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Dopo l'Apocalisse,
risorge Terminator,
primo episodio
ambientato nel
futuro, abitato da
due eroi e pervaso
da suggestioni
politiche
Anno 2003. Marcus Wright è
detenuto nel Braccio
della Morte in
attesa di ricevere
l'iniezione letale.
Ha ucciso suo
fratello e due
poliziotti e vuole
soltanto farla
finita ma la
dottoressa Serena
Kogan ha
deciso per lui un
altro destino.
Firmato un documento
legale che consegna
il suo corpo alla
scienza e gli
promette una seconda
opportunità, Marcus
viene ‘terminato'.
Anno 2018. JohnConnor,
leader ideale e
carismatico del
genere umano,
partecipa alla
Resistenza contro
Skynet, il network
di intelligenze
artificiali, e il
suo esercito di
Terminator
indistruttibili.
Efficace e
intraprendente, è
deciso a sferrare un
attacco mortale al
nemico, a trovare
suo padre Kyle
Reese e
a garantire un
futuro all'umanità
dopo l'apocalisse
nucleare scatenata
dalle macchine. Lo
aiuterà Marcus,
galeotto venuto dal
passato e portatore
di un segreto.
Diffidenti ma
determinati a
vincere la loro
battaglia,
collaboreranno e
troveranno la verità
nel cuore.
La terza avventura
del cyborg
Terminator (Le
macchine ribelli)
non aveva incontrato
il favore del
pubblico,
figuriamoci dei fan.
A mancare era la
capacità visionaria
del cinema di James
Cameron,
autore dei primi due
episodi, e ancora il
cervello e le
emozioni fusi
insieme in una
coppia indissolubile
come Sara e John
Connor.
La sfida raccolta da
McG, di ingrassare e
richiamare alla vita
una macchina
fantascientifica
pronta a sfidare
l'eternità, era
perciò ardua e
quantomeno
temeraria.
Insperabilmente il
quarto capitolo, che
apre la strada a due
sequel, “decide il
futuro” ed è il
primo ambientato nel
futuro, non è un
prodotto d'azione
americano adagiato e
consolatorio ma
abitato da
suggestioni
politiche e mitiche.
Calcando il terreno
della politica e
dell'etica (la messa
in scena di un
teatro di guerra, la
riduzione dell'uomo
a macchina, lo
sguardo dell'altro,
che va abbattuto,
cancellato,
estirpato), Terminator
Salvation
è innanzitutto un
viaggio di
apprendimento, non
solo uno spostamento
da un punto a un
altro, né un
semplice percorso
narrativo, quanto
piuttosto un
itinerario obbligato
che avvicina al
prossimo chi lo
compie, nel
tentativo di
costruire insieme
qualcosa di cui si
avverte l'essenziale
necessità. La figura
dell'eroe in Terminator
Salvation è
duplice, con
possibile
spiazzamento dello
spettatore più
tradizionalista. La
sceneggiatura di
Brancato&Ferris
ammette la presenza
di due eroi, uno
trionfante e l'altro
soccombente. Uno è
John Connor, che sta
facendo il suo
percorso di
formazione per
diventare leader
effettivo della
Resistenza, l'altro
è Marcus
Wright,
prototipo da
infiltrazione, che
inevitabilmente
compirà il percorso
sacrificale.
L'antagonista del
Connor di Bale non è
solo la robotica
inespressività e il
cubismo muscolare
del cyborg di Schwarzenegger (evidente
omaggio alle puntate
precedenti e alla
personalità
cinematografica
dell'attore
austriaco) ma è
soprattutto il
“prototipo” di Sam
Worthington,
che supera i confini
fisici umani
mantenendo tracce di
umanità. Se
Schwarzenegger è
l'istituzione che
simboleggia e
(re)incarna il
prodotto della
politica piegata al
potere e di un establishment appena
sconfitto, Bale e
Worthington sono lo
specchio delle
tendenze politiche
dominanti negli
States. McG
ripropone allora la
relazione binaria
dei film di
Cameron,
in cui il rapporto
con l'altro è spesso
conflittuale sul
piano dei sentimenti
e su quello della
pura e semplice
sopravvivenza.
John e Marcus si
misurano con
l'apocalisse
nucleare e con i
gravosi compiti del
loro ruolo: uomo, il
primo, che dice (e
fa) cose clamorose
(“non si uccidono i
civili inermi”), creatura nata
in laboratorio, il
secondo, che guarda
commosso i vecchi
esseri umani con le
loro passioni e i
loro errori. Il loro
contatto, la
combinazione di un
un'autentica umanità
dentro un corpo
ideale, crea l'uomo
che si aspetta, il
nuovo eroe che saprà
riconciliare l'uomo
e la macchina
(proiezione della
sua potenza, del suo
sogno e del suo
fallimento) e, fuori
di metafora,
l'America imperiale
e il mondo degli
oppressi. Il quarto
episodio, coniugando
la spettacolarità
dei set e
l'incalzare
dell'azione con
l'emergere di
un'emozione
profonda, produce un
cinema inquieto e
ideologico,
un'iconografia
infernale e
bellicistica, che
ingaggia una
battaglia con la
macchina da presa,
ostinata come un T-
800, nel rivendicare
la propria
potenzialità
fotogenica sul punto
di deflagrare in
mille pezzi. |