, documenti, spartiti, frutto della ricerca condotta in Italia e all’estero dall’Associazione omonima che qui ha sede. Visitando la casa-museo, è possibile, inoltre, ascoltare registrazioni e incisioni di alcune composizioni di Braga e di altra musica di quel periodo.
La casa natia,
oggi Casa-Meseo

 

 

Di famiglia modesta, stava per essere avviato alla carriera ecclesiastica sin da fanciullo, quando la Duchessa d’Atri Giulia Colonna, notate in lui delle spiccate attitudini musicali, lo aiutò a superare le difficoltà familiari, che gli impedivano il trasferimento a Napoli presso il Conservatorio S. Pietro a Maiella. Qui fu ammesso, primo tra tutti i candidati, nella classe di canto; ma, rimasto affascinato dal suono del violoncello del compagno di collegio Laboccetta, prese di nascosto delle lezioni da lui. Il direttore Mercadante, scopertolo a suonare in orchestra, e sorpreso dalla sua bravura, fece subito costruire per lui un violoncello dal liutaio Gagliano, e affidò Braga al maestro Ciaudelli, allievo a sua volta di Paganini (il quale suonava anche il violoncello) e di Vincenzo Fenzi, il cui figlio Scipione, nel 1870 divenne docente al Conservatorio di Mosca, sorto solo da pochi anni. Braga debuttò a Napoli all’età di 14 anni e dopo una tournée in varie città italiane (Firenze, Bologna, Trieste…), si fermò a Vienna.
Il Monumento a Gaetano Braga

 

 

GAETANO BRAGA

       Gaetano Braga nacque a Giulianova il 9 giugno 1829.
Compì i suoi studi nel Seminario di Teramo e poi si iscrisse al Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli. Qui ebbe come maestro Mercadante, il quale apprezzò le sue ottime qualità e lo incluse fra i suoi migliori allievi.
Nel 1853 scrisse un’opera semiseria, Alina, che raccolse un grande successo di critica e di pubblico.
Viaggiò molto e tenne concerti in molte parti del mondo sempre entusiasticamente applaudito dalle platee.
A Parigi ebbe modo di conoscere Rossini, Verdi, Gounod.
Nel 1855 andò in tournée negli Stati Uniti e lì divenne «Il re del violoncello». La stupenda «Leggenda Valacca» è la sua più bella composizione.
Morì a Napoli il 20 settembre 1907.
Nel 1851, a Napoli, Gaetano frequentava assiduamente la casa del signor Lablache, di cui era divenuto intimo amico. La bella figlia di Lablache, Maria, spesso suonava in trio con lui e con Ferdinando Pinto. Il giovane violoncellista finì con l’innamorarsi pazzamente della bella ragazza, la quale non si dimostrò affatto insensibile alle sue attenzioni.
Quando egli le dichiarò il suo amore, lei ne fu felice e, secondo la moda del tempo, lo invitò a chiedere subito la sua mano al Padre.
Il giovane non perse tempo e, senza tenere conto delle sue precarie condizioni finanziarie e del peso della sua famiglia, di cui costituiva l’unico sostegno, il giorno dopo si presentò in casa Lablache.
Il padre di Maria sedeva davanti alla tavola in atteggiamento di assoluto riposo e, quando vide l’amico, lo accolse benevolmente e lo invitò a sedersi.
Gaetano, preso il coraggio a quattro mani, sparò a bruciapelo la sua richiesta.
Lablache, raggiunto da quella inaspettata schioppettata, lo guardò stupito ed incredulo, ma anche con una dolce espressione negli occhi, proprio come si fa con un bambino che chiede la luna. Alla fine gli chiese se fosse diventato pazzo e, riportando il giovane dal mondo dei sogni a quello di una dura realtà, aggiunse: «Senza un quattrino, con la tua famiglia povera sulle spalle, pretendi di sposare mia liglia?» Aggiunse poi paternamente che gliel’avrebbe data volentieri perché gli voleva bene, ma che non poteva concedergliela per non causare la rovina di tutti e due. Ridendo, poi, e canzonandolo bonariamente lo invitò ad andarsene e a non tornare se prima non avesse scritto una lettera di scuse.
Gaetano se ne andò col cuore pieno di amarezza e con la sensazione che il mondo gli fosse crollato sopra.
Rivide Maria, che onnai si era sposata con il barone di Coters, a Parigi nel 1856, ma dovette constatare che della ragazza che egli aveva tanto amata, ormai non c’era più nulla: il matrimonio l’aveva profondamente cambiata.
A Napoli il giovane Gaetano era diventato un violoncellista celebre.
Egli suonava spesso presso una famiglia composta da una vedova e dalle sue tre belle figlie, tutte entusiaste di lui e della sua musica.
Un giorno la madre delle ragazze gli disse all’improvviso: «Se mi domandate la mano di mia figlia, io ve la concederò ed in più aggiungerò 200.000 ducati».
Probabilmente la proposta urtò la sensibilità del musicista, il quale rispose che proprio alcuni giorni prima aveva giurato a se stesso di non sposarsi per poter essere di maggiore aiuto alla sua famiglia che versava in gravi ristrettezze economiche.
La signora, però non si scoraggiò e tranquillamente aggiunse che avrebbe provveduto lei a dare una buona pensione mensile alla famiglia di lui.
A questo punto il giovane non riuscì più a contenere il suo sdegno e con fierezza esclamò che egli non accettava la carità da parte di nessuno; poi furioso uscì da quella casa, lasciando interdetta la signora che, certo a causa della sua ricchezza, pensava di poter comprare tutto, compreso un marito per la figlia, senza tenere minimamente conto della dignità e dell’orgoglio ferito di chi le era davanti.
Gaetano, profondamente sdegnato, uscì furioso da quella casa, giurando in cuor suo di non metterci più piede.
In seguito, però, sbollita la rabbia, fu pronto a dimenticare l’offesa ed a riallacciare legami di amicizia con quella famiglia.
Orchestra e maestro erano impegnati nelle prove di un’opera. In quei tempi non c’erano i pistoni nei corni e perciò i suoni dolci o striduli si ottenevano cambiando allo strumento i «tortini» che ogni cornista doveva sempre tenere pronti.
Faceva parte dell’orchestra un certo Mohor, eccellente solista di corno, il quale aveva un’alta opinione di sé e certo in cuor suo riteneva di essere superiore a tutti, non escluso il maestro.
Durante le esecuzioni delle prove non faceva altro che mormorare al suo vicino: «Non si scrive così la musica per il corno! È orribile!» Gaetano, dando prova di grande pazienza, per lungo tempo fece finta di non sentire, ma quando l’altro, nel secondo atto, fece una nota stridula, che, invece, doveva essere dolce, gridò, fermando l’orchestra:
«Io non ho scritto quella nota stridula!»
Il cornista rispose insolentemente che nello spartito era scritta così.
Davanti a tanta impudenza il maestro, mettendo da parte ogni buona maniera e tutto il suo spirito di sopportazione, dette libero sfogo alla rabbia lungamente repressa ed esplose gridando:
«È un’ora che mi state insultando e che mormorate al vostro vicino che, peraltro, è mio amico, che io non so scrivere musica per i corni. Siete pieno di boria! Credete che non mi sia accorto che, per far vedere che siete bravo, non avete mai cambiato il «tortino» necessario per ottenere il suono che io voglio? Ora basta! Cambiate i «tortini» quando la musica lo richiede e non permettetevi più di brontolare contro di me!»
Mohor capì che le cose per lui si mettevano male e perciò tacque. E fece bene perché Gaetano si era ripromesso che se avesse osato ancora aprire bocca, lo avrebbe cacciato dall‘orchestra.
Gaetano, prima per motivi di studio, per esigenze di tournée era costretto a trascorrere moltissima parte del suo tempo fuori dall’amata Giulianova, la quale era stata la culla della sua fanciullezza, il luogo dove aveva mosso i primi
passi e balbettato le prime parole.
Ogni tanto, però, appena gli era possibile, tornava al paesello natio, la cui immagine non si era mai sbiadita nel suo cuore.
       Allora era contento di camminare per le vie, di incontrare vecchie conoscenze di scambiare qualche parola con i suoi concittadini, che tanto lo stimavano. Diceva spesso che niente era più salutare dell’aria natia e che perciò andava respirata a pieni polmoni.
       Nelle sue consuete visite a Giulianova egli, in compagnia di un amico si recava spesso in un posto da dove si godeva la vista di uno splendido panorama e lì rimaneva incantato a guardare.
     Aspirava profondamente l’aria che, diceva, sapeva di mare, e mormorava all’amico: «Ah! che bellezza! L’aria del proprio paese è un’altra cosa! Senti che delizia!»
      Il suo compagno, però, non certo rapito dall’incanto della terra che per lui era spettacolo di ogni giorno, non era dello stesso parere e, arricciando il naso con evidente disgusto, mormorava che proprio nelle vicinanze c’era una discarica maleodorante.
      Gaetano era talmente preso dall‘incanto del momento e dal piacere di essere nella sua terra che non udiva nemmeno le proteste dell’amico né s’avvedeva della discarica. Potenza dell’amore per il luogo natio!

▪    Articolo tratto dal Periodico Annuale “Almanacco Giulianova '91” Anno III - numero 3.

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